mercoledì 25 dicembre 2019

A te e a famiglia

Quando arriva Natale, da sempre, dimentico di fare gli auguri alle persone che incontro: al collega, al panettiere, alla commessa del negozio. E, puntualmente, mi chiedo per un istante per cosa diamine mi stiano facendo gli auguri considerato che il mio compleanno è ad Aprile. Poi, si me lo ricordo, perché se è vero che sono tonta, è anche vero che -dopo qualche secondo- i neuroni di solito si collegano. Io sono così, arrivo quasi sempre un attimo dopo. A volte, questo attimo dura un po' troppo, ma arriva quasi sempre, ve l'ho detto.
E allora parte quell' "a te e famiglia" che, diciamocelo, fa anche un pochino schifo come risposta a degli auguri di buon Natale.


Con questo Natale, NonPuòEssereVero si prende una pausa.
Lo dico così, senza girarci troppo intorno.
Non è una scelta, è l'acconsentire ad una richiesta di qualcuno a cui tengo.
Ecco, diciamo che sto facendo un regalo di Natale a qualcuno, anche se credo che lo avrei fatto pure se fosse stato Febbraio o Agosto. Le motivazioni che stanno dietro a questa richiesta credo contino poco, ognuno ha le proprie ragioni per chiedere qualcuno e ognuno ha le proprie ragioni per decidere se dire di si o se dire di no.
Nell'ultimo anno ho scritto poco, quanto meno rispetto ai miei standard, e -spesso- quando ho scritto qualcosa forse sarebbe stato meglio non farlo. Eppure, non ho mai cancellato un post o un commento, ho cercato di rispondere sempre a tutti e, se non l'ho fatto, è solo perché il commento mi è sfuggito. O perché la piattaforma che ospita questo blog, dopo un numero molto elevato, non li mostra più se non facendo mille giri strani (quindi se pensate che io non vi abbia risposto, fate i mille giri strani e probabilmente la risposta non la troverete); se non sbaglio, questo piccolo inconveniente succede quando un post supera i duecento commenti.
Nell'ultimo anno, diverse persone a me poco vicine hanno detto frasi tipo "io leggerò il blog" e io, stoica, ho risposto "e sti cazzi?".
Nell'ultimo anno, la mia vita è cambiata, sono cambiata io, sono cambiate molte cose. È attualmente in corso un percorso (ops, scusate il gioco di parole, non è voluto) per mettere a posto tante piccole cose, compresi i miei addominali che hanno perso un po' di smalto.
Un anno fa avevo meno tatuaggi, non avevo le unghie sempre perfette e ridevo molto di più, però avevo anche meno vestiti e non squattavo lo stesso peso che squatto oggi. O forse si, lo squattavo, solo che nell'ultimo anno mi sono allenata meno e non è stata una buona idea, quindi sono dovuta ripartire quasi da capo.
Un anno fa c'era mio padre. Non c'era Mila.
Che ecco, non sono neanche convinta che freghi a molte persone di quanto squattavo e di quanto le mie unghie siano sempre bellissime.
Insomma, il punto è che NonPuòEssereVero si prende una pausa
Avrei voluto scrivere un post sul lavoro dello scheduler di palinsesti televisivi, su come funziona media preparation, ma alla fine non l'ho fatto. Lo farò, questo prima o poi lo farò.
Avrei voluto raccontare dei tanti nuovi tatuaggi o del dolorosissimo microdermal che, tornando indietro, piuttosto mi faccio scuoiare a mani nude, ma non ho fatto neanche questo. Lo farò, giuro.
Che poi magari neanche di questo frega niente a nessuno, ma sai mai.

Ho un profilo Facebook che tengo piuttosto aggiornato, mi trovate qui. E se è vero che è tra gli amici ho il mio capo, quindi alla fine cerco anche di contenermi, è vero anche che me ne scordo quasi sempre, quindi...
Il blog ha una pagina Facebook che trovate qui, un profilo Instagram che trovate qui e un profilo Twitter che trovate qui. Non che siano aggiornatissimi come erano un tempo, ma meglio di niente.
Ho anche una mail che è gilda@nonpuoesserevero.it
E se proprio non avete nulla da fare e, sai mai, vi manco (giuro, è una battuta, trattenete le dita) fatevi un giro su questo post.

