sabato 17 ottobre 2020

Questo Ottobre fuori da ogni controllo

Ottobre é un mese che mi piace da sempre.
Non fa caldo, ma non fa nemmeno freddo.
Non si suda, ma non si congela (io comunque preferisco sempre il freddo al caldo):
Le giornate sono ancora lunghe, ma non troppo.
Ci sono un sacco di cose da fare, ricomincia praticamente tutto dopo l'estate.
Si lavora, ma senza impazzire, non ci sono mille scadenze, quindi -salvo rari imprevisti- si riesce a gestire tutto.
Nel mio caso, si comincia a pensare al Natale, che é vicino, ma non troppo, quindi senza frenesia.
Ottobre mi fa anche pensare ad una frase di ormai dodici anni fa, sulle sfumature delle foglie di autunno, detta durante una serata bolognese, quando ero una studentessa fuori sede poco più che ventenne.


Questo Ottobre 2020 ovviamente é fuori da ogni controllo
.
A Roma fa freddo e piove sempre. Vestiti che sono sicura di avere messo lo scorso Ottobre sono troppo leggeri, ho già provato i riscaldamenti (lo faccio ogni anno al primo freddo, da quando a Bologna ci ritrovammo con i termosifoni non funzionanti) e ho anche avuto la tentazione di lasciarli accessi. Di solito li provo a Novembre inoltrato.
È effettivamente ricominciato più o meno tutto, ma siamo in attesa della nuova stagione de "Il decreto", quindi a breve -molto a breve- scopriremo se chiuderanno di nuovo. Pare che chiudano le palestre e, anche se stavolta sono preparata, non ne sono molto felice. Se vi state chiedendo come faccio ad essere preparata, durante e dopo il lockdown ho comprato un sacco di cose, quindi non sarò costretta ad utilizzare bottiglie d'acqua e improbabili kettlebell realizzate con zaini pieni di cose. Ovviamente non ho a disposizione gli stessi carichi che ho in palestra, anche perché forse -se lanciassi un bilanciere come faccio in palestra- sfonderei il parquet ed é meglio evitare.
Non ho mai lavorato così tanto, non ad Ottobre quanto meno, non sono mai andata così di corsa. Ho incastrato le giornate al centesimo, roba che se succede un imprevisto di trenta secondi mi va a fanculo tutta la giornata. Sono talmente presa da mille cose -non per scelta, non faccio che ripetere che vorrei essere milionaria e vivere di rendita- che ho dimenticato tutti i compleanni di Ottobre, che non sono compleanni qualsiasi. Praticamente mi sono ritrovata a chiedere ad amici molto amici "Scusa, ma che mi sono dimenticata di farti gli auguri?" perché non solo mi ero scordata il compleanno, ma anche se avevo effettivamente fatto o meno gli auguri.
Ho più o meno deciso cosa fare a Natale, ma resta l'incognita: chiuderanno le regioni? Sarà possibile spostarsi? Se ci si sposta, poi si resta bloccati? E io sono una che le cose le programma, i dubbi non fanno per me. Non sapere fino all'ultimo le cose mi da fastidio da sempre, ma tant'é.

Giusto un'ora fa stavo dicendo a Samira che potremmo andare agli Assoluti di ginnastica artistica, appuntamento che mi é sempre piaciuto particolarmente (non come Jesolo, Jesolo resta la mia gara preferita in Italia) visto che sono a Napoli, quindi il viaggio é breve e poi a Napoli si mangia da paura e io ho comunque sempre fame e voglia di cose buone, quindi sarebbe una trasferta tendenzialmente perfetta, però non sappiamo se sarà possibile, se ci potremo spostare, cosa succederà e via dicendo. E questo non é bello. Alla fine siamo giunte a conclusione che manderemo richiesta di accredito e vedremo (no, al momento sono gare per cui non é previsto pubblico, si può accedere solo con accredito e no, non tutti possono chiedere l'accredito).

Insomma, é un periodo un po' così, dopo un'estate di tana liberi tutti (io non ero d'accordo), sembra un autunno con un sacco di limitazioni e incertezze. Se mi concedessero lo smart working forse sarei un pochino più felice, proprio io che lo smart working non l'ho mai amato (qui per saperne di più) e non solo perché forse correrei di meno, ma perché sono più preoccupata causa covid adesso che non sette mesi fa.
Aggiungiamo poi che ogni, da sempre, io ad Ottobre inizio ad avere il naso che cola come i bambini, ad avere la tosse, l'influenza e ad essere febbricitante. È così da sempre, eppure quest'anno questo é un problema e immagino non ci sia bisogno di spiegare perché.

E quindi si va avanti, io trascuro sempre di più questo blog, nonostante di cose da raccontare ne avrei tantissime, ma sono certa che arriverà il giorno che tornerò a scrivere come prima. 
Se ci sarà un nuovo lockdown di sicuro non avrò più scuse.

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venerdì 11 settembre 2020

Venerdì di inaspettata felicità

Ci sono giorni che so perfettamente che l'incastro perfetto delle cose è dovuto a qualcuno che mi osserva e mi protegge.
Non sono credente, non so cosa ci sia dopo la morte, ma sono certa che mio padre mi vede, sa quello che faccio (pure le cose che prima non gli dicevo per non farlo preoccupare) e, in alcuni casi, ci mette lo zampino. Liberissimi di prendermi per scema, lo capirei eh.

