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mercoledì 19 novembre 2025

Non evidenti alterazioni neoplastiche residue

 7.11.2025 "Non evidenti alterazioni neoplastiche residue".


Ieri mattina, alle 12.10 circa, un signore che avrà avuto ottant'anni ha salutato tutti  dicendo "in bocca al lupo a tutti". Sorrideva. La sala d'attesa I -I di Imola- era piena di gente perché lì dalle 12 alle 13 si aspetta di parlare con l'oncologo per sapere i risultati dell'ultimo esame. Hanno risposto quasi tutti "Crepi", io non me lo ricordo se ho risposto perché ero la prossima e mi stavo cagando sotto. Ho pianto tutta la mattina, pure se nell'ultimo mese sono stata quasi sempre ottimista. 
L'Ifo -il cui nome completo é Ifo Istituto Nazionale Tumori Regina Elena- è un posto tremendo: é enorme, é un labirinto e ovunque ci sono scritte cose tipo "percorso oncologico", "terapia del dolore", "oncologico", "oncologico", e ancora "oncologico". Lo scrivono ovunque, come se uno potesse non pensare a dove si trova. Sono bravissimi, sono organizzatissimi, sono preparatissimi, però l'Ifo resta un posto bruttissimo.

Quando mi hanno vista la prima volta, mi hanno detto "domani ti operiamo, non si può aspettare". Era un giovedì, il giorno dopo al lavoro eravamo contati e io avevo detto che sarebbe stato un casino organizzarmi. Quando l'ho detto al mio capo, ovviamente, mi ha cazziata perché é ovvio che potevamo organizzarci visto che la salute viene prima di tutto. La verità è che erano le 18 e io -notoriamente ansiosa- non me la sentivo di tornare alle 8 del mattino del giorno dopo per essere operata perché mi stavo letteralmente cagan**o addosso. Abbiamo concordato per il lunedì, che era già borderline, ma mi piace pensare che il medico abbia capito la mia ansia.
E così sono stata operata una prima volta. Lì, vicino a dove dovevano aprirmi, ho un tatuaggio a cui tengo molto -é Bugs Bunny vestito da Drag Queen, un disegno che racchiude tutto il mio percorso universitario- e si, ho pensato che avrebbero potuto rovinarlo, ma non ho detto niente -e ci mancherebbe che avessi detto qualcosa- perché pazienza. Il medico, in sala operatoria, quando l'ha visto mi ha detto che era molto bello e che avrebbero fatto attenzione. So che é una cosa stupida, ma in questa piccolezza ci ho visto un sacco di umanità. 
Da quel giorno non so che é successo, sono stata risucchiata in un vortice:  mi hanno detto "neoplasia maligna a crescita anomala", poi hanno detto "chemioterapia" e "radioterapia", poi mi hanno dato un sacco di fogli da portare alla Asl per l'esenzione 048, "quella per i malati oncologici", poi "ti dobbiamo rioperare", poi la relazione per l'Inps.
Sono stati mesi complicati. Ho continuato a lavorare, tranne quando mi hanno operata, sono andata poco in palestra perché i due post operatori non me lo hanno permesso, ho mangiato gelato, ho pianto, non mi sono mai lamentata, ho cercato il lato positivo, ho prenotato viaggi, ho dato di matto, ho avuto l'ansia per qualsiasi cosa, ho fatto l'albero di Natale al lavoro, mi sono sentita sola, molto sola.
La verità è che quando ti dicono tumore ti caghi sotto, quando aggiungono "maligno" pensi che morirai nel giro di tre giorni. Oh si, ormai si cura tutto, ma pensi che morirai. Continui a vivere ma pensi che c'è sto coso cattivo che se ne sta andando in giro per il tuo corpo fottendosene del fatto che tu il tuo corpo l'hai trattato come un tempio. Hai paura di un sacco di cose, talmente tante che manco me le ricordo più.

E poi ieri l'oncologa ha detto "è tutto negativo". Sono pulita. PULITA. Non c'è più, hanno tolto tutto.
"Non evidenti alterazioni neoplastiche residue" é scritto nero su bianco sull'ultimo istologico. Quello precedente era una pietà.
"Potrebbe tornare, per i prossimi cinque anni devi fare i controlli ogni sei mesi". 
Ho sorriso, poi ho pianto. PULITA. Pulita é la parola a cui ho pensato tutto il giorno. Ho mangiato sushi, poi un bel gelato. Sono andata in palestra. La sera sono stata accoccolata sul divano con i miei cani, in una sensazione di pace che non provavo da molto tempo.

A chi c'é stato, grazie.
A chi non c'é stato, grazie anche a voi. Il Maligno mi ha insegnato a fare a meno di un sacco di cose.
Mi ha insegnato a lasciare perdere, a disinnescare, a fregarmene. Mi ha insegnato anche un sacco di altre cose, ma ci sarà tempo per raccontarle.



Ps. In foto il regalo che mi sono fatta per festeggiare. É un Maneki Neko e pare porti fortuna, speriamo sia vero.
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domenica 3 gennaio 2021

Da quando hanno chiuso le palestre: come e perché non mollare

Da quando hanno chiuso le palestre -l'ultimo giorno di apertura é stato il 26 Ottobre scorso- io non ho mai saltato un giorno di allenamento.
Mi sono allenata con il freddo, con l'umidità, con la pioggia, con il vento, all'alba, la sera, al parco, per strada, al mare. Ovunque, in qualsiasi condizione climatica.
Sono stata ferma, se vogliamo essere precisi, soltanto la settimana di sintomi da covid perché materialmente non riuscivo neanche ad alzarmi dal divano, né a mangiare. Man mano che i sintomi sono passati, ho ripreso gradualmente ad allenarmi, inizialmente a casa -finché ovviamente non é terminata la quarantena- e poi di nuovo fuori, all'aperto. 
Il primo giorno di allenamento all'aperto post quarantena, nonostante il fiato corto, credo di avere raggiunto picchi di felicità altissimi.
Non mi piace allenarmi in casa, da sola, con i cani che mi molestano ed è per questo che, nonostante tutto, preferisco allenarmi all'aperto.

Facciamo però un passo indietro: che le palestre avrebbero chiuso era, almeno per me, una certezza sin da quando era stato detto che veniva concessa un'altra settimana di apertura e poi si sarebbe deciso.
Venerdì 23 Ottobre, terminata una bellissima classe di crossfit, ho voluto scattare qualche foto con le mie fedelissime compagne di allenamento -Giulia ed Arianna- perché ero convinta che quella sarebbe stata l'ultima classe per un bel pezzo.
Il giorno dopo, sabato 24 Ottobre, sono andata in palestra -con Giulia, ma senza Arianna che lavorava- a fare i massimali. Pioveva, esattamente come oggi e, guardando fuori dalla vetrata del box, mi è presa la tristezza.
Il giorno dopo hanno confermato la chiusura delle palestre fino a data da destinarsi. Palestre che, ad oggi, sono ancora chiuse e che chissà quando riapriranno.
Lunedì 26 Ottobre ero ad allenarmi al parco con Giulia, Arianna e Valentina. 
Quando al parco ha iniziato a fare troppo freddo o non si riusciva ad allenarsi la mattina, ci siamo spostati sotto i portici dell'Eur.
In un'occasione, nonostante non stessimo facendo nulla di male, i guardiani di alcuni uffici pubblici hanno chiamato la polizia che, per la cronaca, ha detto che potevamo restare perché non sussisteva alcun reato come sostenevano i solerti guardiani (di uno degli enti che funziona peggio in Italia per altro, ma questa è solo una piccolissima polemica sterile).


"Ma come ti va?" é ovviamente la domanda che mi sono sentita rivolgere più spesso.
Ora, sarei falsa ed ipocrita se dicessi che mi va sempre. 
Ci sono volte che non mi va, che piuttosto che fare 50 burpees sul lercissimo pavimento di fronte Old Wild West dell'Eur mi farei tagliare un braccio o una gamba o qualsiasi altra parte possa essere anche solo lontanamente coinvolta nell'esecuzione di un burpee.
Credo sia questione di abitudine da una parte e di necessità dall'altra.
Io sento il bisogno di allenarmi, come più o meno chiunque sia abituato ad andare in palestra ogni santo giorno sparandosi minimo due ore di allenamento, e se non lo faccio poi sto male. 
No, non parlo di sensi di colpa perché ingrasserò, rotolerò o cose così, parlo proprio di un'esigenza fisica.
E poi sono abituata a farlo, qualche giorno fa, durante una classe di funzionale molesto, una ragazza ha detto che stava andando avanti in automatico ed é vero, ci sono giorni in cui è l'inerzia che spinge a fare i burpees di cui sopra e non solo, ma pare che i burpees siano il capro espiatorio di ogni cosa: burpees che a me, per la cronaca, piacciono moltissimo.
Inoltre, tenete in considerazione che, oltre alle amiche della palestra (inteso come conosciute in palestra, non é che se le incontro per strada fingo di non conoscerle) di cui sopra, ci sono le mie amiche di sempre con cui abbiamo fondato un club motivazionale senza uguali: se una non ha voglia, arriva un'altra a motivarla (l'altra che arriva a motivare non sono praticamente mai io). Conosco Claudia, Valeria e Nadia da sempre ed é curioso come due di noi siano a Roma, le altre due a Palermo, ma tutt'e quattro abbiamo questo amore -chiamiamolo così- per la palestra. Io, ovviamente, sono la più cafona tra le quattro.