E insomma: Buon Natale, a voi e famiglia
Continua a Leggere

mercoledì 18 dicembre 2019

Il primo Natale senza

Il primo Natale senza papà.
Non ho fatto l'albero, forse dovrei, ma non riesco a trovare la voglia.
Non ho voglia di Natale, credo.

La vigilia di Natale di qualche anno fa avevo cucinato tutto il giorno.
Papà seduto sulla sua poltrona in cucina, intento a giocare a carte -credo non abbia passato un solo giorno della sua vita senza fare il solitario con le carte da poker- e io che un po' cucinavo e un po' davo ordini ai miei aiutanti.
"Vuoi assaggiare papà?". Un po' assaggiava lui, un po' assaggiavo io, eravamo arrivati alla cena sazi.
"Mi dai un pezzo di salame?"
"Mi fai assaggiare la crema?"
"Com'è venuto il ragù?".
Così per tutto il giorno. 
Era il Natale in cui mi ero fissata con la zuppa inglese e avevamo cercato ovunque l'alchermes per poi trovarlo a cento metri da casa.

C'era poi stato quel Natale, quello in cui mi avevano tolto il frumento.
Ho sempre odiato il panettone, papà lo amava, ma quel Natale credevo di impazzire senza panettone.
Avevamo mangiato un panettone senza frumento, senza frutta a guscio, senza canditi, senza niente. Fatto di aria credo. Faceva schifo credo, come buona parte delle cose senza frumento.
"Ma no dai, è buono"
"E allora mangialo tu".

E poi c'era stato quel Natale, quello in cui mio padre aveva detto "Se non può mangiare mia figlia, non veniamo". Quella figlia così problematica, quella figlia che ha sempre guardato gli altri mangiare e che -forse per questo- ha sempre fame. 
"Ma questo Gilda lo può mangiare?"
"Possibile che ancora non hai imparato?"
 Papà che aveva imparato che a Natale non potevano esserci i bagiggi (le arachidi) e le noci, lui che aspettava Natale praticamente solo per avere la scusa di mangiarne come se piovesse e che aveva dovuto imparare a vivere senza.

E infine l'anno scorso, l'ultimo Natale, che non sapevo che sarebbe stato l'ultimo.
"Ma possibile che se non aspettiamo tua madre aspettiamo te?"
"Non so scegliere cosa mettermi"
"Tutto questo tempo e poi esci di casa così?"
Avevo un paio di pantaloni a campana e una collana che pesa più di me.
Mi ero addormentata sul divano mentre mio padre raccontava le sue storie, quelle storie che conosco a memoria e che adesso vorrei tanto sentire raccontare, ancora una volta.


Questo Natale sarà il primo Natale senza papà.
Il primo Natale senza qualcuno che mi dice "Buon Natale Bimba" appena sveglia.
Io non so se ce la faccio. Io davvero non lo so.
Ho sempre amato profondamente il Natale, mi sa di casa, di tortellini in brodo, di faraona, ma questo Natale non so se ce la faccio. 
Manca una settimana, non c'è l'albero, non ci sono le luci sul balcone, non c'è la ghirlanda sulla porta. non c'è la casa di pan di zenzero Lego.