La scorsa settimana ho fatto due brutti sogni, con lo stesso protagonista, di quelli che fanno da presagio a qualcosa di sgradevole.
Puntuale come i treni in Svizzera, il presagio (ora, non vorrei sembrare una maga, ma immagino sia chiaro cosa intendo) si è trasformato in un paio di telefonate fastidiose, di quelle che ti fanno pensare seriamente che dovresti cambiare numero (anche se ecco, ho lo stesso numero di telefono da vent'anni e so che non lo cambierei mai). Il fastidio mi è rimasto tutto per qualche giorno, un inizio settimana al sapore di male, di quelli in cui ti chiedi quale disgrazia accadrà, con la mia migliore amica (qui avevo parlato di lei) che mi ha fatto presente che lei crede nei segnali -e tanti se ne sono manifestati in questa settimana- e se non l'amassi immensamente probabilmente l'avrei sgozzata.
Attendo ancora che i segnali diano il loro frutto, sperando non accada, però c'è un però.
Devo comunque dire che tutta sta storia l'ho affrontata in modo sportivo, prendendo applausi dalle amiche che temevano che, ecco, l'avrei presa peggio, magari uccidendo qualcuno (scherzo eh, nessuna persona, animale o cosa é stata maltrattata e non ho manco lanciato il telefono contro il muro).

Oggi è venerdì.
Nonostante una vita da turnista, che ha sempre considerato sabati, domeniche e festivi normali giorni lavorativi, sono vittima del fascino del venerdì (qui vi fare un'idea) che chiude la settimana e del fastidio del lunedì che la apre.
C'è anche da aggiungere che succede qualcosa di venerdì di solito devo aspettare il lunedì per risolverla, se non succede qualcosa che aspetto devo aspettare quanto meno il lunedì, insomma un macello.
Questo é un venerdì iniziato al sapore di male, con la cagna che é stata male tutta la notte, corse contro il tempo per uscire di casa all'orario giusto che se perdi il minuto giusto poi sono sette ore di traffico in più e ulteriori insulti gratuiti a chiunque, Pippo in primis (se non sapete a cosa mi riferisco, é evidente che non conoscete nessun romano).
Poi é arrivata la prima buona notizia, poi la seconda, poi la terza, infine la quarta. Quattro buone notizie nel giro di due ore sono troppo persino per me che sono un'inguaribile ottimista che vede pace, gioia e amore infinito anche nella fine del mondo. Cose che aspettavo, cose che non aspettavo.
Se non fosse che io non voglio assolutamente sfidare il karma, chiederei anche di ricevere una notizia -o meglio una data- che attendo da ormai un po' e che non arriva, ma sto calma, buona e attendo che poi magari il karma si incazza e tra due anni sto ancora aspettando.
Quando succedono queste cose, inaspettate, che migliorano la giornata e anche il week-end -devo comunque dire che io sono una che si accontenta di poco per essere felice- tutte insieme io credo sempre che sia mio papà, come dicevo, che mi guarda e mi da una mano, magari memore della settimana precedente che mi ha visto un pochino più avvilita.


La chiusura definitiva di una rottura di scatole con comunicazione ufficiale, la notizia di una trasferta di lavoro (si chiama trasferta anche se dura un giorno solo, vero?) in cui riesco ad infilare un pranzo con un'amica che non vedo da un po', esami medici che danno buone notizie, un'ottima -almeno per me- forma fisica, dove per ottima forma fisica si intende che non sono piena di cose rotte, che riesco a fare cose che un anno fa mi sognavo e roba simile, un viaggio a breve termine, ottime notizie lavorative. Niente di che direte voi, ma a parte i sogni fastidiosi della scorsa settimana, per me questo Settembre e questo ritorno alla routine é stato davvero incasinato. Pensavo sarei stata più libera, che avrei avuto più tempo, complice anche l'aiuto della mamma (se no probabilmente col cavolo che andavo in trasferta, in palestra e tutto il resto) e invece no: gestire cose vecchie e nuove, dopo mesi in cui tutto o quasi si era fermato, avere di nuovo a che fare con il traffico infinito, infilare tutte le cose da fare e le esigenze di tutti (comprese quelle del cane con la cacarella e il vomito, scusate la brutta immagine) si è rivelato più faticoso di quanto credessi.
Basti pensare che ieri sera, per andare a cena con un'amica, ci ho messo un'ora quando normalmente ci avrei dovuto mettere venti minuti e ovviamente avevo calcolato tutto, infilando anche il rifacimento delle unghie e il crossfit, al centesimo di secondo.

E quindi niente: grazie papi, sei tu che mi hai dato la forza di affrontare cose che non avrei mai pensato di poter affrontare, di allontanare tutto quello che c'era di negativo, di non avere bisogno di chi avrebbe fatto più danni che altro e sei sempre tu che, secondo me, ci metti lo zampino per regalarmi sorrisoni e venerdì felici.

Ps. Se oggi riesco anche a comprare i prodotti per capelli che mi ha consigliato l'amica di cui sopra (che per queste cose é la numero uno e non scherzo) credo che esco in strada e mi metto a ballare. Chiedo comunque scusa per la latitanza, sono attiva sui social, ma poco sul blog, per i motivi di cui sopra. Un giorno incastrerò tutto al meglio, ma quel giorno evidentemente non é oggi.
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lunedì 24 agosto 2020

Dieta: come si fa e come non si fa

Conosco più persone in dieta ipocalorica o in regime di alimentazione controllata che non persone che se ne fregano e mangiano quello che gli va, quando gli va.

