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martedì 27 febbraio 2024

Quando mia madre si è trasferita a Roma dalla Sicilia

Quando mia madre si è trasferita a Roma, la mia vita è cambiata. In meglio ovviamente.

Era poco più di un anno fa quando mia madre, al telefono, mi disse che stava pensando seriamente di trasferirsi a Roma. Era appena tornata da una crociera lunghissima (ma considerate che in navigazione non le prendeva il telefono, quindi percepivo ogni ora come tre giorni) ai Caraibi e le era balenata questa idea per la mente. 
"Aspetta Madre, fermi tutti, adesso vengo lì e ne parliamo".
Avevo chiesto qualche giorno di ferie ed ero corsa a Palermo. Mia madre sembrava convinta, avevamo iniziato a valutare svariate ipotesi e, una volta rientrata a Roma, avevo iniziato a cercare casa per lei.
L'impresa sembrava impossibile, non riuscivo a trovare niente di decente, finché un giorno mi si è presentata davanti una casa quasi perfetta, a soli seicento metri da casa mia.
Mia madre non l'ha nemmeno vista, se non attraverso un video che avevo fatto con il cellulare.
Io avevo rispettato -ovviamente- ogni sua richiesta e avevo valutato ogni singola cosa.
La casa sarebbe stata libera solo ad Agosto -era Aprile quando l'ho vista- e a quel punto bisognava capire cosa tenere e cosa lasciare di una vita intera trascorsa in una casa enorme, più grande il doppio di quella in cui sarebbe andata a vivere.
Sono tornata a Palermo e ho iniziato a fare scatoloni. Di libri, di piatti e bicchieri, di tutti i ricordi della mia adolescenza, delle coppe di mio padre, di un sacco di altre cose. 
Avevo parlato con il traslocatore insieme a mia madre, abbiamo organizzato ogni singola cosa.
Sarei dovuta tornare a Palermo a Giugno, per tutto il mese, rifinire con lei le ultime cose, partecipare al memorial che si è svolto all'ippodromo di Palermo in memoria di mio padre (qui se volete vedere il centrale), vivermi la mia città natale, le mie amiche (soprattutto lei che resta sempre e comunque il mio porto sicuro) e un sacco di altre cose, ma siccome la fortuna é cieca, ma la sfiga ci vede benissimo, a fine Maggio sono stata operata a menisco e crociato e, nonostante mi sia letteralemnte fatta il c**o per rimettermi in piedi, non sono riuscita ad andare. Ho però scelto le coppe per la premiazione del memorial, sobrie come piacciono a me.
Mia madre, arzilla settantaquatrenne (quando leggerà che l'ho chiamata così probabilmente mi farà torturare dal  gatto, ma tant'é), se l'é quindi dovuta cavare da sola nel rush finale di questo trasloco dalla Sicilia verso il continente.

Ha preso la nave da Termini Imerese a Civitavecchia la notte tra il 31 Luglio e il 1 Agosto con il gatto e poche altre cose (tra cui litri di olio, tantissimi litri di olio perché ad un siciliano puoi togliere quasi tutto, ma di sicuro non l'olio buono) ed è arrivata a casa mia nel pomeriggio.
Quella mattina, vista l'impossibilità di mettermi in contatto con Madre, avevo controllato con un mio collega lo stato di avanzamento della nave nel Mar Mediterraneo, dopo che lui aveva intercettato la nave tra quel mezzo milione di navi, barche, barchette che navigavano felici.
Ed é stato così che nel primo pomeriggio, la Madre é arrivata finalmente a casa mia.
Per festeggiare il suo arrivo, ho trascorso tutta la sera a cercare il gatto che sembrava sparito nel nulla. Mia madre ovviamente sosteneva che l'avevano mangiato i miei cani -che pesano meno di lui e comunque hanno paura dei gatti- mentre io sostenevo che si era suicidato buttandosi dal balcone. In realtà il gatto era solo andato nel balcone della vicina a farsi un giro e si è palesato solo dopo che avevo smontato tutta la casa, suonato a tutti i vicini, preso gli insulti di mia madre, ordinato ai cani di dirmi dove cavolo era finito quello str***o con coda e vibrisse. L'amata madre ha comunque asserito che il gatto era andato dalla vicina perché infastidito dalla presenza invadente dei due cani che avevano addirittura osato stare nelle loro cucce a casa loro. Sti maleducati a quattro zampe.

Agosto è stato un mese difficile, difficilissimo.
Quando finalmente la casa era pronta, non era comunque ancora arrivato il camion dei traslochi -che è poi arrivato dopo venticinque giorni- e, in ogni caso, a Roma era praticamente tutto chiuso, tutti in ferie e qualsiasi cosa ci servisse bisognava aspettare (banalmente, un elettricista o qualcuno per le pulizie, ma potrei fare un sacco di altri esempi). Quando é arrivato il camion, é stato necessario aprire gli scatoloni che erano talmente tanti che ancora adesso qualcuno giace lì, chiuso, in attesa che a qualcuno venga l'ispirazione per aprirli. Mia madre sostiene che dovrei farlo io, il che potenzialmente potrebbe essere vero, tuttavia al momento non ne ho intenzione.
Poi, piano piano, la strada é diventata in discesa.



Sono trascorsi sette mesi da quando mia madre vive a Roma
La vedo praticamente tutti i giorni, anche solo per cinque minuti.
Abita a seicento metri da casa mia, quindi posso passarci anche per un attimo quando porto fuori i cani. Dove non arrivo io che tra palestra, lavoro e commissioni sono fuori casa quattordici ore al giorno, arriva lei.
Quando a Dicembre ho avuto un malore, é stata lei a portarmi al pronto soccorso, nonostante io avessi detto che non era niente. Al pronto soccorso c'ero arrivata in codice rosso, mi avevano ricoverata d'urgenza, in molti -troppi- hanno pensato che o non ne sarei uscita o ne sarei uscita in malo modo. Mia madre é sempre stata lì, chissà come sarebbe andata se era a Palermo e non a Roma.
Per sedici anni sono stata a 1000 km di distanza da lei (e anche da mio padre, finché c'è stato), mi sono persa molte cose. ho invidiato -si, invidiato- chi aveva i genitori a pochi km di distanza, poteva vederli quando e come voleva, senza bisogno di prendere un aereo o comunque un qualsiasi altro mezzo di trasporto a lunga percorrenza.

Quello di mia madre é stato un salto nel buio, fatto solo ed esclusivamente per amore nei confronti della sua bambina. Oggi ha una vita ancora più piena di quella che aveva a Palermo, per pranzare con lei é necessario prendere appuntamento un mese prima e rispettare pedissequamente la fascia oraria dedicata perché prima ha sicuramente una colazione e dopo una merenda o un aperitivo. O la scuola di balli country. O una gita da qualche parte. O un museo da visitare. O uno spettacolo da andare a vedere a teatro. O qualsiasi altra cosa vi venga in mente. Ma lei è fatta così, fa mille cose e se avanza tempo ci aggiunge la milleunesima.
É bello, bellissimo.
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mercoledì 22 dicembre 2021

Di un anno bello e di auguri di Buon Natale

Sono passati talmente tanti mesi dall'ultima volta che ho scritto qualcosa che, a dire il vero, non saprei neanche da dove iniziare. Non so neanche se alla fine questo post riuscirò a finirlo perché magari, arrivata a metà, mi incarterò, chiuderò tutto e lascerò perdere.

Questo, per me, é stato un anno molto bello.
Nonostante la pandemia.
Nonostante un mare di batoste.
Nonostante senta sempre la mancanza di mio padre.

Che questo fosse un anno bello l'ho sempre pensato, salvo in rarissimi momenti, poi dieci giorni fa é arrivata una notizia molto felice e ho concluso che questo non é un anno molto bello, questo é proprio il mio anno.
Pure se due settimane fa mi sono chiusa un dito tra porta e muro e mi é saltato un polpastrello e pure se qualche giorno, nel tentativo di svitare con i denti un tubetto di Attack, ne ho ingoiata la metà. Al pronto soccorso stanno ancora ridendo, al lavoro continuano a prendermi in giro (e fanno bene), mentre il Marito mi chiede continuamente se per caso voglio passare a trovare i medici del pronto soccorso visto che, magari,  se non mi vedono per troppo tempo si preoccupano.

Dopo quasi un anno (qui per saperne di più) casa comincia a prendere forma sempre di più, ci siamo svenati, ma sono sempre più convinta ne sia valsa la pena. E non solo confermo che mi serviva proprio una casa grande, ma ad oggi sono sempre più convinta di avere fatto la scelta giusta -anzi, giustissima- nel cambiare quartiere.
Lo sport mi regala tante soddisfazioni ogni giorno e no, non pensavo che mai sarei arrivata a fare determinate cose. In alcuni  momenti è stato complesso gestire sport e alimentazione, ma solo perché mi sono imbattuta in una nutrizionista sportiva sbagliata che ha fatto più danni che altro.
Quello che ho scoperto é che gestire un'alimentazione sportiva è una cosa molto  complessa ed è un attimo che si sbaglia e si creano un mare di danni. Io mi ero affidata ad una professionista proprio per evitare questi danni, alla fine ho passato due mesi un po' così. Poi ho cambiato e sono rinata, trovando  un equilibrio che non credo di avere mai avuto in vita mia.
Il lavoro è la parte migliore, quella che mi ha regalato tante di quelle soddisfazioni che non pensavo  avrei mai avuto. L'anno prossimo -che tanto ormai ci siamo- comincerà col botto e, ogni tanto, mi ritrovo come una cretina a ridere da sola mentre guido pensando a tutto quello che mi aspetta.