Ho dovuto cambiare un sacco di cose e adattarmi ad altre cose: pensare di poter fare le stesse cose che facevo in palestra é ovviamente impensabile.
In primis, ho dovuto comprare maglie termiche come se piovesse, adesso ho più maglie termiche che jeans. Tutte uguali, praticamente tutte dello stesso colore che presumo -quando prima o poi tutto questo sarà finito- mi darò in faccia.
Ho anche iniziato ad usare i guanti, io che sono sempre stata una fautrice dei calli, se non altro perché le mie nobili mani non le poggio sul marciapiede lercio manco dopo morta E comunque si, l'ho fatto (di non usare i guanti un paio di volte intendo) e poi mi faceva schifo toccare il volante della macchina per tornare a casa, visto che le mani erano nero nero fuliggine manco di mestiere facessi lo spazzacamino.
Allenarsi all'aperto comporta anche un tipo diverso di respirazione a cui bisogna abituarsi e un adattamento al terreno che no, non é neanche lontanamente paragonabile al gommato della palestra.
Ho cambiato tipologia di allenamento: se prima non saltavo una classe di crossfit e avevo una predilezione per i pesi pesanti, termine che mi piace tantissimo, adesso ho dovuto fare ciao ciao con la manina a pesi pesanti e massimali, visto che il massimo che sono riuscita ad avere, in termini di ghisa, sono circa trenta chili che sono utili, utilissimi, ma nulla a che vedere con i pesi che utilizzavo prima (e che chissà se sarò ancora in grado di utilizzare).  Ho imparato cose nuove, mi sono soffermata sulla mobilità, ho stabilizzato cose a cui davo poca importanza o per le quali non avevo tempo. sto facendo tanto corpo libero, sto migliorando su cose che mai avrei pensato di migliorare.
Da due mesi a questa parte, per altro, non ho praticamente più avuto lividi, escoriazioni, dolori di varia natura e via dicendo, il che mi viene da pensare che sia una cosa positiva. Non mi sono neanche più data attrezzi in faccia, in questo caso nel vero senso della parola (qualche mese fa, mi sono data un bilanciere  carico in faccia e ha fatto male, molto male, sento ancora il sapore del sangue in bocca se ci penso).
Ho cambiato obiettivi, non sul lungo termine ovviamente: se prima l'obiettivo era aumentare sempre e comunque, adesso è diventato mantenere e perfezionare. No, non é la stessa cosa. Si, mantenere è più difficile che aumentare. 
Nell'ultimo anno ho perso sette chili senza volerlo perché è così che funziona: controllando l'alimentazione (che non significa fare la fame, significa bilanciare i macro, poi le calorie sono soggettive) e allenandosi tanto succede. Tuttavia devo fare presente una cosa: ho la galleria del cellulare piena di foto che servono a me per rendermi conto dei cambiamenti che faccio (ma che in piccola parte ho pubblicato qua e là sui miei social). Cambiando obiettivi, ovviamente è cambiato anche il fisico, seppur siano passati solo due mesi. Se in meglio o in peggio non lo so, l'obiettivo fisico ormai è secondario, ma oggettivamente è cambiato e questa é una cosa che bisogna tenere in considerazione.

Come e perché non mollare e continuare ad allenarsi?
Se non si è capito da quello che ho scritto prima, lo spiego in due parole.
Come? Cambiando obiettivi e allenamento, se la situazione attuale non permette di continuare lo stesso tipo di allenamento di prima. Possibilmente con un coach -o istruttore che dir si voglia- che vi segue. Io il mio coach non smetterò mai di ringraziarlo, se non altro per avermi aiutato in questi due mesi a superare paure che mi facevano dire "io questo non lo farò mai" relativamente a cose che poi effettivamente ho fatto, anche con parecchia soddisfazione.
Se state pensando che siete impegnatissimi e non avete il tempo, sappiate che io lavoro nove ore al giorno, ultimamente sei giorni su sette e non più cinque su sette, che ho una casa e una famiglia e in questo momento un sacco di cose a cui pensare (vedi post precedente), eppure continuo ad allenarmi. E fidatevi che non sono Wonder Woman e me ne guardo bene dal diventarlo.
Ho persino le unghie lunghe e curate, quindi immaginate (in riferimento ad una tizia che mi disse che se hai le unghie curate non puoi allenarti con i pesi, cosa che non capirò mai, ma tant'è).
Perché? A meno che non abbiate vent'anni, se vi fermate per un mesi, poi riprendere sarà difficilissimo, oltre al fatto che -e questo vale a qualsiasi età- stare fermi è tempo perso, un po' come quelli che dicono che vogliono il culo sodo e la pancia piatta e poi stanno sul divano pensando che tanto è un obiettivo così lontano che non vale la pena, quando basterebbe solo iniziare e poi il resto viene da se.
Ma anche perché, in questo periodo un po' così, aiuta a staccare la spina. Mi è capitato spesso di essere triste o arrabbiata e di riprendermi completamente dopo un'ora di allenamento fatto bene.

Io voglio tornare in palestra, sia chiaro.
Non vedo l'ora di varcare la soglia, di abbracciare un bilanciere olimpico, di farmi la doccia in palestra, di uscire da lì con i capelli bagnati in pieno inverno sperando di non rimanerci secca.
Tanta gente che conosco ha detto che in palestra non ci vuole più tornare, che preferisce questa tipologia di allenamenti all'aperto che fanno aumentare la socialità tra persone (questo é vero, lo confermo), ma io no. Io voglio la palestra, senza se e senza ma.
Ho smesso di scherzare sull'argomento perché mi sono resa conto che non è sicuramente tra le priorità, nonostante al di là di chi -come me- in palestra ci va solo per allenarsi, c'é tanta gente che in palestra ci lavora, che ne è proprietaria e via dicendo e che rientra in quelle categorie a cui si sono chiesti e chiedono sacrifici su sacrifici senza dare una certezza che sia una.

Questo post lo dedico a tutte le persone menzionate in questo post: Giulia, Arianna, Valentina, Nadia, Valeria e Claudia (ultima nell'elenco, ma prima nel cuore, lo preciso se no si arrabbia), ma anche a tutti quelli che -in questi due mesi e un pezzettino- hanno condiviso con me allenamenti, freddo, pioggia, gioie e dolori.

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domenica 15 novembre 2020

Il covid non risparmia nessuno (ma proprio nessuno nessuno)

Una settimana fa ero al lavoro a prendere monitor, pc e un sacco di altre cose che mi sarebbero servite per iniziare a lavorare da casa. Una scelta un po' affrettata e non senza difficoltà, dovuta ai sempre più numerosi contagi da covid.
Stavo bene, benissimo: saltellavo e ridevo come sempre.
Quella stessa notte avevo la febbre, che non scendeva manco con le bombe e dolori ossei pazzeschi.
È iniziata così la mia avventura con il covid.
La mattina dopo ho avvisato il mio responsabile e il mio medico di base, con la febbre che non scendeva, i dolori che aumentavano, un mal di testa feroce, gli occhi che mi bruciavano.
Alle 16 ero in fila al drive in di Fiumicino per fare il tampone.
Ho scelto di andare a Fiumicino perché é l'unico drive in in cui non é necessario prenotare, basta fare la fila. Avevo pensato di andare privatamente, ma tutti i laboratori che ho chiamato avevano dei tempi d'attesa troppo lunghi, quanto meno per me che fino al giorno prima ero al lavoro e avevo necessità di sapere se ero o no positiva.
Il tampone rapido é risultato positivo e io ho pianto. Sono scoppiata a piangere perché non ci potevo credere, ho chiamato mia madre e ho rifatto la fila -stavolta più breve- per  fare il tampone di conferma.
Alla fine della fiera, non solo ero positiva, ma pure con una carica virale altissima.
Tornata a casa ho fatto mente locale e ho avvisato tutti quelli che potevano essere entrati in contatto con me, che erano stati negli stessi posti dove ero stata io. 

Da lì sono iniziati quattro giorni bruttissimi perché no, no e ancora no: il covid non é un'influenza
E ve lo dice una che l'influenza ce l'ha tutti gli anni, più volte l'anno.
Dolori così brutti io non li ho mai avuti e non ho neanche mai avuto bisogno di stare attaccata al saturimetro con il medico che mi chiedeva i parametri ogni mezzora dicendomi che se la saturazione fosse scesa ancora avrebbe chiesto il ricovero.
Per quattro giorni non ho avuto nemmeno la forza di spostarmi dal divano al letto e soprattutto mai nella vita io ho smesso di avere fame, eppure stavolta io non ho mangiato. Mi sono sforzata, perché così mi é stato detto di fare, ma non ci sono riuscita.
Da ieri sto meglio, la saturazione é buona, io ho di nuovo fame e piano piano sto ricominciando ad avere forza. Nulla a che vedere con la forza che ho di solito, eh.
Ripetete con me: il covid esiste e non é un'influenza

Come me lo sono presa? Ad oggi non lo so, non ne ho idea e forse, a questo punto, non lo voglio nemmeno sapere.
Ormai da un po', le mie giornate erano allenamento la mattina presto e lavoro il resto della giornata.
Avevo scelto di non vedere praticamente nessuno, tanto gli amici non scappano e di non fare praticamente più nulla.
Ho sempre portato la mascherina, rispettato la distanza, mi sono lavata e disinfettata fino allo sfinimento,  non prendevo manco più l'ascensore a casa perché non si sa mai, eppure questo non mi ha evitato di contagiarmi e di passare una settimana più o meno di merda.
Sono una che adora abbracciare, che adora il contatto fisico, eppure mi sono trovata ad abbracciare soltanto i cani perché era giusto così.
Non prendo mezzi pubblici, non sono entrata in bar e ristoranti, la palestra é chiusa, quando mi alleno mi tengo a distanza dalle mie compagne di allenamento (che, per la cronaca, sono risultate negative al tampone).
Tutte queste accortezze non sono bastate.
Tra qualche giorno dovrò fare il molecolare di controllo e, se sarà negativo, potrò tornare alla mia vita che, a quel punto, sarà fatta solo di allenamenti a debita distanza e smart working visto che al lavoro per il momento non tornerò (e chissà quando potrò tornarci).


Sono allenata, ho un fisico forte fatto quasi totalmente da massa magra, la mia unica patologia sono le allergie alimentari, non ho ad oggi altri problemi, eppure questo non mi ha risparmiata.
La mia fortuna é stata quella di non avere avuto complicazioni e di non essere finita in ospedale intubata.
Trovo una grande fortuna anche quella di avere avuto vicino -tramite cellulare- tante persone che mi vogliono bene e che mi hanno regalato sorrisi e amore anche a distanza e una madre che ha cercato di starmi il più vicino possibile anche a distanza e che, fidatevi, ha passato dei momenti abbastanza brutti sapendo che stavo male.

Se mi avessero detto che mi sarei contagiata non ci avrei mai creduto, ma nessuno é immune. Nessuno. E dico sul serio, eh

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lunedì 24 agosto 2020

Dieta: come si fa e come non si fa

Conosco più persone in dieta ipocalorica o in regime di alimentazione controllata che non persone che se ne fregano e mangiano quello che gli va, quando gli va.

