domenica 12 maggio 2019

Mi manca il mio papà

Mi manca il mio papà.
Lo dico così senza giri di parole, così come quando -senza giri di parole- avevo raccontato del giorno che è morto mio padre (qui).

Un paio di giorni non sono stata bene, ero a cena fuori e improvvisamente qualcosa è andato a nero.
Ne parlavo con mia madre che mi ha ricordato che una cosa del genere mi era già successa anni fa: avevo vent'anni, stavo andando all'università, fuori città, e in macchina non ero stata bene. Barre nel cervello, poi nero, nessun cartello.
I miei genitori mi avevano raggiunta, mio padre era rimasto con me per permettermi di seguire la lezione, mi aveva aspettata per ore, poi mi aveva riportata a casa. 
Avevo dimenticato questa storia, poi mi è tornata alla mente al punto che sono riuscita a ricordare dettagli che erano sepolti chissà dove.
Mi manca tanto il mio papà, così tanto che ci sono momenti in cui non riesco a pensare ad altro.
Mi capita di essere in macchina, seduta dal lato passeggero, e rivedere in chi guida cose che faceva mio padre quando mi portava in giro. 
Mi capita di prendere il telefono per mandargli un sms idiota e poi rinunciare a farlo perché tanto non lo leggerebbe nessuno.
Mi capita di guardare l'orologio la mattina e pensare: "si sarà già svegliato?".

Mi manca non potere andare al cimitero quando mi pare, credo che se potessi ci andrei ogni settimana almeno, forse ogni giorno.
Mio padre mi ha sempre portata al cimitero da mia nonna, aspettava fuori, lui non ha mai amato andare al cimitero. Io entravo, mi mettevo seduta, mi mettevo a chiacchierare con mia nonna raccontando aneddoti idioti, facevo domande a mio zio (qui per saperne di più), poi dopo un po' tornavo da papà che mi chiedeva "stanno bene?" e a cui rispondevo "ma si, mi pare di si".
Al cimitero da mia nonna ci vado ogni volta che torno a Palermo, l'ultima volta che ci sono stata è stata la prima in tanti anni in cui non mi è neanche venuto in mente di andare.
Mio padre e mia nonna sono in cimiteri diversi, una scelta che io non ho condiviso, ma che ho accettato. Mi sono chiesta tante volte, negli ultimi due mesi e mezzo, come farò a dividermi quando avrò poco tempo.
So che è stupido, so che non sono credente, so tante cose, ma mi è sempre piaciuto andare al cimitero. Mi rilassa, mi mette serenità, è una cosa a cui non credo riuscirò mai a rinunciare.
Mi metto lì e comincio a chiacchierare, credo che potrei andare avanti per ore.
Probabilmente qualcuno penserà che sono completamente pazza, ma onestamente sti cazzi.