Continua a Leggere

lunedì 9 dicembre 2019

Quando la vita ti presenta il conto

Credo che la vita, ad un certo punto, ti presenti sempre il conto.
Rileggendo quello che ho scritto nell'ultimo anno, guardandomi indietro, viene da sé pensare che prima o poi sarebbe successo qualcosa che mi avrebbe fatto fermare a riflettere, a chiedermi se avessi sbagliato qualcosa o se le mie scelte erano -e sono- giuste.
Non troppo tempo fa ho ricevuto una notizia che non mi aspettavo. Col senno di poi, me la sarei dovuta aspettare, ma con i se e con i ma siamo bravi tutti.
Era un sabato mattina di fine estate, la mia faccia -sebbene non l'abbia vista allo specchio- me la ricordo bene. Mi ricordo i pianti, il senso di impotenza, la paura.
Ad un certo punto, questa notizia l'ho condivisa con chi avevo -ed ho sempre avuto- vicino e la reazione è stata più o meno come la mia: pianti, impotenza, paura.
So che ci sono persone che sarebbero volute essere al mio posto, lo so perché mi sono state riportate le parole di chi il mio posto lo avrebbe preso volentieri, di chi il mio posto lo voleva, lo rincorreva, lo sognava.  Io quel posto non lo volevo e -tutto sommato- me lo sono dovuta fare andare bene, me lo sono dovuta cucire addosso e, di fatto, me lo sono dovuta tenere.
Che poi, dovuta. Ad un certo punto, ho probabilmente anche voluto tenermelo quel ruolo, mettendo sul piatto della bilancia i pro e i contro.
Ho pensato ogni giorno -e lo penso anche in questo momento- che la vita mi abbia voluto presentare il conto per le mie scelte avventate e lo ha fatto nel modo più impegnativo possibile: con qualcosa che resterà per sempre e che mi porta sentimenti contrastanti ogni giorno. A volte credo sia giusto, altre volte credo sia sbagliato, a volte mi fa sentire bene, altre volte malissimo.
I conti veri e propri con tutto questo li farò, li faremo, tra qualche mese quando sarà tutto più concreto e reale. Intanto si va avanti, piano piano, a fatica, con il tempo scandito da una corsa da una parte e una corsa dall'altra perché, in determinate situazioni, c'è sempre un posto in cui correre, qualcosa da fare, qualcosa da sbrigare.
Nell'ultimo mese, mi sono chiesta se le mie decisioni sono state giuste, se ho preso la strada giusta, mi è stato detto e ripetuto tantissime volte "Decidi tu, hai carta bianca". Non credo che quello che volessi fosse prendere decisioni avendo carta bianca, probabilmente avrei preferito avere qualcuno che mi dicesse esattamente cosa fare, ma è vero anche che lasciare carta bianca a qualcuno su cose che ti cambiano completamente la vita sia, in fondo, un enorme atto d'amore.


So che le mie scelte sono state -e saranno- difficili da accettare per molti altri e, in fondo, mi dispiace.
Mi dispiace per chi si è trovato a scoprire cose che non avrebbe voluto scoprire e che forse avrebbe voluto che non fossero mai accadute, ma sono accadute, ci sono e ci saranno sempre.
Mi sono chiesta un milione di volte cosa avrei fatto io se fossi stata dall'altra parte e, credo, che probabilmente avrei fatto cose molto diverse, ma di fatto non lo saprò mai. 

Un paio di giorni fa siamo stati a Perugia, era da tempo che non trovavo del tempo per fare qualcosa di bello. Abbiamo mangiato e tanto anche, visto che ho avuto un periodo in cui mi svegliavo la mattina in cui l'ultima cosa a cui pensavo era mangiare. Abbiamo camminato, abbiamo visto i mercatini di Natale, mi sono sforzata di non addormentarmi in macchina.
Ho ripreso a fare cose che avevo evitato di fare negli ultimi tre mesi per paura che mi succedesse qualcosa perchè, ecco, erano mesi in cui ci sembrava che pure una goccia d'acqua potesse essere un problema (paranoie da inesperti, sia chiaro, solo che quando è tutto nuovo succede).
Ho ragionato che si, la vita mi, ci, ha presentato il conto, ma che questo conto va affrontato e gestito perché è andata così. E, in fondo, ne sono felice

Nb. Non è un post criptico, è un post di riflessione. Probabilmente, per capirlo a fondo, vanno letti i post degli ultimi otto mesi almeno.

