venerdì 7 agosto 2020

Scegliere l'università: perché studiare fuori é (sempre) una buona idea

Scegliere l'università é una cosa che ormai non mi riguarda più di un pezzo.

Ormai non ho praticamente più amici che si trovano a dover scegliere l'università, ma ho figli di amici e colleghi che lo fanno, cosa che significa che sono invecchiata, ma questa é un'altra storia.

Scegliere l’università però è una cosa che ho fatto, ormai quasi vent’anni fa -mi fa impressione solo a dirlo- e, ad oggi, posso dire che scegliere bene è una delle cose più importanti della vita perché inevitabilmente è una scelta che condizionerà parecchi anni a venire.

Quando parlo di scegliere bene non intendo scegliere qualcosa che piace davvero, per cui si è portati, non scegliere solo in base al lavoro che si pensa di trovare una volta laureati. Se io avessi studiato ingegneria forse avrei avuto il doppio delle possibilità, ma probabilmente mi sarebbe venuta una crisi isterica al ventesimo tentativo di dare analisi matematica. E altrettanto probabilmente non mi sarei mai laureata, ma anche questa è un’altra storia.

 

Quando ho scelto la triennale, a diciotto anni (si, ho fatto la primina) mi era sembrato naturale frequentare l’università della mia città. Ai tempi, della mia compagnia storica, furono solo in due a scegliere di studiare fuori, entrambi a Milano: uno lasciò l’università dopo poco per dedicarsi all’attività di famiglia e l’altro  -che adesso non c’è più- è rimasto lì dopo gli studi.

Ai tempi ero indecisa tra due corsi di laurea, feci i test di ingresso per entrambi e -siccome sono nata sfigata- li passai entrambi, quindi l’indecisione regnò sovrana fino all’ultimo: un giorno pensavo di iscrivermi da una parte, il giorno dopo dall’altra e andò avanti così per un mese. Alla fine scelsi il Dams e no, non me ne sono pentita.

Finita la triennale, ho deciso di frequentare la specialistica fuori sede, ovvero in una città che non era mia, considerato che la specialistica in cinema -nella mia citta- non c"era.

All’epoca incise moltissimo nella scelta dell’università -o meglio della città- il fatto che il mio allora ragazzo vivesse a 100 km da lì e, dopo parecchio tempo a distanza, non mi sembrava vero. Qualora ve lo stiate chiedendo ci siamo lasciati dopo neanche un anno dal mio trasferimento, ma siamo ancora oggi in ottimi rapporti e ogni tanto ci sentiamo.

In ogni caso, mai scelta fu più azzeccata.

Nonostante siano passati tanti anni e nonostante io dica da una vita che se rinascessi non farei l’università, studiare fuori sede è stata una delle cose migliori che io abbia mai fatto.

Io ho studiato cinema, mi piaceva quello che studiavo e, fermo restando che se rinasco l’università non la faccio, se mai -in questa fantomatica altra vita- fossi costretta a frequentare l’università, il Dams resta una delle opzioni più accreditate.


Il punto comunque non è questo, il punto è la questione fuori sede.

Io ho studiato a più di 1200 km da casa e, quando mi sono trasferita, avevo 21 anni.

Quando frequentavo la triennale lavoravo ed ero già abituata a gestire le mie cose da sola, ma non ero ovviamente abituata a gestire una casa, visto che vivevo con i miei genitori.

La vita da fuori sede ti insegna tante cose, ma proprio tante.


Ho imparato a gestire casa, sia da un punto di vista economico, sia per quanto riguarda pulizia e cose da sbrigare, visto che n’era sempre una.

Io pagavo 330€ di affitto per una stanza singola, spese escluse. A questa cifra si aggiungevano circa 80€ mensili di condominio e riscaldamento centralizzato e circa 40€ per luce, gas e internet. Poi bisognava fare la spesa, pagare i libri e, in generale, tutto quello che mi serviva dai vestiti alle uscite con gli amici. C’è da dire che facevamo tante cene e feste in casa, raramente si cenava fuori, più frequentemente si usciva dopo cena per andare a bere qualcosa a prezzi più che popolari.

In una città come Bologna, universitaria per antonomasia, non mancava la possibilità -per gli studenti- di lavorare, prevalentemente nella ristorazione, ma anche nei negozi e roba del genere. Io ho avuto fortuna perché ero riuscita a lavorare nei set cinematografici (e studiavo cinema, quindi era fighissimo), oltre a lavorare come hostess. Ai tempi, funzionava benissimo Bologna Fiere, c’erano cose abbastanza importanti (mi vengono in mente il Motor Show e Il Cosmoprof, ma c’era anche dell’altro) e non era difficile riuscire a lavorare. Non credo che, nel caso specifico di Bologna, sia cambiato qualcosa.

Di sicuro non sono mai morta di fame, anche se è capitato che con le mie amiche uscissimo con 2€ in quattro. E fidatevi che ci divertivamo tantissimo comunque.