Io sono stata a dieta, seguita da una dietologa e ho perso 22 chili.
Quando andai da lei, mi disse esattamente a che peso sarei arrivata. O meglio, a che peso sarei potuta arrivare se avessi seguito le sue indicazioni.
Ai tempi, quello che lei aveva messo come obiettivo mi sembrava un peso eccessivo, io volevo perdere più chili di quelli che diceva lei. 
Adesso, con il senno di poi, vi dico che aveva ragione.
Ho perso 22 chili in otto mesi circa, gli ultimi quattro sono stati i più lunghi da perdere, e non ho mai ripreso un etto. 
Ho aumentato il metabolismo in modo esponenziale e difatti mangio il mio e anche il vostro, questo non é un segreto.
Ho ridotto notevolmente la massa grassa, a favore della massa magra.
Ho quasi del tutto eliminato la cellulite che però, ad un certo punto, mi é tornata (per cause di forza maggiore che spero non vi riguardino mai). Mi sono rimessa sotto per eliminarla di nuovo e, oggettivamente, se guardo le foto di due mesi fa e quelle di oggi la differenza é notevole.
Non ho mai sofferto la fame (qui per saperne di più).
Ho studiato, mi sono informata, ho chiesto perché io di diete, metabolismo, massa magra e massa grassa non ne sapevo un tubo, ma non posso comunque sostituirmi ad un professionista.
E no, non voglio vendervi niente, ho un'avversione totale per i bibitoni dimagranti e comunque di lavoro faccio altro.


Voglio sfatare miti, spiegare cose (che a me sono state spiegate, eh), rompere le palle.
Quindi ecco, cominciamo con l'elenco delle cose da fare, da non fare se si vuole perdere peso e possibilmente non lo si vuole riprendere:
  • Rivolgersi ad un professionista é cosa buona e giusta: per me é stata la prima cosa. Non é una regola, non é obbligatorio, ma é molto utile perché si pensano di sapere tante cose che invece non si sanno e si corre il rischio di fare danni seri. Io ho scelto un medico dietologo perché con i nutrizionisti che avevo contattato prima di trovare lei mi ero trovata malissimo (qui vi fate un'idea del livello di follia con cui mi ero scontrata).
  • Pensare che i carboidrati siano il male assoluto é una minchiata: i carboidrati, semplici e complessi, sono necessari per una dieta, considerato che servono per avere energia. Allo stesso modo sono indispensabili i grassi -quelli buoni- che però, per motivi che ancora oggi non riesco a spiegarmi, non sono demonizzati come i carboidrati complessi. Praticamente ho visto più gente temere un piatto di pasta che non la terapia intensiva di un ospedale (ogni riferimento a fatti, cose o persone é puramente casuale). Esistono comunque le diete praticamente prive di carboidrati, tipo la chetogenica, che si fa sotto stretto controllo medico (no, non ve la potete gestire da soli) e per un periodo limitato con un inserimento graduale e controllato, sempre da parte del medico, dei carboidrati. Se togliete a caso i carboidrati per due mesi pensando di perdere dodici chili ogni sette giorni, sappiate che forse effettivamente perderete quei chili, ma poi li riprenderete con gli interessi e, a quel punto, tanto vale lasciare perdere di tutto principio, no?
  • Non si demonizza il cibo: una dieta ipocalorica deve essere sostenibile nel tempo. Carboidrati a parte, non si può vivere mangiando per mesi o addirittura anni petto di pollo e insalata. Bisogna mangiare anche un gelato, piuttosto che una fetta di torta o la lasagna: é solo necessario che alimenti non esattamente "puliti" siano inseriti in modo sensato all'interno di un piano alimentare. Se togliete tutte le schifezze -che poi eh, secondo me é più genuina la lasagna di mia suocera che non il petto di tacchino confezionato- arriverà il giorno, neanche dopo troppo tempo, che manderete a fanculo la dieta e mangerete anche il frigorifero. No, non intendo il contenuto, intendo proprio l'elettrodomestico. Vi basta pensare che per i soggetti gravemente allergici come me (qui vi fate un'idea) esiste la desensibilizzazione per cercare di reinserire quegli alimenti che danno gravi reazioni (parliamo di shock anafilattici che portano alla morte, non di calorie che portano grasso, fatevi due conti) perché eliminare alimenti è comunque una cosa innaturale, necessaria solo se si ha un sistema immunitario imbecille (come nel mio caso) e, anche quando é necessaria, non ci si da mai per vinti e si cercano terapie -appunto la desensibilizzazione- per poter reinserire quei cibi. Nel mio caso, la desensibilizzazione é fallita, qualora ve lo stiate chiedendo.
  • Il pasto libero non é il demonio: qualsiasi dieta prevede uno o più pasti liberi. Quando chiesi alla mia dietologa come dovevo gestirlo mi disse semplicemente di mangiare quello di cui avevo voglia, senza pensarci e così ho fatto. Uno dei primi pasti liberi che feci fu al Mc Donald's, proprio io che non ho mai avuto la fissa dei fast food, seguito da un maritozzo con la panna grande quanto la mia faccia. Ne avevo voglia e non mi ero fatta tanti problemi. Con il senno do poi, ho imparato che rinunciare a qualsiasi cosa, pure quelle che bene di sicuro non fanno, non va bene. Concedersi lo sfizio, il cosiddetto pasto libero (odio il termine sgarro, che ha un'accezione negativa, quindi non lo userò mai) fa bene al cuore e insegna a gestirsi. Non va visto come un premio anche perché non é che ad ogni chilo perso ti danno una medaglia, ma va inserito all'interno di un piano alimentare in modo intelligente, altrimenti ciao deficit calorico.
  • Le diete non si passano da una persona all'altra come le canne: ogni organismo é diverso, ha esigenze diverse. Io stessa non potrei più seguire la prima dieta che mi fece la mia dietologa perché non va più bene. Vi basta sapere che la mia dieta é stata modificata -nelle calorie, nella divisione di macro e micronutrienti, nella gestione dei pasti liberi e via dicendo- ogni quattro settimane circa, che poi sono diventate cinque. Ancora adesso, in base ad esigenze specifiche, viene modificata. La mia dieta, per la cronaca, me l'hanno chiesta decine e decine di persone perché permette di mangiare tutto e ha calorie molto alte, ma ecco: va bene per me, non per voi e io, al massimo, posso darvi il numero di telefono della mia amata dietologa (e no, non prendo percentuali sui pazienti che le mando, se così fosse a quest'ora sarei milionaria).
  • Il peso é solo un numero: e attenzione, non dico che non sia importante, ma non é tutto. Dieci anni fa avevo più o meno lo stesso peso che ho oggi, solo che oggi ho due taglie in meno di allora perché ho sostituito la massa grassa con la massa magra. Tre mesi fa avevo quattro chili in meno di oggi e il doppio della cellulite, oltre al fatto che se vedeste due foto a confronto c'è una enorme differenza. È più utile, soprattutto quando si raggiunge il normopeso, misurarsi con un metro da sarta che non pesarsi in modo maniacale e compulsivo, contando i grammi. Tenete a mente che le oscillazioni di peso sono normali, tra pasti liberi, ciclo mestruale per le donne, doms e un milione di altre cose.
  • Se non dimagrite mangiando solo una fetta di prosciutto al giorno non é che siete in stallo, é che qualcosa non va: la storia insegna che quando non si mangia -e non si mangia davvero- si perde peso eccome, per altro in un modo assolutamente non sano. Se si mangia a pranzo una fetta di prosciutto e un pomodoro in ventidue litri di olio, non dimagrite perché l'olio é una delle cose più caloriche del mondo (ma va mangiato, é uno dei migliori grassi esistenti) e no, se non lo conteggiate non vuole dire che non esiste. Se mangiate ogni giorno una fetta di prosciutto e un pomodoro e il week-end mangiate come se non esistesse un domani, compreso il vicino di casa, i suoi figli e pure il suo cane non va bene. Bisogna mantenere il deficit calorico, che é soggettivo e non é giornaliero, il corpo ragiona sul lungo periodo e non sa che a mezzanotte é un nuovo giorno, oltre al fatto che cose che pensate che non abbiano calorie in realtà le hanno eccome (vedi olio, conosco tantissime persone che se lo bevono al posto dell'acqua e poi non si spiegano i 97 chili di sovrappeso). In ogni caso, ecco perché un professionista -soprattutto all'inizio- é cosa buona e giusta.
  • Per dimagrire non serve solo la palestra: per dimagrire serve il deficit calorico, non bisogna stare sotto al metabolismo basale, ma nemmeno sopra il fabbisogno. Aggiungere l'attività fisica aiuta ad aumentare il fabbisogno e tenete comunque a mente che un chilo di muscolo occupa meno spazio di un chilo di grasso e il muscolo si crea in palestra, non sul divano. Camminare, salire e scendere le scale a piedi sono inoltre un di più. In ogni caso, io la palestra la consiglio perché a me piace e anche tanto, ma non ritengo necessario demonizzare chi schifa ogni tipo di attività fisica, non siamo tutti uguali, non a tutti piacciono le stesse cose e non tutti abbiamo le stesse capacità (tipo io se mi metto a fare zumba mi slogo sicuramente una caviglia entro i primi sette minuti, ma riesco a maneggiare un bilanciere senza problemi).
  • Imparare a conoscere i propri limiti: se decidete di iscrivervi in palestra, sappiate che tutti abbiamo dei limiti, che possono essere superati, ma per i quali serve tempo. Io stessa, praticamente ieri, in palestra mi sono spaccata (qui per saperne di più) perché non ho dato retta al mio corpo e ne ho pagato le conseguenze. Ho ripreso ad allenarmi come si deve la scorsa settimana e tra cinque chili in più e cinque in meno sul bilanciere, continuo a sceglierne cinque in meno perché non voglio farmi male. Qualche giorno fa, l'istruttore in palestra ha detto che non gli era mai capitato di avere davanti solo persone che eseguivano correttamente un determinato esercizio: gli abbiamo fatto notare che in pieno Agosto in palestra ci sono solo quelli che ce l'hanno come missione di vita, gli altri arrivano a Settembre e lì si inizierà a vedere gente farsi male e poi abbandonare perché un corpo non allenato non può fare quello che fa un corpo allenato e, vi dirò di più, per quanto uno sia allenato ci vogliono mesi e mesi per riuscire a fare determinate cose. Io, per fare una verticale, ci ho messo anni quindi figuriamoci, e comunque ho ancora un po' paura e la faccio solo se c'è qualcuno accanto a me.
  • La fretta non serve: mi sono iscritta in palestra tre anni fa, mi sono messa a dieta due anni e mezzo fa circa, solo adesso ho iniziato a lavorare sulla massa muscolare e ho una strada talmente lunga da percorrere che non vedo la fine (e, onestamente, non credo neanche che ci sia la fine). A me interessava si perdere peso, ma mi interessava soprattutto non riprenderlo e per tantissimo tempo mi sono concentrata su quello.
  • Proteine, aminoacidi e simili: da non confondere con gli inutili bibitoni dimagranti che non servono. Le proteine (sotto forma di polvere, pudding, creme, barrette e chi più ne ha più ne metta) servono se ne avete bisogno, se non raggiungete la quota proteica giornaliera, utilissime dopo l'allenamento, ma non si prendono perché fa figo. Se ve lo state chiedendo si, io integro le proteine: non sempre, dipende da un sacco di cose. E, sempre se ve lo state chiedendo, ho valutato -e sto valutando- gli aminoacidi essenziali. In entrambi i casi non ho fatto e non farò mai di testa mia perché io di lavoro faccio palinsesti e non altro, ve l'ho detto. Esiste anche dell'altro, ma ecco: di steroidi e anabolizzanti dubito ve ne parlerò mai perché sono profondamente contraria.