Continua a Leggere

venerdì 6 dicembre 2019

L'inenarrabile difficoltà di scrivere una descrizione di se stessi

Oggi mi hanno chiesto di scrivere una descrizione di me stessa e io pensato subito a quando, alle scuole medie, dovevo imparare l'inglese (no, non ho studiato l'inglese alle elementari) e la prima cosa era dire che ho occhi e capelli marroni e poi subentrava il nulla cosmico perché, a dire il vero, io non sapevo che dire neanche in italiano, figuriamoci in una lingua che manco si scrive come si legge (avrei scoperto solo successivamente che la normalità è che una lingua non si scriva come si legge, ma cosa volete che ne sapesse una piccola italiana?).

La descrizione di me stessa, quella seria, ovviamente non l'ho ancora scritta e -probabilmente- mai lo farò, però ci volevo comunque provare. No, non a scrivere la descrizione seria che mi fa passare per una persona sana di mente (oddio, quello credo non accadrà mai), ma a scrivere una descrizione, ehm, come dire, cialtrona. Esattamente come me.

Mi chiamo Gilda e il mio nome è la cosa più bella che ho. O quanto meno, è la cosa che mi piace di più. È il nome di mia nonna e, da bambina, mi ha sempre creato un sacco di problemi (qui per saperne di più).
Ho superato i trent'anni, da poco, ma li ho comunque superati. E questo è stato un trauma perché io volevo avere venticinque anni per sempre (guardate il film In Time se non lo avete visto).
Ho occhi e capelli marroni, ma se dovessi imparare l'inglese oggi dovrei aggiungere che ho delle coattissime méches tendenti al biondo che però non sono esattamente bionde. E capelli corti, a caschetto.  Roba che quando le punte dei miei capelli sfiorano il collo comincio a dare di matto perché sono lunghi.


Il traguardo più grande della mia vita è stato comprare un paio di jeans taglia 42, anche se ecco, di me tutto direi tranne che i miei jeans sono una 42. In generale, passo buona parte del mio tempo a mangiare e, quando non mangio, dico che ho fame.
Pare che il mio complicatissimo rapporto con il cibo nasca dal fatto che non posso mangiare quello che voglio perché sono un soggetto allergico. Per dirla completa, dovrei dire che sono un soggetto poli-allergico grave (qui per saperne di più). Praticamente metà delle cose non la posso mangiare, la restante metà la mangio di continuo. Una volta il mio capo mi disse: "Ma è possibile che ogni volta che entro qui dentro tu stai sempre mangiando?" e io risposi semplicemente: "Ho fame" mentre seminavo Risolatte alla vaniglia sulla scrivania. 
Ho cinque tatuaggi, tre sulle braccia e non è ancora finita (mamma, fai finta di niente e passa avanti), di cui uno un po' vistoso. È un unicorno e ne vado molto fiera perché è frutto di uno studio lunghissimo. 
Mi piacciono gli unicorni. Ho talmente la testa tra le nuvole che gli unicorni li vedo pure.
E mi piace il rosa. Ho tutto rosa e fucsia, anche se il mio colore preferito è il giallo limone.
E ho una collezione di mucche pazzesca. E anche una collezione di Lego, praticamente vivo per i Lego, passerei la mia vita a costruire Lego. Ho anche pensato che vorrei lavorare dentro un negozio Lego, ma poi ho scoperto che -per politica aziendale- non amano i tatuaggi a vista e io ho le braccia tatuate.
Ho due cani: ho cani da quando ho memoria e non saprei immaginare la mia vita senza peli di cane ovunque. Il grande è l'estensione di me stessa, mi segue ovunque, dorme attaccato a me, respira quando io respiro, mangia quando io mangio, vive per me; la piccola è una circense anoressica e anche un pochino isterica, evidentemente bisognosa di affetto che richiede camminandoti sulla pancia mentre dormi.


Ecco, arrivata a questo punto mi fermo perché non so più che dire.
Probabilmente aggiungere che divido le cose nei cassetti e dentro l'armadio per colore pare brutto.
Insomma, che diamine si scrive su una presentazione? Cosa manca? Cosa tocca dire ancora?