Mio padre non mi ha mai chiesto "com'è andata a scuola?" come tutti i genitori normali, ma negli ultimi dieci anni mi ha sempre chiesto "com'è andata al lavoro?" e io ho sempre risposto "bene".
Mi ha anche sempre chiesto "ma che lavoro fai?", credo sia morto senza averlo mai veramente saputo.
Il giorno che mi hanno telefonato per dirmi di andare a firmare il contratto nel posto in cui tuttora lavoro ero dal parrucchiere. Erano cinque anni che aspettavo di rientrare in un'azienda che ho sempre amato moltissimo: quella chiamata l'ho aspettata per due settimane, sapevo che sarebbe arrivata, ma c'era qualcosa che mi faceva dire "finché non ti chiamano per firmare non esultare".
Avevo telefonato a papà e avevo detto un paio di frasi sconnesse, lui aveva capito e piangeva.
Piangeva perché non avevo passato un bel periodo dal punto di vista lavorativo, piangeva perché io quel lavoro lo volevo tantissimo, piangeva perché io quell'azienda la volevo tantissimo, piangeva perché io rivolevo il mio capo. "Pensa ai capelli, dopo ti vengo a prendere".
Quello è stato il giorno in cui ho tagliato i miei lunghissimi capelli in un cortissimo caschetto, ho fatto le méches : mio padre mi aveva detto che sembravo un cane bracco.
"Ma sei sicura di questi capelli?"
"E tanto mica me li posso fare riattaccare".
Non ero sicura manco per niente, adesso appena crescono di due centimetri corro dal parrucchiere perché i capelli mi si impigliano sulle spalle e non posso proprio sopportarlo.
"Vestiti bene per andare a firmare questo contratto, non andare sempre in giro come una stracciona" mi aveva detto. Mi ero vestita bene in effetti.
Il primo giorno di lavoro papà mi aveva mandato qualche sms, io a quel punto non ero più vestita bene, era più in ansia lui di me.
"Ti piace? Ti piacciono i colleghi?"
"Sono sempre gli stessi a dire il vero, qualcuno in più, qualcuno in meno".
Ogni giorno, da quel giorno, mi aveva chiesto come sempre "com'è andata al lavoro?" e ogni giorno gli avevo risposto "bene" pure quando prendevo incazzature fotoniche, anche quando sbagliavamo qualcosa oppure non sbagliavamo niente e c'era lo stesso un problema.
Mio padre non sa che il giorno che mi hanno detto che stava poco bene, subito dopo è morto, io ero al lavoro e sono scoppiata in un pianto disperato.
Non sa neanche che il mio capo mi ha detto di andarmene a casa e di prendere il primo aereo disponibile.
Non sa che ho pianto tutte le mie lacrime seduta alla mia scrivania -una scrivania piena di unicorni e altre amenità- con il mio capo che mi diceva "non ti voglio vedere così".
Non sa che ho spento il pc, per la prima volta in vita mia, lasciando a metà quello che stavo facendo, io che piuttosto chiedo ai servizi generali di portarmi una brandina, ma non lascio a metà proprio niente.
Non sa che ho timbrato l'uscita e non mi sono fermata a salutare nessuno come faccio di solito.
Non sa neanche che sono uscita da lì che avevo un papà e che ci sono rientrata dopo due settimane che un papà non ce l'avevo più.
Non sa che tra le prime persone che ho chiamato ci sono due mie colleghi e ci sono i miei capi.
Non sa neanche che il giorno che sono tornata al lavoro ho ricacciato indietro le lacrime per tutta la giornata, che ho preso tanti abbracci e tante parole che mi hanno fatto sentire meglio.
Mi manca il mio papà e queste cose gliele avrei volute raccontare, ma non posso farlo.


Dicono che prima o poi si riesca a farsene una ragione, io adesso non lo so se sarà davvero così, presumo di si, adesso mi manca solo tanto il mio papà.


Nb. Sono settimane che vorrei scrivere questo post, l'ho sempre iniziato e non l'ho mai finito, non ho tenuto neanche tutte le bozze perché non mi convincevano. Non mi succede mai: io di solito scrivo di getto, quando sono ispirata, e vado come un treno. Oggi è venuto fuori questo post che forse non è il miglior post del mondo, ma a volte va così.
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giovedì 2 maggio 2019

Storia di quando ho perso la testa per un altro

Sei mesi fa circa ho perso la testa per una persona.
Sei mesi fa circa una persona ha perso la testa per me.
Entrambi sposati, fortunatamente entrambi senza figli, abbiamo iniziato a sentirci e a vederci all'inizio così, giusto per fare due chiacchiere, poi non so cosa sia successo.
Dopo un mese mi aveva regalato un anello e chiesto di sposarlo, nonostante sposarsi non fosse esattamente una cosa fattibile: quella è stata la prima proposta di matrimonio che ho ricevuto in vita mia, nonostante abbia un marito.
Nel giro di due mesi avevamo stravolto completamente le nostre vite: io ho lasciato mio marito, lui sua moglie, abbiamo preso una casa insieme, fatto mille progetti, finché una mattina non mi sono svegliata e ho deciso che -per una serie di motivi- io volevo indietro la mia vecchia vita e l'ho lasciato in un modo orribile.
Lui era in ospedale per operare una mano rotta dopo aver tirato un pugno sul muro a causa mia e io mi sono presentata in tuta e occhiali da vista per dirgli "tra noi è finita". Quel giorno mi ero sentita molto più leggera, mi sembrava di essermi tolta un peso.
Avevo smesso di scrivere sul blog per questo motivo: sapevo che la moglie leggeva ogni mio singolo post ed era diventato stressante. So che poi ha smesso di leggere questo blog, quindi piano piano ho ricominciato a scrivere, anche se -dopo mesi di silenzio quasi totale- è diventato difficile riprendere con i ritmi di prima.
Cinque giorni dopo averlo lasciato, è morto mio padre.
Per me è stato un duro colpo, durissimo, ho sofferto come un cane.
Ho fatto marcia indietro, sono tornata -più o meno- alla mia vecchia vita e anche lui ha fatto lo stesso.
Poi dopo un mese che non ci vedevamo né sentivamo, vuoi per orgoglio, vuoi perché entrambi pensavamo di trovare un muro dall'altra parte, ci siamo rivisti per forza di cose.
Stavamo parlando da circa un minuto quando ci siamo abbracciati così forte che mi è mancato il fiato.
Dopo due minuti ci stavamo già ridicendo ti amo.
Dopo cinque minuti eravamo già tornati insieme, con la consapevolezza che forse tornare indietro  dopo essersi lasciati non era stata una brillante idea.
Da quel giorno è passato un mese esatto che a me sembra una vita, ma che in realtà è -appunto- solo un mese.
"Facciamo le cose con calma" ci siamo detti.
Ci siamo raccontati ogni singolo istante di quel mese lontani, ogni singolo momento, di quanto ognuno cercasse l'altro attraverso piccole cose.
Mi è sembrato che non ci fossimo mai lasciati.