Per il resto, sappiate che: io non sono un medico, né un'agonista.
Questo post nasce dalla marea di stronzate che leggo e sento ogni giorno su dieta, palestra e stile di vita sano. Ieri, poi, una tizia mi ha detto che per perdere peso bisogna mangiare carote, uova e petto di pollo e che il gelato é il male. La sera, difatti, ho mangiato il gelato al caramello al burro salato e stamattina non solo non avevo preso un grammo, ma non penso di avere mai avuto la pancia più piatta di così.
Quello che ho imparato, l'ho imparato sulla mia pelle, chiedendo, informandomi, sbattendoci la testa.
Oggi ho il corpo per cui due anni fa avrei firmato con il sangue, ma che ovviamente non mi basta più perché quando vedi cambiamenti giorno dopo giorno, non riesci a smettere. E va bene così, se lo si fa in modo sano e sensato.
Ho comunque imparato soprattutto ad amarmi, anche se ho ancora della ciccia sui fianchi e anche se un giorno ho gli addominali in bella vista e il giorno dopo, al posto degli addominali, ho il gelato che ho mangiato nel 1996 per festeggiare la fine della scuola elementare. A proposito di diete, di amarsi e amenità simili, leggete questo che é un post che mi piace.


Le foto pre e post allenamenti, con la faccia da smorfiosa le pubblico sulle storie Instagram (mi trovate qui), idem le foto di quello che mangio, quindi -se volete- le trovate lì.

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giovedì 9 luglio 2020

Storia di un (terribile) post-operatorio

Quando sono uscita dall'ospedale dopo il secondo intervento, il giorno prima del mio compleanno, ero completamente distrutta. 
O meglio: il mio corpo era completamente distrutto, non aveva retto alla seconda lunga anestesia totale in quaranta giorni ed era completamente devastato da dosi massicce di cortisone e antibiotico.
Sono uscita, promettendo ai medici di tornare se qualcosa fosse andato storto, con la febbre, incapace a reggermi sulle mie stesse gambe.
Che questa seconda volta la botta era stata forte era stato palese sin dalla sala risvegli: sentivo l'infermiera che chiedeva come mai non mi risvegliavo, ma non avevo la forza di rispondere, di aprire gli occhi, di fare qualsiasi cosa.
Mi avevano poi portata in camera e, a differenza della prima volta, mi avevano impedito di alzarmi -anche solo per fare pipì- e mi avevano sempre tenuta sotto flebo. Continuavo a chiamare gli infermieri -avevo l'affare da suonare per farli venire sul cuscino- e mi sentivo tremendamente in colpa perché sono abituata a fare tutto da me. Avevo praticamente sempre dormito, mi ero svegliata solo per mangiare dei tristissimi finocchi bolliti che mi erano comunque sembrati buonissimi.
Tornata a casa, era stato anche peggio: non riuscivo a muovermi, ero stanca e soprattutto ero gonfia.
Avevo nel frattempo perso due chili -e no, non é una buona cosa, fidatevi- e non vedevo più i muscoli definiti. Ho un a foto del mio compleanno, che adoro, in cui sono morbida. Non grassa, ma morbida, il che volendo è anche peggio. Mi é venuta -o meglio tornata, dopo anni che non la vedevo- la cellulite.
Ero sempre stanca e mi hanno dato un milione di integratori.
Ha iniziato a farmi male il fegato, cosa che -in effetti- dopo due mesi a base di cortisone e antibiotico era anche prevedibile. Mi hanno dato altra roba per depurare il fegato.
Non mi hanno tolto i punti quando avrebbero dovuto perché la ferita era talmente infiammata che non mi poteva toccare, d'altronde avevano riaperto lo stesso punto per la seconda volta a distanza di pochissimo.
Mi faceva male la faccia e mi faceva schifo la crema al silicone che dovevo mettere sulla cicatrice.
Mi sembrava che non avrei mai smesso di andare in ospedale a fare i controlli, visto che doveva sempre essere l'ultimo e poi mi dicevano di tornare.
Guardavo le foto scattate dopo il primo intervento, durante il primo mese di lockdown, e pensavo che quei bicipiti e quell'addome non li avrei avuti mai più. Ho una galleria piena di foto post allenamento, mi servono per fare i confronti. Ce n'é una -che non é oggettivamente pubblicabile- in cui volevo ho bicipiti e tricipiti bellissimi e un'altra in cui addome e quadricipiti mi piacciono parecchio. Ecco, le guardavo e pensavo che quella forma me la potevo dimenticare per sempre.
Per la prima volta in vita mia da anni, non avevo il semipermanente alle mani e i capelli erano troppo lunghi e mi davano fastidio, io sono abituata a portarli a caschetto ormai da un pezzo e appena sfiorano il collo devo tagliarli e di corsa anche.
Eppure ero felice e, in quel momento, non capivo perché.

Poi hanno riaperto le palestre e, il primo giorno, ero lì in anticipo di un'ora rispetto all'orario di ingresso che avevo prenotato e pensavo -lo pensavo sinceramente- che dopo due interventi in anestesia totale e tutti quei farmaci potevo riprendere lì da dove avevo lasciato: quel primo giorno mi sono sparata le mie tre ore in palestra, contenta di avere ritrovato quello che avevo lasciato, persone comprese. Avrei voluto abbracciarli tutti. Ero contenta persino dei doms.
Poi mi sono fatta male alla schiena. È passato quasi subito.
Poi mi sono fatta male ad una spalla, anzi mi sono fatta male al capolungo del bicipite, che non sapevo manco cosa fosse.
Mi hanno detto di rallentare, di fare cardio, di fare gambe, ma di non allenare spalle e braccia.
Ho strillato come un'aquila per il dolore, ma in palestra ci sono andata lo stesso.
E un giorno non sono riuscita a caricarmi il bilancere sulle spalle perché non avevo la forza di tirarlo su.
Niente braccia, niente spalle e manco la forza di fare le gambe.
Mi hanno detto che non potevo pensare di riprendere da dove avevo lasciato, non dopo il lockdown e non dopo tutto il resto, che avrei continuato a farmi male. In effetti, mi sono fatta male anche all'inguine.
Poi ho pensato che se non ne ho, non ne ho, non ci posso fare niente.
Ho pensato ad un articolo della Gazzetta dello Sport che ho appeso in cucina sei anni fa e che titola "Ora so cosa é la fatica:" Vanessa aveva appena vinto un oro agli Europei, dopo sette anni, e aveva detto che quella vittoria aveva un sapore diverso perché "ora so cosa é la fatica". E ho pensato che pure io avevo capito cosa é la fatica perché ho iniziato a farne tanta.
Non sono più entrata al box di crossfit, ho messo tutte le mie forze sul grid con gli esercizi modificati dagli istruttori per non fare lavorare le spalle e le braccia. Sono passata da tre ore a un'ora a mezza e ho proprio detto :"col cazzo che mollo".


Nel frattempo, Giorgia -eravamo compagne alle elementari, quindi mi conosce da una vita- una sera mi ha detto che ero in splendida forma. 
Linda mi ha detto che sono tornata quella di prima, lei mi conosce da sette anni, non da ieri, eh. 
Poi piano piano, hanno iniziato a dirmelo più o meno tutti: amici, madre, colleghi.
E sono arrivata alla conclusione che essere splendida non dipendeva dalla circonferenza dal bicipite e manco dalla tartaruga addominale. Ho ricominciato a sorridere, ad essere felice, ad essere un'inguaribile cazzona, ma anche quella che risolve problemi, suoi e degli altri, sempre sorridendo.
Ci ho messo una quarantena, due interventi, però insieme a due chili che avevo perso ho ripreso anche quel sorrisone che ho sempre avuto.
E stasera, giusto per gradire, ho saltato un metro. Ma non lo faccio più che come minimo mi rompo una gamba e, col gesso, ho già dato e tra una settimana mi aspettano le tanto attese vacanze.
Ho comprato tre elastici da portarmi dietro, ho detto che in palestra non ci entrerò per tutta la durata delle vacanze, pazienza se al mio rientro i doms mi uccideranno. Ho detto anche che nuoterà e mi tufferò, ma mangerò che le proteine in polvere, i fiocchi d'avena per fare il porridge e lo Skyr sono buonissimi, ma ho bisogno di arancine, pane e crocché, gelo di mellone e brioche col gelato.
E, qualora ve lo stiate chiedendo, l'ho capito perché sono così felice. Oh, se l'ho capito.


