lunedì 9 dicembre 2019

Quando la vita ti presenta il conto

Credo che la vita, ad un certo punto, ti presenti sempre il conto.
Rileggendo quello che ho scritto nell'ultimo anno, guardandomi indietro, viene da sé pensare che prima o poi sarebbe successo qualcosa che mi avrebbe fatto fermare a riflettere, a chiedermi se avessi sbagliato qualcosa o se le mie scelte erano -e sono- giuste.
Non troppo tempo fa ho ricevuto una notizia che non mi aspettavo. Col senno di poi, me la sarei dovuta aspettare, ma con i se e con i ma siamo bravi tutti.
Era un sabato mattina di fine estate, la mia faccia -sebbene non l'abbia vista allo specchio- me la ricordo bene. Mi ricordo i pianti, il senso di impotenza, la paura.
Ad un certo punto, questa notizia l'ho condivisa con chi avevo -ed ho sempre avuto- vicino e la reazione è stata più o meno come la mia: pianti, impotenza, paura.
So che ci sono persone che sarebbero volute essere al mio posto, lo so perché mi sono state riportate le parole di chi il mio posto lo avrebbe preso volentieri, di chi il mio posto lo voleva, lo rincorreva, lo sognava.  Io quel posto non lo volevo e -tutto sommato- me lo sono dovuta fare andare bene, me lo sono dovuta cucire addosso e, di fatto, me lo sono dovuta tenere.
Che poi, dovuta. Ad un certo punto, ho probabilmente anche voluto tenermelo quel ruolo, mettendo sul piatto della bilancia i pro e i contro.
Ho pensato ogni giorno -e lo penso anche in questo momento- che la vita mi abbia voluto presentare il conto per le mie scelte avventate e lo ha fatto nel modo più impegnativo possibile: con qualcosa che resterà per sempre e che mi porta sentimenti contrastanti ogni giorno. A volte credo sia giusto, altre volte credo sia sbagliato, a volte mi fa sentire bene, altre volte malissimo.
I conti veri e propri con tutto questo li farò, li faremo, tra qualche mese quando sarà tutto più concreto e reale. Intanto si va avanti, piano piano, a fatica, con il tempo scandito da una corsa da una parte e una corsa dall'altra perché, in determinate situazioni, c'è sempre un posto in cui correre, qualcosa da fare, qualcosa da sbrigare.
Nell'ultimo mese, mi sono chiesta se le mie decisioni sono state giuste, se ho preso la strada giusta, mi è stato detto e ripetuto tantissime volte "Decidi tu, hai carta bianca". Non credo che quello che volessi fosse prendere decisioni avendo carta bianca, probabilmente avrei preferito avere qualcuno che mi dicesse esattamente cosa fare, ma è vero anche che lasciare carta bianca a qualcuno su cose che ti cambiano completamente la vita sia, in fondo, un enorme atto d'amore.


So che le mie scelte sono state -e saranno- difficili da accettare per molti altri e, in fondo, mi dispiace.
Mi dispiace per chi si è trovato a scoprire cose che non avrebbe voluto scoprire e che forse avrebbe voluto che non fossero mai accadute, ma sono accadute, ci sono e ci saranno sempre.
Mi sono chiesta un milione di volte cosa avrei fatto io se fossi stata dall'altra parte e, credo, che probabilmente avrei fatto cose molto diverse, ma di fatto non lo saprò mai. 

Un paio di giorni fa siamo stati a Perugia, era da tempo che non trovavo del tempo per fare qualcosa di bello. Abbiamo mangiato e tanto anche, visto che ho avuto un periodo in cui mi svegliavo la mattina in cui l'ultima cosa a cui pensavo era mangiare. Abbiamo camminato, abbiamo visto i mercatini di Natale, mi sono sforzata di non addormentarmi in macchina.
Ho ripreso a fare cose che avevo evitato di fare negli ultimi tre mesi per paura che mi succedesse qualcosa perchè, ecco, erano mesi in cui ci sembrava che pure una goccia d'acqua potesse essere un problema (paranoie da inesperti, sia chiaro, solo che quando è tutto nuovo succede).
Ho ragionato che si, la vita mi, ci, ha presentato il conto, ma che questo conto va affrontato e gestito perché è andata così. E, in fondo, ne sono felice

Nb. Non è un post criptico, è un post di riflessione. Probabilmente, per capirlo a fondo, vanno letti i post degli ultimi otto mesi almeno.