 

Ho  avuto modo di stare in mezzo a gente che veniva davvero da qualsiasi parte del mondo. Non solo italiani quindi, ma anche stranieri che erano lì non come studenti Erasmus, ma perché avevano deciso di iscriversi all’università di Bologna che comunque era -ed è- rinomatissima.

Ho conosciuto usanze, piatti tipici, modi di dire di paesi che -fino a quel momento- non sapevo neanche che esistessero. Ok, magari lo sapevo, ma ecco: non avrei mai immaginato di conoscere usi e costumi dell’Iran (che gli iraniani che ho conosciuto io chiamavano comunque Persia) o dell’entroterra polacco.

Sono stata a contatto con gente di qualsiasi tipo e ho imparato tanto, tantissimo.

 

Ho creato legami indissolubili, che si mantengono ancora oggi che sono trascorsi più di dieci anni dalla laurea.

Avevo un gruppo di amici con cui ho condiviso davvero tutto, formato essenzialmente dai miei compagni di corso. Adesso, che siamo sparsi per il mondo, cerchiamo comunque di vederci quando possibile e se uno passa nella città in cui si trova l’altro un caffè, una cena, quello che si può, è d’obbligo.

Sono stata al Salone del Mobile con un mio compagno di corso che vive a Milano, a fare aperitivo a base di tapas con una che vive a Madrid, visto film alla Festa del Cinema di Roma con due che vivono rispettivamente a Parma e a Palermo, girato Firenze con uno che vive lì e potrei continuare all’infinito.

Due anni fa mi sono presentata senza avvisare in un locale di Bologna che frequentavo ai tempi dell’università e che adesso è di un mio compagno di corso (lui allora in questo locale ci lavorava nel week-end) e dei suoi amici -che ovviamente mi conoscevano da allora- mi sono messa davanti al bancone e l’ho guardato, esattamente come facevo dieci anni prima. “Che ti faccio Gi?” “Fai te, va”. Come se non avessimo più di trent’anni, se non fosse cambiato tutto, io quella sera al Macondo mi sono sentita la studentessa fuori sede che sono stata perché certe cose, certi legami, non cambiano.

 La verità è che quando sei lontano dalla famiglia e hai vent’anni, gli amici diventano la tua famiglia, ci si aiuta, si sta insieme sempre e comunque, si condividono tante cose.

Era abitudine, quando una di noi usciva con un ragazzo, avvisare le altre e dire esattamente dove eravamo di modo che se dopo un tot. non si avevano notizie, ci si regolava di conseguenza. Una volta un’amica si addormentò e non ci avvisò e si creò il panico. Fortunatamente dormiva e non era stata uccisa e smembrata, cosa che ad un certo punto avevamo ipotizzato.

 

Ho imparato a cavarmela da sola.

Si lo so che ho detto che gli amici diventano famiglia e lo ribadisco e sottoscrivo, ma quando non ci sono mamma e papà, si impara a gestirsi.

Non c’è nessuno che ti prepara il pranzo o la cena (ammetto che a ridosso della consegna della tesi se la mia coinquilina e il suo allora fidanzato non mi avessero sfamata, sarei probabilmente morta di stenti e privazioni), nessuno che ti lava i panni o ti rifà il letto, nessuno che va a pagare le bollette e probabilmente, se ci penso tre minuti, mi vengono in mente altre cento cose.

 

Ho imparato ad adattarmi.

Fino a quel momento, ero abituata a viaggiare in aereo, solo in aereo.

Poi ho scoperto la Freccia del Sud perché i voli da Bologna non erano frequenti all’epoca, era tutto un po’ un casino e quindi di necessità virtù. E fidatevi che la Freccia del Sud era una roba abominevole, non a caso non esiste più.

Ci volevano qualcosa come venti ore, si viaggiava in cuccette da sei e il ritardo minimo era di quattro ore.

Ho imparato che dove ci sono tre letti si può dormire in otto se c’è un’emergenza, che si può studiare durante un festino, che se fai una festa verrà chiamata quasi sicuramente la polizia che ti darà torto a prescindere perché se sei uno studente fuori sede fai casino per principio pure se stai bisbigliando.

Ho incontrato e mi sono incontrata (come Licia con Andrea e Giuliano) con abitudini, parole, cibi diversi da quelli a cui ero abituata. Ho imparato cosa fosse il tiro e cosa il rusco, che la mollica si chiama pangrattato e che il pesto bolognese -che non è il pesto che pensate voi- è la cosa più buona del mondo.


Ho imparato a fregarmene di tante cose e l'ho imparato cercando casa a Bologna. A quei tempi, non so se adesso sia cambiato qualcosa, cercare casa a Bologna era una missione impossibile. Si passavano giorni, settimane, a guardare gli annunci attaccati alle bacheche di Via Zamboni, a chiamare e a vedere stanze. Stanze per le quali c'era una fila pazzesca e per le quali, spesso e volentieri, bisognava avere dei requisiti: per esempio non essere studenti del Dams e poter fare la settimana corta, cosa che non puoi fare se vieni dal sud. Ho quindi imparato cosa vuol dire essere discriminati, anche se non l'ho mai vissuta davvero coma una discriminazione, e a fregarmene dei pregiudizi e dei giudizi, cosa che mi porto dietro ancora oggi.