Non so cos'altro arriverà, non so come sarà il 2022, ma per il momento va bene così.
E quindi Buon Natale e anche Buon Anno, non so se tornerò a scrivere, se sparirò per altri otto mesi, se prima o poi questo blog tornerà ad essere attivo.


Non lo so perché non solo ho poco tempo, ma ho anche poca voglia.
Riprendere qualcosa é più difficile che iniziarla, mantenere la costanza -e questo lo so bene per ovvi motivi- è quanto di più complesso possa esistere.

Ps. Comunque dai, alla fine il post l'ho finito.

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giovedì 8 aprile 2021

A volte ritornano (ma non per molto)

Dal giorno in cui ho traslocato, fatta eccezione per tre giorni di ferie che mi sono stati offerti per gentile concessione del mio responsabile (che non me lo dirà mai, ma presumo mi abbia visto un po' esaurita), non mi sono mai fermata.
Ad oggi non siamo ancora completamente sistemati, ad onore del vero non ho neppure la cucina a causa di un ritardo nella consegna. 
Non ho neppure tutti i lampadari, né lo specchio in uno dei due bagni, deve arrivare l'armadio della cameretta, i divani (si, due) arriveranno quando probabilmente avrò definitivamente optato per la sedia a dondolo e, quando avrei avuto bisogno di Ikea più che di ogni altra cosa al mondo, eravamo in zona rossa, praticamente per la prima volta -feste di Natale escluse- da quando esiste il sistema a colori.
Abbiamo avuto ritardi con quelli che dovevano togliere i sigilli al contatore del gas, con quelli che dovevano metterci la fibra (ricordo a tutti che io sono in smart working e la fibra mi serve quasi quanto mi serviva Ikea quando eravamo in zona rossa), con il comune di Roma che per cambiare la residenza ci sta mettendo quanto ci metto io per andare a piedi da Roma a Budapest.
Ho continuato a lavorare, ho continuato ad allenarmi, a portare fuori i cani, ad avere mille cose da fare, eppure -nonostante la stanchezza- non penso di essere mai stata così felice.

Realizzare il desiderio di una casa grande e come la volevamo non era facilissimo, vuoi perché abbiamo fatto tutto da soli, vuoi perché viviamo a Roma e a Roma fai prima a comprarti il Colosseo che non a trovare una casa come davvero la vuoi, dove davvero la vuoi, spendendo i soldi che vuoi.
Presumo sia così in tutte le grandi città, ma non ne ho esperienza visto che a Bologna e a Milano, dove ho vissuto da quando sono andata via da casa dei miei, avevo esigenze molto diverse.

Non ci sono comunque grosse novità: come tutti gli anni, è arrivato Aprile, io ho iniziato il conto alla rovescia per il mio compleanno, quest'anno la torta sarà bellissima, probabilmente persino più bella di quella dell'anno scorso (che trovate qui), forse la più bella mai avuta, anche se c'è stato un periodo in cui avevo stupende torte a forma di mucca con disegni creati apposta per me.
Non ci sarà neanche quest'anno una festa e non si potrà andare a cena fuori, ma ci sarà qualche piccolo festeggiamento e tanto mi basta. E poi ci saranno i regali da scartare (che praticamente, senza volerlo, mi sono scelta da sola).
Il lockdown, la zona rossa, la pandemia sono sempre più difficili da sopportare, tra qualche giorno mia madre subirà un'operazione delicata e io sarò a 1000 km. Se ve lo state chiedendo: si, sarei potuta andare a Palermo, ma in nessun caso sarei potuta entrare in clinica, neanche per portare un cambio di biancheria, quindi resterò lontana, pronta -in caso di emergenza- a partire di corsa.
Se è giusto o sbagliato non permettere ai familiari stretti di accedere per portare un cambio non sta a me dirlo, io stessa mi sono operata da sola lo scorso anno e ricordo molto bene con che fatica sono riuscita ad accendere il cellulare per fare squillare il telefono di mia mamma solo perché sapesse che ero viva (no, l'ospedale non avvisava nessuno), però mi dispiace. 

In questo Aprile inaspettatamente freddo, fatta eccezione per questa storia dell'operazione, io credo di avere realizzato tutti i desideri che avevo (tranquilli che comunque ne troverò di altri da realizzare) ed è curioso come questo sia accaduto in un anno segnato dalla pandemia. 
Ogni tanto penso che ci ho messo quasi trentacinque anni per arrivare a conclusione di tanti piccoli percorsi che mi permettessero di avere davvero tutto quello che volevo, compreso trovare una crema spalmabile quanto più simile possibile alla Nutella, ma che potessi mangiare (che a voi sembrerà una stupidaggine, ma io ho investito moltissime energie in questa ricerca).


Succedono ancora cose che non possono essere vere, eh: potrei raccontarvi della mamma pancina che ha portato avanti la tesi per cui le madri, in quanto tali, sono tutte grasse e sciatte o di tutte quelle persone che si fingono allergiche e che hanno la sfiga di trovare me nel loro cammino.
O di Fuffi e Mila che sono scappati di casa -aprendo la porta da soli- perché temevano che li avessimo abbandonati la sera in cui ci siamo trasferiti a casa nuova.
O della botta alla tibia che ho preso saltando su un box di legno a causa del quale mi manca -letteralmente- un pezzo di pelle dalla gamba che ormai immagino non crescerà mai più (ammesso che la pelle cresca, non ne ho idea).
O di quanto mi sia risultato difficile trovare qualcuno disposto a farsi mettere in regola per pulirmi casa.
Il problema è che il tempo per raccontare ogni singolo episodio che non può essere vero mi manca. A volte penso a questo blog, a quanto avrei voluto scrivere un post al giorno, a quanto io lo abbia sacrificato, a quanto spero sempre di trovare -prima o poi- di nuovo il tempo, a quanto non capisco dove lo trovassi prima, visto che facevo più o meno le stesse cose.
Però ci sono, cerco di esserci, rispondo ad ogni singolo messaggio o mail che mi arriva che comunque è qualcosa, no?

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mercoledì 17 febbraio 2021

Una nuova casa: passare da una casa molto piccola ad una molto grande

Ho sempre abitato in case minuscole, piccole, molto piccole.
Cioè, non sempre: sono cresciuta e ho vissuto fino al mio trasferimento in una villa: tre piani, il giardino, un tetto su cui arrampicarsi (non rischiavamo la vita, ho un sacco di amiche che possono confermare), un bagno -rosso, bellissimo, che ho amato tanto- tutto per me e un sacco di spazio, ma quella era casa dei miei genitori.
Da quando mi sono trasferita ho vissuto prima in appartamenti condivisi fin tanto che studiavo, poi in bilocali con Fidanzato poi divenuto Marito. La grandezza massima in cui abbiamo vissuto è di ben 58 mq, ovvero camera da letto, salotto con cucina più o meno a vista, un ripostiglio, un bagno e terrazzo.
Che ad un certo punto sono diventati pochi (i mq intendo).
No, non a causa della pandemia, del lockdowon, dello smart working.
Sono diventati pochi in generale, non ci entravamo più, avevamo bisogno di spazio perché non abbiamo più vent'anni che ci stringiamo in dieci in un divano e quattro sedie, quindi è iniziata la spasmodica ricerca di una casa più grande, un piccolo -manco tanto piccolo se vogliamo- investimento che ci ha quasi del tutto impoveriti perché ecco una casa a Roma è costosa se si tratta di, appunto, 58 mq, figuriamoci se si tratta di qualche mq in più.
Mesi di ricerca, di appuntamenti incastrati, di delusioni.
Dove per delusioni intendo che ho sprecato una mattinata per vedere una casa che gli eredi di una povera signora finita in una rsa all'improvviso si sono sbrigati ad affidare ad un'agenzia e ce l'hanno mostrata con i vestiti della signora ancora sul letto, la carta da parati anni '80 marrone scuro penzolante e un odore di cane bagnato che i miei cani manco se li lascio sotto l'acqua per due anni (cosa che, in ogni caso, non ho intenzione di fare).
Ho fatto richiesta per case con almeno due camere da letto e la cucina rigorosamente separata ed abitabile e mi hanno mostrato case con una camera da letto di tre mq, con un fornelletto da campeggio in garage al posto della cucina (ok sto esagerando, ma è chiaro cosa voglio dire, giusto?).
Abbiamo fatto una proposta per una casa che ci piaceva e dopo un mese che ci stavamo dietro abbiamo dovuto rinunciare.
Poi un giorno è arrivata una telefonata in cui mi proponevano di vedere un appartamento e ho pensato che era lui ancora prima di vederlo. Un appartamento che non avevo trovato io, ma che mi proponeva un'agenzia che non è la classica agenzia in franchising, ma di quelle vecchio stile in cui ti segue il proprietario, che non è esattamente un ragazzino (e a cui nel frattempo mi sono affezionata). E, in effetti, era lei. Ci abbiamo messo più o meno due ore a decidere che era lei.
L'abbiamo rivista, riguardata, riosservata, misurata e continuava ad essere lei.
Ce la siamo immaginata tra un anno, tra cinque, tra dieci, tra venti.
Ho visto i miei figli diventare grandi lì.
Ho pensato che Fuffi sarebbe impazzito di gioia. Anche Mila eh, ma lei ha meno pretese.
L'abbiamo arredata con l'immaginazione.
E infine, è diventata nostra. 
E poi i lavori, gli scatoloni, il trasloco, scegli i mobili, ordina i mobili, io vi dico solo che il divano che ho scelto arriva dopo il mio compleanno che non è esattamente domani (ma se volete farmi dei regali anticipati per la mia nuova casa sappiate che non ho ancora scelto lampadari e mobili del bagno e neanche un sacco di altre cose a dire il vero, quindi qualsiasi cosa è ben accetta).


