giovedì 14 gennaio 2021

Storia dei miei haters

Per circa un anno -forse anche qualcosa in più- questo blog è stato valvola di sfogo di una sfilza di haters
Si definisce hater colui -o colei, abbiate pazienza ma a me gli asterischi alla fine delle parole stanno sulle palle- che, approfittando dell'anonimato del web si lascia ad andare ad insulti molto violenti.
Di solito, le vittime degli haters sono personaggi famosi che vengono insultati per il solo fatto di essere conosciuti. Io non sono famosa, ma non avete idea delle centinaia di commenti che ho ricevuto da parte di queste persone. Che ecco, forse definirli persone è un po' generoso, ma tant'è.
Ormai si sono diradati, non ho ancora capito se si sono rassegnati o se stanno scaricando la loro rabbia su qualcun altro, ma non è questo il punto.


I miei haters erano quasi tutti persone conosciute o, quanto meno, erano quasi tutti conosciuti quelli che siamo riusciti ad identificare. Si, sto dicendo esattamente quello che pensate: sono persone che conosco, che so come fatte, che hanno respirato -mio malgrado a questo punto- la mia stessa aria, che so se si lavano o se puzzano, di qualcuno anche la pizza preferita.
Inizialmente, io rispondevo a tutti, con pazienza, facendomi anche parecchie risate con le mie amiche, ma quando poi i commenti sono diventati non solo violenti, ma potenzialmente pericolosi e mi sono rivolta alla polizia postale (si, esiste davvero, non è un'invenzione dei media) mi è stato consigliato di evitare di rispondere.
Perché potenzialmente pericolosi e perché evitare di rispondere? Perché alcune di queste persone mi seguivano e controllavano, letteralmente, cosa a cui io non avevo poi dato così tanto peso, sbagliando.
Controllavano ogni mio social, per poi venire qui a sfogare la loro frustrazione inventando cose. 
É rimasta nella storia quando uno di loro inizio a minacciarmi dicendo che avevo pubblicato la foto di una paziente ricoverata con me in ospedale che però non era una paziente, ma una coperta di lana appallotolata su un letto.
Sapevano cose di cui non avevo fatto menzione sul web e conoscevano i miei movimenti, presenti e passati. Non tutti ovviamente, ma ne conoscevano tanti, qualcuno conosceva anche il menù del mio matrimonio e si che io avevo invitato poche persone, tutte molto strette.
E comunque: uscivo per andare al lavoro? Tre minuti dopo arrivava il commento su quanto facesse schifo il mio outfit (che poi magari faceva schifo sul serio, considerato che mi vesto al buio, ma non è questo il punto).
Andavo in ospedale a fare una medicazione? Dicevano le peggio cose sulla mascherina che avevo scelto di indossare (e lo so, è una roba un po' ridicola, ma gli haters ragionano così).
E così all'infinito. 
Ovviamente non hanno insultato solo me, ma anche i miei genitori (si, anche mio padre, ho sempre trovato pessimo insultare i morti, ma tant'è), le mie amiche, il Marito. Gli unici risparmiati, ora che ci penso, sono stati i cani, eppure assicuro a tutti che Fuffi non è simpatico per niente e che io stessa ogni tanto lo insulto, ovviamente però glielo dico in faccia (o, per meglio dire, sul muso).
Un giorno di fine estate, uno di loro si è spacciato per la mia amica Samira, ero a pranzo a Fiumicino e -manco a farlo apposta- le stavo registrando un messaggio vocale quando -appunto- un hater si è spacciato per lei che, va bene che siamo amiche da anni, però di sicuro non è divertente sapere che tenevano d'occhio anche lei e ne conoscevano il nome (e no, non l'avevo taggata in nessuna foto sui vari social in tempi recenti, quindi non erano risaliti a lei da qualcosa di recente).

Gli insulti erano variegati, di norma cercavano di mettermi in ridicolo senza motivo. Io dicevo una cosa e loro cercavano di trovare il pelo facendo insinuazioni poco eleganti, definiamole così. Insinuazioni che, fintanto che ho risposto, venivano smontate parola per parola.
Quando veniva smontata la loro tesi, la strategia era quella di commentare con un nome diverso (ma usando lo stesso identico indirizzo ip) o chiamare l'amico a dare man forte, scelta effettivamente meno diffusa.
In ogni caso, la cosa che tenevano a sottolineare più spesso è quanto io sia grassa, obesa, piena di ciccia trasbordante. Un continuo, eh.
Obesa, cicciona, vomito pieno di grasso, schifosa grassona e via dicendo. E ho una 42, eh, pensate cosa avrebbero potuto dirmi se avessi avuto -che so- una 46. Fermo restando che -sebbene io sia fissata con lo stare in forma- è sempre sbagliato insultare chi è grasso, magro, basso e via dicendo (questo in generale, al netto degli haters). Ci sono persone che combattono con dei demoni terribili a causa del proprio corpo e del cibo e no, non sto scherzando.