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sabato 27 giugno 2020

L'allergia LTP, a parole mie

A 14 anni mi hanno detto che non avrei più potuto mangiare determinate cose, altrimenti sarei morta. Me lo hanno detto dopo un'anafilassi, la prima di una lunga serie.
A 15 anni mi sono resa conto che dovevo lavare tutto, che nessuno poteva toccarmi se non era sicuro che non fosse entrato in contatto con alcuni alimenti (figuriamoci se ne era sicuro).
A 16 anni sono stata intubata la prima volta, dopo aver sperimentato cosa vuol dire quando l'aria non passa e i polmoni stanno per collassare.
A 17 anni ho dovuto smettere di fare sport perché lo sforzo fisico innescava reazione anafilattica.
A 19 anni ho scoperto le contaminazioni: tutto, se contaminato, avrebbe potuto uccidermi.
A 20 anni ho scoperto che alle mie allergie piace cambiare, come le scale di Harry Potter, o -per meglio dire- aumentare. L'ho scoperto dopo essere stata intubata e aver ripreso conoscenza dopo 4 giorni.
Da lì in poi, ogni tot. ho dovuto eliminare cose che fino al giorno prima potevo mangiare, sempre in seguito a reazioni anafilattiche.
Ho dovuto portare per mesi guanti e mascherina. Ho pianto. Mi sono chiesta perché proprio a me.
A 21 anni, quando sono andata a vivere da sola, ho scoperto che per tre mesi l'anno non posso andare al supermercato perché ci sono le pesche che mi causano reazioni anafilattiche da inalazione, quindi niente spesa quando mi pare.
Man mano, ho scoperto che non posso andare dove mi pare quando mi pare: niente laghetto coi ciliegi in fiore, niente giardini di aranci, niente ristoranti che non siano sicuri (e non avete idea di quanto sia uno sbattimento accertarsene) e potrei continuare all'infinito.
A 26 anni ho scoperto che non potevo più fare il lavoro che amo, quanto meno in quell'azienda, perché non mi davano l'idoneità a fare le notti (non c'è nessuno, i corridoi sono lunghi, potresti morire mentre vai in bagno) e quindi ciao ciao appena è scaduto il contratto.
A 28 anni ho scoperto che sarei solo peggiorata nel corso del tempo, che ho un sistema immunitario che fa acqua da tutte le parti e ho dovuto trascorrere diversi mesi chiusa in casa per una serie di complicazioni.
A 32 anni ho trovato colleghi che mangiano arance in bagno per non contaminarmi l'ufficio perché mettere a rischio i più "deboli" è follia pura.
I miei genitori non mangiano quello che mi uccide, tutti gli uomini che ho avuto a fianco idem. Per evitare di uccidermi. Rinunciano loro per permettere a me di non rischiare più di quanto già non rischi.


Lavo le mani ogni trenta secondi, pulisco e disinfetto tutto perché non si sa chi ha toccato cosa, ma vado ovunque, non mi ferma nessuno.
Ho un rapporto col il cibo molto complesso, ma mangio eccome, il mio e anche il vostro.
Faccio tanta, ma tanta attività fisica perché -ad un certo punto- la quadra l'abbiamo trovata (non io, ma l'allergologo ovviamente) e io sognavo la pancia piatta e scolpita e il culo sodo.
Questi 19 anni sono stati tortuosi, a tratti faticosi, ho perso il conto delle rinunce e dei "vi prego, non fatemi morire", ma chi mi conosce sa che non ho mai smesso di sorridere e che, se non mi conoscete, tutto questo non lo direste mai.
Non mi sono mai lamentata, pure quando avrei voluto fare cose -e mangiare cose- che non potevo fare. 
E non perché sia migliore di altri, ma perché di vita questa ho e posso solo accettare quello che non posso cambiare, facendo del mio meglio per vivere la vita migliore possibile, anche quando ho dovuto aspettare tempi migliori senza sapere se quei tempi migliori sarebbero mai arrivati.

Ogni riferimento a fatti, cose o persone é puramente casuale. Volevo solo raccontarvi una storia, nello specifico quella di un soggetto poliallergico LTP grave. Enjoy.


Di alcune di queste cose ne avevo già parlato qui, in occasione del diciannovesimo compleanno delle mie allergie.
Questa, in ogni caso, é una riflessione fatta durante la quarantena che non avevo però condiviso sul blog.


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martedì 2 giugno 2020

L'estate, i chili di troppo, la cellulite e le lamentele

È arrivata l'estate, prepotente e fastidiosa, subito dopo un lungo lockdown, fatto di palestre chiuse e di tempi morti che -molti, ma non tutti- hanno occupato cucinando pizze, torte, pane e roba che non ho ancora capito cosa fosse, ma che probabilmente aveva le stesse calorie di quello che io mangio in una settimana intera. E, fidatevi, io mangio tantissimo, più di quanto possiate immaginare.

Comunque, dicevo: é. arrivata l'estate, che io non ho mai amato (qui avevo anche spiegato più o meno perché), quindi si va al mare (con la mascherina magari, ma di sicuro non con lo scafandro), ci si scopre, si mostrano le gambe, le braccia e i chili di troppo.
Sarò impopolare, lo sarò sicuramente, ma non faccio altro che sentire e leggere di gente che prima non aveva tempo di andare in palestra e mangiare bene, poi aveva troppo tempo libero perché non andava al lavoro e quindi lo occupava mangiando e stando sul divano perché si annoiava. E io lo capisco, eh. Non é un obbligo andare in palestra, tenersi in forma e, in ogni caso, la Nutella e le merendine confezionate sono buone (per quello che mi ricordo), quindi fate anche bene, però magari poi non vi lamentate, anche perché -devo dirvelo- nessuno guarderà i vostri chili di troppo, reali o frutto di paranoie che siano, al mare. 
Io al mare al massimo guardo i costumi da bagno, quando passa il tizio con il baracchino. Oppure guardo l'orologio per vedere se sono passate le tre ore di digestione per potere fare il bagno. No, non fate commenti, mia madre mi vede pure se non é lì con me ed é pronta a cazziarmi aspramente dopo avermi elencato tutte le atrocità di una morte lenta e dolorosa per una congestione in pieno Agosto, con la temperatura dell'acqua del mare a 35°, dopo aver mangiato una granita al limone. E io non me la sento di deluderla bagnandomi le punte dei piedi prima che siano passate tre ore.

In ogni caso, visto che é arrivata l'estate e dovrete necessariamente spogliarvi, sia per andare al mare, sia per sopravvivere all'afa della città, invece di lamentarvi di non avere tempo, potete fare qualcosa di più costruttivo. Non che io sia la regina dei consigli costruttivi, ma almeno di alimentazione sana e attività sportiva ne so parlare.

Quindi insomma, cosa fare per rimettersi in forma?

-Mettersi a dieta: no, non dovete mangiare l'insalatina scondita ed eliminare i carboidrati. 
Mangiate il pane, la pasta, la pizza e, se proprio vi manca l'impastare compulsivo da quarantena fateveli voi. Dimagrire, mettersi a dieta, seguire un'alimentazione sana (che poi cosa minchia vorrà dire sana non si sa), non significa non mangiare. Significa mangiare tutto, concedersi dei pasti liberi (meglio conosciuti come sgarri, termine che a me fa abbastanza antipatia, ma tant'è), fare merenda con un gelato, mangiare la cioccolata dopo cena e via dicendo, a patto e condizione che le calorie ingerite siano quelle giuste per noi, né troppe, né troppo poche.
Poi se proprio vogliamo farla bene, possiamo metterci a calcolare anche i macro di modo da dare all'organismo il giusto apporto di tutto che ci serve, fare ricomposizione corporea e via dicendo, ma capisco che questo é lo step successivo.
Ogni volta che sento "non mi metto a dieta perché mi piace mangiare" mi chiedo sempre se chi lo dice ha idea che esiste gente a dieta che mangia circa 2800 calorie al giorno (ogni riferimento a fatti, cose, persone non é puramente casuale). Poi esistono anche quelli che ne mangiano 1200, ma più che dispiacermi per loro non so che fare.
Se pensate di poter fare da soli bene, se no rivolgetevi ad un professionista che vi ascolta, che capisce quali sono le vostre esigenze e che non vi faccia morire di fame.


-Fare attività fisica: no, non dovete necessariamente caricarvi sulle spalle un bilancere da 100 chili e fare ottanta squat di fila fino a stramazzare al suolo con la schiena distrutta. Non subito almeno. O forse mai che magari la ghisa vi fa schifo e vi farà schifo per sempre, sono gusti, come in tutte le cose. 
Io, ad esempio, odio gli affondi e continuo a utilizzare come scusa il ginocchio rotto tre anni fa (qui per saperne di più), anche se poi alla fine li faccio comunque.
Potete andare a camminare. Prendetevi un cane e vedrete che farete una quantità pazzesca di km ogni giorno, se volete vi presto uno dei miei per vedere come va. 
Andate a correre, se vi piace, ma fatelo con le scarpe giuste altrimenti vi fate male (io ho le Pegasus, ma credo ne esistano decine e decine di modelli diversi).
Andate a ballare tango o a fare pole dance (che secondo me é fighissima, io stramazzerei al suolo dopo otto secondi, ma non tutti sono così impediti).
Oppure provate la sala pesi e vi tonificherete che é una meraviglia, perdendo centimetri. Io sono di parte, quindi non insisto, ma sappiate che é bellissimo.
Se non avete tempo per andare in palestra o la considerate una spesa eccessiva, esistono tantissimi modi per allenarsi a casa, ci sono video, applicazioni, tutorial, qualsiasi cosa. E poi gli attrezzi potete comprarveli: io ho un bilanciere, manubri, dischi, elastici (che i cani mi mangiano regolarmente), la corda, un trx comprati perché non si sa mai.
Non vi consiglio pilates, zumba, yoga e roba del genere perché li trovo tremendi, ma magari a voi piacciono. Nel caso, non lo voglio sapere.

Oppure, semplicemente, se non vi va di fare le cose di cui sopra, vogliatevi bene per come siete e non lamentatevi della cellulite, della pancia e dei jeans stretti.
La cellulite e la pancia ce l'hanno anche quelli magri, magari non tutti e magari non entrambe le cose, e i jeans si possono comprare di una taglia più grande.
Che poi, d'estate, non so nemmeno come facciate a portare i jeans.