E devo dirlo: io volevo la cucina separata e abitabile, due camere da letto ed ero intransigente sulla zona, però mai e poi avrei pensato che sarebbero tornati i tempi del bagno rosso e che avrei avuto un bagno tutto per me. Un bagno che non è rosso, ma va bene uguale, no?

Ecco, questo è il motivo per cui non ho avuto tempo di scrivere nulla, nonché il motivo per cui forse non avrò il tempo di scrivere nulla neanche nei prossimi due mesi a volere essere ottimisti. Corriamo avanti e indietro, non penso di avere mai corso così tanto e, nel frattempo, viviamo accampati, nel vero senso della parola. E le mie amiche sopportano i miei deliri, compreso quello in cui volevo assolutamente comprare delle sedie rosa fluo per il salotto.

Ps. Il molto piccola e il molto grande del titolo suonavano bene, so perfettamente che esistono case molto più piccole e molto più grandi.
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sabato 9 gennaio 2021

Il lockdown ha rotto i coglioni

Sono una persona che si adatta.
Mi adatto più o meno a tutto, mi lamento poco, sorrido sempre, ma proprio sempre sempre, pure quando non c'è proprio niente da sorridere.
Sono ottimista, vedo sempre il lato positivo delle cose e cerco sempre una soluzione o un'alternativa.

Quando é arrivato il coronavirus io ero in ospedale, ricoverata.
Prima di operarmi, la mattina camminavo avanti e indietro per il reparto fermandomi a chiacchierare con più o meno chiunque ed elargendo sorrisoni a chi  non aveva preso benissimo il ricovero, trascorrevo le serate a chiacchierare e fumare davanti all'ingresso del padiglione con i giovani del reparto, mi veniva a trovare un sacco di gente, nessuno portava la mascherina, a Roma non c'erano casi, tutti avevamo appena scoperto che in Italia esiste un posto che si chiama Codogno.
Poi sono stata operata e, infine, sono stata dimessa. 
Mentre dormicchiavo sul divano di casa mia, stordita dai postumi dell'anestesia e dagli antidolorifici, veniva annunciato il primo lockdown e la gente si ammassava al supermercato aperto di notte.

Ho preso il lockdown molto sportivamente.
Dobbiamo stare a casa? Bene, starò a casa.
Non si può andare in palestra? Bene, mi allenerò a casa.
Non posso andare al ristorante? Ordinerò a domicilio?
Il sushi all you can eat é stato cancellato dalla faccia della terra? Mangerò la pizza.
Non posso vedere i miei amici? Li videochiamerò.
Non posso andare a fare shopping? Comprerò online.
Devo stampare un'autocertificazione diversa ogni due ore per uscire di casa per motivi improrogabili? Abbatterò personalmente tutta la foresta Amazzonica (o quel che ne resta) per procurarmi la carta necessaria.
Devo fare due ore di fila al supermercato per fare la spesa? Diventerò amica dei vecchietti che vanno a comprare le patate e la cipolla per ingannare il tempo.
Devo festeggiare il compleanno in lockdown? Mi procurerò la torta più bella di sempre e tormenterà amici e conoscenti spammando foto della torta in questione ovunque.
Durante il primo lockdown, che ai tempi pensavamo fosse l'unico, io stavo bene e si che uscivo di casa solo per andare ai controlli in ospedale e che ho persino vinto un secondo ricovero e un secondo intervento, completamente da sola visto che non poteva entrare nessuno e vi assicuro che, se non ci fosse stata la pandemia, io avrei fatto i controlli, non avrebbero pensato che la febbre che avevo post operatoria fosse probabilmente covid e mi sarei risparmiata un secondo intervento di quattro ore in anestesia totale che mi ha completamente distrutta.

Finito il lockdown, mi sono comunque adattata alla vita ai tempi della pandemia.
Bisogna andare in palestra con la mascherina? Mi procurerò una mascherina abbinata allo zainetto in cui infilo tutte le cose di cui non posso fare a meno durante l'allenamento.
Devo stare lontana dai colleghi al lavoro, rinunciando anche a prendere il caffè con loro? Berrò il thè, così, a caso.
Non posso viaggiare come vorrei? Riprogrammerò le mie vacanze.
Bisogna tenere la distanza di un metro? Starò a due metri.
E così via.
Ho rispettato qualsiasi regola ci venisse imposta, ho sempre portato la mascherina, mantenuto le distanze, rinunciato a qualsiasi cosa potesse essere anche solo un minimo rischiosa e siccome sono evidentemente una stronza mi sono anche presa il covid senza essere mai riuscita a capire come.

Poi é arrivato il secondo lockdown che però non è un vero e proprio lockdown, ma una cosa a metà che non si capisce bene.
Hanno chiuso le palestre? Ho iniziato ad allenarmi all'aperto, ho sfidato il freddo comprando maglie termiche in quantità e probabilmente prima o poi mi verrà la polmonite.
Mi hanno messa in smartworking? Ho trasformato il mio salotto in un ufficio e i miei cani in segretari, nonostante la mancanza del pollice opponibile.
Non si può andare a cena fuori? Ordino la pizza (aridaje).
E potrei continuare all'infinito.
Anche stavolta ho rispettato ogni singola regola, ci sono persone che amo che non vedo da mesi, ho passato le feste da sola, continuo ad indossare la mascherina, a mantenere le distanze, ad essere ligia alle regole. 

Eppure, devo dirlo: il lockdown ha rotto i coglioni.
E ha rotto i coglioni perché non ha senso.
Attenzione: io sono convinta fermamente che l'unico modo per sconfiggere il virus sarebbe chiudere tutto -ma tutto davvero- fino a che una buona parte della popolazione non sarà vaccinata (si, sono pro vaccini), ma ho anche due neuroni -d'altronde tanti ne bastano per fare una considerazione simile- che mi permettono di capire che non è fattibile perché a quel punto la popolazione non sarebbe decimata dal virus, ma dai suicidi dovuti alla disperazione.
L'apri e chiudi però non lo capisco: oggi giallo, domani giallo rinforzato, dopodomani arancione, tra tre giorni verde a pois rossi, fra una settimana rosso a pois verde con sfumature di carta da zucchero, ma solo dalle cinque alle sette perché dalle sette e un minuto blu con sfumature di viola.
Chiusi i ristoranti e le palestre, ma non i negozi.
Vietato fare la fila all'agenzia delle entrate, ma non da Primark.
Possibile ammassarsi in Via del Corso, ma non si può andare allo stadio.
Scuola si, ma solo dai cinque a sei anni e trentasette giorni, dai sei anni e trentotto giorni no perché non si mai.
Non si può vedere nessuno, ma non proprio nessuno nessuno, magari un amico al giorno lo puoi vedere, ma solo se siete in due in famiglia, altrimenti no. 
Puoi uscire dal comune, ma solo se il comune ha meno di 5000 abitanti, quindi io non posso andare a Fiumicino da Decathlon a prendermi le kettlebell (scherzo eh, le kettlebell da Decathlon sono esaurite da centoventi mesi) che è a due passi da casa mia, ma posso andare a Roma nord che, dall'Eur e  con il traffico, ci vogliono quattro giorni per arrivarci.


Mi sono rotta i coglioni. Davvero eh.
Nonostante io sia una che si adatta, che cerca sempre il lato positivo delle cose e tutte le belle cose che ho raccontato all'inizio, io mi sono rotta i coglioni. Leggetelo detto da Aldo in Tre uomini e una gamba, tanto siamo pure conterranei.
E me li sono rotta perché tutto questo apri e chiudi, questo non sapere, non capire, non avere idea, di andare a tentoni, il non avere una linea chiara é devastante.
Perché mi manca mia madre, che è sola e non è una ragazzina.
Perché mi mancano le mie amiche, i miei amici, il programmare.
Perché lavoro e basta, nel salotto di casa mia, quindi manco esco.
Oppure mi alleno, ma molto meno rispetto a prima e questo non mi piace.
Non sono le piccole cose. Sono le piccole cose tutte insieme che sono diventate pesanti da sopportare.
E tutto questo lo dico da persona fortunata che ha sempre lavorato da quando è iniziata tutta questa storia, che non si è mai vista ridurre lo stipendio, che non è mai andata in cassa integrazione, che ha un tetto sopra la testa, che ha dei progetti che vanno avanti, però ecco, non tutti sono stati fortunati come me, anzi direi siamo in pochi a non avere perso tutto o quasi o comunque ad aver dovuto cambiare la propria vita.