Io sono stata a dieta, seguita da una dietologa e ho perso 22 chili.
Quando andai da lei, mi disse esattamente a che peso sarei arrivata. O meglio, a che peso sarei potuta arrivare se avessi seguito le sue indicazioni.
Ai tempi, quello che lei aveva messo come obiettivo mi sembrava un peso eccessivo, io volevo perdere più chili di quelli che diceva lei. 
Adesso, con il senno di poi, vi dico che aveva ragione.
Ho perso 22 chili in otto mesi circa, gli ultimi quattro sono stati i più lunghi da perdere, e non ho mai ripreso un etto. 
Ho aumentato il metabolismo in modo esponenziale e difatti mangio il mio e anche il vostro, questo non é un segreto.
Ho ridotto notevolmente la massa grassa, a favore della massa magra.
Ho quasi del tutto eliminato la cellulite che però, ad un certo punto, mi é tornata (per cause di forza maggiore che spero non vi riguardino mai). Mi sono rimessa sotto per eliminarla di nuovo e, oggettivamente, se guardo le foto di due mesi fa e quelle di oggi la differenza é notevole.
Non ho mai sofferto la fame (qui per saperne di più).
Ho studiato, mi sono informata, ho chiesto perché io di diete, metabolismo, massa magra e massa grassa non ne sapevo un tubo, ma non posso comunque sostituirmi ad un professionista.
E no, non voglio vendervi niente, ho un'avversione totale per i bibitoni dimagranti e comunque di lavoro faccio altro.