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venerdì 6 dicembre 2019

L'inenarrabile difficoltà di scrivere una descrizione di se stessi

Oggi mi hanno chiesto di scrivere una descrizione di me stessa e io pensato subito a quando, alle scuole medie, dovevo imparare l'inglese (no, non ho studiato l'inglese alle elementari) e la prima cosa era dire che ho occhi e capelli marroni e poi subentrava il nulla cosmico perché, a dire il vero, io non sapevo che dire neanche in italiano, figuriamoci in una lingua che manco si scrive come si legge (avrei scoperto solo successivamente che la normalità è che una lingua non si scriva come si legge, ma cosa volete che ne sapesse una piccola italiana?).

La descrizione di me stessa, quella seria, ovviamente non l'ho ancora scritta e -probabilmente- mai lo farò, però ci volevo comunque provare. No, non a scrivere la descrizione seria che mi fa passare per una persona sana di mente (oddio, quello credo non accadrà mai), ma a scrivere una descrizione, ehm, come dire, cialtrona. Esattamente come me.

Mi chiamo Gilda e il mio nome è la cosa più bella che ho. O quanto meno, è la cosa che mi piace di più. È il nome di mia nonna e, da bambina, mi ha sempre creato un sacco di problemi (qui per saperne di più).
Ho superato i trent'anni, da poco, ma li ho comunque superati. E questo è stato un trauma perché io volevo avere venticinque anni per sempre (guardate il film In Time se non lo avete visto).
Ho occhi e capelli marroni, ma se dovessi imparare l'inglese oggi dovrei aggiungere che ho delle coattissime méches tendenti al biondo che però non sono esattamente bionde. E capelli corti, a caschetto.  Roba che quando le punte dei miei capelli sfiorano il collo comincio a dare di matto perché sono lunghi.


Il traguardo più grande della mia vita è stato comprare un paio di jeans taglia 42, anche se ecco, di me tutto direi tranne che i miei jeans sono una 42. In generale, passo buona parte del mio tempo a mangiare e, quando non mangio, dico che ho fame.
Pare che il mio complicatissimo rapporto con il cibo nasca dal fatto che non posso mangiare quello che voglio perché sono un soggetto allergico. Per dirla completa, dovrei dire che sono un soggetto poli-allergico grave (qui per saperne di più). Praticamente metà delle cose non la posso mangiare, la restante metà la mangio di continuo. Una volta il mio capo mi disse: "Ma è possibile che ogni volta che entro qui dentro tu stai sempre mangiando?" e io risposi semplicemente: "Ho fame" mentre seminavo Risolatte alla vaniglia sulla scrivania. 
Ho cinque tatuaggi, tre sulle braccia e non è ancora finita (mamma, fai finta di niente e passa avanti), di cui uno un po' vistoso. È un unicorno e ne vado molto fiera perché è frutto di uno studio lunghissimo. 
Mi piacciono gli unicorni. Ho talmente la testa tra le nuvole che gli unicorni li vedo pure.
E mi piace il rosa. Ho tutto rosa e fucsia, anche se il mio colore preferito è il giallo limone.
E ho una collezione di mucche pazzesca. E anche una collezione di Lego, praticamente vivo per i Lego, passerei la mia vita a costruire Lego. Ho anche pensato che vorrei lavorare dentro un negozio Lego, ma poi ho scoperto che -per politica aziendale- non amano i tatuaggi a vista e io ho le braccia tatuate.
Ho due cani: ho cani da quando ho memoria e non saprei immaginare la mia vita senza peli di cane ovunque. Il grande è l'estensione di me stessa, mi segue ovunque, dorme attaccato a me, respira quando io respiro, mangia quando io mangio, vive per me; la piccola è una circense anoressica e anche un pochino isterica, evidentemente bisognosa di affetto che richiede camminandoti sulla pancia mentre dormi.


Ecco, arrivata a questo punto mi fermo perché non so più che dire.
Probabilmente aggiungere che divido le cose nei cassetti e dentro l'armadio per colore pare brutto.
Insomma, che diamine si scrive su una presentazione? Cosa manca? Cosa tocca dire ancora?