Non cerco giustificazioni, queste cose non si fanno o quanto meno non si dovrebbero fare.
Succede però di innamorarsi di qualcuno anche quando non si dovrebbe, i sensi di colpa mi hanno logorata, uccisa, fatta stare malissimo.
Tanto amore, ma anche tanti litigi perché quando ci sono delle cose non dette, un buco di un mese in uno dei periodi più complessi della mia vita, azioni fatte perché malconsigliati da altri non è mai facile.
Ho urlato "perché mi hai lasciato da sola?" così forte che penso di avere rischiato un infarto, mi è stato urlato "perché mi hai lasciato?".

Nel frattempo, entrambi abbiamo ricominciato a dover fare i conti con una moglie e un marito da cui eravamo tornati, qualsiasi fosse il motivo. Una moglie e un marito con cui litigare, entrambi con l'idea che la colpa non fosse della persona che avevano sposato, ma del terzo incomodo, se così vogliamo chiamarlo.
Ho sempre detto al Marito che non doveva prendersela con lui, ma con me perché sono io la donna che ha sposato, sono io la stronza nei suoi confronti, sono io quella che ha sbagliato con lui, non è l'altro il problema.
Il Marito mi ha chiesto di non vederlo più, di non sentirlo più, come se bastasse chiedere una cosa del genere per far finire nel dimenticatoio tutto questo.
Il Marito ha iniziato a controllarmi a vista, a controllare il telefono, a essere sospettoso, come se bastasse.
Poi ha alzato bandiera bianca e mi ha portato le carte della separazione che, per la cronaca, sono ancora sul tavolo in salotto. Le ho firmate, ma sono ancora sul tavolo.
Ho pianto tutte le mie lacrime, finché non sono arrivata alla conclusione che ho un marito estremamente intelligente che ha capito che forse una sbandata si può perdonare, ma che questa non è una sbandata e che tutto questo non fa bene a nessuno.
Il Marito ha semplicemente deciso che era giunto il momento di lasciarmi andare, non importa se con questa persona o con qualcun altro, ma che non mi poteva tenere legata a  lui.
Nel frattempo, ho dovuto fare i conti con le scenate di gelosia da una parte e dall'altra, scenate a cui non so mai che rispondere, che non so mai come gestire perché in questa storia non è mai facile capire chi ha ragione e chi no.
Ho dovuto fare i conti anche con la difficoltà ad accettare -cosa che ancora non sono riuscita a fare- che un progetto di vita così forte e importante sia probabilmente giunto davvero al capolinea.

C'è stato un giorno, in questo ultimo mese, in cui l'altro ha detto al Marito che mi ama.
Il Marito mi ha detto poi che non serviva che glielo dicesse, che si vede lontano un miglio.
Da cosa si vede non lo so, ma è la stessa cosa che mi ha detto un mio carissimo amico che ha avuto modo di parlare con lui.
Credo però che per quanto sia stata una cosa che lo ha fatto soffrire molto, il Marito -avendoci entrambi davanti e non dovendosi farsi bastare solo quello che gli dicevo io- è riuscito a capire meglio come stavano le cose. E credo che questo glielo dovessi: permettergli di scegliere cosa fare, piuttosto che continuare a mentire.

Di questo mese ricordo i ti amo a volte sussurrati e a volte gridati, le lacrime, i litigi, le promesse più o meno mantenute, ricordo i "come sei bella" e i "sei mia, sono tuo".
Ci siamo ripetuti così tante volte che ci siamo mancati che ormai mi viene da sorridere anche solo quando lo penso.
"Come fai a stare tranquillo quando non ci vediamo?" ho chiesto.
"Penso a te"
"E che fai?"
"Faccio un puzzle, suono, guardo un film, penso a te".