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martedì 14 aprile 2020

Diciannove anni da allergica alimentare: possiamo solo accettare quello che non possiamo cambiare

Oggi le mie allergie compiono diciannove anni: questo significa che più della metà della mia vita l'ho trascorso da allergica, che una piccola parte di questi diciannove anni li ho trascorsi da allergica e basta e tutto il resto del tempo sono stata un'allergica alimentare grave.
L'aggettivo grave, qualora ve lo stiate chiedendo, non me lo sono data da sola. 
Me l'hanno affibbiato ad un certo punto, quando é diventato chiaro che tutto quello che sono ruota intorno a loro. Tutta la mia vita, tutto quello che faccio, tutto quello che sono diventata e che diventerò, come gestisco le mie giornate, il lavoro, i viaggi, la vita familiare, qualsiasi cosa.
La vita di prima, quella da non allergica me la ricordo, anche se mi fa strano pensare a me che mangio le fragole o la Nutella.
La verità è che, dopo diciannove anni, io una vita diversa da questa non solo non me la so immaginare, ma non la voglio neanche immaginare.
Qualche anno fa si paventò l'ipotesi della desensibilizzazione: non sarei potuta tornare a mangiare tutto, ma magari sarei riuscita a tollerare le tracce e avrei aumentato la qualità della mia vita. Magari, in caso di particolare fortuna sarei comunque rimasta un soggetto allergico, ma sarei riuscita a tollerare grosse quantità di allergeni. Magari non tutti, magari qualcuno.
Nel mio caso, si é rivelata una soluzione fallimentare, ma in molti altri casi funziona.
Io sono sfigata probabilmente, non lo so.
I miei genitori hanno cercato qualsiasi via possibile, compreso uno sciamano: giuro, è vero, preciso per onore di cronaca che sono io che ho affibbiato questo soprannome ad un sedicente medico che sosteneva che se non avessi toccato la plastica dura per non so quanto tempo sarei miracolosamente guarita. O qualcosa del genere. 
Ad un certo punto, ho detto: "Basta, sto bene così, non voglio più cercare qualcosa che tanto non riusciamo a trovare". Ho mantenuto il punto sempre e comunque, anche quando le cose sono peggiorate, anche quando mi hanno detto che sarà sempre peggio e anche quando il peggio del peggio é arrivato e ho capito che arriverà sempre un peggio di così.
Ed é vero, sto bene così. Pure se mi manca la Nutella.



Diciannove anni dopo quella prima volta, quella in cui indossavo una maglietta nera con la scritta Kookai, io alle mie allergie sono affezionata.
Sono tanti diciannove anni, sono il tempo sufficiente per imparare che possiamo solo accettare quello che non cambiare e, dopo averlo accettato, possiamo imparare a conviverci. E dopo non riusciremo più a immaginarci senza.
Leggo spesso di persone che dicono "Preferirei non essere allergica" o "preferirei che mio figlio non lo fosse". Non sono psicopatica fino a questo punto: pure io preferirei non rischiare di morire ogni volta che ingerisco qualcosa (le mie allergie sono mutevoli, quello che ho mangiato fino ad oggi, domani potrebbe provocare una reazione più o meno grave).
La verità, però, é che non posso immaginare una vita in cui mangio la Nutella -pure se la amo immensamente e me la sono tatuata addosso- o le fragole o le arachidi, non posso immaginare di non chiedere mille volte gli ingredienti di una cosa, non posso immaginare di non leggere tutte le etichette della storia, non ce la faccio.
Non riesco ad immaginare una vita in cui, ogni anno, in date precise, non ricordo la prima reazione allergica, la prima adrenalina, il primo shock anafilattico.
Colloco gli eventi in prima e dopo: prima di smettere di mangiare le nocciole, prima di smettere di mangiare le mele, prima di smettere di mangiare i piselli. Mi ricordo il prima e dopo ogni singolo alimento.
Mi ricordo chi ha scelto -comprensibilmente- di escludermi da cene e feste perché non se la sentiva di rischiare nel preparare da mangiare anche per me e ricordo perfettamente chiunque abbia cucinato a parte per me, abbia adeguato menù di diciottesimi compleanni, feste di lauree e matrimoni.
Ricordo chi ci ha scherzato su, chi ha provato ad uccidermi, chi ha capito, chi mi ha chiesto, chi si é interessato.

In questi diciannove anni ho imparato ad adattarmi, se ti adatti ad avere un problema con il cibo abbastanza invadente, puoi adattarti a tutto credo. 
Ho imparato a vedere il lato positivo delle cose, sempre. E dico davvero sempre, pure quando un lato positivo non c'è manco in fondo al tunnel io qualcosa di bello la trovo. 
Esistono due tipi di reazione allergica. No, non intendo a livello medico, intendo a livello di sensazione personale. 
Io mi conosco, conosco talmente tanto bene il mio corpo quando si tratta di reazione allergica che più di una volta ho detto ai medici, in pronto soccorso, cosa fare e non ho mai sbagliato. Ho detto che parametri avrebbero trovato, come intervenire, li ho rassicurati. Qualche volta li ho anche cazziati, a dire il vero.
Dicevo, esistono due tipi di reazione allergica: quelle in cui sono lucida, in cui tranquillizzo chi ho intorno (perdono tutti la testa, sempre, di solito sono l'unica tranquilla perché so che agitarmi é peggio), in cui comincio a prendere farmaci (ho un piano terapeutico, ma so cosa fare pure senza leggerlo ovviamente), mi preparo al peggio, pronuncio poche parole tipo "ospedale" oppure "un attimo, sto ascoltando il mio corpo" (giuro che é vero, quando lo dicevo in presenza di mio padre, lui zittiva tutti, soprattutto mia madre), ma tutto sommato ho il controllo di quello che sta accadendo. 
E poi ci sono loro, le reazioni maledette: quelle in cui se ne va tutto a fanculo, in un tempo talmente piccolo che non hai manco modo di pensare, quelle in cui perdi il controllo di tutto. Vorrei saperle descrivere, vorrei poterlo fare, ma non sono in grado: so che é orribile perché lo capisci, dopo diciannove anni lo sai. Finché ne ho forza, finché la voce esce ancora, finché passa anche solo un filo d'aria, io cerco di ripetere chi sono. No, non dico come mi chiamo: io recito a memoria la storia clinica perché chi é con me deve ricordarsi che quando arriveremo in ospedale deve dire la storia pregressa per dare modo ai medici di agire nel minor tempo possibile e, sempre per lo stesso motivo, io l'adrenalina ce la devo avere addosso, fosse pure in mezzo al reggiseno, perché devono accorgersi subito se l'iniettore (o gli iniettori) é stato usato o no, se ho avuto il tempo, se non l'ho avuto. Lì lo sai che i secondi sono importanti perché te lo hanno spiegato, lo hai imparato, lo sai e basta e hai paura di morire, ne hai tanta e, quando vedi buio, pensi sia finita. Lì ad un certo punto ti agiti, pure se lo sai che é peggio e chiedi solo a chi hai intorno di non farti morire, preghi letteralmente la gente di non lasciarti morire.
Io so che se sono viva é perché ho sempre avuto la capacità di somministrarmi i farmaci -o ce l'ha avuta mio padre- e di arrivare in ospedale con metà del lavoro già fatto, so anche che ho avuto culo, tanto. So che un domani questo culo potrei non avercelo.
So che a volte ho trovato medici pazzeschi, che altre volte ne ho trovati di cialtronissimi.
La sensazione di morte me la ricordo, il terrore di morire me lo ricordo benissimo, mi sfuggono i dettagli, di solito me li raccontano, ma quella sensazione é una cosa che non ti scordi mai. 
E per questo credo che ho imparato a vedere il lato bello delle cose sempre e comunque: perché ho visto la morte, ma sono viva.
E per questo che sono sempre serena, che rido sempre, che non mi arrabbio, che parlo con calma (ma ad alta voce, non ci posso fare nulla), che non mi butto quasi mai giù, che non ho mai odiato nessuno in vita mia. E, senza di loro, senza le allergie, non credo che sarei così.

Se tornassi indietro, se potessi scegliere, con il senno di poi, io sceglierei di essere allergica perché -se non lo fossi- sarebbero più le cose che avrei perso, che non quelle che avrei guadagnato.
Avrei scelto di essere un po' meno grave di così magari, ma in questo lungo viaggio insieme, in questi diciannove anni, sono loro che hanno formato il mio carattere (che é comunque un brutto carattere eh), la mia persona.
Sono loro che hanno indirizzato le mie scelte, che hanno deciso che non avrei fatto la gelataia o la cuoca, che hanno scelto in che zona della città abitare (dove vicino c'é un ospedale, per la cronaca).
Credo siano sempre loro che hanno fatto si che io sia così maniaca dei dettagli e, se ci pensate, se così non fosse non potrei allineare un palinsesto al frame, cosa che -ad oggi- é quella che mi riesce meglio fare.


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domenica 12 aprile 2020

Pasqua in quarantena

È arrivata questa Pasqua in quarantena.
Sarà un Aprile e un inizio di Maggio in quarantena, stando alle ultime direttive, e va bene così.
Mi dispiace non festeggiare il compleanno come ho sempre fatto, ma avrò comunque la torta che volevo e anche questo va bene così, sarà per l'anno prossimo. E poi, insomma, me l'aspettavo di non poterlo festeggiare, non ho mai pensato un secondo che si potesse tornare ad una vita semi-normale subito dopo Pasqua, quindi nessuna sorpresa.


A me non é cambiato molto, la mia routine é stata sconvolta solo in parte e - a dire il vero- é stata sconvolta più dalla frattura e dall'operazione (qui per saperne di più) che non dal resto.
Probabilmente, se non mi fossi dovuta operare, sarebbe rimasto quasi tutto invariato, fatta eccezione per estetista e parrucchiere, per la palestra e per le cene fuori (che mi sono sempre concessa in grandi quantità). Cose che mancano, eh, ma di cui -in linea di massima- riesco a fare a meno, visto che comunque non sarà per sempre.
Io continuo a pensare che prima o poi si tornerà alla normalità, ci vorrà molto tempo, ma prima o poi accadrà e va bene così. 
Martedì mi diranno -almeno si spera- se devono riaprirmi o meno, si é infettata la cicatrice, non sono riusciti a capire come e, per il momento, hanno deciso di imbottirmi di cortisone e antibiotico, sperando di non dovere effettivamente riaprire. Ecco, dover tornare in ospedale, essere eventualmente operata di nuovo, non mi piacerebbe molto, indipendentemente dal coronavirus e dalla situazione attuale degli ospedali. Sospendere le visite operatorie a causa dell'emergenza sanitaria, a quanto pare, é una cosa che non doveva essere fatta stando a quanto hanno ammesso qualche giorno fa, diciamo che ci hanno provato ed é andata male. Io, ovviamente, quando mi hanno detto che non dovevo farle e che tutto era rimandato a data da destinarsi, mi sono fidata senza mettere minimamente in dubbio quello che diceva un medico che, nella mia testa, ne sa sicuramente più di me. Adesso non tocca che sperare che avere sospeso le visite non porti ad ulteriori rotture di scatole.