E se state per dire "allora vacci te al governo a prendere decisioni" sappiate che io di lavoro faccio palinsesti e che al massimo sono in grado di mettere in onda cose, quindi no, non sta a me prendere decisioni sensate per il bene del paese.

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martedì 5 gennaio 2021

Ma gli allergici possono farsi un tatuaggio?

Io sono allergica e sono tatuata, molto allergica e molto tatuata se vogliamo essere precisi.
Non sono un medico, non sto dando consigli o pareri su cose che al più dovreste chiedere al medico, ma sto raccontando -come sempre d'altronde- una storia.

Sono allergica da praticamente vent'anni, quindi da più di metà della mia vita.
Ero una bambina, ancora in cura dal pediatra, e sono cresciuta con loro, sempre al mio fianco tra alti e bassi. Pochi alti e molti bassi che ho saputo trasformare in molti alti e pochi bassi.
Ho fatto il mio primo tatuaggio a 18 anni, quando la situazione non era ancora così grave, e il mio secondo a 21 o 22 anni, non me lo ricordo neanche. Il primo lo feci a Palermo, il secondo a Bologna, se mi chiedete chi erano i tatuatori o quale fosse lo studio non ne ho davvero idea.
Sono due farfalle identiche, una con le ali chiuse e una con le ali aperte, a cui ho fatto riprendere le linee circa un anno fa visto che erano completamente scoppiate.
Per anni alla questione tatuaggi non ci ho più pensato.
Quando è morto mio padre, seduta sulla poltrona in cui di solito stava seduto lui, in attesa del funerale, dissi ad una ormai ex collega che volevo fare un tatuaggio. Lei mi rispose che avremmo trovato un tatuatore specializzato in scritte, visto che volevo una scritta. Trovai quella frase molto dolce, nonostante venisse da una persona che tutto era fuoché dolce, perché era la frase di chi aveva capito che stavo delirando e che dicevo cose a caso.
Qualche mese dopo, avevo il mio terzo tatuaggio, ovvero il nome di mio papà sull'avambraccio (lo trovate qui). Da cosa nasce cose e oggi ho tredici tatuaggi di cui qualcuno abbastanza grande.
Alcuni in bianco e nero, altri a colori, altri ancora in bianco e nero con qualche pennellata di rosso o fucsia.
Ho tatuaggi che raccontano storie e sensazioni, ognuno dei quali con un significato difficilmente intuibile da fuori con dettagli talmente studiati che io stessa ogni tanto mi sorprendo di come mi siano venuti in mente. Sono tutti legati a cose, fatti e persone e sono affezionata più o meno a tutti, anche se -come credo sia normale- ho il mio preferito.




Sono tatuaggi che si vedono essenzialmente in estate e in palestra, altrimenti non ve ne accorgereste mai. O almeno credo, sarà che ultimamente mi è capitato che qualcuno mi dicesse che non ci aveva proprio fatto caso o che non lo avrebbe mai detto che io, proprio io, avessi dei tatuaggi o roba del genere.

La domanda che mi viene rivolta più spesso, quanto meno in alcuni contesti é:"Ma gli allergici possono tatuarsi? Ma non hai paura di morire?".
Ovviamente si, a volte ho paura di morire, lo avevo raccontato in questo post.
Ho però deciso di vivere una vita il più normale possibile, nonostante questo significhi adottare un milione di accorgimenti in più rispetto ad una persona normale.
Chiedo, mi informo, ci sbatto la testa, a volte mi viene detto di no, altre volte di si.
Io ho chiesto al mio allergologo, così come ho chiesto a chi mi ha tatuato, d'altronde per tatuarsi non bisogna avere assunto determinati farmaci, alcool e droga e, in ogni caso, bisogna avvisare di eventuali patologie, quindi mi pare il minimo spiegare di essere allergici, quanto meno se si è in una situazione grave e problematica come la mia (qui per saperne di più).
Viene da se -e spero che sia scontato- che è necessario scegliere tatuatori che osservino tutte le norme igieniche richieste visto che, manco a dirlo, vi stanno infilando un ago pieno di inchiostro sotto pelle e che, una volta terminato il tatuaggio, si tratta di una ferita vera e propria che va curata in modo preciso onde evitare conseguenze.
Io ho sempre curato i miei tatuaggi in modo preciso, seguendo ogni indicazione, facendo attenzione a qualsiasi cosa e difatti sembrano sempre appena fatti. Per onore di cronaca, preciso che mi hanno anche sempre detto che ho una bella pelle da tatuare.
Non sono morta, non ho mai avuto una reazione allergica durante o dopo un tatuaggio, niente di niente. Sempre tutto perfetto.

Ne farò ancora? In questo momento non credo.
Ho raccontato tutto quello che volevo o sentivo il bisogno di raccontare, tutto quello che volevo ricordare, tutto quello che volevo poter guardare. Possibile che un domani ci saranno nuove storie da raccontare e allora si vedrà, anche se -come dico sempre- lo spazio comincia a diventare sempre meno, quanto meno in quelle parti del corpo che mi piacciono tatuate.
Quello che posso dire é che no, non saranno mai le allergie alimentari a fermarmi o a condizionarmi la vita, più di quanto già non facciano da un ventennio e di come faranno ancora fino alla fine dei miei giorni. Ho sempre cercato di trovare una quadra e, difatti, l'ho trovata anche in questo caso.

Tutti i tatuaggi di questo post sono miei, sono disegni creati apposta per me seguendo le mie indicazioni.
No, non sono tutti quelli che ho.
Si, tra questi tre c'è il mio preferito.
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venerdì 1 gennaio 2021

1 Gennaio 2021: propositi buoni e non.

E alla fine il 2021 é arrivato, dopo un 2020 socialmente terribile, ma che personalmente ho amato più di molti altri anni e che, per me, é un anno con bilancio positivo.

Per questo nuovo anno non ho particolari buoni propositi, non ho necessità di mettermi a dieta a partire da domani, né di correre ad iscrivermi in palestra (che tanto sono chiuse) per smaltire il cenone di San Silvestro. A proposito, qualora a qualcuno interessasse ieri sera ho mangiato un pandoromisù di Pompi, fatto apposta per me, che desideravo da anni e questo non può che essere un segnale positivo.


Comunque, ho in ballo tre cose a cui tengo molto: due lavorative e una personale sulle quali ripongo molte aspettative. Quella personale, prima che a qualcuno venga in mente di dire che sono misteriosa, è una cosa che compriamo con i nostri soldi e che stiamo scegliendo, scelta che disgraziatamente non si fa in due ore, considerato che parliamo di cifre molto (ma davvero molto molto) consistenti.
Presumo che entro la fine del mese riusciremo a completare la scelta e l'affare (che detta così pare una cosa losca) o almeno lo spero. A quel punto festeggiamenti come se piovesse.

Tra due settimane inizierò un nuovo progetto nutrizionale e sportivo, che sarebbe dovuto iniziare a Novembre, ma che è slittato a causa della seconda ondata di coronavirus banalmente perché la persona che inizierà a seguirmi non vive a Roma e data la situazione non è venuta  come fa abitualmente con cadenza settimanale. A 34 anni sono fiera dei risultati raggiunti, dei limiti sconfitti e della tenacia che mi ha permesso di non mollare mai, anche se -lo ammetto- una nuova sfida (chiamiamola così che fa figo).

Questo blog, che negli ultimi due anni è stato trascurato a lungo (qui per saperne di più), é tornato ad essere una priorità. Nell'ultimo anno ho raccontato di me, neanche troppo, ma di molte cose non ho più parlato -per esempio di televisione- ma ho rimesso in piedi un piano editoriale (si chiama così, pure se mi sembra un po' eccessivo definirlo tale) per riprendere a raccontare un po' di cose e per tornare magari a fare compagnia agli altri come un tempo. Il mio di tempo resta sempre poco, ma è una promessa che ho fatto a me stessa, quindi ci provo.

Spero di poter fare un paio di viaggi, previsti per il 2020, che sono saltati miseramente.
Spero anche di costruire quanti più Lego possibili e di tornare a leggere un libro a settimana (ma forse sto chiedendo troppo a me stessa).
Vorrei scrivere che spero che la pandemia passi, ma tempo passerebbe molto come un "voglio la pace nel mondo" sparato a caso a otto anni  quando ti chiedevano cosa desideravi e pareva brutto rispondere "Cicciobello sbrodoloso". 
Spero di potermi vaccinare, visto che rientro tra quelle categorie che non si sa bene se potranno effettivamente vaccinarsi. Qualora ve lo stiate chiedendo, sono assolutamente pro vaccini, qualche anno fa ne avevo parlato qui e anche adesso che sono cambiate diverse cose nella mia vita, continuo ad esserne convintissima.
Spero di riuscire a mangiare da Heinz Beck, alla Pergola, visto che non troppo tempo fa -quando ho provato a prenotare- mi hanno risposto che per una come me, con le mie allergie, non è il caso.
Spero di riuscire a mangiare la Nutella, ma questa è davvero spararla grossa, quindi passate pure avanti.
Non ho in programma nuovi tatuaggi o roba del genere.