Di questo mese ricordo quando sono andata a recuperarlo a casa perché così ci eravamo promessi di fare se avessimo litigato, i km macinati in macchina per andare chissà dove, ricordo tante risate, ma proprio tante, le cene, le nottate passate a parlare, i progetti, i programmi, le mille foto che ci siamo fatti per avere qualcosa da guardare quando entrambi siamo arrabbiati l'uno con l'altra, il nostro posto, la nostra canzone.
Ricordo anche la stanchezza di gestire una situazione più grande di noi perché non è facile, non è per niente facile.
Questa è una situazione che genera tensioni, indecisioni, nervosismo.
Una situazione in cui spesso è richiesto un passo indietro e altrettanto spesso un passo avanti.
Una situazione in cui tutti, ma proprio tutti, diranno che è sbagliato, non rendendosi conto che siamo perfettamente consapevoli del fatto che moralmente non abbiamo fatto la cosa migliore del mondo, ma che non siamo né i primi né gli ultimi a farsi bastare l'amore, una situazione in cui ci sono degli interessi economici in ballo da tenere in considerazione, una situazione in cui è difficile capire come fare, una situazione in cui a volte un piccolo problema diventa enorme.
Ad un certo punto, io mi sono semplicemente arresa al fatto che -nonostante tutto- non riusciamo a stare lontani.

Spesso, nell'ultimo mese, ho avuto lo sguardo perso nel vuoto.
Ho litigato con un amico molto importante per questa storia, un amico che -nonostante tutto- continua a starmi dietro.
Mi sono fatta prendere per imbecille da più o meno tutti i miei colleghi.
Amiche storiche mi hanno urlato in faccia che non mi si riconosce più, che sono cambiata, che sono diventata una pessima persona.
Mi hanno chiesto perché ci sono tornata insieme dopo tutti gli errori che ha fatto.
"Perché sta facendo di tutto per farseli perdonare questi errori" ho risposto.
Ho anche aggiunto che pure io sbaglio, anche io ho commesso -e commetto- errori.
Lo faccio ogni giorno, ogni ora, ogni secondo, ma poi cerco sempre di ricordarmi quanto ci siamo mancati e quanto abbiamo fatto soffrire le persone intorno a noi per questa storia.

Questo post mi è costato fatica e so che mi espone a giudizi molto facili.
Ultimamente, per una serie di motivi, ho iniziato a non nascondere più questa storia, ad ammettere con chi ho intorno cosa mi è successo negli ultimi mesi e cosa mi sta succedendo ancora oggi, ho deciso di non nascondere più la testa sotto la sabbia, ho pubblicato delle foto.
Ho scritto questo post per sentirmi più leggera perché la verità -anche quando è scomoda- forse fa meno male di un milione di bugie.
Non so cosa succederà, non so cosa voglio, non so cosa aspettarmi, però almeno adesso ho un peso in meno. E io questo peso avevo bisogno di togliermelo.


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lunedì 22 aprile 2019

Domani saranno trentatré

Domani saranno trentatré.
Trentatré anni e sentirne sedici.
Trentatré anni e fare ancora un mare di cazzate.
Trentatré anni e, per la prima volta in vita mia, non avere voglia di festeggiare.
Trentatré anni e, per la prima volta, non avere voglia di scartare regali, di spegnere candeline, di fare le facce buffe davanti ad una macchina fotografica.
All'alba dei trentatré anni, sei mesi e due giorni più tardi, mi piacerebbe fare un bilancio, anche perché -si sa- trentatré anni è un'età in cui qualcuno è morto e magari è anche risorto, quindi non un'età a caso.

Ogni anno, il primo a farmi gli auguri è sempre stato mio padre. 
Mio padre ha sempre avuto la fissa del televideo, lo guardava sempre, di continuo, senza un vero motivo. Credo gli piacesse e basta.
Ho sempre pensato che alle 23.59.59, controllando l'orario sul televideo, preparasse la chiamata perché è incredibile pensare che riuscisse sempre ad essere il primo a mezzanotte spaccata.
Quest'anno non so chi sarà il primo, non so chi si prenderà la briga di prendere il posto di mio padre, ma spero sia qualcuno di speciale.