Nb. Si, quella in foto sono io. Ho migliaia di foto bellissime in cui sembro quasi figa, ma questa rende l'idea del personaggio.
Continua a Leggere

lunedì 2 dicembre 2019

La colpa (non) è sempre degli altri

Qualche mese fa ho modificato la scaletta giornaliera di un canale televisivo: è il mio lavoro, lo faccio ogni giorno, più o meno a occhi chiusi. Oppure a occhi aperti guardando gli unicorni, dipende dai punti di vista.
Quella scaletta l' avevo fatta io, dell'impaginazione di quel canale conoscevo -e conosco- ogni singola regola e ogni singola eccezione scritte e non scritte. 
La scaletta di quel canale dura 24 ore, dalle 6 alle 6. Nella mia testa dura come il cemento non ho mai tollerato uno scarto maggiore di qualche frame.
Credo che i "scusate, devo sistemare, io un secondo in più non lo posso accettare" si sprechino con me. È una forma di controllo ossessivo compulsiva mi sa.
A quella scaletta avevo lasciato 4 minuti e 18 secondi in più. Quattro minuti nell'arco di una vita non sono niente, quattro minuti in televisione sono una variazione, un disservizio, una tragedia.
Avevo modificato un programma a scaletta già chiusa, avevo ri-allineato, ma non avevo salvato il riallineamento ed era successo un casino: avevo mantenuto il fixed time sul giorno dopo, quei quattro minuti e diciotto erano stati visti dal programma come un nemico feroce (giustamente, eh), era saltato il blocco di un programma del giorno dopo, a quel punto mancavano minuti, erano entrati dei tamponi.
Era colpa mia.
Non colpa del sistema, di Saturno contro, del collega che sabota palinsesti altrui (giuro, è una scusa che negli anni ho sentito usare). Colpa mia.
Avevo scritto il rapporto del disservizio e poi avevo pianto in balcone manco mi avessero ammazzato il gatto (che non ho).
Non mi è mai piaciuto avere la colpa di qualcosa, ma l'unica cosa possibile in quel momento era assumersi ogni responsabilità.


Il punto è che non è sempre colpa degli altri.
Non sempre la responsabilità delle cazzate che facciamo è esterna.
A volte si, eh. Altre volte -che sono la stragrande maggioranza- no.
È che ci piace trovare un colpevole. È la strada più facile trovare un colpevole.
Eppure oggi, che di anni ne ho trentatré e di errori ne ho fatti pure troppi, ho smesso di addossare a chiunque mi capiti a tiro la responsabilità dei miei sbagli.
Ho imparato a chiedere scusa, a volte anche per colpe che non ho e in questo sbaglio. Che a furia di chiedere scusa per le colpe altrui, finisce che chi è realmente responsabile non impara mai. Vale anche se gli altri lo fanno con me, eh.
Ci ho sbattuto il muso. Ce l'ho ri sbattuto, continuo a sbattercelo.
Ho imparato a non fare andare via le persone a cui tengo per non avere il coraggio di ammettere una colpa. Mi sarebbe piaciuto averlo anche a vent'anni questo coraggio.
Ho imparato che i principi non mi servono, anche se a volte non riesco a metterli da parte.
Ho imparato che se pretendo che qualcuno farà qualcosa, quel qualcuno quella cosa non la farà mai. E che se quel qualcuno quella cosa non la fa, forse un motivo c'è.
Ho imparato a non vedere il marcio ovunque.
Ho imparato a fare un passo indietro, anche se poi magari ne faccio tre di troppo in avanti.
Ho imparato che è più facile scrivere il rapporto per un disservizio e poi piangere in balcone che non dire che qualcuno mi ha sabotato la scaletta.
Perché in fondo, la vita è come un palinsesto televisivo: un sottile gioco di incastri in cui basta una distrazione per rovinare tutto. E una volta fatto l'errore, quello resta, quindi ci si può solo prendere la colpa.
Continua a Leggere