Per la fine del 2021, quindi più o meno tra un anno, avrei un obiettivo ancora più ambizioso, ma ecco: non vorrei mettere a questo nuovo anno troppa pressione, visto che già ci si aspetta tanto. E questo é, niente di più, niente di meno.


Per leggere un vecchio post sul 1 Gennaio, l'unico a parte questo che ho scritto, cliccate qui.
Se invece volete vedere il pandoromisù di Pompi che ho mangiato ieri e che finirò oggi o, più in generale, vedere cosa succede più o meno in tempo reale a casa mia mi trovate qui.
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venerdì 11 dicembre 2020

2020, l'anno che.

2020: bisesto e olimpico. E Dio solo sa quanto, da sempre, attendo gli anni bisesti e olimpici.
L'anno della pandemia, delle mascherine, delle file per fare la spesa.
L'anno in cui si sono manifestate nuove allergie che ho ignorato bellamente. No, non nel senso che mi sono messa a mangiare cose a cui sono allergica, ma nel senso che non me ne sono fatta un cruccio, non ci sono rimasta male, non me n'è fregato nulla. Che poi voglio dire: ma chi se ne frega della verza e degli asparagi, no?
2020, l'anno in cui ho cancellato cose e persone, ma anche l'anno in cui ho ricevuto il dono più prezioso che esista.
L'anno in cui ho deciso che mi serve una casa più grande perché in 60 mq non ci si entra più.
L'anno in cui mi sono liberata delle persone negative.
L'anno delle rivincite e delle soddisfazioni lavorative.
2020, l'anno in cui mi hanno ricostruito il viso senza lasciarne traccia. Perché se io so quanto male ha fatto, quanto ho pianto prima di entrare in sala operatori entrambe le volte e quanto ho avuto paura di non risvegliarmi dall'anestesia, voi quella cicatrice non la vedrete mai perché è stata fatta talmente bene che vorrei ogni giorno andare dal chirurgo a dirgli grazie per avermi lasciato una delle poche cose che non é merito mio, ovvero la bellezza.
L'anno in cui ho tatuato tutto quello che potevo tatuare, riempendo tutti i cm di pelle che volevo riempire, studiando ogni disegno nei minimi dettagli.
L'anno in cui ho imparato che i limiti sono solo nella nostra mente e che il mondo visto a testa in giù non é poi così male, se hai la forza per reggerti sulle braccia e non sulle gambe. E se la forza non c'è l'hai, se insisti e persiti, raggiungi e conquisti e prima o poi ce l'avrai.
L'anno in cui ho lasciato sul pavimento della palestra sudore, lacrime, pezzi di pelle e sangue (no, non é un modo di dire, ce li ho lasciati davvero).
2020, l'anno in cui ogni singolo giorno ho pensato a cosa avrei detto a mio padre e a cosa mi avrebbe risposto. E sono certa di averci preso perché oggi, dopo un anno e nove mesi che non ricevo l'sms che dice "Buongiorno Bimba", so quanto siamo uguali e quanto buona parte di quello che sono lo devo a lui.
L'anno in cui ho costruito, mattoncino dopo mattoncino, la mia felicità.
L'anno in cui ho capito che il karma esiste e che chi semina vento raccoglie davvero tempesta.
L'anno di Tempesta. E so che nessuno -o quasi- capirà chi è Tempesta, ma vi assicuro che é una delle cose migliori che mi sia capitate. Perché mi ha permesso di capire cosa è davvero importante, di ragionare, di svegliarmi, di imparare a fare delle scelte. 
E di sorridere pensando che ovunque andrò ci sarà sempre una gara a chi da prima il buongiorno agli altri.
E comunque Tempesta é un bel nome, in fondo sono pur sempre la stessa che ha chiamato un cane da caccia Fuffi.
L'anno in cui non è passato un giorno senza che dessi il buongiorno all'amica che tutti dovrebbero avere, anche se é vergine e scassacazzi. E comunque, in fondo, chi si assomiglia si piglia, quindi forse sono scassacazzi anche io.
L'anno in cui ho imparato ad ignorare chi non ritengo alla mia altezza (che si, suona snob, ma tant'è).
2020, l'anno in cui -in alcuni momenti- avrei voluto un chilo in più e non due in meno, come é sempre stato nella mia vita.
L'anno dei miei primi jeans misura 27 che io non pensavo neanche esistesse la misura 27.
L'anno degli addominali che si vedono e che si vedrebbero anche di più se mangiare non fosse una delle cose che mi piace più al mondo. Dopo i clean e gli snatch, si intende.

2020, l'anno in cui ogni giorno qualcuno mi ha detto che ho una forza pazzesca ed é vero
Ora so che é vero, so che chiunque altro sarebbe andato a fondo, io invece non mi sono mai arresa.
L'anno in cui ho avuto sempre ragione e no, non sto scherzando. 
2020, un anno che in fondo mi ha cambiato la vita e non necessariamente in peggio. In meglio oserei dire, lo firmo e lo sottoscrivo.
Un anno bello, l'anno in cui é arrivata la luce in fondo al tunnel dopo anni e anni a inseguirla questa luce.
L'anno dei progetti e delle novità, l'anno delle cose che hanno preso forma e che, dopo essere state a lungo nella mia mente, adesso posso toccare con mano.


A chi in questo lungo 2020 é sempre stato qui, accanto a me, dico grazie. Davvero, eh.
Grazie per avermi dato conferma, pur senza volerlo, che la strada era quella giusta.
Vi abbraccerò presto, prestissimo. Appena sarà possibile che, ecco, non vedo l'ora di tornare ad abbracciarvi.
Buona parte del merito -e di conseguenza dei grazie- vanno comunque a me stessa. Per la tenacia, la forza, il coraggio, la perseveranza.


Nb. Tutte le frasi sottolineate che vedete sono link cliccabili, se ci cliccate su leggete qualcosa in più di quello che ho riassunto in una frase. E si, questo è un post estremamente autoreferenziale.
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domenica 15 novembre 2020

Il covid non risparmia nessuno (ma proprio nessuno nessuno)

Una settimana fa ero al lavoro a prendere monitor, pc e un sacco di altre cose che mi sarebbero servite per iniziare a lavorare da casa. Una scelta un po' affrettata e non senza difficoltà, dovuta ai sempre più numerosi contagi da covid.
Stavo bene, benissimo: saltellavo e ridevo come sempre.
Quella stessa notte avevo la febbre, che non scendeva manco con le bombe e dolori ossei pazzeschi.
È iniziata così la mia avventura con il covid.
La mattina dopo ho avvisato il mio responsabile e il mio medico di base, con la febbre che non scendeva, i dolori che aumentavano, un mal di testa feroce, gli occhi che mi bruciavano.
Alle 16 ero in fila al drive in di Fiumicino per fare il tampone.
Ho scelto di andare a Fiumicino perché é l'unico drive in in cui non é necessario prenotare, basta fare la fila. Avevo pensato di andare privatamente, ma tutti i laboratori che ho chiamato avevano dei tempi d'attesa troppo lunghi, quanto meno per me che fino al giorno prima ero al lavoro e avevo necessità di sapere se ero o no positiva.
Il tampone rapido é risultato positivo e io ho pianto. Sono scoppiata a piangere perché non ci potevo credere, ho chiamato mia madre e ho rifatto la fila -stavolta più breve- per  fare il tampone di conferma.
Alla fine della fiera, non solo ero positiva, ma pure con una carica virale altissima.
Tornata a casa ho fatto mente locale e ho avvisato tutti quelli che potevano essere entrati in contatto con me, che erano stati negli stessi posti dove ero stata io. 

Da lì sono iniziati quattro giorni bruttissimi perché no, no e ancora no: il covid non é un'influenza
E ve lo dice una che l'influenza ce l'ha tutti gli anni, più volte l'anno.
Dolori così brutti io non li ho mai avuti e non ho neanche mai avuto bisogno di stare attaccata al saturimetro con il medico che mi chiedeva i parametri ogni mezzora dicendomi che se la saturazione fosse scesa ancora avrebbe chiesto il ricovero.
Per quattro giorni non ho avuto nemmeno la forza di spostarmi dal divano al letto e soprattutto mai nella vita io ho smesso di avere fame, eppure stavolta io non ho mangiato. Mi sono sforzata, perché così mi é stato detto di fare, ma non ci sono riuscita.
Da ieri sto meglio, la saturazione é buona, io ho di nuovo fame e piano piano sto ricominciando ad avere forza. Nulla a che vedere con la forza che ho di solito, eh.
Ripetete con me: il covid esiste e non é un'influenza

Come me lo sono presa? Ad oggi non lo so, non ne ho idea e forse, a questo punto, non lo voglio nemmeno sapere.
Ormai da un po', le mie giornate erano allenamento la mattina presto e lavoro il resto della giornata.
Avevo scelto di non vedere praticamente nessuno, tanto gli amici non scappano e di non fare praticamente più nulla.
Ho sempre portato la mascherina, rispettato la distanza, mi sono lavata e disinfettata fino allo sfinimento,  non prendevo manco più l'ascensore a casa perché non si sa mai, eppure questo non mi ha evitato di contagiarmi e di passare una settimana più o meno di merda.
Sono una che adora abbracciare, che adora il contatto fisico, eppure mi sono trovata ad abbracciare soltanto i cani perché era giusto così.
Non prendo mezzi pubblici, non sono entrata in bar e ristoranti, la palestra é chiusa, quando mi alleno mi tengo a distanza dalle mie compagne di allenamento (che, per la cronaca, sono risultate negative al tampone).
Tutte queste accortezze non sono bastate.
Tra qualche giorno dovrò fare il molecolare di controllo e, se sarà negativo, potrò tornare alla mia vita che, a quel punto, sarà fatta solo di allenamenti a debita distanza e smart working visto che al lavoro per il momento non tornerò (e chissà quando potrò tornarci).