Quando ero bambina, organizzavamo sempre una festa di compleanno in giardino.
Alla fine, nella maggior parte dei casi, pioveva e dovevamo spostarci all'interno. Ringrazierò sempre i miei genitori per avermi fatto crescere in una villa in cui c'era tanto spazio.
C'erano gli animatori, i palloncini, i mignon di rosticceria, la torta.
La torta che volevo sempre era la Devil, una torta che ho capito troppo tardi esistere solo a Palermo.
Invitavamo tutta la classe, le compagne di pallavolo, figli di amici dei miei genitori.
Mia madre mi dava sempre un numero di amici massimo da invitare e io sforavo sempre.
Uno dei regali più belli che io abbia mai ricevuto era il camper di Barbie, probabilmente già a quel tempo ero fissata con il rosa e non lo sapevo.
Il giorno del mio compleanno è sempre stato il primo giorno dell'anno in cui mettevo la gonna senza collant, qualsiasi temperatura ci fosse.
Poi, crescendo, sono andata in fissa con il Gilda Day, tre giorni di festeggiamenti senza fine.
Ho sempre avuto la fortuna di avere amici che assecondavano la mia follia e questo mio voler essere sempre la protagonista.


Il giorno che ho compiuto diciotto anni non ero andata a scuola, mi avevano sospesa, non ricordo manco più il motivo, forse era per la storia del giornalino scolastico (qui per saperne di più). Ho collezionato più sospensioni e sette in condotta che altro nella mia carriera scolastica, ma tant'è.
Il pomeriggio lo avevo passato con mio padre, a ritirare torta, cena e alcolici. Mio padre mi aveva anche portata di peso a iscrivermi scuola guida perché dovevo prendere la patente.
Era stata una bella festa, con litri di rum scuro e un sacco di cibo. Avevo stappato la mia prima bottiglia di champagne, la seconda è di qualche mese fa ed era lo stesso champagne dei miei diciotto anni, lo avevo scelto apposta.
Il giorno che ho compiuto ventitré anni ero andata a fare un esame scritto la mattina, poi mi ero regalata il piercing sulla lingua che ho ancora oggi e che credo che, insieme a quello che ho sul labbro inferiore, non toglierò mai.
Il giorno che ho compiuto trent'anni invece ho festeggiato in modo meraviglioso, con una bellissima festa a Palermo. Avevo preparato un sacco di cose e c'era la Devil a piani. Ero felice.
Il giorno che ho compiuto trentuno anni avevo le stampelle ed è stato il mio ultimo compleanno da fidanzata perché dopo dodici giorni mi sono sposata.
Il giorno che ho compiuto trentadue anni ho festeggiato al Circeo, con un vestito rosso fuoco e un sorriso stampato sulle labbra, quel sorriso che -dicono tutti- è la parte migliore di me.

Domani saranno trentatré e io non so cosa ne sarà di questo compleanno, ma spero solo che -nonostante tutto- sia bellissimo, come i precedenti trentadue. Tutto qui.
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giovedì 11 aprile 2019

Io, le prove, le voglio superare

L'ultimo mese e mezzo è stato molto doloroso.
Ho sofferto, mi sono svegliata la notte in preda agli incubi perché mi mancava - e mi manca- mio padre.
Durante questi ultimo mese e mezzo ho sempre sorriso, nonostante tutto.
C'è un mio collega che dice sempre: "Gilda sorride a tutti". Mi hanno detto che io sorrido con gli occhi oltre che con la bocca e lo faccio sempre, sorrido davvero a tutti.
Mi piace essere allegra, mi piace ridere e mi piace sorridere.
Mi piace vedere il mondo a colori e non in bianco a nero.