Nb. Si, quella in foto sono io. Ho migliaia di foto bellissime in cui sembro quasi figa, ma questa rende l'idea del personaggio.
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lunedì 2 dicembre 2019

La colpa (non) è sempre degli altri

Qualche mese fa ho modificato la scaletta giornaliera di un canale televisivo: è il mio lavoro, lo faccio ogni giorno, più o meno a occhi chiusi. Oppure a occhi aperti guardando gli unicorni, dipende dai punti di vista.
Quella scaletta l' avevo fatta io, dell'impaginazione di quel canale conoscevo -e conosco- ogni singola regola e ogni singola eccezione scritte e non scritte. 
La scaletta di quel canale dura 24 ore, dalle 6 alle 6. Nella mia testa dura come il cemento non ho mai tollerato uno scarto maggiore di qualche frame.
Credo che i "scusate, devo sistemare, io un secondo in più non lo posso accettare" si sprechino con me. È una forma di controllo ossessivo compulsiva mi sa.
A quella scaletta avevo lasciato 4 minuti e 18 secondi in più. Quattro minuti nell'arco di una vita non sono niente, quattro minuti in televisione sono una variazione, un disservizio, una tragedia.
Avevo modificato un programma a scaletta già chiusa, avevo ri-allineato, ma non avevo salvato il riallineamento ed era successo un casino: avevo mantenuto il fixed time sul giorno dopo, quei quattro minuti e diciotto erano stati visti dal programma come un nemico feroce (giustamente, eh), era saltato il blocco di un programma del giorno dopo, a quel punto mancavano minuti, erano entrati dei tamponi.
Era colpa mia.
Non colpa del sistema, di Saturno contro, del collega che sabota palinsesti altrui (giuro, è una scusa che negli anni ho sentito usare). Colpa mia.
Avevo scritto il rapporto del disservizio e poi avevo pianto in balcone manco mi avessero ammazzato il gatto (che non ho).
Non mi è mai piaciuto avere la colpa di qualcosa, ma l'unica cosa possibile in quel momento era assumersi ogni responsabilità.


Il punto è che non è sempre colpa degli altri.
Non sempre la responsabilità delle cazzate che facciamo è esterna.
A volte si, eh. Altre volte -che sono la stragrande maggioranza- no.
È che ci piace trovare un colpevole. È la strada più facile trovare un colpevole.
Eppure oggi, che di anni ne ho trentatré e di errori ne ho fatti pure troppi, ho smesso di addossare a chiunque mi capiti a tiro la responsabilità dei miei sbagli.
Ho imparato a chiedere scusa, a volte anche per colpe che non ho e in questo sbaglio. Che a furia di chiedere scusa per le colpe altrui, finisce che chi è realmente responsabile non impara mai. Vale anche se gli altri lo fanno con me, eh.
Ci ho sbattuto il muso. Ce l'ho ri sbattuto, continuo a sbattercelo.
Ho imparato a non fare andare via le persone a cui tengo per non avere il coraggio di ammettere una colpa. Mi sarebbe piaciuto averlo anche a vent'anni questo coraggio.
Ho imparato che i principi non mi servono, anche se a volte non riesco a metterli da parte.
Ho imparato che se pretendo che qualcuno farà qualcosa, quel qualcuno quella cosa non la farà mai. E che se quel qualcuno quella cosa non la fa, forse un motivo c'è.
Ho imparato a non vedere il marcio ovunque.
Ho imparato a fare un passo indietro, anche se poi magari ne faccio tre di troppo in avanti.
Ho imparato che è più facile scrivere il rapporto per un disservizio e poi piangere in balcone che non dire che qualcuno mi ha sabotato la scaletta.
Perché in fondo, la vita è come un palinsesto televisivo: un sottile gioco di incastri in cui basta una distrazione per rovinare tutto. E una volta fatto l'errore, quello resta, quindi ci si può solo prendere la colpa.
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giovedì 7 novembre 2019

Storia di un cellulare defunto (e della tragedia che ne è seguita)