Dopo aver inserito la moderazione dei commenti, i filtri anti spam, reso private alcune sezioni del blog (in realtà una sola, ma tant'è) si è passati all'identificazione, lì dove è stato possibile.
Alcuni commenti sono stati ricondotti ad un'azienda, che conosco molto bene, proprietaria dei pc e della connessione da cui sono partiti i sopradetti commenti (ve lo spiego come si spiega ai bambini, ovvero come lo hanno spiegato a me). Qualcuno lo avevo intuito chi potesse essere, altri no e, ammetto, ne sono rimasta sorpresa. In ogni caso ovviamente ho poi fatto 2+2.
Ebbene si, esiste chi, mentre é al lavoro, pagato per fare qualcosa, passa il tempo a scrivere commenti al veleno su un blog. 
Altri commenti, invece, sono stati ricondotti a privati, anche lì non mi sono stupita e sono riuscita a dare una spiegazione a quasi tutto. Di qualcuno in particolare avevo riconosciuto il modo di scrivere, di qualcun altro avevo capito dal nickname utilizzato, di altri ancora avevo ricollegato per cose che avevano scritto di cui magari erano i soli ad esserne a conoscenza.
No, non era una persona sola e, ad oggi, sono fermamente convinta che non ci fosse necessariamente un collegamento tra loro, quanto meno non tra tutti.
I commenti degli haters sono stati quasi tutti rimossi, é rimasto giusto qualcosa non troppo brutale. Si, ovviamente ne è stata conservata copia, ma ecco: chi arriva qui non leggerà più quello schifo.

Non ci sono rimasta male in primis perché credo nel karma e poi perché, in questi casi, nascono dei sentimenti contrastanti.
C'è gente che mi ha dedicato ore, giorni, settimane. Se da una parte questo comportamento è da considerarsi folle per ovvi motivi, dall'altra voi immaginate di avere più persone che trascorrono le loro giornate appresso a voi, a controllare ogni singola cosa che fate e via dicendo.
Non fraintendetemi, è un comportamento malato e queste persecuzioni sono da condannare, ma a me avere questa gente così tanto in fissa con me da perdere tutto questo tempo mi ha fatto riflettere e, in certi casi, anche sentire importante. So che detta così potrebbe sembrare che ne sia stata felice, ma mi auguro -lo spero davvero- che si capisca cosa intendo.
E poi, è grazie a queste persone che non ho mollato il blog, anche se avevo poco tempo e poca voglia di scrivere, sarà che in molti commenti -per buttarmi giù- invocavano la chiusura di questo blog e a quel punto non lo avrei chiuso per una questione di principio. 
Infine, mi sono resa conto che alcuni di loro insultavano perché volevano carpire notizie: volevano sapere dov'ero, con chi stavo, che facevo, i miei cani, i miei figli, i miei allenamenti, il mio lavoro e via dicendo. Era una malata sete di informazioni più che una vera volontà di insultare. Pensavano che provocandomi avrei dato loro le informazioni che volevano sapere e che no, non si trovano sui social.
Banalmente, avrebbero potuto scrivermi o chiamarmi, magari si sarebbero presi un vaffanculo, ma avrei apprezzato il coraggio.
Qualora ve lo stiate chiedendo si, alcune di queste persone le ho incontrate o sentite, probabilmente non sapevano che erano state identificate -non ancora almeno- e si, ebbene si, la mia migliore amica e mia madre mi fanno meno feste quando mi vedono dopo mesi che non ci vediamo. 
A me veniva da ridere e, in alcuni casi, avrei voluto dire "scusa, ma io non sono la cicciona vomitona?", magari in risposta ad un "come stai bene".
C'è anche chi, nei commenti, si è spacciato per mio amico o amica, raccontando di quanto eravamo amici e di come -visto che sono brutta e cattiva- la nostra fantastica amicizia fosse finita, ovviamente per causa mia. Parliamo di persone che, quando ho capito chi fossero, ho contato le cose che avevamo fatto insieme -ovviamente anni e anni prima- e stavano tipo sulle dita di una mano. Che va bene che sono simpatica e ho la casa al mare, però magari se ne sarebbero dovuti fare una ragione da tempo.