Durante questo ultimo mese e mezzo ho riso di gusto alle prese in giro dei miei colleghi, alle battute degli amici, a quelle del Marito. 
Ho chiesto scusa, sono stata perdonata.
Ho discusso con un amico e ho sofferto -e soffro- molto per questa cosa, ma so che in fondo ha ragione lui. Insisto, gli dico che mi manca.
Non ho mai insistito con nessuno, se una cosa non va non va, qualsiasi sia il motivo.
Se decido di chiudere chiudo e non riapro, ma questo amico è lo stesso amico che non mi ha mai lasciata sola, anche quando avrei meritato un sonoro calcio in culo.
Mi è stato chiesto scusa, così tante volte che ho smesso persino di contarle.
Mi è stato detto "pensavo mi odiassi", eppure io non ho mai odiato nessuno.
Mi è stato chiesto perché, ho chiesto perché.
Ho abbracciato così forte da non sapere neanche dove l'ho trovata tutta questa forza, sono stata abbracciata così forte da perdere il respiro.
Mi è mancato qualcuno, sono mancata a qualcuno.
Ho visto occhi bellissimi piangere per me, ho pianto per quegli occhi bellissimi.
Ho urlato, ho capito che perdonare non è una cosa semplice. Mi sono data del tempo, ho chiesto del tempo, ho chiesto di portare pazienza proprio io che pazienza non ne ho mai avuta. Ho detto che mi passerà.
Amo e sono amata, così tanto che non so neanche io come sia possibile.
Mi sono sentita dire che sono bellissima.
Mi sono fatta tante domande, ad alcune non ho ancora trovato risposta, solo il tempo mi saprà dire cosa devo fare.
Ho rimesso al proprio posto delle persone a cui quel posto lo avevo tolto nel peggiore dei modi, con una brutalità che non mi appartiene.
Ho ripreso chi avevo lasciato, sono stata ripresa da chi avevo lasciato, il tutto nel giro di uno sguardo.
Mi è stato detto "io non ti ho mai lasciata, tu si" e ho abbassato lo sguardo.
Ho capito che ci sono persone che non possono -e non vogliono- essere divise e mi sono arresa a questo. 
Ho proprio detto "mi arrendo", l'ho fatto sorridendo.
Mi è stato chiesto aiuto, ho provato -e sto provando- a darlo.
Ho capito che se c'è un Dio -e non è una cosa a cui credo- quel Dio mi sta mettendo alla prova e io, le prove, le voglio superare. Con tutta la forza che ho.
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mercoledì 13 marzo 2019

Come stai? Come ti senti?

La domanda che mi viene fatta più spesso ultimamente è "Come stai?", seguita a ruota dalla domanda "Come ti senti?".
Non c'è una risposta, non sto e non mi sento in nessun modo.

Ho sempre detto di essere una persona fortunata e mai questa affermazione è vera come in questo periodo: nessuno mi ha mollata un attimo e io ho lasciato che mi coccolassero e che non mi lasciassero mai sola.
Ho un marito, dei cugini, degli amici e dei colleghi eccezionali, ma questo l'ho sempre saputo, semplicemente adesso lo so un po' più di prima.
Sono rientrata al lavoro, ho ripreso ad andare in palestra, ho finito di sistemare casa nuova, ho sbrigato cose burocratiche di cui avrei volentieri fatto a meno, sto riprendendo piano piano a scrivere sul blog.

Il giorno che sono rientrata al lavoro ho trovato delle etichette su tutte le cose che ho sulla scrivania, quella che mi ha fatto ridere più di tutte è stata l'etichetta con scritto foglio appiccicata sul foglio che indica l'impaginazione settimanale dei promo dei palinsesti.
Ho una Minni di Lego sulla scrivania che ho trovato spostata e mutilata. Ho riso, ho cercato i pezzi mancanti che erano finiti dentro al passacavi, l'ho ricomposta e rimessa al suo posto.


Mi manca il mio papà e questo è un pensiero fisso.
Ecco perché non sto e non mi sento in nessun modo.
A questa mancanza non posso fare nulla, ho sempre cercato una soluzione a qualsiasi problema mi si presentasse davanti, ma stavolta una soluzione non c'è.
Mi hanno detto che tra un paio di mesi sarà peggio perché realizzerò davvero, poi piano piano andrà meglio. Non so se sarà davvero così, posso solo aspettare e vedere come andrà.
Mi sono chiesa chi sarà il primo a farmi gli auguri di buon compleanno, di solito è sempre stato mio padre, quest'anno presumo sarà il cane che tanto non si stacca da me un attimo.
Ho scritto un sms per mio padre un paio di sere fa, poi mi sono ricordata che non lo avrebbe letto nessuno e non l'ho inviato.

Mi hanno anche chiesto come sta mia madre.
Mia madre è una donna forte, molto forte, che nella sua vita ne ha viste di ogni.
Ha anche un sacco di cose da fare e un sacco di amici, mio padre la chiamava la presidentessa e affermava di avere diritto ad uno stipendio visto che, di fatto, le faceva da segretario e autista.

Insomma, va così: non sto e non mi sento, ma apprezzo -e tanto anche- chi sta facendo il possibile, e anche l'impossibile, per regalarmi un sorriso.

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