lunedì 16 settembre 2019

Odiavo la scuola, odiavo il primo giorno di scuola

Sono settimane che, al lavoro, spunta fuori il terribile argomento inizio della scuola.
Che lo so, detta così potrebbe sembrare stupido considerato che parliamo di persone adulte che lavorano e che, di sicuro, non hanno l'enorme problema di quale diario comprare o di dover affrontare compiti in classe e interrogazioni (trovo comunque che il problema più importante sia il diario, io per non sbagliare compravo sempre lo stesso).

Nel nostro caso, l'inizio della scuola significa solo che ricomincia il traffico, quel traffico che ti fa restare due ore in macchina nella speranza di arrivare, prima o poi, al lavoro.
Non conto i giorni che, nonostante fossi uscita da casa ore prima, mi sono ritrovata a lanciare -letteralmente- la macchina in mezzo al parcheggio per correre a timbrare in tempo. Perché, ecco, se sono in ritardo per colpa mia -cosa che fino ad adesso non mi è mai capitata- è un conto, se sono in ritardo perché ci sta un traffico infernale mi rode e manco poco.

Io non amavo la scuola, l'ho sempre detto.
Mi pesava andare a scuola, mi pesava svegliarmi presto (questo mi pesa tuttora, fatevi raccontare dai miei colleghi la mia faccia quando arrivo presto al lavoro), mi pesava stare seduta cinque ore, mi pesava qualsiasi cosa. 
Mi piaceva studiare, quello si, ma mi piaceva studiare quello che dicevo io e di sicuro, tra quello che dicevo io, non c'era né la matematica né la fisica.
Non mi piaceva stare alle bizze dei professori e, giuro, non è vittimismo. Ho una madre insegnante che mi ha sempre detto che se ad un professore stai sul c***o c'è poco da fare, farà di tutto per renderti la vita impossibile. Non che sia giusto, sia chiaro, ma è così. Io questo non lo sopportavo.
Studiavo a scuola, ma ero indisciplinata. Ero una piccola teppista, una che non si teneva niente, cosa che -effettivamente- non faccio manco adesso, anche se sono migliorata. Poco, ma sono migliorata.


Il primo giorno di scuola per me ha sempre significato una cosa: la fine dell'estate e del mare.
La fine del Baretto di giorno e di sera, la fine della serate passate al parco sotto casa dei miei zii, la fine delle serate in piscina a casa di Riccardo, la fine delle serate a Mondello a casa di Roberta, la fine dei pigiama party in cui qualcuno si ubriacava e finiva per nuotare nella camomilla (giuro che è successo davvero, non me lo sto inventando). La fine di qualsiasi cosa per cui valesse la pena vivere (a sedici anni la pensavo così, adesso ho altre priorità).
Sono nata e cresciuta a Palermo, quindi andavo al mare ogni santo giorno per tutta l'estate, Settembre inoltrato compreso. Cominciare la scuola significava dire addio al mare, alle vacanze, al non fare un tubo. Significava dovere uscire di casa ogni santa mattina, sabato compreso (qui per saperne di più), vestita in modo più o meno decente (ho iniziato il liceo nel 1999, ci ricordiamo tutti come si andava in giro a quei tempi, vero?) e poi passare tutti i giorni a fare i compiti, a studiare, a ripetere, a fare esercizi. Ho fatto un liceo che molti consideravano farlocco, io ricordo perfettamente la mole di compiti e di cose da studiare che, in alcuni casi, mi facevano svegliare alle cinque di mattina e andare a dormire alle undici di sera. 

Vivevo l'inizio della scuola con un'angoscia enorme, contavo i giorni che mi separavano dalle vacanze di Natale prima e dalle vacanze estive dopo, odiavo profondamente andare a scuola (così come ho amato l'università, ma tant'è). Adesso odio l'inizio della scuola per il traffico e per le ore che devo passare in macchina. Ecco, diciamo che non si cambia mai.

Buon inizio a tutti, un enorme grandissimo buon inizio, che la scuola sia per voi migliore di come è stata per me.
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domenica 15 settembre 2019

Nessuno dovrebbe dirmi come devo sentirmi e cosa devo fare

Una cosa che ho imparato in questi mesi è che tutti, ma proprio tutti, persino gli estranei, si sentono in diritto di dire come una persona deve stare e di trarre conclusioni sugli stati d'animo  e sui comportamenti altrui senza essere mai davvero passati da determinate situazioni.