Ammetto che mi sono fatta molte risate grazie ai miei haters e che in fondo mi sono preoccupata  -e neanche troppo a lungo- solo perché chi ha più esperienza di me in queste cose mi ha messo in guardia, ma c'è un ma.
Io ho un carattere molto particolare, sono una che -spesso e volentieri- passa per strafottente
In realtà più che essere strafottente, mi lascio scivolare addosso molte cose, se chiudo con qualcuno non mi manca, se mi insultano me ne frego (ma, come dice il mio capo, ho un IO talmente grande che è' scritto tutto maiuscolo), ho una enorme autostima (forse troppa, ne basterebbe meno, ma non è colpa mia) e questo è stato sicuramente fondamentale nel prenderla così sportivamente. Forse qualcun altro non avrebbe retto ad oltre un anno di insulti, alcuni per altro molto pesanti, non so.
Sarebbe bello se tutti avessero il coraggio di dire in faccia quello che pensano, ma visto che non è così e che di bulli, cyberbulli ed haters è pieno il mondo, se un domani vi doveste trovare in una situazione analoga, vittime di gente malata, denunciate. Non vi costa nulla, nessuno se la prenderà con voi, ma troverete qualcuno disposto ad aiutarvi e a risolvere il problema. 


Se volete leggere un altro post sull'argomento che avevo scritto quando avevano iniziato a perseguitarmi (passatemi il termine) da poco cliccate qui.
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sabato 9 gennaio 2021

Il lockdown ha rotto i coglioni

Sono una persona che si adatta.
Mi adatto più o meno a tutto, mi lamento poco, sorrido sempre, ma proprio sempre sempre, pure quando non c'è proprio niente da sorridere.
Sono ottimista, vedo sempre il lato positivo delle cose e cerco sempre una soluzione o un'alternativa.

Quando é arrivato il coronavirus io ero in ospedale, ricoverata.
Prima di operarmi, la mattina camminavo avanti e indietro per il reparto fermandomi a chiacchierare con più o meno chiunque ed elargendo sorrisoni a chi  non aveva preso benissimo il ricovero, trascorrevo le serate a chiacchierare e fumare davanti all'ingresso del padiglione con i giovani del reparto, mi veniva a trovare un sacco di gente, nessuno portava la mascherina, a Roma non c'erano casi, tutti avevamo appena scoperto che in Italia esiste un posto che si chiama Codogno.
Poi sono stata operata e, infine, sono stata dimessa. 
Mentre dormicchiavo sul divano di casa mia, stordita dai postumi dell'anestesia e dagli antidolorifici, veniva annunciato il primo lockdown e la gente si ammassava al supermercato aperto di notte.

Ho preso il lockdown molto sportivamente.
Dobbiamo stare a casa? Bene, starò a casa.
Non si può andare in palestra? Bene, mi allenerò a casa.
Non posso andare al ristorante? Ordinerò a domicilio?
Il sushi all you can eat é stato cancellato dalla faccia della terra? Mangerò la pizza.
Non posso vedere i miei amici? Li videochiamerò.
Non posso andare a fare shopping? Comprerò online.
Devo stampare un'autocertificazione diversa ogni due ore per uscire di casa per motivi improrogabili? Abbatterò personalmente tutta la foresta Amazzonica (o quel che ne resta) per procurarmi la carta necessaria.
Devo fare due ore di fila al supermercato per fare la spesa? Diventerò amica dei vecchietti che vanno a comprare le patate e la cipolla per ingannare il tempo.
Devo festeggiare il compleanno in lockdown? Mi procurerò la torta più bella di sempre e tormenterà amici e conoscenti spammando foto della torta in questione ovunque.
Durante il primo lockdown, che ai tempi pensavamo fosse l'unico, io stavo bene e si che uscivo di casa solo per andare ai controlli in ospedale e che ho persino vinto un secondo ricovero e un secondo intervento, completamente da sola visto che non poteva entrare nessuno e vi assicuro che, se non ci fosse stata la pandemia, io avrei fatto i controlli, non avrebbero pensato che la febbre che avevo post operatoria fosse probabilmente covid e mi sarei risparmiata un secondo intervento di quattro ore in anestesia totale che mi ha completamente distrutta.

Finito il lockdown, mi sono comunque adattata alla vita ai tempi della pandemia.
Bisogna andare in palestra con la mascherina? Mi procurerò una mascherina abbinata allo zainetto in cui infilo tutte le cose di cui non posso fare a meno durante l'allenamento.
Devo stare lontana dai colleghi al lavoro, rinunciando anche a prendere il caffè con loro? Berrò il thè, così, a caso.
Non posso viaggiare come vorrei? Riprogrammerò le mie vacanze.
Bisogna tenere la distanza di un metro? Starò a due metri.
E così via.
Ho rispettato qualsiasi regola ci venisse imposta, ho sempre portato la mascherina, mantenuto le distanze, rinunciato a qualsiasi cosa potesse essere anche solo un minimo rischiosa e siccome sono evidentemente una stronza mi sono anche presa il covid senza essere mai riuscita a capire come.