Ho vissuto momenti indimenticabili e dico davvero.

Abbiamo organizzato feste a tema con una preparazione pazzesca, aspettato tutta la notte autobus che non sarebbero mai passati fuori porta in mezzo al nulla, festeggiato compleanni al Santuario di San Luca, fatto pigiama party, studiato in modo disperato in piena notte, girato documentari di notte a Gennaio (e credetemi, di notte a Gennaio a Bologna fa freddo), riso fino alle lacrime e pianto consolata da un’amica per motivi che manco ricordo, ho fritto melanzane per un esercito, mi sono svegliata a casa di un amico con il suo coinquilino che in mutande ci offriva l’uva (a me e ad un’altra amica) e potrei davvero andare avanti all’infinito.

 

Non sono mai tornata indietro, non ho mai immaginato di poter tornare a vivere a Palermo, Bologna è rimasta nel mio cuore e ringrazio ogni giorno di aver vissuto quegli anni. Quindi si, studiate fuori sede, fatelo e se vi preoccupano le spese, tornate al punto uno.



Il primo (qui) e il secondo (qua) post di questo blog, scritti ormai cinque anni e mezzo fa, raccontano una parte di quella vita da fuori sede. Sono scritti in modo molto diverso dai post recenti, vi avviso, ma quando li leggo mi commuovo sempre un po'.

Ai miei compagni di corso ho dedicato, invece, questo post.

A Bologna ho dedicato questo post: un post che mi piace da morire e che, proprio perché mi piace da morire, non riesco a rileggere, È il quinto post più letto del blog e qualcosa vorrà pur dire. Tutto il mio amore per Bologna e per quegli anni lo trovate in questo post.

Sull'andare o meno all'università ho invece scritto questo: ci troverete anche la parte in cui dichiaro di voler fare ingegneria, cosa che ho davvero ripetuto per anni (grazie al cielo, poi sono rinsavita).

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domenica 26 luglio 2020

Senza giri di parole

Quando muore qualcuno, la vita di rimane cambia. Cambia tantissimo, cambia profondamente, cambia così tanto che solo se ci siete passati capirete cosa intendo.
Non credo di stare dicendo qualcosa di nuovo, non credo di essere la prima a dirlo e non credo neanche che sarò l'ultima.

Mio padre é morto improvvisamente quasi un anno e mezzo fa e la mia vita da allora é completamente cambiata.
Non in peggio, non in meglio, ma é cambiata.
Dopo quasi un anno e mezzo, il giorno che è morto mio padre resta il giorno più brutto della mia vita e quello che é seguito é stato -a tratti- anche peggio. E lo dico così senza giri di parole, esattamente come senza giri di parole avevo scritto che papà non c'era più.
Ci sono state anche cose belle, io ho ritrovato la serenità e la felicità, ma non é la stessa cosa, non sarà mai la stessa cosa.