Voglio sfatare miti, spiegare cose (che a me sono state spiegate, eh), rompere le palle.
Quindi ecco, cominciamo con l'elenco delle cose da fare, da non fare se si vuole perdere peso e possibilmente non lo si vuole riprendere:
  • Rivolgersi ad un professionista é cosa buona e giusta: per me é stata la prima cosa. Non é una regola, non é obbligatorio, ma é molto utile perché si pensano di sapere tante cose che invece non si sanno e si corre il rischio di fare danni seri. Io ho scelto un medico dietologo perché con i nutrizionisti che avevo contattato prima di trovare lei mi ero trovata malissimo (qui vi fate un'idea del livello di follia con cui mi ero scontrata).
  • Pensare che i carboidrati siano il male assoluto é una minchiata: i carboidrati, semplici e complessi, sono necessari per una dieta, considerato che servono per avere energia. Allo stesso modo sono indispensabili i grassi -quelli buoni- che però, per motivi che ancora oggi non riesco a spiegarmi, non sono demonizzati come i carboidrati complessi. Praticamente ho visto più gente temere un piatto di pasta che non la terapia intensiva di un ospedale (ogni riferimento a fatti, cose o persone é puramente casuale). Esistono comunque le diete praticamente prive di carboidrati, tipo la chetogenica, che si fa sotto stretto controllo medico (no, non ve la potete gestire da soli) e per un periodo limitato con un inserimento graduale e controllato, sempre da parte del medico, dei carboidrati. Se togliete a caso i carboidrati per due mesi pensando di perdere dodici chili ogni sette giorni, sappiate che forse effettivamente perderete quei chili, ma poi li riprenderete con gli interessi e, a quel punto, tanto vale lasciare perdere di tutto principio, no?
  • Non si demonizza il cibo: una dieta ipocalorica deve essere sostenibile nel tempo. Carboidrati a parte, non si può vivere mangiando per mesi o addirittura anni petto di pollo e insalata. Bisogna mangiare anche un gelato, piuttosto che una fetta di torta o la lasagna: é solo necessario che alimenti non esattamente "puliti" siano inseriti in modo sensato all'interno di un piano alimentare. Se togliete tutte le schifezze -che poi eh, secondo me é più genuina la lasagna di mia suocera che non il petto di tacchino confezionato- arriverà il giorno, neanche dopo troppo tempo, che manderete a fanculo la dieta e mangerete anche il frigorifero. No, non intendo il contenuto, intendo proprio l'elettrodomestico. Vi basta pensare che per i soggetti gravemente allergici come me (qui vi fate un'idea) esiste la desensibilizzazione per cercare di reinserire quegli alimenti che danno gravi reazioni (parliamo di shock anafilattici che portano alla morte, non di calorie che portano grasso, fatevi due conti) perché eliminare alimenti è comunque una cosa innaturale, necessaria solo se si ha un sistema immunitario imbecille (come nel mio caso) e, anche quando é necessaria, non ci si da mai per vinti e si cercano terapie -appunto la desensibilizzazione- per poter reinserire quei cibi. Nel mio caso, la desensibilizzazione é fallita, qualora ve lo stiate chiedendo.
  • Il pasto libero non é il demonio: qualsiasi dieta prevede uno o più pasti liberi. Quando chiesi alla mia dietologa come dovevo gestirlo mi disse semplicemente di mangiare quello di cui avevo voglia, senza pensarci e così ho fatto. Uno dei primi pasti liberi che feci fu al Mc Donald's, proprio io che non ho mai avuto la fissa dei fast food, seguito da un maritozzo con la panna grande quanto la mia faccia. Ne avevo voglia e non mi ero fatta tanti problemi. Con il senno do poi, ho imparato che rinunciare a qualsiasi cosa, pure quelle che bene di sicuro non fanno, non va bene. Concedersi lo sfizio, il cosiddetto pasto libero (odio il termine sgarro, che ha un'accezione negativa, quindi non lo userò mai) fa bene al cuore e insegna a gestirsi. Non va visto come un premio anche perché non é che ad ogni chilo perso ti danno una medaglia, ma va inserito all'interno di un piano alimentare in modo intelligente, altrimenti ciao deficit calorico.
  • Le diete non si passano da una persona all'altra come le canne: ogni organismo é diverso, ha esigenze diverse. Io stessa non potrei più seguire la prima dieta che mi fece la mia dietologa perché non va più bene. Vi basta sapere che la mia dieta é stata modificata -nelle calorie, nella divisione di macro e micronutrienti, nella gestione dei pasti liberi e via dicendo- ogni quattro settimane circa, che poi sono diventate cinque. Ancora adesso, in base ad esigenze specifiche, viene modificata. La mia dieta, per la cronaca, me l'hanno chiesta decine e decine di persone perché permette di mangiare tutto e ha calorie molto alte, ma ecco: va bene per me, non per voi e io, al massimo, posso darvi il numero di telefono della mia amata dietologa (e no, non prendo percentuali sui pazienti che le mando, se così fosse a quest'ora sarei milionaria).
  • Il peso é solo un numero: e attenzione, non dico che non sia importante, ma non é tutto. Dieci anni fa avevo più o meno lo stesso peso che ho oggi, solo che oggi ho due taglie in meno di allora perché ho sostituito la massa grassa con la massa magra. Tre mesi fa avevo quattro chili in meno di oggi e il doppio della cellulite, oltre al fatto che se vedeste due foto a confronto c'è una enorme differenza. È più utile, soprattutto quando si raggiunge il normopeso, misurarsi con un metro da sarta che non pesarsi in modo maniacale e compulsivo, contando i grammi. Tenete a mente che le oscillazioni di peso sono normali, tra pasti liberi, ciclo mestruale per le donne, doms e un milione di altre cose.
  • Se non dimagrite mangiando solo una fetta di prosciutto al giorno non é che siete in stallo, é che qualcosa non va: la storia insegna che quando non si mangia -e non si mangia davvero- si perde peso eccome, per altro in un modo assolutamente non sano. Se si mangia a pranzo una fetta di prosciutto e un pomodoro in ventidue litri di olio, non dimagrite perché l'olio é una delle cose più caloriche del mondo (ma va mangiato, é uno dei migliori grassi esistenti) e no, se non lo conteggiate non vuole dire che non esiste. Se mangiate ogni giorno una fetta di prosciutto e un pomodoro e il week-end mangiate come se non esistesse un domani, compreso il vicino di casa, i suoi figli e pure il suo cane non va bene. Bisogna mantenere il deficit calorico, che é soggettivo e non é giornaliero, il corpo ragiona sul lungo periodo e non sa che a mezzanotte é un nuovo giorno, oltre al fatto che cose che pensate che non abbiano calorie in realtà le hanno eccome (vedi olio, conosco tantissime persone che se lo bevono al posto dell'acqua e poi non si spiegano i 97 chili di sovrappeso). In ogni caso, ecco perché un professionista -soprattutto all'inizio- é cosa buona e giusta.
  • Per dimagrire serve solo la palestra: per dimagrire serve il deficit calorico, non bisogna stare sotto al metabolismo basale, ma nemmeno sopra il fabbisogno. Aggiungere l'attività fisica aiuta ad aumentare il fabbisogno e tenete comunque a mente che un chilo di muscolo occupa meno spazio di un chilo di grasso e il muscolo si crea in palestra, non sul divano. Camminare, salire e scendere le scale a piedi sono inoltre un di più. In ogni caso, io la palestra la consiglio perché a me piace e anche tanto, ma non ritengo necessario demonizzare chi schifa ogni tipo di attività fisica, non siamo tutti uguali, non a tutti piacciono le stesse cose e non tutti abbiamo le stesse capacità (tipo io se mi metto a fare zumba mi slogo sicuramente una caviglia entro i primi sette minuti, ma riesco a maneggiare un bilanciere senza problemi).
  • Imparare a conoscere i propri limiti: se decidete di iscrivervi in palestra, sappiate che tutti abbiamo dei limiti, che possono essere superati, ma per i quali serve tempo. Io stessa, praticamente ieri, in palestra mi sono spaccata (qui per saperne di più) perché non ho dato retta al mio corpo e ne ho pagato le conseguenze. Ho ripreso ad allenarmi come si deve la scorsa settimana e tra cinque chili in più e cinque in meno sul bilanciere, continuo a sceglierne cinque in meno perché non voglio farmi male. Qualche giorno fa, l'istruttore in palestra ha detto che non gli era mai capitato di avere davanti solo persone che eseguivano correttamente un determinato esercizio: gli abbiamo fatto notare che in pieno Agosto in palestra ci sono solo quelli che ce l'hanno come missione di vita, gli altri arrivano a Settembre e lì si inizierà a vedere gente farsi male e poi abbandonare perché un corpo non allenato non può fare quello che fa un corpo allenato e, vi dirò di più, per quanto uno sia allenato ci vogliono mesi e mesi per riuscire a fare determinate cose. Io, per fare una verticale, ci ho messo anni quindi figuriamoci, e comunque ho ancora un po' paura e la faccio solo se c'è qualcuno accanto a me.
  • La fretta non serve: mi sono iscritta in palestra tre anni fa, mi sono messa a dieta due anni e mezzo fa circa, solo adesso ho iniziato a lavorare sulla massa muscolare e ho una strada talmente lunga da percorrere che non vedo la fine (e, onestamente, non credo neanche che ci sia la fine). A me interessava si perdere peso, ma mi interessava soprattutto non riprenderlo e per tantissimo tempo mi sono concentrata su quello.
  • Proteine, aminoacidi e simili: da non confondere con gli inutili bibitoni dimagranti che non servono. Le proteine (sotto forma di polvere, pudding, creme, barrette e chi più ne ha più ne metta) servono se ne avete bisogno, se non raggiungete la quota proteica giornaliera, utilissime dopo l'allenamento, ma non si prendono perché fa figo. Se ve lo state chiedendo si, io integro le proteine: non sempre, dipende da un sacco di cose. E, sempre se ve lo state chiedendo, ho valutato -e sto valutando- gli aminoacidi essenziali. In entrambi i casi non ho fatto e non farò mai di testa mia perché io di lavoro faccio palinsesti e non altro, ve l'ho detto. Esiste anche dell'altro, ma ecco: di steroidi e anabolizzanti dubito ve ne parlerò mai perché sono profondamente contraria.