Sono allenata, ho un fisico forte fatto quasi totalmente da massa magra, la mia unica patologia sono le allergie alimentari, non ho ad oggi altri problemi, eppure questo non mi ha risparmiata.
La mia fortuna é stata quella di non avere avuto complicazioni e di non essere finita in ospedale intubata.
Trovo una grande fortuna anche quella di avere avuto vicino -tramite cellulare- tante persone che mi vogliono bene e che mi hanno regalato sorrisi e amore anche a distanza e una madre che ha cercato di starmi il più vicino possibile anche a distanza e che, fidatevi, ha passato dei momenti abbastanza brutti sapendo che stavo male.

Se mi avessero detto che mi sarei contagiata non ci avrei mai creduto, ma nessuno é immune. Nessuno. E dico sul serio, eh

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sabato 17 ottobre 2020

Questo Ottobre fuori da ogni controllo

Ottobre é un mese che mi piace da sempre.
Non fa caldo, ma non fa nemmeno freddo.
Non si suda, ma non si congela (io comunque preferisco sempre il freddo al caldo):
Le giornate sono ancora lunghe, ma non troppo.
Ci sono un sacco di cose da fare, ricomincia praticamente tutto dopo l'estate.
Si lavora, ma senza impazzire, non ci sono mille scadenze, quindi -salvo rari imprevisti- si riesce a gestire tutto.
Nel mio caso, si comincia a pensare al Natale, che é vicino, ma non troppo, quindi senza frenesia.
Ottobre mi fa anche pensare ad una frase di ormai dodici anni fa, sulle sfumature delle foglie di autunno, detta durante una serata bolognese, quando ero una studentessa fuori sede poco più che ventenne.


Questo Ottobre 2020 ovviamente é fuori da ogni controllo
.
A Roma fa freddo e piove sempre. Vestiti che sono sicura di avere messo lo scorso Ottobre sono troppo leggeri, ho già provato i riscaldamenti (lo faccio ogni anno al primo freddo, da quando a Bologna ci ritrovammo con i termosifoni non funzionanti) e ho anche avuto la tentazione di lasciarli accessi. Di solito li provo a Novembre inoltrato.
È effettivamente ricominciato più o meno tutto, ma siamo in attesa della nuova stagione de "Il decreto", quindi a breve -molto a breve- scopriremo se chiuderanno di nuovo. Pare che chiudano le palestre e, anche se stavolta sono preparata, non ne sono molto felice. Se vi state chiedendo come faccio ad essere preparata, durante e dopo il lockdown ho comprato un sacco di cose, quindi non sarò costretta ad utilizzare bottiglie d'acqua e improbabili kettlebell realizzate con zaini pieni di cose. Ovviamente non ho a disposizione gli stessi carichi che ho in palestra, anche perché forse -se lanciassi un bilanciere come faccio in palestra- sfonderei il parquet ed é meglio evitare.
Non ho mai lavorato così tanto, non ad Ottobre quanto meno, non sono mai andata così di corsa. Ho incastrato le giornate al centesimo, roba che se succede un imprevisto di trenta secondi mi va a fanculo tutta la giornata. Sono talmente presa da mille cose -non per scelta, non faccio che ripetere che vorrei essere milionaria e vivere di rendita- che ho dimenticato tutti i compleanni di Ottobre, che non sono compleanni qualsiasi. Praticamente mi sono ritrovata a chiedere ad amici molto amici "Scusa, ma che mi sono dimenticata di farti gli auguri?" perché non solo mi ero scordata il compleanno, ma anche se avevo effettivamente fatto o meno gli auguri.
Ho più o meno deciso cosa fare a Natale, ma resta l'incognita: chiuderanno le regioni? Sarà possibile spostarsi? Se ci si sposta, poi si resta bloccati? E io sono una che le cose le programma, i dubbi non fanno per me. Non sapere fino all'ultimo le cose mi da fastidio da sempre, ma tant'é.

Giusto un'ora fa stavo dicendo a Samira che potremmo andare agli Assoluti di ginnastica artistica, appuntamento che mi é sempre piaciuto particolarmente (non come Jesolo, Jesolo resta la mia gara preferita in Italia) visto che sono a Napoli, quindi il viaggio é breve e poi a Napoli si mangia da paura e io ho comunque sempre fame e voglia di cose buone, quindi sarebbe una trasferta tendenzialmente perfetta, però non sappiamo se sarà possibile, se ci potremo spostare, cosa succederà e via dicendo. E questo non é bello. Alla fine siamo giunte a conclusione che manderemo richiesta di accredito e vedremo (no, al momento sono gare per cui non é previsto pubblico, si può accedere solo con accredito e no, non tutti possono chiedere l'accredito).

Insomma, é un periodo un po' così, dopo un'estate di tana liberi tutti (io non ero d'accordo), sembra un autunno con un sacco di limitazioni e incertezze. Se mi concedessero lo smart working forse sarei un pochino più felice, proprio io che lo smart working non l'ho mai amato (qui per saperne di più) e non solo perché forse correrei di meno, ma perché sono più preoccupata causa covid adesso che non sette mesi fa.
Aggiungiamo poi che ogni, da sempre, io ad Ottobre inizio ad avere il naso che cola come i bambini, ad avere la tosse, l'influenza e ad essere febbricitante. È così da sempre, eppure quest'anno questo é un problema e immagino non ci sia bisogno di spiegare perché.

E quindi si va avanti, io trascuro sempre di più questo blog, nonostante di cose da raccontare ne avrei tantissime, ma sono certa che arriverà il giorno che tornerò a scrivere come prima. 
Se ci sarà un nuovo lockdown di sicuro non avrò più scuse.

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venerdì 11 settembre 2020

Venerdì di inaspettata felicità

Ci sono giorni che so perfettamente che l'incastro perfetto delle cose è dovuto a qualcuno che mi osserva e mi protegge.
Non sono credente, non so cosa ci sia dopo la morte, ma sono certa che mio padre mi vede, sa quello che faccio (pure le cose che prima non gli dicevo per non farlo preoccupare) e, in alcuni casi, ci mette lo zampino. Liberissimi di prendermi per scema, lo capirei eh.

La scorsa settimana ho fatto due brutti sogni, con lo stesso protagonista, di quelli che fanno da presagio a qualcosa di sgradevole.
Puntuale come i treni in Svizzera, il presagio (ora, non vorrei sembrare una maga, ma immagino sia chiaro cosa intendo) si è trasformato in un paio di telefonate fastidiose, di quelle che ti fanno pensare seriamente che dovresti cambiare numero (anche se ecco, ho lo stesso numero di telefono da vent'anni e so che non lo cambierei mai). Il fastidio mi è rimasto tutto per qualche giorno, un inizio settimana al sapore di male, di quelli in cui ti chiedi quale disgrazia accadrà, con la mia migliore amica (qui avevo parlato di lei) che mi ha fatto presente che lei crede nei segnali -e tanti se ne sono manifestati in questa settimana- e se non l'amassi immensamente probabilmente l'avrei sgozzata.
Attendo ancora che i segnali diano il loro frutto, sperando non accada, però c'è un però.
Devo comunque dire che tutta sta storia l'ho affrontata in modo sportivo, prendendo applausi dalle amiche che temevano che, ecco, l'avrei presa peggio, magari uccidendo qualcuno (scherzo eh, nessuna persona, animale o cosa é stata maltrattata e non ho manco lanciato il telefono contro il muro).

Oggi è venerdì.
Nonostante una vita da turnista, che ha sempre considerato sabati, domeniche e festivi normali giorni lavorativi, sono vittima del fascino del venerdì (qui vi fare un'idea) che chiude la settimana e del fastidio del lunedì che la apre.
C'è anche da aggiungere che succede qualcosa di venerdì di solito devo aspettare il lunedì per risolverla, se non succede qualcosa che aspetto devo aspettare quanto meno il lunedì, insomma un macello.
Questo é un venerdì iniziato al sapore di male, con la cagna che é stata male tutta la notte, corse contro il tempo per uscire di casa all'orario giusto che se perdi il minuto giusto poi sono sette ore di traffico in più e ulteriori insulti gratuiti a chiunque, Pippo in primis (se non sapete a cosa mi riferisco, é evidente che non conoscete nessun romano).
Poi é arrivata la prima buona notizia, poi la seconda, poi la terza, infine la quarta. Quattro buone notizie nel giro di due ore sono troppo persino per me che sono un'inguaribile ottimista che vede pace, gioia e amore infinito anche nella fine del mondo. Cose che aspettavo, cose che non aspettavo.
Se non fosse che io non voglio assolutamente sfidare il karma, chiederei anche di ricevere una notizia -o meglio una data- che attendo da ormai un po' e che non arriva, ma sto calma, buona e attendo che poi magari il karma si incazza e tra due anni sto ancora aspettando.
Quando succedono queste cose, inaspettate, che migliorano la giornata e anche il week-end -devo comunque dire che io sono una che si accontenta di poco per essere felice- tutte insieme io credo sempre che sia mio papà, come dicevo, che mi guarda e mi da una mano, magari memore della settimana precedente che mi ha visto un pochino più avvilita.