Una settimana fa è morto il mio cellulare.
Morto definitivamente a causa di una brutta caduta: schermo completamente distrutto e touch rotto.
Farlo riparare costava più di comprarne un altro, quindi alla fine -dopo ben dodici ore senza cellulare- ne ho comprato uno nuovo.
Ho ricevuto in regalo il mio primo cellulare a Giugno del 1999, un meraviglioso Nokia 5110 con le cover intercambiabili, e da allora non sono mai stata senza cellulare. Mai, neanche un giorno.
Credo di non essermi mai sentita così tanto fuori dal mondo in vita.
Sono arrivata al lavoro, ho chiamato mia madre -il suo è, insieme a quello di mio padre, l'unico numero che conosco a memoria- e l'ho informata del fattaccio, informandola che in serata ne avrei comprato uno nuovo, ma che per almeno dodici ore non ci saremmo potute sentire. Dopodiché il nulla cosmico.
Niente Whatsapp, niente Facebook, niente telefonate, niente ricerche randomiche su Google su qualsiasi cavolata possibile e immaginabile. Nessun contatto con nessun essere umano, fatta eccezione per i colleghi. Che poi, a volerla dire tutta, noi utilizziamo Whatsapp pure per scriverci "caffè?" da un ufficio all'altro, quindi potete immaginare la tragedia.
Ho dato, per la prima volta dopo anni, un appuntamento in un determinato posto ad un determinato orario, senza poter avvisare o essere avvisata in caso di ritardo o -nella peggiore delle ipotesi- di non potersi più vedere. E si che io sono una che ti scrive pure per dirti "sto arrivando" o "c'è traffico, ritardo dieci minuti" o "sono già arrivata, ti aspetto". 
Eppure, in una vita precedente, io la mia amica Claudia (qui per saperne di più sulla nostra amicizia ventennale) facevamo una cosa che solo a pensarci mi fa venire l'ansia: lei mi faceva uno squillo dal numero fisso di casa sua quando stava per uscire di casa, andava a prendere l'autobus -non sapendo a che ora sarebbe passato- e io, dopo un calcolo matematico degno di Pitagora (scusate, è più o meno l'unico matematico che conosco), uscivo di casa, mi piazzavo alla fermata dell'autobus, lei cercava di farsi vedere e io prendevo lo stesso autobus di modo che potessimo fare insieme il resto del tragitto per andare poi in giro per negozi o chissà dove. Tra casa mia e casa sua c'erano sei km e non so quante fermate dell'autobus.
Dodici ore senza cellulare mi sono sembrate interminabili, meno male che ero al lavoro, anche piuttosto oberata di cose da fare, se no probabilmente non sarei sopravvissuta. Ed ecco, non sono convinta che questa sia una cosa positiva.


La sera, con in mano il mio meraviglioso cellulare nuovo, costato più o meno mezzo stipendio (ma gli indistruttibili Nokia costavano così tanto?), mi sono resa conto che non avevo più numeri di telefono, non avevo più le mie amate foto di cui non avevo fatto un backup (perché sono un'idiota lo so) e non avevo più neanche gli ultimi sms che mi aveva mandato mio padre che custodivo gelosamente. E no, con il touch non funzionante, non sono riuscita a dare il consenso per accedere ai dati di modo da importarli sul nuovo cellulare o sul pc. Praticamente una tragedia.
I numero di telefono in qualche modo li ho recuperati (non tutti, ma si fa quel che si può), tutto il resto no. Mi hanno detto che ci sono posti in cui riescono comunque a recuperare i dati in qualche modo, ma ammetto di non essermi ancora informata.
Non avevo mai pensato -forse perché non mi era mai successo- a quanto il mio cellulare fosse custode di cose a cui tengo, non avevo mai pensato quanto è fondamentale il mio cellulare nella mia vita. E niente, ve l'ho detto, non so se essere felice di questo.
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domenica 20 ottobre 2019

Un blog, per essere considerato famoso, deve avere gli haters

I blog, secondo molti, sono morti.
Io a questo blog sono affezionata. Gli voglio bene, l'ho visto crescere, l'ho visto cambiare, l'ho visto diventare -più o meno- quello che volevo.
Ad un certo punto l'ho anche abbandonato, non avevo voglia di scrivere e, in ogni caso, non avrei saputo cosa dire.