Poi é arrivato il secondo lockdown che però non è un vero e proprio lockdown, ma una cosa a metà che non si capisce bene.
Hanno chiuso le palestre? Ho iniziato ad allenarmi all'aperto, ho comprato sfidato il freddo comprando maglie termiche in quantità e probabilmente prima o poi mi verrà la polmonite.
Mi hanno messa in smartworking? Ho trasformato il mio salotto in un ufficio e i miei cani in segretari, nonostante la mancanza del pollice opponibile.
Non si può andare a cena fuori? Ordino la pizza (aridaje).
E potrei continuare all'infinito.
Anche stavolta ho rispettato ogni singola regola, ci sono persone che amo che non vedo da mesi, ho passato le feste da sola, continuo ad indossare la mascherina, a mantenere le distanze, ad essere ligia alle regole. 

Eppure, devo dirlo: il lockdown ha rotto i coglioni.
E ha rotto i coglioni perché non ha senso.
Attenzione: io sono convinta fermamente che l'unico modo per sconfiggere il virus sarebbe chiudere tutto -ma tutto davvero- fino a che una buona parte della popolazione non sarà vaccinata (si, sono pro vaccini), ma ho anche due neuroni -d'altronde tanti ne bastano per fare una considerazione simile- che mi permettono di capire che non è fattibile perché a quel punto la popolazione non sarebbe decimata dal virus, ma dai suicidi dovuti alla disperazione.
L'apri e chiudi però non lo capisco: oggi giallo, domani giallo rinforzato, dopodomani arancione, tra tre giorni verde a pois rossi, fra una settimana rosso a pois verde con sfumatore di carta da zucchero, ma solo dalle cinque alle sette perché dalle sette e un minuto blu con sfumature di viola.
Chiusi i ristoranti e le palestre, ma non i negozi.
Vietato fare la fila all'agenzia delle entrate, ma non da Primark.
Possibile ammassarsi in Via del Corso, ma non si può andare allo stadio.
Scuola si, ma solo dai cinque a sei anni e trentasette giorni, dai sei anni e trentotto giorni no perché non si mai.
Non si può vedere nessuno, ma non proprio nessuno nessuno, magari un amico al giorno lo puoi vedere, ma solo se siete in due in famiglia, altrimenti no. 
Puoi uscire dal comune, ma solo se il comune ha meno di 5000 abitanti, quindi io non posso andare a Fiumicino da Decathlon a prendermi le kettlebell (scherzo eh, le kettlebell da Decathlon sono esaurite da centoventi mesi) che è a due passi da casa mia, ma posso andare a Roma nord che, dall'Eur e  con il traffico, ci vogliono quattro giorni per arrivarci.


Mi sono rotta i coglioni. Davvero eh.
Nonostante io sia una che si adatta, che cerca sempre il lato positivo delle cose e tutte le belle cose che ho raccontato all'inizio, io mi sono rotta i coglioni. Leggetelo detto da Aldo in Tre uomini e una gamba, tanto siamo pure conterranei.
E me li sono rotta perché tutto questo apri e chiudi, questo non sapere, non capire, non avere idea, di andare a tentoni, il non avere una linea chiara é devastante.
Perché mi manca mia madre, che è sola e non è una ragazzina.
Perché mi mancano le mie amiche, i miei amici, il programmare.
Perché lavoro e basta, nel salotto di casa mia, quindi manco esco.
Oppure mi alleno, ma molto meno rispetto a prima e questo non mi piace.
Non sono le piccole cose. Sono le piccole cose tutte insieme che sono diventate pesanti da sopportare.
E tutto questo lo dico da persona fortunata che ha sempre lavorato da quando è iniziata tutta questa storia, che non si è mai vista ridurre lo stipendio, che non è mai andata in cassa integrazione, che ha un tetto sopra la testa, che ha dei progetti che vanno avanti, però ecco, non tutti sono stati fortunati come me, anzi direi siamo in pochi a non avere perso tutto o quasi o comunque ad aver dovuto cambiare la propria vita.

E se state per dire "allora vacci te al governo a prendere decisioni" sappiate che io di lavoro faccio palinsesti e che al massimo sono in grado di mettere in onda cose, quindi no, non sta a me prendere decisioni sensate per il bene del paese.

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martedì 5 gennaio 2021

Ma gli allergici possono farsi un tatuaggio?

Io sono allergica e sono tatuata, molto allergica e molto tatuata se vogliamo essere precisi.
Non sono un medico, non sto dando consigli o pareri su cose che al più dovreste chiedere al medico, ma sto raccontando -come sempre d'altronde- una storia.