Io non ho dormito per mesi, ancora oggi a volte faccio fatica.
Mi sono svegliata urlando durante la notte centinaia di volte, sempre con la stessa immagine di mio padre steso dentro una bara.
Quando non ho urlato, ho avuto il sonno talmente agitato da essere svegliata persino dai cani preoccupati.
Sono andata da una psicologa perché rivolevo la mia serenità. E si, mi ha dato una grossa mano, piano piano, ci é voluto tempo e non credo sia ancora finita.
Ho chiesto di mio padre rincoglionita dall'anestesia appena uscita dalla sala operatoria.
Ho chiesto di mio padre quelle volte che mi sono resa conto che stavo per smettere di respirare per una reazione allergica.
Ho passato il primo anno a contare ogni singola ricorrenza.
La prima festa del papà senza un papà a cui fare gli auguri.
Il primo compleanno senza papà, consapevole che da sempre era il primo a farmi gli auguri.
Il primo compleanno di mio padre, cinque giorni dopo il mio.
Il primo anniversario di matrimonio dei miei genitori, cosciente che ai miei auguri avrebbe risposto sempre con la stessa frase.
Il primo Capodanno, considerato che mio padre era il primo a farmi gli auguri a mezzanotte.
La prima vacanza senza mio padre ad aspettarmi per abbracciare la sua bambina.
La prima pizza nella nostra pizzeria del cuore senza di lui, il primo gelato nella nostra gelateria senza di lui. Mio padre viveva a Palermo da cinquantasette anni quando é morto e ancora non si capacitava di come fosse possibile che la gente mangiasse pane e gelato (dove per pane si intende la brioche), mentre io -palermitana doc- continuavo a chiedermi come fosse possibile che lui, pur vivendo da sempre a Palermo, mangiasse il gelato nella coppetta.
Ho comprato decine e decine di vestiti e mi sono sempre chiesta cosa avrebbe detto mio padre a cui da sempre chiedevo un parere su ogni singola gonna, ogni singolo vestito, ogni singola maglia.
Mi sono chiesta cosa avrebbe detto del coronavirus e del lockdown, soprattutto del lockdown.
Ho immaginato che mio padre avrebbe amato Mila perché é una ruffiana e lo avrebbe conquistato.
Ho pensato a tutte quelle volte che ho detto "papà sto lavorando, ci sentiamo dopo" quando mio padre mi chiamava perché voleva salutarmi, ma ho ringraziato quell'ostinazione per cui ho sempre voluto fare le vacanze estive a Palermo pensando che mio padre non ci sarebbe stato per sempre.
Ho pianto.
Ho detto milioni di volte che mi manca mio padre ed era sempre vero. Ci sono state volte in cui non l'ho detto, ma mi mancava da morire.
Non sono mai andata al cimitero, tutte le volte che mi convinco succede sempre qualcosa: una volta tutte le strade chiuse, un altro giorno l'alluvione, manca solo l'invasione delle cavallette.
Ho un promemoria in cui mi sono segnata esattamente il punto in cui si trova mio padre, all'interno della cappella di famiglia, perché al cimitero di Palermo, dove é seppellito, non hanno spazio per le nuove sepolture e hanno preso l'abitudine di mettere le bare nelle cappelle altrui e io temo che un giorno, quando porteranno via gli ospiti per dare loro una degna sepoltura, sbaglino e si portino via mio padre, cosa che razionalmente é impossibile, me ne rendo conto, ma le paure non sono razionali.
È stato un anno e mezzo lungo, a volte complesso, sono convinta che se ci fosse stato mio padre sarebbe stato tutto più semplice.
Ho tatuato il nome di mio padre sul braccio un anno fa, un paio di giorni dopo la sua morte avevo detto ad una collega che volevo fare un tatuaggio. Volevo una scritta. Ci avevo messo quasi quattro mesi per fare effettivamente quel tatuaggio (ne avevo parlato qui). Ad oggi, dei dieci tatuaggi che ho, tre sono dedicati a mio padre. Mi sono chiesta milioni di volte se gli sarebbero piaciuti e la risposta che mi do sempre é che probabilmente quello che gli sarebbe piaciuto di meno é quello dei tre che io trovo più bello.


Io non so cosa ci sia dopo la morte, ammesso che ci sia qualcosa.
So però cosa c'é per chi rimane qui, a fare i conti con la morte di qualcuno che si ama.
So che non é facile, che per qualcuno -e io sono evidentemente tra questi- é particolarmente difficile.
So che se il dolore é troppo e non si riesce ad affrontarlo da soli, chiedere aiuto non é una cosa sbagliata, né una vergogna.
So che il dolore può farci impazzire.
So che non é vero che passa: il dolore cambia, si trasforma, ma non passa.
So che vorrei che mio padre fosse ancora qui a dirmi che starà sempre con me.


Un paio di settimane fa é morto il padre di un mio amico che si chiamava come mio padre. Questa coincidenza mi ha sempre fatto sorridere visto che si tratta di un nome non troppo comune.
Quando l'ho saputo, non sapevo cosa dirgli e gli ho mandato un messaggio con un cuore.
Ho poi parlato un po' con lui e, ad un certo punto, gli ho detto che il dolore non sarebbe passato e che da me non avrebbe sentito dire una cosa diversa da quella, anche se fa male. Perché io avrei voluto che lo dicessero a me, perché io avrei voluto saperlo ed é una cosa su cui proprio non riesco a mentire.
Questo post nasce da quello scambio di messaggi.


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sabato 25 luglio 2020

Spiaggia di Torre Astura a Nettuno: il mare più bello del Lazio

La spiaggia di Torre Astura é bellissima e dico sul serio.
Mi viene da dire che é il mare più bello del Lazio e si che di spiagge ne ho girate. C'é stato un periodo in cui pretendevo di trovare un mare all'altezza del mare siciliano nel Lazio, ovviamente non ci sono mai riuscita, ma giuro che questa spiaggia é all'altezza delle sorelle siciliane, cosa che non mi ero mai sbilanciata a dire -e manco a pensare- nemmeno del Circeo.