Questo blog è un blog personale, parla di me e della mia vita che è fatta di amici, di amore, dei miei cani, del mio lavoro, di ginnastica e di allergie. A tratti anche di qualcos'altro, ma ecco: gli argomenti principali sono quelli perché la mia vita è fatta principalmente di quello.
Ho frequentato gruppi di blogger, nonostante io non mi definisca tale, ho ricevuto e dato consigli, ho corretto post altrui e ho chiesto ad altri di correggere i miei perché, si sa, i refusi sono sempre dietro l'angolo.
Mi hanno detto che un blog può definirsi famoso quando arrivano gli haters.
Non credo che questo blog sia particolarmente famoso, è molto letto quello si, ma non famoso, però gli haters ci sono. È pieno il blog di commenti di haters, qualche post più di altri, ma in generale è pieno zeppo.  Non credo in generale che la fama di qualcosa si possa stabilire in base a quanti odiano quella cosa.
Un blog personale è, in teoria, qualcosa di intimo, ma è intimo come può essere intimo spogliarsi nella propria camera da letto con le finestre spalancate e se ti spogli con le finestre aperte può accadere che qualcuno ti guardi e che esprima un parere sulle tue cosce o sulle mutande che indossi. Magari qualcuno dirà che le tue cosce sono bellissime, qualcun altro che non gli piacciono proprio, qualcun altro ancora dirà "guarda che cosce da vacca ha quella" oppure commenterà la cellulite (che non so voi, ma che io ho e a niente sono serviti massaggi, linfodrenaggio e preghiere rivolte al Dio della cellulite).
Insomma, i pareri contrari sono previsti, gli haters pure. Io, quanto meno, li metto sempre in conto.
Metto sempre in conto che ci sia qualcuno che, attraverso queste pagine, cerchi di farsi i fatti miei: giusto un paio di settimane fa mi sono venuti a raccontare che alcune persone abbiano cercato di carpire informazioni personali su di me leggendo questo blog, presumo restando a bocca asciutta. Io ero tentata di scrivere un post per salutarli calorosamente, ma poi ho desistito.

Credo che un haters cerchi di minare la serenità di chi scrive o quanto meno di metterlo in ridicolo, sminuirlo.
Un blog, per non essere considerato morto, deve essere aggiornato regolarmente.
Per non essere considerato uno zombie deve avere dei commenti.
Per essere considerato famoso, ve l'ho detto, deve avere gli haters. Non sono molto convinta sia una questione di fama, ma tant'è.
A livello umano, avere uno scambio di pareri è sempre molto utile.
Il punto comunque non è questo.
Il punto è che gli haters che pensano di minare la serenità di qualcuno falliscono miseramente, Si, dovevo assolutamente dirlo.
Non si spezzano cuori insultando persone dietro uno schermo. I cuori, purtroppo o per fortuna, si spezzano in un altro modo.
Io di solito mi ci faccio una enorme risata, spesso faccio leggere i commenti pieni di odio e frustrazione alle mie amiche più strette e ridiamo insieme.
È raro che un commento pieno d'odio, per altro spesso immotivato perché viene da qualcuno che non conosco, mi faccia riflettere su qualcosa.
Mi fanno riflettere le amiche, mi ha fatto riflettere -e prendere una delle decisioni più sensate dell'ultimo anno- la mia amica Ilaria che vedo poco causa distanza (e poi lei è sempre in giro per il mondo), mi fa riflettere Laura che è una delle persone che amo più al mondo non solo perché mi ha regalato il grande amore della mia vita (sua figlia, che un mio piccolo clone e che, per chi mi segue anche su Facebook, è la bimba nella mia foto di copertina), mi fa riflettere Linda, mi fa riflettere Giorgia che è la migliore collega che io abbia mai avuto e che c'è sempre, anche adesso che non dividiamo più l'ufficio. Loro però sanno. Sanno cosa succede davvero nella mia vita, lo sentono dalla mia bocca. Loro sanno, commentano, danno pareri contrari, a volte a muso duro.
No, un hater non mi fa riflettere. Mi fa ridere.  La parola di un hater di solito vale come il due di coppe quando regna bastoni. Questo è, nulla di più, nulla di meno. Ed è così più o meno per tutti quelli che hanno un blog. 


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