Qui si continua -o, per meglio dire, si é ripreso- a lavorare e ad avere più o meno la solita routine.
Dormo un po' di più, quello si.
Si esce per portare fuori i cani, il tempo necessario per i bisognini (Fuffi accusa, lui adora stare fuori ore e ore, correre e via dicendo, a Mila non frega un tubo, lei é un cane da cuccia e da divano), ci si allena, si mangia regolare che va bene tutto, ma io non voglio ingrassare cinque chili al mese.
Si continua anche a pulire casa e a fare le lavatrici. Leggevo ieri che, da quando é iniziata questa storia, molte persone non hanno più grande necessità di lavare i vestiti e, giuro, questa non l'ho capita. Ora, a parte che é un'attività che a me ha sempre rilassato (ne avevo parlato qui), io continuo a cambiare lenzuola, asciugamani, mutande e calzini, oltre ovviamente ai vestiti, quindi quello che si sporca continua a dover essere lavato, ma non so se magari sono strana io.
L'idea della spesa continua ad essere la cosa che più mi manda ai matti, ancora nessuna consegna online trovata, quindi mi sono dovuta arrendere ad andare al supermercato, fare la fila, fare la spesa più in fretta possibile perché mi dispiace perdere tempo. Sono però riuscita ad ordinare alcune cose, tipo quelle per l'igiene personale, online. Almeno quello.

E infine: Buona Pasqua, anche se per molti é una Pasqua diversa dal solito (di come io di solito trascorro la Pasqua, ne avevo parlato qui anni fa).


Ah, dimenticavo: se siete nati ad Aprile come me leggetevi questo post.


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venerdì 20 marzo 2020

Cronache di una pandemia

C'è il Coronavirus.
Una settimana fa circa é stato dichiarato lo stato di pandemia.
Sembra tutto incredibilmente surreale.
Tutto potevo immaginare, ma non che mi sarei trovata a vivere una cosa del genere.

Mio padre mi raccontava la Seconda Guerra Mondiale e il dopoguerra per farmi imparare la storia, io un domani racconterò a mio figlio il coronavirus: per lui saranno pagine di storia che non gli andrà di studiare, per me saranno ricordi di vita vissuta.
Il giorno che mi sono fratturata la faccia (qui per saperne di più), il 25 Febbraio, l'ambulanza mi ha portata in un pronto soccorso incredibilmente semivuoto, si diffondevano le prime notizie di questo virus che, almeno fino a quel momento, sembrava riguardasse solo una parte d'Italia e -inutile fingere il contrario- sembrava quasi che da noi, a Roma, non dovesse arrivare mai. 
Il giorno che sono stata dimessa dall'ospedale, il 4 Marzo, mentre dormicchiavo sul divano di casa mia, probabilmente senza avere ancora smaltito completamente l'effetto dell'anestesia del giorno prima (si, mi hanno tenuta in ospedale più prima che dopo l'intervento), veniva emanato il primo decreto del Presidente del Consiglio. 
Quel giorno -il 4 Marzo- è stata l'ultima volta che ho visto Roma come sono sempre stata abituata a vederla.
Con la faccia dolorante e chiusa in casa a prescindere perché nel pieno di un post operatorio abbastanza doloroso, guardavo il telegiornale, assistendo ad assalti ai treni, ai supermercato aperti tutta la notte, ai distributori automatici di sigarette.
La prima volta che sono uscita di casa da quel 4 Marzo, obbligata ad andare in ospedale, Roma era completamente diversa dall'ultima volta che l'avevo vista: le strade deserte, l'ospedale praticamente deserto, le attività chiuse, le file ai supermercati. Non che non lo avessi visto in tv, ma un conto é vederlo in televisione, un altro conto é vederlo con i propri occhi.


Ho paura?
Si, per tante cose.
Per me stessa, ovviamente, che ho un sistema immunitario scemo e sono da settimane sotto antibiotico e altri farmaci, non per scelta ovviamente.
Per mia madre, che non é più una ragazzina.
Per tutte le persone a cui voglio bene, sparse per l'Italia e non solo. Buona parte delle persone che conosco che fanno il mio stesso lavoro o comunque lavorano nello stesso settore (qui vi fate un'idea) continuano ad andare al lavoro perché di sicuro la tv non si ferma e, ancora più di sicuro, non fermi broadcast operations (é il reparto, si chiama così in qualsiasi emittente televisiva io conosca).
Per l'Italia intera perché stanno morendo persone, tante, troppe e la percezione di quanto grave sia la situazione io ho cominciato ad averla soprattutto quando tantissime persone che conosco hanno cominciato ad avere amici, parenti o conoscenti in terapia intensiva o, peggio, dentro una bara.
E no, non mi interessa se si parla di ottantenni con patologie pregresse: una vita é una vita (scusate la precisazione, ma ne ho lette tante di cose che dicevano "E vabbé, c'aveva ottantanni").
Per quello che succederà dopo: perché se è vero che prima o poi finirà, chissà quando, é altrettanto vero che probabilmente ne usciremo -come paese- con le ossa rotte in termini di perdita di vite umane, economicamente e psicologicamente.

Sto cercando di non perdere l'ottimismo e l'ironia, la reclusione non mi pesa nonostante sia abituata a fare mille cose, forse anche perché sarei dovuta stare a casa comunque (e questo, credetemi, aiuta), faccio comunque un sacco di cose a casa che mi aiutano a passare il tempo (e magari ve le racconto, ogni giorno, sia mai possano dare a qualcuno qualche idea su come passare il tempo).
Io non lo so se andrà tutto bene, ci sono giorni che penso di si, altri che penso di no, ma davvero non si può fare niente altro che aspettare.
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sabato 24 agosto 2019

Come cambia la vita con le allergie alimentari

Io me lo ricordo quando mangiavo la Nutella.
Mi ricordo quando, all'uscita della scuola media, prendevo sempre il cono pistacchio, stracciatella e cioccolato imbottito nella gelateria della mia amica Jenny.
Mi ricordo le crostate crema pasticciera e fragole del Pastry Shop.
Mi ricordo la prima -e ultima, a dire il vero- volta che ho assaggiato la Cherry Coke. Ero a Londra con la scuola, un mese dopo sarebbe cambiato tutto, ma io ancora non lo sapevo.
Mi ricordo quando mangiavo. Mangiavo e basta, senza chiedere, senza dire mai di no.
Io mangiavo tutto. E mangiare mi è sempre piaciuto.


E poi, ricordo quel giorno: era un sabato pomeriggio, avevo mangiato tantissimi Ferrero Rocher e poi ero andata al supermercato con mia nonna. Ero tornata piena di bolle, non smettevo di grattarmi, mi era cambiata la voce, il labbro era gonfio. 
La corsa al pronto soccorso, la prima diagnosi sbagliata e poi quella domanda a mia madre: "Signora, ma non sa che sua figlia è allergica?". No, non lo sapeva. Non lo sapeva nessuno a dire il vero.

Avevo quattordici anni. Nove giorni dopo ne avrei compiuti quindici.
Oggi ne ho trentatré e sono serena, mangio fuori, viaggio (qui per saperne di più), ho un lavoro che mi piace, degli amici. Ho una vita tutto sommato normale e, perché no, anche abbastanza felice.
Vorrei dire che è sempre stato così, che non ci sono mai stati periodi bui, ma sarebbe una delle più grandi bugie della mia vita.
Abituarsi a non potere mangiare determinate cose è difficile, cambia la dieta, cambia il modo di alimentarsi. Abbiamo imparato a leggere le etichette, ma c'è stato un periodo in cui non avevamo idea di cosa fossero le tracce, non conoscevamo la dicitura "potrebbe contenere tracce di" che ormai è la prima cosa che vado a cercare quando intravedo un prodotto che potrebbe essere ok. L'abbiamo imparato quando un "potrebbe contenere tracce di" che non avevo letto mi ha mandata per direttissima al pronto soccorso, senza passare dal via.

Con le allergie alimentari, cambia il modo di fare la spesa di tutta la famiglia (qui per saperne di più): fatevi dire da mia madre di quando, ragazzina, ho stanato una ciotola piena di albicocche nascosta nell'armadietto di un bagno dove non entravo mai: avevo sentito l'odore da metri e metri di distanza, manco fossi un segugio. Da quel momento, non sono mai più entrati in casa cibi proibiti.
Cambia il modo in cui ti guardano gli altri che, ad un certo punto, smettono di invitarti a cena perché sei -per usare un francesismo- un dito al culo: e questo no, e quell'altro neanche, e quella padella forse potrebbe essere stata usata per cucinare quello, forse quell'altro, va bene che è stata lavata, ma che ne sai. E allora, ad un certo punto, semplicemente smettono.
C'è l'imbarazzo, almeno quando sei adolescente: quell'imbarazzo di guardare i tuoi amici mangiare una torta al compleanno di qualcuno mentre tu puoi solo guardare. Guardare e non toccare. E poi nemmeno baciare qualcuno che quella torta l'ha mangiata.
Cambia il modo in cui si gestiscono le relazioni: "Senti scusa, volevo dirti che se vuoi stare con me devi essere pronto a portarmi al pronto soccorso in ogni momento, queste sono i miei auto-iniettori di adrenalina, no non si fa nel cuore come in Pulp Fiction e io evidentemente non sono Mila Wallace; a proposito, volevo dirti che se mangi qualcosa di proibito poi non mi puoi baciare e, a dire il vero, dovresti evitare anche di toccarmi. Che dici? Proviamo a stare insieme?".  Tanta roba se non scappano. E succede. Oh, se succede.
Immaginate la scena: avete diciassette anni e siete con un ragazzo, magari vi piace, a lui piacete, siete ad una festa, sta per scattare il bacio, quel bacio che magari aspettate da mesi e poi, mentre siete li li, al posto del bacio scatta la domanda: "Scusami, potresti dirmi cosa hai mangiato? No perché sai, se hai mangiato questo o quello (segue elenco infinito che magari quel poverino manco se lo ricorda se ha mangiato o meno tutta quella roba) non possiamo". A diciassette anni può essere terribile, eh. 
Cambia quindi che molti se ne andranno, molti non capiranno e vi spezzeranno il cuore. E, a dire il vero, non me la sento di biasimarli.
Cambia anche -giuro- che se mai lascerete qualcuno non vi verrà rinfacciato -che so- di quella volta che aveva rinunciato al torneo di calcetto per stare con voi. No, vi rinfaccerà di non avere mangiato la Nutella per tutta la durata della relazione (giuro, mi è successo).
Cambia che spesso vi passerà la voglia di uscire perché non trovate un posto adatto, cambia che fare la spesa diventerà un incubo. Cambia che mangerete quasi sempre le stesse cose, quanto meno se siete poliallergici come me.
Cambia che vi verrà voglia di qualcosa che non potete assolutamente mangiare: io vivo con una perenne voglia di Nutella che solo raramente viene sostituita da voglia di gelato al pistacchio o alla nocciola, fragole o spremuta d'arancia. 