Torre Astura si trova nel territorio di Nettuno, a circa un'oretta di macchina dall'Eur, se partite da Roma ovviamente. Se partite -che so- da Latina non so quanto ci voglia, scusate.
Ci si arriva percorrendo la Pontina -capisco che fare la Pontina é peggio di pagare le tasse, ma l'alternativa é la litoranea e personalmente ne farei a meno- e l'uscita é quella per Cisterna Latina.
Ora, se non avessi avuto il navigatore io avrei fatto tutt'altra strada, sarei uscita ad Aprilia, avrei fatto la Nettunense, sarei passata da Anzio, poi da Nettuno e poi boh, credo che a quel punto mi sarei persa.
La strada é abbastanza semplice, ad un certo punto ci si ritrova magicamente dentro un enorme parcheggio gratuito custodito. In realtà, quando si entra, i gestori dicono che l'offerta é libera, non é necessario pagare nulla, ma noi abbiamo comunque fatto un'offerta perché sono davvero molto gentili e poi stanno ore sotto al sole, quindi ci sembrava il minimo. Il parcheggio chiude alle 19, quindi se avete lasciato la macchina dentro e tardate a tornare, trovate il cancello chiuso e da lì non ho idea se ci sia modo di tornare in qualche modo, forse il Cotral, non saprei. E comunque, Cotral o non Cotral, a me roderebbe abbastanza trovarmi la macchina chiusa dentro un parecchio, quindi occhio.
A quel punto avrete due alternative per arrivare alla spiaggia: prendere la barca che risale il fiume o percorrere il sentiero di circa 1200 metri a piedi.
Noi abbiamo scelto la barca, che costa 1.50€ a persona, 1€ per i bambini e mai scelta fu più azzeccata: la barca ci ha lasciato esattamente dove finisce il sentiero di cui sopra ed effettivamente si arriva alla spiaggia. Per raggiungere però la Torre bisogna percorrere un altro km circa, di cui una parte passando per una pineta, e se ci sono 40° metà della strada a piedi con la borsa pesante li risparmio volentieri. Questo in generale, eh.





Noi abbiamo preferito andare nei pressi della Torre perché io volevo assolutamente vederla, ma ho notato che effettivamente il mare é più bello.
La spiaggia é sabbiosa, il mare trasparente, ma occhio che ci sono gli scoglio sott'acqua e rischiate di farvi male.
Davanti la torre ci sono delle piccole spiaggette sabbiose, ma quando si entra in acqua é tutto scoglioso e molto scivoloso. Ora, io avevo già raccontato di come io sia abituata a camminare sugli scogli (qui, qualora vi interessasse), ma davanti ai miei occhi una ragazza ha fatto una scivolata che ho pensato seriamente si fosse rotta qualcosa, oltre a cercare di capire come sarebbe potuta arrivare fin là un'ambulanza o atterrare un elicottero dell'elisoccorso (si, ho il melodramma nel sangue).
Ora, parte di questi scogli nei pressi della Torre in realtà sono resti di vasche che venivano utilizzate per l'allevamenti ittico: se non siete abituati a camminare sentendo delle piccole pietrine che si conficcano sui piedi portatevi le scarpe da scoglio.
La Torre -e relativa fortezza- non é visitabile, si può solo percorrere il vialetto che la collega alla terra ferma, alcuni cartelli informano che é pericolante e io come sempre mi chiedo perché diamine non rimettano in sicurezza queste cose visto che sono veramente molto belle.
I fondali sono pieni di pesci, é veramente uno spettacolo, giuro.
E poi si vede Ponza e io, per ora, sono in fissa con Ponza.


L'unico neo, se vogliamo, é che non c'é un punto ristoro, né niente, quindi portatevi tanta acqua fresca, cibo, quello che volete. Non ci sono, ovviamente, lettini e ombrelloni, quindi o vi portate un ombrellone o vi mettete al riparo sotto la pineta o vi beccate un'insolazione, vedete voi quale opzione si adatta di più alle vostre preferenze.
C'é un bagno chimico, qualora dovesse servire. Non so come funzioni perché me ne sono, ovviamente, tenuta alla larga.

In ogni caso: bellissimo posto, mare da favola, ma evitate se soffrite il caldo ed è mezzogiorno in pieno Agosto. 