Sono allergica da praticamente vent'anni, quindi da più di metà della mia vita.
Ero una bambina, ancora in cura dal pediatra, e sono cresciuta con loro, sempre al mio fianco tra alti e bassi. Pochi alti e molti bassi che ho saputo trasformare in molti alti e pochi bassi.
Ho fatto il mio primo tatuaggio a 18 anni, quando la situazione non era ancora così grave, e il mio secondo a 21 o 22 anni, non me lo ricordo neanche. Il primo lo feci a Palermo, il secondo a Bologna, se mi chiedete chi erano i tatuatori o quale fosse lo studio non ne ho davvero idea.
Sono due farfalle identiche, una con le ali chiuse e una con le ali aperte, a cui ho fatto riprendere le linee circa un anno fa visto che erano completamente scoppiate.
Per anni alla questione tatuaggi non ci ho più pensato.
Quando è morto mio padre, seduta sulla poltrona in cui di solito stava seduto lui, in attesa del funerale, dissi ad una ormai ex collega che volevo fare un tatuaggio. Lei mi rispose che avremmo trovato un tatuatore specializzato in scritte, visto che volevo una scritta. Trovai quella frase molto dolce, nonostante venisse da una persona che tutto era fuoché dolce, perché era la frase di chi aveva capito che stavo delirando e che dicevo cose a caso.
Qualche mese dopo, avevo il mio terzo tatuaggio, ovvero il nome di mio papà sull'avambraccio (lo trovate qui). Da cosa nasce cose e oggi ho tredici tatuaggi di cui qualcuno abbastanza grande.
Alcuni in bianco e nero, altri a colori, altri ancora in bianco e nero con qualche pennellata di rosso o fucsia.
Ho tatuaggi che raccontano storie e sensazioni, ognuno dei quali con un significato difficilmente intuibile da fuori con dettagli talmente studiati che io stessa ogni tanto mi sorprendo di come mi siano venuti in mente. Sono tutti legati a cose, fatti e persone e sono affezionata più o meno a tutti, anche se -come credo sia normale- ho il mio preferito.




Sono tatuaggi che si vedono essenzialmente in estate e in palestra, altrimenti non ve ne accorgereste mai. O almeno credo, sarà che ultimamente mi è capitato che qualcuno mi dicesse che non ci aveva proprio fatto caso o che non lo avrebbe mai detto che io, proprio io, avessi dei tatuaggi o roba del genere.

La domanda che mi viene rivolta più spesso, quanto meno in alcuni contesti é:"Ma gli allergici possono tatuarsi? Ma non hai paura di morire?".
Ovviamente si, a volte ho paura di morire, lo avevo raccontato in questo post.
Ho però deciso di vivere una vita il più normale possibile, nonostante questo significhi adottare un milione di accorgimenti in più rispetto ad una persona normale.
Chiedo, mi informo, ci sbatto la testa, a volte mi viene detto di no, altre volte di si.
Io ho chiesto al mio allergologo, così come ho chiesto a chi mi ha tatuato, d'altronde per tatuarsi non bisogna avere assunto determinati farmaci, alcool e droga e, in ogni caso, bisogna avvisare di eventuali patologie, quindi mi pare il minimo spiegare di essere allergici, quanto meno se si è in una situazione grave e problematica come la mia (qui per saperne di più).
Viene da se -e spero che sia scontato- che è necessario scegliere tatuatori che osservino tutte le norme igieniche richieste visto che, manco a dirlo, vi stanno infilando un ago pieno di inchiostro sotto pelle e che, una volta terminato il tatuaggio, si tratta di una ferita vera e propria che va curata in modo preciso onde evitare conseguenze.
Io ho sempre curato i miei tatuaggi in modo preciso, seguendo ogni indicazione, facendo attenzione a qualsiasi cosa e difatti sembrano sempre appena fatti. Per onore di cronaca, preciso che mi hanno anche sempre detto che ho una bella pelle da tatuare.
Non sono morta, non ho mai avuto una reazione allergica durante o dopo un tatuaggio, niente di niente. Sempre tutto perfetto.

Ne farò ancora? In questo momento non credo.
Ho raccontato tutto quello che volevo o sentivo il bisogno di raccontare, tutto quello che volevo ricordare, tutto quello che volevo poter guardare. Possibile che un domani ci saranno nuove storie da raccontare e allora si vedrà, anche se -come dico sempre- lo spazio comincia a diventare sempre meno, quanto meno in quelle parti del corpo che mi piacciono tatuate.
Quello che posso dire é che no, non saranno mai le allergie alimentari a fermarmi o a condizionarmi la vita, più di quanto già non facciano da un ventennio e di come faranno ancora fino alla fine dei miei giorni. Ho sempre cercato di trovare una quadra e, difatti, l'ho trovata anche in questo caso.

Tutti i tatuaggi di questo post sono miei, sono disegni creati apposta per me seguendo le mie indicazioni.
No, non sono tutti quelli che ho.
Si, tra questi tre c'è il mio preferito.
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domenica 3 gennaio 2021

Da quando hanno chiuso le palestre: come e perché non mollare

Da quando hanno chiuso le palestre -l'ultimo giorno di apertura é stato il 26 Ottobre scorso- io non ho mai saltato un giorno di allenamento.
Mi sono allenata con il freddo, con l'umidità, con la pioggia, con il vento, all'alba, la sera, al parco, per strada, al mare. Ovunque, in qualsiasi condizione climatica.
Sono stata ferma, se vogliamo essere precisi, soltanto la settimana di sintomi da covid perché materialmente non riuscivo neanche ad alzarmi dal divano, né a mangiare. Man mano che i sintomi sono passati, ho ripreso gradualmente ad allenarmi, inizialmente a casa -finché ovviamente non é terminata la quarantena- e poi di nuovo fuori, all'aperto. 
Il primo giorno di allenamento all'aperto post quarantena, nonostante il fiato corto, credo di avere raggiunto picchi di felicità altissimi.
Non mi piace allenarmi in casa, da sola, con i cani che mi molestano ed è per questo che, nonostante tutto, preferisco allenarmi all'aperto.