La chiusura definitiva di una rottura di scatole con comunicazione ufficiale, la notizia di una trasferta di lavoro (si chiama trasferta anche se dura un giorno solo, vero?) in cui riesco ad infilare un pranzo con un'amica che non vedo da un po', esami medici che danno buone notizie, un'ottima -almeno per me- forma fisica, dove per ottima forma fisica si intende che non sono piena di cose rotte, che riesco a fare cose che un anno fa mi sognavo e roba simile, un viaggio a breve termine, ottime notizie lavorative. Niente di che direte voi, ma a parte i sogni fastidiosi della scorsa settimana, per me questo Settembre e questo ritorno alla routine é stato davvero incasinato. Pensavo sarei stata più libera, che avrei avuto più tempo, complice anche l'aiuto della mamma (se no probabilmente col cavolo che andavo in trasferta, in palestra e tutto il resto) e invece no: gestire cose vecchie e nuove, dopo mesi in cui tutto o quasi si era fermato, avere di nuovo a che fare con il traffico infinito, infilare tutte le cose da fare e le esigenze di tutti (comprese quelle del cane con la cacarella e il vomito, scusate la brutta immagine) si è rivelato più faticoso di quanto credessi.
Basti pensare che ieri sera, per andare a cena con un'amica, ci ho messo un'ora quando normalmente ci avrei dovuto mettere venti minuti e ovviamente avevo calcolato tutto, infilando anche il rifacimento delle unghie e il crossfit, al centesimo di secondo.

E quindi niente: grazie papi, sei tu che mi hai dato la forza di affrontare cose che non avrei mai pensato di poter affrontare, di allontanare tutto quello che c'era di negativo, di non avere bisogno di chi avrebbe fatto più danni che altro e sei sempre tu che, secondo me, ci metti lo zampino per regalarmi sorrisoni e venerdì felici.

Ps. Se oggi riesco anche a comprare i prodotti per capelli che mi ha consigliato l'amica di cui sopra (che per queste cose é la numero uno e non scherzo) credo che esco in strada e mi metto a ballare. Chiedo comunque scusa per la latitanza, sono attiva sui social, ma poco sul blog, per i motivi di cui sopra. Un giorno incastrerò tutto al meglio, ma quel giorno evidentemente non é oggi.
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martedì 18 agosto 2020

Questo è un post scemo (che però racconta un sacco di cose)

Questo è un post scemo.
Non è di quelli che si indicizzerà su Google, che diventerà virale o roba simile.
È un post scemo che racconta cose, in questo martedì di fine estate in cui attendo speranzosa un temporale estivo per togliere sta maledetta umidità che, non so da voi, ma Roma é una cosa tremenda.

Qualche mese fa -io ero appena stata dimessa dall'ospedale (qui per saperne di più)- mi ha scritto un collega chiedendomi una cosa. Una di quelle cose che uno si domanda "ma perché lo stai chiedendo e non, che so, a tua sorella?", anche se a dire il vero non so neanche se abbia una sorella, a naso mi viene da dire di no, ma chissà.
Io avevo i punti in faccia, ero stordita dall'anestesia, Conte farfuglia in tv cose tipo "chiudiamo tutto", la gente si affollava alla stazione di Milano e lui mi chiedeva cose su un altro collega a cui io non solo non sapevo rispondere, ma oggettivamente mi sono sentita un po' come Zerocalcare quando, in piena pandemia, si è ritrovato davanti allo scaffale dei ceci vuoto, ma lui voleva comprare dei ceci, era proprio uscito di casa per comprare quei cazzo di ceci e lo scaffale era vuoto.
Insomma, lui voleva sapere da me dove fosse un'altra persona, chiedeva a me se sapevo perché e per come di alcune cose di cui io non avevo la più pallida idea, non riuscivo neanche ad immedesimarmi e trovare una risposta sensata e, alla fine, mi sono sentita una scema.
Quell'episodio, estremamente stupido, mi ha dato una svegliata.
Io giuro che -sarà che poi é iniziato il lockdown e che io ero in malattia e facevo entra ed esci dall'ospedale- questa cosa mi ha aperto un mondo.
Ora, in effetti detta così così fa ridere e sembra assurdo. Sono sicura che a chiunque sarà capitato che qualcuno gli abbia chiesto "Ehi, ma sai che fine ha fatto Caio Giulio Cesare?" oppure "Ma perché Caio Giulio Cesare non ha detto che era stato in quel posto?" e non provate a negarlo, ma che da domande simili si inneschino ragionamenti sui massimi sistemi dubito fortemente.
Se ve lo state chiedendo, le domande erano queste, parola più, parola meno. E io, Caio Giulio Cesare non sapevo manco se fosse vivo, anche se presumo di si, ma sai mai.
Insomma, io da lì ho iniziato a pensare a mille cose, compresa la Rainbow Cake che volevo per il mio compleanno.

Il 2019 é stato un anno di merda, per tanti motivi.
Chi mi conosce lo sa, chi non mi conosce forse no, ma credetemi sulla parola.
Perché è morto mio padre, ma anche per un sacco di altri motivi.
Il 2020 é stato l'anno in cui mi si é aperto il mondo. Si, perché un collega mi ha chiesto se sapevo dove fosse Caio Giulio Cesare. Credo che qualsiasi psicoterapeuta darebbe testate contro il muro a leggere una cosa simile.
Tre anni fa, qualche mese dopo essermi rotta il ginocchio, avevo iniziato un percorso per stare bene (detta così fa schifo, ma non so come altro dirlo): mi ero iscritta in palestra, poi mi ero messa a dieta, avevo sistemato questioni lavorative, mi ero anche rifatta il guardaroba che non guasta mai.
Poi ho inspiegabilmente messo in stand by la mia vita. Dico davvero, eh.
Non andavo quasi più in palestra perché non avevo tempo, frequentavo persone che mi facevano evidentemente più male che bene, non ero quasi mai serena.
Ho eliminato - da quel giorno di inizio Marzo- le persone che non mi facevano stare bene, non perché fossero necessariamente sbagliate loro, ma perché non andavano bene per me. Succede, eh.
E comunque, in alcuni casi, penso che fossero sbagliate loro, ma siccome fa brutto dirlo, fingo di non averlo neanche pensato.
Sono diventata -e non pensavo fosse possibile- molto più antipatica: esco solo con le persone a cui voglio davvero bene, non do conto al conoscente di cui evidentemente non me ne frega un tubo solo perché è buona educazione, ho smesso di rispondere a chi emana vibrazioni negative (detta così suona figo, dai, e -in ogni caso- se siete tra quelli a cui ho smesso di rispondere sappiate che mai scelta fu più azzeccata), ho cominciato a fregarmene di quello che dice la gente (cosa che, in effetti, facevo anche due anni fa), ho ripreso a fare esattamente tutte le cose che mi facevano stare bene prima del 2019. Tutte, eh.
Le vacanze, la palestra (ok, forse sono un po' fissata), il volontariato, le cene fuori, le gite, lo shopping. 
Ho rimesso a posto -quasi del tutto- i miei acciacchi (qui per saperne di più), grazie ad un medico giovane, bravo e che fa crossfit (é un'informazione rilevante, giuro).
Sono in forma, sono abbronzata, ho accanto persone meravigliose, una in particolare a cui devo tutti i miei grazie per la pazienza (e ce ne vuole tanta) e l'amore incondizionato, ho accanto a me cose preziosissime, talmente preziose che -a volte- penso che se fossi stata meno testarda ci avrei rinunciato e, ovviamente, sarebbe stata la scelta sbagliata.
Ho persino trovato una persona a cui succedono cose più non può essere vero delle mie, ma a lui dedicheremo un capitolo - o meglio un post- a parte(Ciao Antonio, ogni promessa é debito).
Se solo non facesse così caldo -e io il caldo lo sopporto ogni anno di meno- sarebbe davvero tutto perfetto, ma attendo fiduciosa il mio amato inverno per completare l'opera, nonché conto i giorni che mi separano dal mio nuovo meraviglioso tatuaggio, visto che ormai sono quattro mesi che rompo le palle con sta storia di Grosseto e finalmente ci siamo.
Ah, se proprio vogliamo trovare una cosa negativa: Fuffi ha preso un morso e ha una pallina sul collo, che prima non c'era. Nonostante i farmaci, la pallina é ancora lì, ha fatto ieri l'ago aspirato, tra un paio di giorni dovremmo avere i risultati e sapremo se dovrà operarsi. Io ovviamente ho iniziato a temere il peggio, a pensare che una vita senza di lui non so neanche immaginarla, che lo amo immensamente, che sono disposta a fargli mangiare tutti i miei vestiti e che, se non é niente di grave, ma deve operarsi e mettere il collare elisabettiano scappo in Brasile perché Fuffi con il collare elisabettiano é la peggiore catastrofe del mondo.