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giovedì 9 luglio 2020

Storia di un (terribile) post-operatorio

Quando sono uscita dall'ospedale dopo il secondo intervento, il giorno prima del mio compleanno, ero completamente distrutta. 
O meglio: il mio corpo era completamente distrutto, non aveva retto alla seconda lunga anestesia totale in quaranta giorni ed era completamente devastato da dosi massicce di cortisone e antibiotico.
Sono uscita, promettendo ai medici di tornare se qualcosa fosse andato storto, con la febbre, incapace a reggermi sulle mie stesse gambe.
Che questa seconda volta la botta era stata forte era stato palese sin dalla sala risvegli: sentivo l'infermiera che chiedeva come mai non mi risvegliavo, ma non avevo la forza di rispondere, di aprire gli occhi, di fare qualsiasi cosa.
Mi avevano poi portata in camera e, a differenza della prima volta, mi avevano impedito di alzarmi -anche solo per fare pipì- e mi avevano sempre tenuta sotto flebo. Continuavo a chiamare gli infermieri -avevo l'affare da suonare per farli venire sul cuscino- e mi sentivo tremendamente in colpa perché sono abituata a fare tutto da me. Avevo praticamente sempre dormito, mi ero svegliata solo per mangiare dei tristissimi finocchi bolliti che mi erano comunque sembrati buonissimi.
Tornata a casa, era stato anche peggio: non riuscivo a muovermi, ero stanca e soprattutto ero gonfia.
Avevo nel frattempo perso due chili -e no, non é una buona cosa, fidatevi- e non vedevo più i muscoli definiti. Ho un a foto del mio compleanno, che adoro, in cui sono morbida. Non grassa, ma morbida, il che volendo è anche peggio. Mi é venuta -o meglio tornata, dopo anni che non la vedevo- la cellulite.
Ero sempre stanca e mi hanno dato un milione di integratori.
Ha iniziato a farmi male il fegato, cosa che -in effetti- dopo due mesi a base di cortisone e antibiotico era anche prevedibile. Mi hanno dato altra roba per depurare il fegato.
Non mi hanno tolto i punti quando avrebbero dovuto perché la ferita era talmente infiammata che non mi poteva toccare, d'altronde avevano riaperto lo stesso punto per la seconda volta a distanza di pochissimo.
Mi faceva male la faccia e mi faceva schifo la crema al silicone che dovevo mettere sulla cicatrice.
Mi sembrava che non avrei mai smesso di andare in ospedale a fare i controlli, visto che doveva sempre essere l'ultimo e poi mi dicevano di tornare.
Guardavo le foto scattate dopo il primo intervento, durante il primo mese di lockdown, e pensavo che quei bicipiti e quell'addome non li avrei avuti mai più. Ho una galleria piena di foto post allenamento, mi servono per fare i confronti. Ce n'é una -che non é oggettivamente pubblicabile- in cui volevo ho bicipiti e tricipiti bellissimi e un'altra in cui addome e quadricipiti mi piacciono parecchio. Ecco, le guardavo e pensavo che quella forma me la potevo dimenticare per sempre.
Per la prima volta in vita mia da anni, non avevo il semipermanente alle mani e i capelli erano troppo lunghi e mi davano fastidio, io sono abituata a portarli a caschetto ormai da un pezzo e appena sfiorano il collo devo tagliarli e di corsa anche.
Eppure ero felice e, in quel momento, non capivo perché.

Poi hanno riaperto le palestre e, il primo giorno, ero lì in anticipo di un'ora rispetto all'orario di ingresso che avevo prenotato e pensavo -lo pensavo sinceramente- che dopo due interventi in anestesia totale e tutti quei farmaci potevo riprendere lì da dove avevo lasciato: quel primo giorno mi sono sparata le mie tre ore in palestra, contenta di avere ritrovato quello che avevo lasciato, persone comprese. Avrei voluto abbracciarli tutti. Ero contenta persino dei doms.
Poi mi sono fatta male alla schiena. È passato quasi subito.
Poi mi sono fatta male ad una spalla, anzi mi sono fatta male al capolungo del bicipite, che non sapevo manco cosa fosse.
Mi hanno detto di rallentare, di fare cardio, di fare gambe, ma di non allenare spalle e braccia.
Ho strillato come un'aquila per il dolore, ma in palestra ci sono andata lo stesso.
E un giorno non sono riuscita a caricarmi il bilancere sulle spalle perché non avevo la forza di tirarlo su.
A Febbraio -o forse era Gennaio- squattavo 110 chili, quasi una me e mezzo e non riuscivo a capacitarmene.
Niente braccia, niente spalle e manco la forza di fare le gambe.
Mi hanno detto che non potevo pensare di riprendere da dove avevo lasciato, non dopo il lockdown e non dopo tutto il resto, che avrei continuato a farmi male. In effetti, mi sono fatta male anche all'inguine.
Poi ho pensato che se non ne ho, non ne ho, non ci posso fare niente.
Ho pensato ad un articolo della Gazzetta dello Sport che ho appeso in cucina sei anni fa e che titola "Ora so cosa é la fatica:" Vanessa aveva appena vinto un oro agli Europei, dopo sette anni, e aveva detto che quella vittoria aveva un sapore diverso perché "ora so cosa é la fatica". E ho pensato che pure io avevo capito cosa é la fatica perché ho iniziato a farne tanta.
Non sono più entrata al box di crossfit, ho messo tutte le mie forze sul grid con gli esercizi modificati dagli istruttori per non fare lavorare le spalle e le braccia. Sono passata da tre ore a un'ora a mezza e ho proprio detto :"col cazzo che mollo".