Io ho sbagliato tante volte nella mia vita, altre volte ho fatto la cosa giusta per me, ma non per gli altri. Altre volte ancora ho fatto la cosa giusta per gli altri, ma non per me.
In ogni caso, ho fatto delle cose in trentatré anni di vita e, di certo, non posso tornare indietro.
Posso scusarmi se ho sbagliato, posso pagare le conseguenze delle mie azioni, posso sentirmi dire che sono stata brava se ho fatto qualcosa di giusto, ma no, non posso tornare indietro in nessun modo.
Nessuno di noi può tornare indietro, non c'è alcun modo per riscrivere la propria vita.

Ho sofferto, sto soffrendo, sono piena di dubbi e perplessità.
I dubbi e le perplessità mi passano solo quando sono davanti al pc, al lavoro, a fare scalette, a guardare materiale che prima o poi dovrà andare in onda, a scrivere mail che devono essere scritte nel modo più chiaro possibile altrimenti è un casino. Ho altro a cui pensare e, di fatto, mi piace il mio lavoro.
Certe volte penso che prima o poi tutto tornerà a posto, il mio cuore e la mente torneranno sereni, ma non so quando. Aspetto, cercando di fare qualcosa che, spesso e volentieri, è la cosa sbagliata, ma almeno ci provo.


Mi sono sentita dire che non devo passare le notti, quelle difficili, a piangere.
Che non devo passare il mio tempo a riflettere su un divano.
Non devo però neanche ridere perché non sta bene.
Non devo uscire con le amiche perché significa che perdo tempo e non mi preoccupo delle cose importanti.
Non devo andare in vacanza, ma non devo neanche andare al lavoro se sono stremata.
Devo (cito testualmente) levarmi dal cazzo, ma devo comunque comunicare cosa sto pensando e cosa ho in testa. Entro lunedì possibilmente che, si sa, il lunedì è un giorno cruciale.
Devo pensare agli altri e, se non lo faccio, devo vergognarmi. Devo però anche pensare a me stessa perché se non sono serena io, non posso pensare agli altri.
Devo fare quello che voglio, ma se lo faccio rovino la vita agli altri.
Devo rovinare la vita agli altri perché devo pensare prima di tutto a quello che voglio.
Devo farmi andare bene le cose perché altrimenti significa che sono viziata, ma devo lottare perché le cose cambino.
Devo ammettere che non me ne frega niente delle persone, ma se dico che non me ne frega niente -indipendentemente che sia vero o no- sono una persona orribile.
Devo scrivere cosa mi succede, ma se lo faccio è perché voglio (cito testualmente anche in questo caso) acchiappare lettori.
Non devo parlare con nessuno di cosa mi attanaglia, ma devo sottostare alle regole altrui per parlare con i diretti interessati perché altrimenti non ho pazienza.
Devo sbrigarmi a sorridere perché non si può sempre aspettare.
Che quindi, boh, non ho ancora capito se devo avere pazienza o meno.
Devo decidere io cosa fare della mia vita, ma se dico che voglio fare in un modo vuol dire che voglio fare venire i sensi di colpa, se dico che voglio fare in un altro modo vuol dire che sono cattiva.
Se dico che preferisco mandare un messaggio che non parlare al telefono vuol dire che voglio controllare la vita altrui, se dico che va bene parlare al telefono lo faccio apposta per dare fastidio.
Se dico che voglio mangiare la frittata non va bene, se quindi dico che va bene qualsiasi cosa -magari non la Nutella- non so prendere una decisione. E, anche in questo caso, ovviamente, lo faccio apposta.


Ci arroghiamo spesso il diritto, probabilmente l'ho fatto pure io con qualcuno, di capire gli stati d'animo e le azioni altrui e di sindacare su cosa sia giusto o sbagliato.
Ed è lì che probabilmente generiamo ancora più confusione, ancora più malessere. Per dire, eh.