Questo Agosto, in termini di tempo, è ancora un pochino incasinato, ma giuro che ho in mente tantissimi post: sui tatuaggi (si, anche sul tatuarsi se si è allergici alimentari visto che me lo chiedete in tanti), su come si fa un palinsesto televisivo, su tutti i posti che ho visitato ultimamente, sui miei cani, sulla palestra, sul lavoro.
E poi, riprende la ginnastica, quindi -se tutto va bene- e sarà possibile andare (mi riferisco agli accrediti stampa, non so nulla riguardo il pubblico), ci sarà anche quello.

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sabato 27 giugno 2020

L'allergia LTP, a parole mie

A 14 anni mi hanno detto che non avrei più potuto mangiare determinate cose, altrimenti sarei morta. Me lo hanno detto dopo un'anafilassi, la prima di una lunga serie.
A 15 anni mi sono resa conto che dovevo lavare tutto, che nessuno poteva toccarmi se non era sicuro che non fosse entrato in contatto con alcuni alimenti (figuriamoci se ne era sicuro).
A 16 anni sono stata intubata la prima volta, dopo aver sperimentato cosa vuol dire quando l'aria non passa e i polmoni stanno per collassare.
A 17 anni ho dovuto smettere di fare sport perché lo sforzo fisico innescava reazione anafilattica.
A 19 anni ho scoperto le contaminazioni: tutto, se contaminato, avrebbe potuto uccidermi.
A 20 anni ho scoperto che alle mie allergie piace cambiare, come le scale di Harry Potter, o -per meglio dire- aumentare. L'ho scoperto dopo essere stata intubata e aver ripreso conoscenza dopo 4 giorni.
Da lì in poi, ogni tot. ho dovuto eliminare cose che fino al giorno prima potevo mangiare, sempre in seguito a reazioni anafilattiche.
Ho dovuto portare per mesi guanti e mascherina. Ho pianto. Mi sono chiesta perché proprio a me.
A 21 anni, quando sono andata a vivere da sola, ho scoperto che per tre mesi l'anno non posso andare al supermercato perché ci sono le pesche che mi causano reazioni anafilattiche da inalazione, quindi niente spesa quando mi pare.
Man mano, ho scoperto che non posso andare dove mi pare quando mi pare: niente laghetto coi ciliegi in fiore, niente giardini di aranci, niente ristoranti che non siano sicuri (e non avete idea di quanto sia uno sbattimento accertarsene) e potrei continuare all'infinito.
A 26 anni ho scoperto che non potevo più fare il lavoro che amo, quanto meno in quell'azienda, perché non mi davano l'idoneità a fare le notti (non c'è nessuno, i corridoi sono lunghi, potresti morire mentre vai in bagno) e quindi ciao ciao appena è scaduto il contratto.
A 28 anni ho scoperto che sarei solo peggiorata nel corso del tempo, che ho un sistema immunitario che fa acqua da tutte le parti e ho dovuto trascorrere diversi mesi chiusa in casa per una serie di complicazioni.
A 32 anni ho trovato colleghi che mangiano arance in bagno per non contaminarmi l'ufficio perché mettere a rischio i più "deboli" è follia pura.
I miei genitori non mangiano quello che mi uccide, tutti gli uomini che ho avuto a fianco idem. Per evitare di uccidermi. Rinunciano loro per permettere a me di non rischiare più di quanto già non rischi.


Lavo le mani ogni trenta secondi, pulisco e disinfetto tutto perché non si sa chi ha toccato cosa, ma vado ovunque, non mi ferma nessuno.
Ho un rapporto col il cibo molto complesso, ma mangio eccome, il mio e anche il vostro.
Faccio tanta, ma tanta attività fisica perché -ad un certo punto- la quadra l'abbiamo trovata (non io, ma l'allergologo ovviamente) e io sognavo la pancia piatta e scolpita e il culo sodo.
Questi 19 anni sono stati tortuosi, a tratti faticosi, ho perso il conto delle rinunce e dei "vi prego, non fatemi morire", ma chi mi conosce sa che non ho mai smesso di sorridere e che, se non mi conoscete, tutto questo non lo direste mai.
Non mi sono mai lamentata, pure quando avrei voluto fare cose -e mangiare cose- che non potevo fare. 
E non perché sia migliore di altri, ma perché di vita questa ho e posso solo accettare quello che non posso cambiare, facendo del mio meglio per vivere la vita migliore possibile, anche quando ho dovuto aspettare tempi migliori senza sapere se quei tempi migliori sarebbero mai arrivati.

Ogni riferimento a fatti, cose o persone é puramente casuale. Volevo solo raccontarvi una storia, nello specifico quella di un soggetto poliallergico LTP grave. Enjoy.


Di alcune di queste cose ne avevo già parlato qui, in occasione del diciannovesimo compleanno delle mie allergie.
Questa, in ogni caso, é una riflessione fatta durante la quarantena che non avevo però condiviso sul blog.


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giovedì 11 giugno 2020

Andare in palestra con la mascherina

Andare in palestra con la mascherina é una cosa che non avrei mai pensato di fare in vita mia.
Tre anni fa, quando sono entrata nella mia palestra per la prima volta, avrei potuto immaginare di andarci con un ginocchio scemo (cosa che in effetti ho fatto, qui vi fate un'idea di come stavo quando mi sono iscritta), con la schiena dolorante, piena di lividi (che in realtà mi faccio proprio in palestra), imbottita di cortisone, ma non con la mascherina. 

Quando é venuto fuori che le palestre avrebbero riaperto, la mia palestra si é premurata di mandare mezzo milione di mail con le date di riapertura di ogni singolo club -considerato che non in tutte le regioni hanno riaperto lo stesso giorno- e di tutte le norme da seguire.
Bisogna prenotare qualsiasi cosa, ma quello lo si faceva anche prima: la differenza sostanziale é che adesso si prenota anche l'accesso alla sala pesi e al box.
Bisogna mantenere le distanze, ma quello é una cosa che ci ripetono costantemente manco fossimo lobotomizzati (ma forse un pochino lo siamo se é necessario ripeterlo così spesso).
Si può usufruire degli spogliatoi, fare la docce, ma non si può usare l'area relax, quindi niente sauna, niente bagno turco, niente idromassaggio e non so quale altra diavoleria sia presente nell'area relax visto che credo di esserci entrata due volte a dir tanto.
Bisogna farsi misurare la temperatura prima di accedere e, come ovunque, sopra i 37.5° non si accede.
Non sono convintissima che i termoscanner funzionino a dovere considerato che un giorno, secondo loro. avevo la temperatura a 33.1°, quindi o ero morta e non lo sapevo (e sono resuscitata) o c'é qualcosa che non va in questi aggeggi malefici.
E poi bisogna portare la mascherina.
Si accede solo con la mascherina, si entra nello spogliatoio con la mascherina, si sale al piano superiore -dove ci sono la sala pesi, il box e le varie sale- solo con la mascherina.
Quando ci si allena si può togliere la mascherina, ma quando ci si sposta da un attrezzo all'altro o comunque ci si muove nell'area di allenamento bisogna indossarla.
C'é anche chi passa per ricordarti di indossare la mascherina, tanto che la parola che sento più spesso durante la mia permanenza in palestra é mascherina.
Mascherina. Mascherina. Mascherina.
Ovviamente, ogni volta che si utilizza qualcosa, fosse un manubrio o un tappetino, bisogna igienizzarlo, portando la mascherina. Perché se igienizzi il manubrio e nel frattempo gli sputacchi sopra non va bene.

Il primo giorno di riapertura, effettivamente, tutti avevano la mascherina.
Credo di aver visto anche i tapis roulant con la mascherina.
Tutti ligi, precisi, ho visto addirittura gente fare i clean con la mascherina, giuro.
Tutti igienizzavano tutto, una roba fantastica, forse un pochino paranoica per carità, ma tant'é.
Poi si sono rotti il cazzo, per dirla alla francese.
La gente adesso si toglie la mascherina quando ancora deve finire di fare le scale che portano al piano superiore e le lancia in giro, tanto che -a meno che non siate me e non abbiate una collezione di mascherine lavabili dalle fantasie più disparate e utilizzate le mascherine chirurgiche- ci sono enormi possibilità che arriviate con la vostra e ve ne torniate a casa con quella di Rocky Balboa. O quella di Paige se preferite.
Tra una settimana al massimo immagino ci saranno i falò di mascherine nel piazzale davanti l'ingresso, più o meno come il falò di reggiseni di qualche decennio fa, a rivendicare il sacrosanto diritto di infettarsi come e quando ci pare.


Inizialmente, non erano ripresi neppure tutti i corsi, m a solo alcuni.
Adesso é ripreso più o meno tutto, con qualche piccola differenza rispetto a prima, ma tutto sommato il coronavirus sembra solo un lontanissimo ricordo (e non lo é, io lo so che questa cosa ci fregherà).
Alle solite attività io ho aggiunto anche la boxe (ormai passo il 90% del mio tempo libero in palestra, ma tant'é), non so manco cosa mi abbia spinto a farlo, però mi piace. 


Io, di mio, odio la mascherina.
La metto perché devo, ma mi alleno senza, anche perché probabilmente -conoscendomi- andrei in debito d'ossigeno per condizionamento psicologico da mascherina indossata, ma io mi tenevo alla larga dalle persone in palestra pure prima, quindi non faccio testo.
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