Facciamo però un passo indietro: che le palestre avrebbero chiuso era, almeno per me, una certezza sin da quando era stato detto che veniva concessa un'altra settimana di apertura e poi si sarebbe deciso.
Venerdì 23 Ottobre, terminata una bellissima classe di crossfit, ho voluto scattare qualche foto con le mie fedelissime compagne di allenamento -Giulia ed Arianna- perché ero convinta che quella sarebbe stata l'ultima classe per un bel pezzo.
Il giorno dopo, sabato 24 Ottobre, sono andata in palestra -con Giulia, ma senza Arianna che lavorava- a fare i massimali. Pioveva, esattamente come oggi e, guardando fuori dalla vetrata del box, mi è presa la tristezza.
Il giorno dopo hanno confermato la chiusura delle palestre fino a data da destinarsi. Palestre che, ad oggi, sono ancora chiuse e che chissà quando riapriranno.
Lunedì 26 Ottobre ero ad allenarmi al parco con Giulia, Arianna e Valentina. 
Quando al parco ha iniziato a fare troppo freddo o non si riusciva ad allenarsi la mattina, ci siamo spostati sotto i portici dell'Eur.
In un'occasione, nonostante non stessimo facendo nulla di male, i guardiani di alcuni uffici pubblici hanno chiamato la polizia che, per la cronaca, ha detto che potevamo restare perché non sussisteva alcun reato come sostenevano i solerti guardiani (di uno degli enti che funziona peggio in Italia per altro, ma questa è solo una piccolissima polemica sterile).


"Ma come ti va?" é ovviamente la domanda che mi sono sentita rivolgere più spesso.
Ora, sarei falsa ed ipocrita se dicessi che mi va sempre. 
Ci sono volte che non mi va, che piuttosto che fare 50 burpees sul lercissimo pavimento di fronte Old Wild West dell'Eur mi farei tagliare un braccio o una gamba o qualsiasi altra parte possa essere anche solo lontanamente coinvolta nell'esecuzione di un burpee.
Credo sia questione di abitudine da una parte e di necessità dall'altra.
Io sento il bisogno di allenarmi, come più o meno chiunque sia abituato ad andare in palestra ogni santo giorno sparandosi minimo due ore di allenamento, e se non lo faccio poi sto male. 
No, non parlo di sensi di colpa perché ingrasserò, rotolerò o cose così, parlo proprio di un'esigenza fisica.
E poi sono abituata a farlo, qualche giorno fa, durante una classe di funzionale molesto, una ragazza ha detto che stava andando avanti in automatico ed é vero, ci sono giorni in cui è l'inerzia che spinge a fare i burpees di cui sopra e non solo, ma pare che i burpees siano il capro espiatorio di ogni cosa: burpees che a me, per la cronaca, piacciono moltissimo.
Inoltre, tenete in considerazione che, oltre alle amiche della palestra (inteso come conosciute in palestra, non é che se le incontro per strada fingo di non conoscerle) di cui sopra, ci sono le mie amiche di sempre con cui abbiamo fondato un club motivazionale senza uguali: se una non ha voglia, arriva un'altra a motivarla (l'altra che arriva a motivare non sono praticamente mai io). Conosco Claudia, Valeria e Nadia da sempre ed é curioso come due di noi siano a Roma, le altre due a Palermo, ma tutt'e quattro abbiamo questo amore -chiamiamolo così- per la palestra. Io, ovviamente, sono la più cafona tra le quattro.