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venerdì 13 settembre 2019

L'epilogo: storia di qualcosa di enorme e inaspettato

Immaginate, durante un periodo non troppo facile, di trovarvi di fronte a qualcosa di enorme, di molto più grande di voi, qualcosa di inaspettato.
Non scriverò di cosa si tratta, non è quello il punto.
Non chiedetemelo, non ve lo dico comunque. E non è cattiveria, non è voler essere criptici, è proprio che non credo sia necessario adesso.
Dicevo: immaginate di trovarvi di fronte a qualcosa di grande, enorme, qualcosa che non sapete come gestire, qualcosa che non vi aspettavate.
Immaginate anche di non avere la serenità per affrontare questo qualcosa, di essere confusi, stremati, in difficoltà.
Immaginate di volere tenere per voi questa cosa, almeno per un po', nella speranza di schiarirvi le idee.
Immaginate ora che qualcuno di molto vicino scopra questa cosa praticamente subito, un po' perché vi conosce e un po' perché forse non siete stati troppo bravi a tenere il segreto.
Immaginate, a quel punto, di trovarvi davanti un muro di gomma, che urla, si arrabbia per qualsiasi cosa, che non comprende che siete solo confuse e che non sapete cosa fare.
Immaginate di gridare aiuto, di chiedere disperatamente di concentrarsi sul problema perché serve serenità e solo dopo, in un secondo momento, pensare al resto.
Immaginate di chiamare a vuoto quel qualcuno milioni di volte e di farlo solo ed esclusivamente perché la vostra coscienza ve lo impone, finché quel qualcuno sparisce, cambia numero, lasciando a voi tutto il dolore e la sofferenza e dia la colpa a voi per ogni cosa. Che magari si, per carità, ci sono delle colpe, inutile negarlo, ma forse il discorso colpe era meglio rimandarlo ad un secondo momento.
Immaginate di sentirvi addossare la colpa per cose che non avete intenzione di fare, che non vi interessa fare, che non avete fatto. Cose che comunque, in quel momento, non vi interessano.



Immaginate adesso di avere paura, di non volere prendere decisioni che non riguardano solo voi, che non vogliate carta bianca, ma un supporto vero e concreto, qualcuno che divida con voi le paure, le difficoltà, ma magari non la vita perché gli eventi inaspettati portano anche a capire delle cose.
Immaginate di sentirvi dire che allora avete solo preso in giro, quando no, non è così, ma anche se lo fosse non è importante adesso, c'è una vita intera per parlarne.
E lo dico io che sono una persona impaziente che non può rimandare mai nulla.

Immaginate che chi doveva starvi accanto sia sparito dandovi la colpa e compaia all'orizzonte qualcuno che, senza che glielo chiediate, cerchi di aiutarvi a trovare la forza, quella forza che non saprete mai se troverete e che, se non la troverete, sarà un disastro su tutta la linea.
Immaginate di sentirvi sole, di avere paura, di trovarvi di fronte a qualcosa di inaspettato e più grande di voi e di trovare, però, la risposta a tante domande che vi siete fatti per mesi, pensando che forse si, ce la farete, qualsiasi cosa succeda. Perché chi doveva prendervi per mano è scappato, ma chi non doveva è lì a tenervi la mano, a stringerla forte e a dire che andrà tutto bene.


Nb. Se pensate che questo sia un post criptico probabilmente avete ragione, ma è un post scritto di getto. Un post che trovo bello, che trovo che riassuma perfettamente il mio stato d'animo.
Se avete voglia di trollare, insultare, qualsiasi altra cosa, fatelo. Davvero, fatelo se vi fa sentire meglio: ciò non toglie che resta un problema vostro e non mio.
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martedì 3 settembre 2019

Come quando c'è bisogno di tranquillità: Palermo.

Tra qualche giorno vado a Palermo.
Poco meno di una settimana fa, avevo detto che per quest'anno niente Palermo, niente vacanze, niente di niente. E, in effetti, questa è stata la mia idea costante per tutta l'estate: un'estate passata al lavoro, persino quel venerdì 16 Agosto in cui in tutta l'azienda eravamo in sei e mangiavamo melone per festeggiare -se così si può dire- l'imminente fine dell'estate.
A dire il vero, complice l'aria condizionata a palla, io quel venerdì avevo addosso persino un maglioncino di cotone, quindi per me l'estate era praticamente una cosa archiviata, sarà che non l'ho mai amata particolarmente (qui per saperne di più).

Erano tanti i motivi per cui non volevo andare a Palermo, così come erano tanti i motivi per cui non ho preso ferie: ne avevo utilizzate tante quando è morto il mio papà, mi dovrebbero servire altri giorni prossimamente per sbrigare alcune scocciature burocratiche e via dicendo.
Poi, ho ricevuto una notizia che mi ha un attimo lasciata perplessa e ho scritto un messaggio a mia madre: "Potresti dare un'occhiata ai biglietti aerei che lunedì provo a chiedere ferie?".
Ho chiesto le ferie e, un ora dopo, avevo già il mio bel biglietto aereo.