Per il resto, sappiate che: io non sono un medico, né un'agonista.
Questo post nasce dalla marea di stronzate che leggo e sento ogni giorno su dieta, palestra e stile di vita sano. Ieri, poi, una tizia mi ha detto che per perdere peso bisogna mangiare carote, uova e petto di pollo e che il gelato é il male. La sera, difatti, ho mangiato il gelato al caramello al burro salato e stamattina non solo non avevo preso un grammo, ma non penso di avere mai avuto la pancia più piatta di così.
Quello che ho imparato, l'ho imparato sulla mia pelle, chiedendo, informandomi, sbattendoci la testa.
Oggi ho il corpo per cui due anni fa avrei firmato con il sangue, ma che ovviamente non mi basta più perché quando vedi cambiamenti giorno dopo giorno, non riesci a smettere. E va bene così, se lo si fa in modo sano e sensato.
Ho comunque imparato soprattutto ad amarmi, anche se ho ancora della ciccia sui fianchi e anche se un giorno ho gli addominali in bella vista e il giorno dopo, al posto degli addominali, ho il gelato che ho mangiato nel 1996 per festeggiare la fine della scuola elementare. A proposito di diete, di amarsi e amenità simili, leggete questo che é un post che mi piace.


Le foto pre e post allenamenti, con la faccia da smorfiosa le pubblico sulle storie Instagram (mi trovate qui), idem le foto di quello che mangio, quindi -se volete- le trovate lì.

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martedì 18 agosto 2020

Questo è un post scemo (che però racconta un sacco di cose)

Questo è un post scemo.
Non è di quelli che si indicizzerà su Google, che diventerà virale o roba simile.
È un post scemo che racconta cose, in questo martedì di fine estate in cui attendo speranzosa un temporale estivo per togliere sta maledetta umidità che, non so da voi, ma Roma é una cosa tremenda.

Qualche mese fa -io ero appena stata dimessa dall'ospedale (qui per saperne di più)- mi ha scritto un collega chiedendomi una cosa. Una di quelle cose che uno si domanda "ma perché lo stai chiedendo e non, che so, a tua sorella?", anche se a dire il vero non so neanche se abbia una sorella, a naso mi viene da dire di no, ma chissà.
Io avevo i punti in faccia, ero stordita dall'anestesia, Conte farfuglia in tv cose tipo "chiudiamo tutto", la gente si affollava alla stazione di Milano e lui mi chiedeva cose su un altro collega a cui io non solo non sapevo rispondere, ma oggettivamente mi sono sentita un po' come Zerocalcare quando, in piena pandemia, si è ritrovato davanti allo scaffale dei ceci vuoto, ma lui voleva comprare dei ceci, era proprio uscito di casa per comprare quei cazzo di ceci e lo scaffale era vuoto.
Insomma, lui voleva sapere da me dove fosse un'altra persona, chiedeva a me se sapevo perché e per come di alcune cose di cui io non avevo la più pallida idea, non riuscivo neanche ad immedesimarmi e trovare una risposta sensata e, alla fine, mi sono sentita una scema.
Quell'episodio, estremamente stupido, mi ha dato una svegliata.
Io giuro che -sarà che poi é iniziato il lockdown e che io ero in malattia e facevo entra ed esci dall'ospedale- questa cosa mi ha aperto un mondo.
Ora, in effetti detta così così fa ridere e sembra assurdo. Sono sicura che a chiunque sarà capitato che qualcuno gli abbia chiesto "Ehi, ma sai che fine ha fatto Caio Giulio Cesare?" oppure "Ma perché Caio Giulio Cesare non ha detto che era stato in quel posto?" e non provate a negarlo, ma che da domande simili si inneschino ragionamenti sui massimi sistemi dubito fortemente.
Se ve lo state chiedendo, le domande erano queste, parola più, parola meno. E io, Caio Giulio Cesare non sapevo manco se fosse vivo, anche se presumo di si, ma sai mai.
Insomma, io da lì ho iniziato a pensare a mille cose, compresa la Rainbow Cake che volevo per il mio compleanno.