Arriverà anche il momento in cui qualcuno vi dirà che date fastidio, che dovete stare a casa vostra (qui per saperne di più) e farà male. Brucerà tantissimo perché non l'avete scelto voi e probabilmente ne avreste anche fatto volentieri a meno.
Vi abituerete a passare molto tempo in ospedale, per i day hospital (qui per saperne di più) o, peggio, in pronto soccorso. Se vi dice bene, non verrete mai intubati, ma potrebbe succedere. E se succederà, imparerete che la vita è un bene preziosissimo da difendere con le unghie e con i denti.

Io, che ho visto la mia vita cambiare tantissimo, ho però sempre detto che non tornerei indietro
Non cambierei questa vita con quella vecchia, quella in cui potevo mangiare tutto e non solo quattro cose in croce. Non sarei io, non mi riconoscerei perché si, la mia vita è cambiata, ma adesso va bene così e non vorrei niente di più di quello che ho adesso. Nutella a parte, si intende.

Nb. Io sono un soggetto poliallergico grave a LTP. Nel tempo, ho sviluppato allergia a tantissimi cibi. Non ho mai intrapreso un percorso di desensibilizzazione perché i medici hanno ritenuto non ci fossero i requisiti. 

Qui ho raccontato del perché, secondo me gli allergici non hanno vita facile.
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giovedì 19 luglio 2018

Quanto costa avere (e prendersi cura di) un cane?

Qualche giorno fa Fuffi ha iniziato a vomitare.
Non vomitava cibo, ma succhi gastrici giallognoli che, a loro volta, facevano venire a me i conati di vomito (si, mi succede sempre). Non vomitava manco di continuo a dire il vero, giusto una piccola vomitatina la mattina, ma io e la percezione reale della quantità di vomito prodotta da qualcuno non andiamo molto d'accordo.
Fuffi, qualora ve lo stiate chiedendo, è il vero nome del nostro cane. Ha due soprannomi: nano a pois -nano per gli amici- e passerotto, ma resta il fatto che in un momento in cui chissà a che cavolo pensavo l'ho chiamato Fuffi, scelta di cui mi assumo ogni responsabilità.

Dicevo che Fuffi ha iniziato a vomitare e io ho chiamato il veterinario.
La prima ipotesi è stata la gastrite che, in teoria, sarebbe potuta passare da sola.
"Se entro quarantotto ore il cane non smette di vomitare, approfondiamo".
Dopo quaranta ore (quarantotto mi sembravano troppe) ero dal veterinario dove, ad onore di cronaca, ho trascinato Fuffi con l'inganno.
Solo che lui è meno stupido di quello che sembra e, quando ha visto la porta della clinica, ha piantato le zampe per terra e non c'è stato verso di convincerlo che in fondo era per il suo bene.
Fuffi aveva la febbre alta, sospetto che avevo avuto non chiedetemi perché.
"Dobbiamo fare una radiografia".
Ho mandato un messaggio al Marito che mi ha detto "spendi qualsiasi cifra, ma fai qualcosa, io adesso arrivo".
Lo conosco mio marito, lo conosco fin troppo bene e mi ricordo le lacrime che ha versato quando è morta Milly, di tumore, tre anni e mezzo fa. Conosco quello che ha pensato perché, almeno in questo caso, i suoi pensieri erano assolutamente identici ai miei.
Ho avuto una paura enorme, quella di sentirmi dire che anche Fuffi, come Milly, ha qualcosa di brutto. Ho atteso, atteso, atteso, atteso all'infinito. O almeno credo fosse un tempo infinito.
Non sono un medico, né tanto meno un veterinario, quindi la riassumo così: Fuffi ha qualcosa di grave a stomaco e intestino. Qualcosa di grave che però, almeno per il momento, non sembra essere il peggio.
Ho visto le radiografie e, come nel caso di Milly, nonostante non sia un medico, è stato abbastanza semplice intuire che qualcosa di strano c'era.
Non vi tedierò con tutto quello che mi ha riferito il veterinario, ma posso dirvi che ad un certo punto mi è stato detto che il cane potrebbe essere allergico e io ho reagito con una risata isterica.
Perché va bene tutto, ma pure il cane allergico non me lo merito su.

Mi è stata data la cura e mi sono stati regalati dei campioncini di cibo ipoallergenico da fargli provare di modo che scegliesse il suo preferito.
Fuffi, per la cronaca, ha scelto i croccantini gusto cervo e patate, non senza avermi guardato schifato per un giorno intero quando gli ho proposto quelli uovo e riso e avermi osservata con sguardo dubbioso quando gli ho proposto un'altra variante a non ricordo manco che gusto.
"Amore, Fuffi avrebbe scelto cervo e patate" ho detto al marito che ha sentenziato che sarebbe corso a comprare i croccantini da un milione di euro al suo amato cane.
"Fuffi, sicuro che vuoi cervo e patate? Perché guarda che costano un sacco e se poi non li vuoi io di certo non li mangio". Ha mosso la coda, quindi immagino fosse un si.
Se il marito si è occupato di compragli sto benedetto cervo, a me è toccato andare in farmacia a comprare le sue medicine, scoprendo con piacere che le sue medicine costano un occhio della testa.
Ah, nel caso vi sia venuto il dubbio, anche il veterinario si paga perché so che non ci crederete mai, ma la loro non è una missione, ma un lavoro.

Fuffi non è nostro figlio, ma noi siamo la sua mamma e il suo papà.
È nostro dovere prenderci cura di lui e fargli avere tutte le cure necessarie adesso che sta male, compragli i farmaci e i croccantini al cervo ipoallergenici, pagare il veterinario e fare tutto quello che è possibile fare.
A quanto pare sarà anche mio compito un domani pagare l'avvocato quando verrò denunciata ed arrestata per maltrattamento di animali visto che Fuffi, quando provo a dargli lo sciroppo, scappa per ore piangendo disperato e lo fa chiaramente in terrazzo di modo che tutti possano vedere le terribili torture che gli sto infliggendo, piccolo cane ingrato che non è altro.
Con le pillole invece è meglio, quelle gli piacciono e le mastica di gusto e direi che ogni tanto una gioia la possiamo avere anche noi.
Io non so quale sia per voi qualsiasi cifra, ma so che quella che per me potrebbe essere una cifra altissima per altri potrebbe essere bassissima e viceversa. So però che qualsiasi cifra rende bene l'idea.
Non so neanche quantificare quanto effettivamente ci sia costato Fuffi in sei anni di vita, tra cose indispensabili e cose che indispensabili non lo erano manco per niente (tipo la torta a forma di osso per il suo sesto compleanno), così come non so quanto ci sia costata Milly. So però che quando abbiamo scoperto il suo osteosarcoma abbiamo speso tantissimo senza remore.


Perché dico così?
Negli anni ho letto tante volte che ai cani basta il nostro amore e, in parte, questo è vero.
Fuffi vive per noi, siamo la sua mamma e il suo papà, non so neanche se si renda conto che è oggettivamente impossibile che lo abbia partorito io in ospedale.
E noi lo amiamo in modo folle, ogni tanto lo guardo dormire e penso che è proprio il cane più bello del mondo, tutto uguale a me, e quando non sono a casa e lui non è con me mi manca da morire.
Fuffi però ha anche bisogno di cibo, di guinzagli, di pettorine, di una cuccia, di ciotole.
Fuffi paga il biglietto per viaggiare con noi e, se non lo portassimo con noi (cosa che escludo quasi sempre), toccherebbe pagare una pensione o una dog sitter H24.
Fuffi ha bisogno del veterinario sia per i controlli periodici e i vaccini, sia per casi come questo in cui sta male e bisogna risolvere il problema in primis per lui e poi anche per noi visto che vederlo stare male fa stare male anche noi. Sempre ad onore del vero devo dire che è la prima volta che Fuffi sta male in questo modo.
Che un cane si ammali va tenuto in conto, sempre.
Che se un cane si ammala è dovere del padrone curarlo anche.
Che poi io non riuscirei ad immaginare neanche l'ipotesi di vedere stare male Fuffi e non curarlo, ma tant'è.
Se un cane potesse parlare vi direbbe che gli basta l'amore, se lo chiedete a me vi dico che l'amore passa anche attraverso le cure e il non fargli mancare niente, ma proprio niente, comprese le orride palline gialle che Fuffi adora e che dobbiamo ricordarci di portarci sempre dietro che sia mai uscire di casa senza pallina gialla orrida e puzzolente (lui non lo sa, ma io ciclicamente  sostituisco la pallina gialla con una nuova identica, mi guarda con sospetto, ma poi si arrende).

Se pensate un giorno di non potere (o di non volere, cosa che probabilmente nessuno ammetterà mai) sostenere delle spese per curare il vostro cane, pensateci bene prima di prenderne uno.
Non vi dico di non prenderlo, eh. Vi dico solo di pensarci bene.


Fuffi, per la cronaca, ha smesso di vomitare, almeno per il momento. Ovviamente ci auguriamo che la cura stia facendo effetto e che non debba fare la tanto temuta biopsia.
Io intanto lo vizio terribilmente porgendogli uno ad uno i croccantini al cervo e patate e solo quel briciolo di dignità che mi rimane mi impedisce di non masticarli al posto suo per non farlo faticare.


Se volete sapere la storia di Milly, il cane nero, la trovate qui.
Se invece volete leggere un post che ho scritto su cosa vuol dire prendere un cane e che mi piace tantissimo, leggete qua.
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