Ho scritto a due persone che non vedo l'ora di abbracciare, ho fatto la lista di quello che voglio mangiare (praticamente tutto), ho cominciato a pensare a cosa voglio fare (parrucchiere di fiducia compreso) e adesso conto i giorni.
Tutte le volte che sono arrivata a casa dei miei genitori, a Palermo, qualsiasi ora fosse, mio padre si metteva seduto con me in cucina finché non dicevo "io vado a sistemare la valigia, ci vediamo dopo".
Ho citofonato persino alle cinque di mattina e mio padre era lì in cucina a bere latte per scambiare due chiacchiere con la sua bimba prima di tornare -giustamente- a dormire.
Stavolta non lo troverò ad aspettarmi e sarà dura.
Stavolta non verrà a sedersi sul mio letto con la grazia di un elefante per controllare che io stia effettivamente dormendo.
Stavolta non avrò gelati ogni santa sera perché il gelato era un mio sacrosanto diritto.

Ci sarà dell'altro, però.
Mi aspetta la mia mamma.
Mi aspetta il mio mare, tempo permettendo.
Mi aspettano gli amici.
Mi aspetta tanto cibo.
Mi aspettano le strade della mia città che si, è vero, ho sempre detto che la mia città ormai è Roma, ma ogni volta che scendo dalle scalette dell'aereo o arrivo in Viale Regione Siciliana in macchina, mi sento davvero a casa.
Mi aspettano giorni tranquilli, notti sul mio mio letto -lo stesso di quando ero ragazzina- in una stanza bianca e gialla (poi uno si chiede perché il giallo è il mio colore preferito) per cercare di capire delle cose. Per riflettere, per prendere decisioni, per rilassarmi, per sorridere.
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sabato 24 agosto 2019

Come cambia la vita con le allergie alimentari

Io me lo ricordo quando mangiavo la Nutella.
Mi ricordo quando, all'uscita della scuola media, prendevo sempre il cono pistacchio, stracciatella e cioccolato imbottito nella gelateria della mia amica Jenny.
Mi ricordo le crostate crema pasticciera e fragole del Pastry Shop.
Mi ricordo la prima -e ultima, a dire il vero- volta che ho assaggiato la Cherry Coke. Ero a Londra con la scuola, un mese dopo sarebbe cambiato tutto, ma io ancora non lo sapevo.
Mi ricordo quando mangiavo. Mangiavo e basta, senza chiedere, senza dire mai di no.
Io mangiavo tutto. E mangiare mi è sempre piaciuto.


E poi, ricordo quel giorno: era un sabato pomeriggio, avevo mangiato tantissimi Ferrero Rocher e poi ero andata al supermercato con mia nonna. Ero tornata piena di bolle, non smettevo di grattarmi, mi era cambiata la voce, il labbro era gonfio. 
La corsa al pronto soccorso, la prima diagnosi sbagliata e poi quella domanda a mia madre: "Signora, ma non sa che sua figlia è allergica?". No, non lo sapeva. Non lo sapeva nessuno a dire il vero.

Avevo quattordici anni. Nove giorni dopo ne avrei compiuti quindici.
Oggi ne ho trentatré e sono serena, mangio fuori, viaggio (qui per saperne di più), ho un lavoro che mi piace, degli amici. Ho una vita tutto sommato normale e, perché no, anche abbastanza felice.
Vorrei dire che è sempre stato così, che non ci sono mai stati periodi bui, ma sarebbe una delle più grandi bugie della mia vita.
Abituarsi a non potere mangiare determinate cose è difficile, cambia la dieta, cambia il modo di alimentarsi. Abbiamo imparato a leggere le etichette, ma c'è stato un periodo in cui non avevamo idea di cosa fossero le tracce, non conoscevamo la dicitura "potrebbe contenere tracce di" che ormai è la prima cosa che vado a cercare quando intravedo un prodotto che potrebbe essere ok. L'abbiamo imparato quando un "potrebbe contenere tracce di" che non avevo letto mi ha mandata per direttissima al pronto soccorso, senza passare dal via.