Il 2019 é stato un anno di merda, per tanti motivi.
Chi mi conosce lo sa, chi non mi conosce forse no, ma credetemi sulla parola.
Perché è morto mio padre, ma anche per un sacco di altri motivi.
Il 2020 é stato l'anno in cui mi si é aperto il mondo. Si, perché un collega mi ha chiesto se sapevo dove fosse Caio Giulio Cesare. Credo che qualsiasi psicoterapeuta darebbe testate contro il muro a leggere una cosa simile.
Tre anni fa, qualche mese dopo essermi rotta il ginocchio, avevo iniziato un percorso per stare bene (detta così fa schifo, ma non so come altro dirlo): mi ero iscritta in palestra, poi mi ero messa a dieta, avevo sistemato questioni lavorative, mi ero anche rifatta il guardaroba che non guasta mai.
Poi ho inspiegabilmente messo in stand by la mia vita. Dico davvero, eh.
Non andavo quasi più in palestra perché non avevo tempo, frequentavo persone che mi facevano evidentemente più male che bene, non ero quasi mai serena.
Ho eliminato - da quel giorno di inizio Marzo- le persone che non mi facevano stare bene, non perché fossero necessariamente sbagliate loro, ma perché non andavano bene per me. Succede, eh.
E comunque, in alcuni casi, penso che fossero sbagliate loro, ma siccome fa brutto dirlo, fingo di non averlo neanche pensato.
Sono diventata -e non pensavo fosse possibile- molto più antipatica: esco solo con le persone a cui voglio davvero bene, non do conto al conoscente di cui evidentemente non me ne frega un tubo solo perché è buona educazione, ho smesso di rispondere a chi emana vibrazioni negative (detta così suona figo, dai, e -in ogni caso- se siete tra quelli a cui ho smesso di rispondere sappiate che mai scelta fu più azzeccata), ho cominciato a fregarmene di quello che dice la gente (cosa che, in effetti, facevo anche due anni fa), ho ripreso a fare esattamente tutte le cose che mi facevano stare bene prima del 2019. Tutte, eh.
Le vacanze, la palestra (ok, forse sono un po' fissata), il volontariato, le cene fuori, le gite, lo shopping. 
Ho rimesso a posto -quasi del tutto- i miei acciacchi (qui per saperne di più), grazie ad un medico giovane, bravo e che fa crossfit (é un'informazione rilevante, giuro).
Sono in forma, sono abbronzata, ho accanto persone meravigliose, una in particolare a cui devo tutti i miei grazie per la pazienza (e ce ne vuole tanta) e l'amore incondizionato, ho accanto a me cose preziosissime, talmente preziose che -a volte- penso che se fossi stata meno testarda ci avrei rinunciato e, ovviamente, sarebbe stata la scelta sbagliata.
Ho persino trovato una persona a cui succedono cose più non può essere vero delle mie, ma a lui dedicheremo un capitolo - o meglio un post- a parte(Ciao Antonio, ogni promessa é debito).
Se solo non facesse così caldo -e io il caldo lo sopporto ogni anno di meno- sarebbe davvero tutto perfetto, ma attendo fiduciosa il mio amato inverno per completare l'opera, nonché conto i giorni che mi separano dal mio nuovo meraviglioso tatuaggio, visto che ormai sono quattro mesi che rompo le palle con sta storia di Grosseto e finalmente ci siamo.
Ah, se proprio vogliamo trovare una cosa negativa: Fuffi ha preso un morso e ha una pallina sul collo, che prima non c'era. Nonostante i farmaci, la pallina é ancora lì, ha fatto ieri l'ago aspirato, tra un paio di giorni dovremmo avere i risultati e sapremo se dovrà operarsi. Io ovviamente ho iniziato a temere il peggio, a pensare che una vita senza di lui non so neanche immaginarla, che lo amo immensamente, che sono disposta a fargli mangiare tutti i miei vestiti e che, se non é niente di grave, ma deve operarsi e mettere il collare elisabettiano scappo in Brasile perché Fuffi con il collare elisabettiano é la peggiore catastrofe del mondo.


Questo Agosto, in termini di tempo, è ancora un pochino incasinato, ma giuro che ho in mente tantissimi post: sui tatuaggi (si, anche sul tatuarsi se si è allergici alimentari visto che me lo chiedete in tanti), su come si fa un palinsesto televisivo, su tutti i posti che ho visitato ultimamente, sui miei cani, sulla palestra, sul lavoro.
E poi, riprende la ginnastica, quindi -se tutto va bene- e sarà possibile andare (mi riferisco agli accrediti stampa, non so nulla riguardo il pubblico), ci sarà anche quello.

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venerdì 7 agosto 2020

Scegliere l'università: perché studiare fuori é (sempre) una buona idea

Scegliere l'università é una cosa che ormai non mi riguarda più di un pezzo.

Ormai non ho praticamente più amici che si trovano a dover scegliere l'università, ma ho figli di amici e colleghi che lo fanno, cosa che significa che sono invecchiata, ma questa é un'altra storia.

Scegliere l’università però è una cosa che ho fatto, ormai quasi vent’anni fa -mi fa impressione solo a dirlo- e, ad oggi, posso dire che scegliere bene è una delle cose più importanti della vita perché inevitabilmente è una scelta che condizionerà parecchi anni a venire.

Quando parlo di scegliere bene non intendo scegliere qualcosa che piace davvero, per cui si è portati, non scegliere solo in base al lavoro che si pensa di trovare una volta laureati. Se io avessi studiato ingegneria forse avrei avuto il doppio delle possibilità, ma probabilmente mi sarebbe venuta una crisi isterica al ventesimo tentativo di dare analisi matematica. E altrettanto probabilmente non mi sarei mai laureata, ma anche questa è un’altra storia.