Ho dovuto cambiare un sacco di cose e adattarmi ad altre cose: pensare di poter fare le stesse cose che facevo in palestra é ovviamente impensabile.
In primis, ho dovuto comprare maglie termiche come se piovesse, adesso ho più maglie termiche che jeans. Tutte uguali, praticamente tutte dello stesso colore che presumo -quando prima o poi tutto questo sarà finito- mi darò in faccia.
Ho anche iniziato ad usare i guanti, io che sono sempre stata una fautrice dei calli, se non altro perché le mie nobili mani non le poggio sul marciapiede lercio manco dopo morta E comunque si, l'ho fatto (di non usare i guanti un paio di volte intendo) e poi mi faceva schifo toccare il volante della macchina per tornare a casa, visto che le mani erano nero nero fuliggine manco di mestiere facessi lo spazzacamino.
Allenarsi all'aperto comporta anche un tipo diverso di respirazione a cui bisogna abituarsi e un adattamento al terreno che no, non é neanche lontanamente paragonabile al gommato della palestra.
Ho cambiato tipologia di allenamento: se prima non saltavo una classe di crossfit e avevo una predilezione per i pesi pesanti, termine che mi piace tantissimo, adesso ho dovuto fare ciao ciao con la manina a pesi pesanti e massimali, visto che il massimo che sono riuscita ad avere, in termini di ghisa, sono circa trenta chili che sono utili, utilissimi, ma nulla a che vedere con i pesi che utilizzavo prima (e che chissà se sarò ancora in grado di utilizzare).  Ho imparato cose nuove, mi sono soffermata sulla mobilità, ho stabilizzato cose a cui davo poca importanza o per le quali non avevo tempo. sto facendo tanto corpo libero, sto migliorando su cose che mai avrei pensato di migliorare.
Da due mesi a questa parte, per altro, non ho praticamente più avuto lividi, escoriazioni, dolori di varia natura e via dicendo, il che mi viene da pensare che sia una cosa positiva. Non mi sono neanche più data attrezzi in faccia, in questo caso nel vero senso della parola (qualche mese fa, mi sono data un bilanciere  carico in faccia e ha fatto male, molto male, sento ancora il sapore del sangue in bocca se ci penso).
Ho cambiato obiettivi, non sul lungo termine ovviamente: se prima l'obiettivo era aumentare sempre e comunque, adesso è diventato mantenere e perfezionare. No, non é la stessa cosa. Si, mantenere è più difficile che aumentare. 
Nell'ultimo anno ho perso sette chili senza volerlo perché è così che funziona: controllando l'alimentazione (che non significa fare la fame, significa bilanciare i macro, poi le calorie sono soggettive) e allenandosi tanto succede. Tuttavia devo fare presente una cosa: ho la galleria del cellulare piena di foto che servono a me per rendermi conto dei cambiamenti che faccio (ma che in piccola parte ho pubblicato qua e là sui miei social). Cambiando obiettivi, ovviamente è cambiato anche il fisico, seppur siano passati solo due mesi. Se in meglio o in peggio non lo so, l'obiettivo fisico ormai è secondario, ma oggettivamente è cambiato e questa é una cosa che bisogna tenere in considerazione.

Come e perché non mollare e continuare ad allenarsi?
Se non si è capito da quello che ho scritto prima, lo spiego in due parole.
Come? Cambiando obiettivi e allenamento, se la situazione attuale non permette di continuare lo stesso tipo di allenamento di prima. Possibilmente con un coach -o istruttore che dir si voglia- che vi segue. Io il mio coach non smetterò mai di ringraziarlo, se non altro per avermi aiutato in questi due mesi a superare paure che mi facevano dire "io questo non lo farò mai" relativamente a cose che poi effettivamente ho fatto, anche con parecchia soddisfazione.
Se state pensando che siete impegnatissimi e non avete il tempo, sappiate che io lavoro nove ore al giorno, ultimamente sei giorni su sette e non più cinque su sette, che ho una casa e una famiglia e in questo momento un sacco di cose a cui pensare (vedi post precedente), eppure continuo ad allenarmi. E fidatevi che non sono Wonder Woman e me ne guardo bene dal diventarlo.
Ho persino le unghie lunghe e curate, quindi immaginate (in riferimento ad una tizia che mi disse che se hai le unghie curate non puoi allenarti con i pesi, cosa che non capirò mai, ma tant'è).
Perché? A meno che non abbiate vent'anni, se vi fermate per un mesi, poi riprendere sarà difficilissimo, oltre al fatto che -e questo vale a qualsiasi età- stare fermi è tempo perso, un po' come quelli che dicono che vogliono il culo sodo e la pancia piatta e poi stanno sul divano pensando che tanto è un obiettivo così lontano che non vale la pena, quando basterebbe solo iniziare e poi il resto viene da se.
Ma anche perché, in questo periodo un po' così, aiuta a staccare la spina. Mi è capitato spesso di essere triste o arrabbiata e di riprendermi completamente dopo un'ora di allenamento fatto bene.

Io voglio tornare in palestra, sia chiaro.
Non vedo l'ora di varcare la soglia, di abbracciare un bilanciere olimpico, di farmi la doccia in palestra, di uscire da lì con i capelli bagnati in pieno inverno sperando di non rimanerci secca.
Tanta gente che conosco ha detto che in palestra non ci vuole più tornare, che preferisce questa tipologia di allenamenti all'aperto che fanno aumentare la socialità tra persone (questo é vero, lo confermo), ma io no. Io voglio la palestra, senza se e senza ma.
Ho smesso di scherzare sull'argomento perché mi sono resa conto che non è sicuramente tra le priorità, nonostante al di là di chi -come me- in palestra ci va solo per allenarsi, c'é tanta gente che in palestra ci lavora, che ne è proprietaria e via dicendo e che rientra in quelle categorie a cui si sono chiesti e chiedono sacrifici su sacrifici senza dare una certezza che sia una.