Con le allergie alimentari, cambia il modo di fare la spesa di tutta la famiglia (qui per saperne di più): fatevi dire da mia madre di quando, ragazzina, ho stanato una ciotola piena di albicocche nascosta nell'armadietto di un bagno dove non entravo mai: avevo sentito l'odore da metri e metri di distanza, manco fossi un segugio. Da quel momento, non sono mai più entrati in casa cibi proibiti.
Cambia il modo in cui ti guardano gli altri che, ad un certo punto, smettono di invitarti a cena perché sei -per usare un francesismo- un dito al culo: e questo no, e quell'altro neanche, e quella padella forse potrebbe essere stata usata per cucinare quello, forse quell'altro, va bene che è stata lavata, ma che ne sai. E allora, ad un certo punto, semplicemente smettono.
C'è l'imbarazzo, almeno quando sei adolescente: quell'imbarazzo di guardare i tuoi amici mangiare una torta al compleanno di qualcuno mentre tu puoi solo guardare. Guardare e non toccare. E poi nemmeno baciare qualcuno che quella torta l'ha mangiata.
Cambia il modo in cui si gestiscono le relazioni: "Senti scusa, volevo dirti che se vuoi stare con me devi essere pronto a portarmi al pronto soccorso in ogni momento, queste sono i miei auto-iniettori di adrenalina, no non si fa nel cuore come in Pulp Fiction e io evidentemente non sono Mila Wallace; a proposito, volevo dirti che se mangi qualcosa di proibito poi non mi puoi baciare e, a dire il vero, dovresti evitare anche di toccarmi. Che dici? Proviamo a stare insieme?".  Tanta roba se non scappano. E succede. Oh, se succede.
Immaginate la scena: avete diciassette anni e siete con un ragazzo, magari vi piace, a lui piacete, siete ad una festa, sta per scattare il bacio, quel bacio che magari aspettate da mesi e poi, mentre siete li li, al posto del bacio scatta la domanda: "Scusami, potresti dirmi cosa hai mangiato? No perché sai, se hai mangiato questo o quello (segue elenco infinito che magari quel poverino manco se lo ricorda se ha mangiato o meno tutta quella roba) non possiamo". A diciassette anni può essere terribile, eh. 
Cambia quindi che molti se ne andranno, molti non capiranno e vi spezzeranno il cuore. E, a dire il vero, non me la sento di biasimarli.
Cambia anche -giuro- che se mai lascerete qualcuno non vi verrà rinfacciato -che so- di quella volta che aveva rinunciato al torneo di calcetto per stare con voi. No, vi rinfaccerà di non avere mangiato la Nutella per tutta la durata della relazione (giuro, mi è successo).
Cambia che spesso vi passerà la voglia di uscire perché non trovate un posto adatto, cambia che fare la spesa diventerà un incubo. Cambia che mangerete quasi sempre le stesse cose, quanto meno se siete poliallergici come me.
Cambia che vi verrà voglia di qualcosa che non potete assolutamente mangiare: io vivo con una perenne voglia di Nutella che solo raramente viene sostituita da voglia di gelato al pistacchio o alla nocciola, fragole o spremuta d'arancia. 

Arriverà anche il momento in cui qualcuno vi dirà che date fastidio, che dovete stare a casa vostra (qui per saperne di più) e farà male. Brucerà tantissimo perché non l'avete scelto voi e probabilmente ne avreste anche fatto volentieri a meno.
Vi abituerete a passare molto tempo in ospedale, per i day hospital (qui per saperne di più) o, peggio, in pronto soccorso. Se vi dice bene, non verrete mai intubati, ma potrebbe succedere. E se succederà, imparerete che la vita è un bene preziosissimo da difendere con le unghie e con i denti.

Io, che ho visto la mia vita cambiare tantissimo, ho però sempre detto che non tornerei indietro
Non cambierei questa vita con quella vecchia, quella in cui potevo mangiare tutto e non solo quattro cose in croce. Non sarei io, non mi riconoscerei perché si, la mia vita è cambiata, ma adesso va bene così e non vorrei niente di più di quello che ho adesso. Nutella a parte, si intende.

Nb. Io sono un soggetto poliallergico grave a LTP. Nel tempo, ho sviluppato allergia a tantissimi cibi. Non ho mai intrapreso un percorso di desensibilizzazione perché i medici hanno ritenuto non ci fossero i requisiti. 

Qui ho raccontato del perché, secondo me gli allergici non hanno vita facile.
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