 

Quando ho scelto la triennale, a diciotto anni (si, ho fatto la primina) mi era sembrato naturale frequentare l’università della mia città. Ai tempi, della mia compagnia storica, furono solo in due a scegliere di studiare fuori, entrambi a Milano: uno lasciò l’università dopo poco per dedicarsi all’attività di famiglia e l’altro  -che adesso non c’è più- è rimasto lì dopo gli studi.

Ai tempi ero indecisa tra due corsi di laurea, feci i test di ingresso per entrambi e -siccome sono nata sfigata- li passai entrambi, quindi l’indecisione regnò sovrana fino all’ultimo: un giorno pensavo di iscrivermi da una parte, il giorno dopo dall’altra e andò avanti così per un mese. Alla fine scelsi il Dams e no, non me ne sono pentita.

Finita la triennale, ho deciso di frequentare la specialistica fuori sede, ovvero in una città che non era mia, considerato che la specialistica in cinema -nella mia citta- non c"era.

All’epoca incise moltissimo nella scelta dell’università -o meglio della città- il fatto che il mio allora ragazzo vivesse a 100 km da lì e, dopo parecchio tempo a distanza, non mi sembrava vero. Qualora ve lo stiate chiedendo ci siamo lasciati dopo neanche un anno dal mio trasferimento, ma siamo ancora oggi in ottimi rapporti e ogni tanto ci sentiamo.

In ogni caso, mai scelta fu più azzeccata.

Nonostante siano passati tanti anni e nonostante io dica da una vita che se rinascessi non farei l’università, studiare fuori sede è stata una delle cose migliori che io abbia mai fatto.

Io ho studiato cinema, mi piaceva quello che studiavo e, fermo restando che se rinasco l’università non la faccio, se mai -in questa fantomatica altra vita- fossi costretta a frequentare l’università, il Dams resta una delle opzioni più accreditate.


Il punto comunque non è questo, il punto è la questione fuori sede.

Io ho studiato a più di 1200 km da casa e, quando mi sono trasferita, avevo 21 anni.

Quando frequentavo la triennale lavoravo ed ero già abituata a gestire le mie cose da sola, ma non ero ovviamente abituata a gestire una casa, visto che vivevo con i miei genitori.

La vita da fuori sede ti insegna tante cose, ma proprio tante.


Ho imparato a gestire casa, sia da un punto di vista economico, sia per quanto riguarda pulizia e cose da sbrigare, visto che n’era sempre una.

Io pagavo 330€ di affitto per una stanza singola, spese escluse. A questa cifra si aggiungevano circa 80€ mensili di condominio e riscaldamento centralizzato e circa 40€ per luce, gas e internet. Poi bisognava fare la spesa, pagare i libri e, in generale, tutto quello che mi serviva dai vestiti alle uscite con gli amici. C’è da dire che facevamo tante cene e feste in casa, raramente si cenava fuori, più frequentemente si usciva dopo cena per andare a bere qualcosa a prezzi più che popolari.

In una città come Bologna, universitaria per antonomasia, non mancava la possibilità -per gli studenti- di lavorare, prevalentemente nella ristorazione, ma anche nei negozi e roba del genere. Io ho avuto fortuna perché ero riuscita a lavorare nei set cinematografici (e studiavo cinema, quindi era fighissimo), oltre a lavorare come hostess. Ai tempi, funzionava benissimo Bologna Fiere, c’erano cose abbastanza importanti (mi vengono in mente il Motor Show e Il Cosmoprof, ma c’era anche dell’altro) e non era difficile riuscire a lavorare. Non credo che, nel caso specifico di Bologna, sia cambiato qualcosa.

Di sicuro non sono mai morta di fame, anche se è capitato che con le mie amiche uscissimo con 2€ in quattro. E fidatevi che ci divertivamo tantissimo comunque.

 

Ho  avuto modo di stare in mezzo a gente che veniva davvero da qualsiasi parte del mondo. Non solo italiani quindi, ma anche stranieri che erano lì non come studenti Erasmus, ma perché avevano deciso di iscriversi all’università di Bologna che comunque era -ed è- rinomatissima.

Ho conosciuto usanze, piatti tipici, modi di dire di paesi che -fino a quel momento- non sapevo neanche che esistessero. Ok, magari lo sapevo, ma ecco: non avrei mai immaginato di conoscere usi e costumi dell’Iran (che gli iraniani che ho conosciuto io chiamavano comunque Persia) o dell’entroterra polacco.

Sono stata a contatto con gente di qualsiasi tipo e ho imparato tanto, tantissimo.

 

Ho creato legami indissolubili, che si mantengono ancora oggi che sono trascorsi più di dieci anni dalla laurea.

Avevo un gruppo di amici con cui ho condiviso davvero tutto, formato essenzialmente dai miei compagni di corso. Adesso, che siamo sparsi per il mondo, cerchiamo comunque di vederci quando possibile e se uno passa nella città in cui si trova l’altro un caffè, una cena, quello che si può, è d’obbligo.

Sono stata al Salone del Mobile con un mio compagno di corso che vive a Milano, a fare aperitivo a base di tapas con una che vive a Madrid, visto film alla Festa del Cinema di Roma con due che vivono rispettivamente a Parma e a Palermo, girato Firenze con uno che vive lì e potrei continuare all’infinito.