Nel frattempo, Giorgia -eravamo compagne alle elementari, quindi mi conosce da una vita- una sera mi ha detto che ero in splendida forma. 
Linda mi ha detto che sono tornata quella di prima, lei mi conosce da sette anni, non da ieri, eh. 
Poi piano piano, hanno iniziato a dirmelo più o meno tutti: amici, madre, colleghi.
E sono arrivata alla conclusione che essere splendida non dipendeva dalla circonferenza dal bicipite e manco dalla tartaruga addominale. Ho ricominciato a sorridere, ad essere felice, ad essere un'inguaribile cazzona, ma anche quella che risolve problemi, suoi e degli altri, sempre sorridendo.
Ci ho messo una quarantena, due interventi, però insieme a due chili che avevo perso ho ripreso anche quel sorrisone che ho sempre avuto.
E stasera, giusto per gradire, ho saltato un metro. Ma non lo faccio più che come minimo mi rompo una gamba e, col gesso, ho già dato e tra una settimana mi aspettano le tanto attese vacanze.
Ho comprato tre elastici da portarmi dietro, ho detto che in palestra non ci entrerò per tutta la durata delle vacanze, pazienza se al mio rientro i doms mi uccideranno. Ho detto anche che nuoterà e mi tufferò, ma mangerò che le proteine in polvere, i fiocchi d'avena per fare il porridge e lo Skyr sono buonissimi, ma ho bisogno di arancine, pane e crocché, gelo di mellone e brioche col gelato.
E, qualora ve lo stiate chiedendo, l'ho capito perché sono così felice. Oh, se l'ho capito.


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martedì 7 luglio 2020

Ma cosa cercate su Google?

Ogni tanto mi diverto a leggere cosa cerca la gente su Google o meglio come la gente arriva su questo blog. Alcune ricerche le trovo sensate, le capisco, sono cose che magari potrei cercare anche io, altre mi lasciano quanto meno perplessa.
In ogni caso, anche quest'anno vi delizio con le parole chiave più utilizzate per arrivare a questo blog, in alcuni casi non é un caso, in altri credo proprio lo sia, in altri mi auguro davvero che sia un caso estremamente fortuito.

Non può essere vero, nonpuòesserevero e non può essere vero blog sono indubbiamente le parole chiave più utilizzate e, in questi casi, non c'é dubbio che cercavano proprio me o quanto meno proprio il mio blog. In ogni caso, devo dirvi che si scrive NonPuòEssereVero e su questo sono un tantino intransigente, anche perché il marchio l'ho registrato così (si, NonPuòEssereVero é stato registrato, più o meno quando mi ero stufata di plagi e controplagi, qui avevo raccontato il caso più eclatante).
Qualcuno arriva su questo blog anche cercando il mio nome e cognome, il che é plausibile, anche se mi chiedo come mai qualcuno dovrebbe cercare il mio nome e cognome. 
Vi svelo anche una cosa: esiste una persona che si chiama esattamente come me e che lavora anche lei nel settore televisivo. Lo so perché in passato mi sono arrivate mail indirizzate a lei, di cui una divertentissima in cui ce l'avevano con Mtv per non so quale motivo e volevano denunciare non so cosa. In quel periodo, ovviamente, io lavoravo in Mtv. Il karma, in quel caso, gli aveva voluto davvero male.
Ci sono poi decine e decine di ricerche per Spiaggia di San Teodoro Marsala (che portano qui e qua) e per Te lo regalo se vieni a prenderlo (che portano qui), ma devo darvi due brutte notizie: la prima é che il lido incriminato ha chiuso, resta la spiaggia che é una meraviglia della natura, ma non troverete né altalene né altro; la seconda é che io non ho più nulla a che fare con quel gruppo di regali da almeno quattro anni e, se sono scappata correndo, un motivo c'é, quindi lasciate perdere proprio, tanto ci sono validissime alternative.