Questo post lo dedico a tutte le persone menzionate in questo post: Giulia, Arianna, Valentina, Nadia, Valeria e Claudia (ultima nell'elenco, ma prima nel cuore, lo preciso se no si arrabbia), ma anche a tutti quelli che -in questi due mesi e un pezzettino- hanno condiviso con me allenamenti, freddo, pioggia, gioie e dolori.

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venerdì 1 gennaio 2021

1 Gennaio 2021: propositi buoni e non.

E alla fine il 2021 é arrivato, dopo un 2020 socialmente terribile, ma che personalmente ho amato più di molti altri anni e che, per me, é un anno con bilancio positivo.

Per questo nuovo anno non ho particolari buoni propositi, non ho necessità di mettermi a dieta a partire da domani, né di correre ad iscrivermi in palestra (che tanto sono chiuse) per smaltire il cenone di San Silvestro. A proposito, qualora a qualcuno interessasse ieri sera ho mangiato un pandoromisù di Pompi, fatto apposta per me, che desideravo da anni e questo non può che essere un segnale positivo.


Comunque, ho in ballo tre cose a cui tengo molto: due lavorative e una personale sulle quali ripongo molte aspettative. Quella personale, prima che a qualcuno venga in mente di dire che sono misteriosa, è una cosa che compriamo con i nostri soldi e che stiamo scegliendo, scelta che disgraziatamente non si fa in due ore, considerato che parliamo di cifre molto (ma davvero molto molto) consistenti.
Presumo che entro la fine del mese riusciremo a completare la scelta e l'affare (che detta così pare una cosa losca) o almeno lo spero. A quel punto festeggiamenti come se piovesse.

Tra due settimane inizierò un nuovo progetto nutrizionale e sportivo, che sarebbe dovuto iniziare a Novembre, ma che è slittato a causa della seconda ondata di coronavirus banalmente perché la persona che inizierà a seguirmi non vive a Roma e data la situazione non è venuta  come fa abitualmente con cadenza settimanale. A 34 anni sono fiera dei risultati raggiunti, dei limiti sconfitti e della tenacia che mi ha permesso di non mollare mai, anche se -lo ammetto- una nuova sfida (chiamiamola così che fa figo).

Questo blog, che negli ultimi due anni è stato trascurato a lungo (qui per saperne di più), é tornato ad essere una priorità. Nell'ultimo anno ho raccontato di me, neanche troppo, ma di molte cose non ho più parlato -per esempio di televisione- ma ho rimesso in piedi un piano editoriale (si chiama così, pure se mi sembra un po' eccessivo definirlo tale) per riprendere a raccontare un po' di cose e per tornare magari a fare compagnia agli altri come un tempo. Il mio di tempo resta sempre poco, ma è una promessa che ho fatto a me stessa, quindi ci provo.

Spero di poter fare un paio di viaggi, previsti per il 2020, che sono saltati miseramente.
Spero anche di costruire quanti più Lego possibili e di tornare a leggere un libro a settimana (ma forse sto chiedendo troppo a me stessa).
Vorrei scrivere che spero che la pandemia passi, ma tempo passerebbe molto come un "voglio la pace nel mondo" sparato a caso a otto anni  quando ti chiedevano cosa desideravi e pareva brutto rispondere "Cicciobello sbrodoloso". 
Spero di potermi vaccinare, visto che rientro tra quelle categorie che non si sa bene se potranno effettivamente vaccinarsi. Qualora ve lo stiate chiedendo, sono assolutamente pro vaccini, qualche anno fa ne avevo parlato qui e anche adesso che sono cambiate diverse cose nella mia vita, continuo ad esserne convintissima.
Spero di riuscire a mangiare da Heinz Beck, alla Pergola, visto che non troppo tempo fa -quando ho provato a prenotare- mi hanno risposto che per una come me, con le mie allergie, non è il caso.
Spero di riuscire a mangiare la Nutella, ma questa è davvero spararla grossa, quindi passate pure avanti.
Non ho in programma nuovi tatuaggi o roba del genere.

Per la fine del 2021, quindi più o meno tra un anno, avrei un obiettivo ancora più ambizioso, ma ecco: non vorrei mettere a questo nuovo anno troppa pressione, visto che già ci si aspetta tanto. E questo é, niente di più, niente di meno.


Per leggere un vecchio post sul 1 Gennaio, l'unico a parte questo che ho scritto, cliccate qui.
Se invece volete vedere il pandoromisù di Pompi che ho mangiato ieri e che finirò oggi o, più in generale, vedere cosa succede più o meno in tempo reale a casa mia mi trovate qui.
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