Due anni fa mi sono presentata senza avvisare in un locale di Bologna che frequentavo ai tempi dell’università e che adesso è di un mio compagno di corso (lui allora in questo locale ci lavorava nel week-end) e dei suoi amici -che ovviamente mi conoscevano da allora- mi sono messa davanti al bancone e l’ho guardato, esattamente come facevo dieci anni prima. “Che ti faccio Gi?” “Fai te, va”. Come se non avessimo più di trent’anni, se non fosse cambiato tutto, io quella sera al Macondo mi sono sentita la studentessa fuori sede che sono stata perché certe cose, certi legami, non cambiano.

 La verità è che quando sei lontano dalla famiglia e hai vent’anni, gli amici diventano la tua famiglia, ci si aiuta, si sta insieme sempre e comunque, si condividono tante cose.

Era abitudine, quando una di noi usciva con un ragazzo, avvisare le altre e dire esattamente dove eravamo di modo che se dopo un tot. non si avevano notizie, ci si regolava di conseguenza. Una volta un’amica si addormentò e non ci avvisò e si creò il panico. Fortunatamente dormiva e non era stata uccisa e smembrata, cosa che ad un certo punto avevamo ipotizzato.

 

Ho imparato a cavarmela da sola.

Si lo so che ho detto che gli amici diventano famiglia e lo ribadisco e sottoscrivo, ma quando non ci sono mamma e papà, si impara a gestirsi.

Non c’è nessuno che ti prepara il pranzo o la cena (ammetto che a ridosso della consegna della tesi se la mia coinquilina e il suo allora fidanzato non mi avessero sfamata, sarei probabilmente morta di stenti e privazioni), nessuno che ti lava i panni o ti rifà il letto, nessuno che va a pagare le bollette e probabilmente, se ci penso tre minuti, mi vengono in mente altre cento cose.

 

Ho imparato ad adattarmi.

Fino a quel momento, ero abituata a viaggiare in aereo, solo in aereo.

Poi ho scoperto la Freccia del Sud perché i voli da Bologna non erano frequenti all’epoca, era tutto un po’ un casino e quindi di necessità virtù. E fidatevi che la Freccia del Sud era una roba abominevole, non a caso non esiste più.

Ci volevano qualcosa come venti ore, si viaggiava in cuccette da sei e il ritardo minimo era di quattro ore.

Ho imparato che dove ci sono tre letti si può dormire in otto se c’è un’emergenza, che si può studiare durante un festino, che se fai una festa verrà chiamata quasi sicuramente la polizia che ti darà torto a prescindere perché se sei uno studente fuori sede fai casino per principio pure se stai bisbigliando.

Ho incontrato e mi sono incontrata (come Licia con Andrea e Giuliano) con abitudini, parole, cibi diversi da quelli a cui ero abituata. Ho imparato cosa fosse il tiro e cosa il rusco, che la mollica si chiama pangrattato e che il pesto bolognese -che non è il pesto che pensate voi- è la cosa più buona del mondo.


Ho imparato a fregarmene di tante cose e l'ho imparato cercando casa a Bologna. A quei tempi, non so se adesso sia cambiato qualcosa, cercare casa a Bologna era una missione impossibile. Si passavano giorni, settimane, a guardare gli annunci attaccati alle bacheche di Via Zamboni, a chiamare e a vedere stanze. Stanze per le quali c'era una fila pazzesca e per le quali, spesso e volentieri, bisognava avere dei requisiti: per esempio non essere studenti del Dams e poter fare la settimana corta, cosa che non puoi fare se vieni dal sud. Ho quindi imparato cosa vuol dire essere discriminati, anche se non l'ho mai vissuta davvero coma una discriminazione, e a fregarmene dei pregiudizi e dei giudizi, cosa che mi porto dietro ancora oggi.



Ho vissuto momenti indimenticabili e dico davvero.

Abbiamo organizzato feste a tema con una preparazione pazzesca, aspettato tutta la notte autobus che non sarebbero mai passati fuori porta in mezzo al nulla, festeggiato compleanni al Santuario di San Luca, fatto pigiama party, studiato in modo disperato in piena notte, girato documentari di notte a Gennaio (e credetemi, di notte a Gennaio a Bologna fa freddo), riso fino alle lacrime e pianto consolata da un’amica per motivi che manco ricordo, ho fritto melanzane per un esercito, mi sono svegliata a casa di un amico con il suo coinquilino che in mutande ci offriva l’uva (a me e ad un’altra amica) e potrei davvero andare avanti all’infinito.

 

Non sono mai tornata indietro, non ho mai immaginato di poter tornare a vivere a Palermo, Bologna è rimasta nel mio cuore e ringrazio ogni giorno di aver vissuto quegli anni. Quindi si, studiate fuori sede, fatelo e se vi preoccupano le spese, tornate al punto uno.



Il primo (qui) e il secondo (qua) post di questo blog, scritti ormai cinque anni e mezzo fa, raccontano una parte di quella vita da fuori sede. Sono scritti in modo molto diverso dai post recenti, vi avviso, ma quando li leggo mi commuovo sempre un po'.

Ai miei compagni di corso ho dedicato, invece, questo post.

A Bologna ho dedicato questo post: un post che mi piace da morire e che, proprio perché mi piace da morire, non riesco a rileggere, È il quinto post più letto del blog e qualcosa vorrà pur dire. Tutto il mio amore per Bologna e per quegli anni lo trovate in questo post.

Sull'andare o meno all'università ho invece scritto questo: ci troverete anche la parte in cui dichiaro di voler fare ingegneria, cosa che ho davvero ripetuto per anni (grazie al cielo, poi sono rinsavita).

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