Passiamo poi alle parole chiave che io boh, mi chiedo come vi viene in mente:
-Quanto pesa un gesso al braccio: ma cosa ve ne frega esattamente? Il gesso é una grana talmente grande che il suo peso é davvero la meno spesa.
Nel mio caso vi porta a questo post: gesso compreso, io pesavo meno di prima, non ho mai saputo quanto pesasse quell'odioso gesso che partiva dall'inguine e arrivava alla caviglia, ma quello che so é che pesavo meno con il gesso che senza. E sapete perché ? Perché il mio quadricipite sinistro se n'era andato a fanculo, senza manco farcisi mandare da me. Per rimettere su muscolo ci ho messo due anni e mezzo. Non un giorno, non una settimana, non un mese: due anni e mezzo.
-Pelle morta dopo gesso, gamba dopo un mese di gesso, gamba ingessata come non ingrassare, gesso piede dita nere, cosa fare con la gamba ingessata, gesso al piede bruciore e altre centinaia (giuro) di ricerche su sto benedetto gesso: queste ricerche portano tutte a questo post (che non é lo stesso di prima), però mi sento di dirvi due parole, tipo che se avete problemi con il gesso -e fidatevi, ne avrete tanti- la cosa migliore é chiedere al medico o al fisioterapista. E poi credetemi: il gesso -quanto meno quello alla gamba- é una merda, fa schifo e non potete fare altro che stare sul divano a contare i giorni che vi separano a quel terribile giorno in cui ve lo toglieranno. Dico terribile giorno perché sarà l^ che vi renderete conto che non saprete più camminare e comunque avrete paura a farlo, poi piangerete perché la fisioterapia costa tantissimo e comunque una frattura ve la porterete dietro per sempre, come stazione meteorologica portatile. 
-Laura Dams inutile: questa parola chiave vi porta qui. E comunque si, la laurea al Dams non serve a granché, non ne ho ancora scoperto l'utilità e oggi sono esattamente undici anni che ho dato il mio ultimo esame. Bello eh, non me ne sono pentita, ma ho faticato -e tanto anche- per fare comunque quello che avrei potuto fare tranquillamente senza laurea e, volendo, anche senza diploma.
Mi scrivono spesso ragazzi giovanissimi che mi chiedono informazioni e consigli sul Dams, ai miei tempi al massimo c'era la guida fornita dall'università che diceva cose che -con il senno di poi- non erano esattamente corrispondenti alla realtà tipo "lavorerai tantissimo" e "potrai fare un sacco di lavori fighissimi, la gente farà a gara per assumerti".  Non é vero, fidatevi di me.
-A cosa serve la lode: a un cazzo, ragazzi, non serve a un cazzo. Non é vero che vi si spalancheranno le porte del paradiso con il 110 e lode, passati i primi dieci giorni dal giorno della laurea nessuno vi chiederà più con che voto vi siete laureati. In ogni caso, io avevo parlato del mio inutilissimo 110 e lode qui, cercando anche un senso a tutto ciò, ma fidatevi che é tutta fuffa (quello che avevo scritto cinque anni fa).
-Doping nella ginnastica artistica: non so che dire, davvero. Ne avevo parlato qui, ma si tratta di Usa e non di Italia e quando si parla di Usa -almeno nella ginnastica- sono più gli scandali e le brutture che le altre cose, quindi lasciate stare, non lo volete sapere. Io, certe cose, avrei fatto a meno di saperle.
-Odio Roma: questa ricerca vi porta qui, é evidente che Google non ha capito niente di quel post. In ogni caso, perché odiate Roma? Che vi ha fatto? Ditelo a Gilda vostra. 
E comunque vi ricordo che Alberto Sordi era romano e a tutti piace Alberto Sordi. E anche Ennio Morricone era romano, visto che da ieri ne state tutti quanti tessendo le lodi (giustamente eh, l'ho fatto anche io).
-Quanti milanesi ci sono a Milano: pochi, ve lo dico io. I milanesi sono come i panda. Ne avevo parlato qui, considerato che questo blog ha avuto la (s)sfortuna di nascere in un periodo in cui ho trascorso diversi mesi a Milano per lavoro. Io Milano non la sopporto, ne ho un ricordo più o meno orribile, quindi questo blog non é probabilmente il posto migliore in cui cercare informazioni sui milanesi.
Considerate che il milanese che mi sta sulle palle più di tutti me lo ricordo ancora benissimo e non lo vedo né sento da cinque anni.
-Farsi le canne ad Amsterdam e prezzi prostitute Amsterdam: questa ricerca vi porta qui, leggete questo post perché per fare le foto ho rischiato di farmi arrestare visto che dentro i coffeeshop non si potrebbero fare, grazie. A parte questo: ma davvero andate ad Amsterdam per farvi le canne? Cioé, da una parte se avete meno di sedici anni lo capisco, anche se -se foste figli miei- a sedici anni non vi farei andare da soli manco al Circeo, ma immagino che anche in Italia non sia poi così difficile trovare erba e fumo. No, non mi faccio la canne, anche se ho i piercing e i tatuaggi e quindi sono potenzialmente una pericolosa criminale drogata, però non sono manco nata ieri.
Per quanto riguarda i prezzi delle prostitute, sappiate che li vorrei sapere anche io, quindi se avete informazioni ditemelo. Quando sono stata ad Amsterdam, mi vergognavo a chiederlo e comunque, per fotografare le ragazze in vetrina, ho rischiato non di essere arrestata, ma di prendere le botte.
-Come ti senti?: ma chi? Nel mio caso, questa parola chiave porta qui, però era un post che aveva un senso, sta domanda buttata lì a caso non é che la capisco granché, quindi se qualcuno me lo spiega, ve ne sarei molto grata.
-Voglio uccidere gli haters: questa ricerca vi porta qui, ma sappiate che io non ho mai voluto uccidere nessuno, tanto più che gli haters si sono eclissati da almeno un paio di settimane. Peccato, ci mancheranno, mandiamo loro tanti baci stellari.


Ovviamente ci sono altre migliaia di parole chiave, ma queste sono quelle che mi ispiravano di più.
Quando le leggo e magari faccio qualche commento, mi chiedo sempre cosa pensa chi legge le cose che cerco io, considerato che su Google -a parte la biografia di qualche personaggio famoso- cerco cose assurde.


Per farvi un'idea delle parole chiave che più mi hanno colpito negli anni precedenti potete leggere:

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