lunedì 6 aprile 2020

Un mese dopo l'inizio della quarantena

Questo, per me, tutto sommato non é un brutto periodo.
Attenzione: quello che sta accadendo in Italia -e nel mondo- é indubbiamente una tragedia, sotto un milione di punti di vista, non credo ci sia bisogna di sottolinearlo, né di spiegare quali sono gli aspetti -personali e collettivi- più tragici, mi affido all'intelligenza delle persone.
Io però sono abbastanza serena
Sto a casa e non mi lamento.
Riesco più o meno a fare tutto da casa, lavoro compreso, quindi va bene così.
L'unica cosa che non sono riuscita a fare é la spesa online, non so da voi, ma qui trovare una consegna disponibile é impossibile. Oh, a dire il vero qualche giorno fa avevo trovato una disponibilità di consegna per due giorni dopo, ho riempito il carrello, ero felicissima all'idea di non dover mettere il naso fuori per almeno tre settimane, salvo poi accorgermi, in fase di pagamento, che di default era rimasto salvato un indirizzo che avevo utilizzato per la consegna della spesa a Milano qualche anno fa. Su Roma, ovviamente, non c'era alcuna disponibilità (e presumo che chi la disponibilità la cercava su Milano, non l'abbia trovata, ma tant'è), ringrazio comunque di essermene accorta prima del pagamento e non dopo considerato che a quel punto non avrei saputo cosa fare.

Le strade qui intorno sono tornate ad essere vuote solo oggi, negli ultimi giorni non era così.
Abbiamo avuto il piacere di vedere al parco sotto casa (abito in una zona molto verde di Roma e il mio terrazzo affaccia su un parco molto carino) persino i ragazzini con lo slittino che, ve lo giuro, non li avevo mai visti neanche quando ha nevicato un paio di anni fa (ma magari sono tonta io, il che potrebbe essere molto probabile).
Credo si sia generata un po' di confusione con la storia che era consentito fare due passi con i bambini che, almeno sotto casa mia, é stato interpretato con "andate e assembratevi tutti", salvo poi tornare all'ordine quando sono fioccate le multe.

Ho perso un paio di kg, riesco a mangiare bene e a seguire il mio piano alimentare, riesco ad allenarmi. Si, mi manca la palestra e mi manca il mio preparatore, mi manca avere un obiettivo (avrei dovuto fare la Spartan Race e un paio di altre gare che ovviamente sono saltate), ma prima o poi si tornerà alla normalità.
Probabilmente la cosa che mi manca di più della mia routine é il centro estetico dove vado a fare le mani, non solo per le mani in sé, ma perché mi è sempre piaciuto uscire dal lavoro e andare a fare due chiacchiere con le ragazze mentre sceglievo l'ennesimo smalto improponibile da mettere, ma torneranno anche loro.
Gli amici sono sempre presenti, io e la mia amica del cuore (scusate, é tanto romantico dire così) siamo tornate ad avere tempo per fare le cretine insieme, seppur tramite telefono, visto che -di solito- i nostri orari di lavoro non combaciano mai. E quando dico mai intendo davvero mai.
In generale, mi sono accorta che non é sufficiente una pandemia per allontanarci dalle persone a cui vogliamo e che ci vogliono bene. 

Cosa succederà dopo? Ah boh.
Chissà quando torneremo alla normalità e se questa normalità sarà la stessa di prima.
Io non so come sarà, quando finirà, se finirà.


Ho fatto qualche progetto, di quelli che non hanno una data per essere realizzati, anche perché di certezze ce ne sono ben poche.
Qualcuno chiede "quale sarà la prima cosa che farete quando si potrà uscire di nuovo?" e io boh, non so rispondere a questa domanda, non mi viene in mente nulla. Al momento, l'unica cosa che ho deciso in modo preciso é come festeggiare il mio compleanno in quarantena. Quest'anno ho scelto una torta colorata e diversa dal solito.

Qualche giorno avevo scritto questo, non tutti sono riusciti a capirne il senso, ma credo che sia alla base di questa serenità.

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lunedì 30 marzo 2020

La (mia) vita al tempo del coronavirus

Ultimamente non ho scritto sul blog, nonostante di tempo -come tutti- ne abbia parecchio a disposizione. Il motivo, banale, é che ho preferito Facebook e Instagram, social -quest'ultimo- che non avevo mai considerato granché. Grazie ad Irene e Linda, due amiche, ho scoperto il meraviglioso mondo delle storie e adesso non so se tornerò mai indietro.

La quarantena -o lo stare a casa che dir si voglia- procede più che bene.
Le giornate passano, non ho la smania di uscire a tutti i costi e, a dirla tutta, farei volentieri a meno di uscire anche per quelle cose per cui sono costretta ad uscire, ovvero portare i cani a spasso e fare la spesa, due attività che non ho mai amato particolarmente.
Non mi é neanche presa la voglia di cucinare pizza e dolci come se non esistesse un domani e non perché mi manca il lievito -che qui ormai non si trova più- che ho in enormi quantità in casa (non so neanche come mai, forse lo avevo trovato in offerta e lo avevo comprato), ma perché continuo a mangiare normalmente, seguendo la mia dieta.
Al momento, quelle poche volte che sono andata al supermercato ho trovato tutto quello che mi serve, senza isterismi, e non ho visto gente riempirsi i carrelli di carta igienica, acqua e via dicendo. Spese normali e, almeno per quanto mi riguarda, fatta esattamente come prima, sia per quello che compro, sia per frequenza.


Ogni tanto mi capita di leggere di persone che dicono agli altri di stare a casa, facendo la spesa ogni tre giorni come fanno loro e mi sono chiesta che cavolo comprano ogni tre giorni, io non saprei manco cosa scrivere nella lista della spesa, sarà che avendo avuto sempre poco tempo (e odiando, appunto, fare la spesa), non sono mai andata più di una volta a settimana se proprio ero costretta. E mangio eh, eccome se mangio, credo di essere una delle persone che mangia di più tra quelle che conosco.
Continuo -o meglio ho ripreso da relativamente poco- gli allenamenti, ovviamente non in palestra, ma a casa. E si che a casa non ho nulla se non una corda per saltare, che la mia vicina di casa mi ha lasciato davanti la porta, e un elastico che mi aveva dato il personal trainer. Per il resto, mi adatto utilizzando bottiglie d'acqua come manubri, zaini pieni di bottiglie d'acqua come kettlebell, comodini, sedie e via dicendo. 
Ieri ho anche cominciato a correre. In terrazzo. Faccio avanti e indietro, probabilmente chi mi vede dai terrazzi di fronte pensa che io sia completamente scema, ma non ho grandi alternative.
Se i cani mi intercettano mentre corro, mi vengono dietro e iniziano a correre anche loro.

Ho imparato -più o meno- a farmi il semipermanente alle unghie dopo aver comprato un kit con fornetto bellissimo (che, a mia volta ho consigliato a chi, come me, é semipermanente dipendente), ovviamente il risultato non é manco paragonabile a quello dell'estetista (che mi manca tantissimo, ma tant'è), ma prima o poi tornerò da lei. Ho tre colori in croce, quindi momentaneamente ho rinunciato ai miei amati colori fluo.
Ho fatto a casa anche il colore ai capelli, prima o poi dovrò tagliarli che quando hai un caschetto corto i capelli si tagliano praticamente ogni mese, ma amen, prima o poi si tornerà alla vita normale, io di sicuro non mi azzardo a tagliarmi i capelli da sola, considerato che dubito che le forbici Ikea vadano bene.
Costruisco Lego, adesso sono impegnata con il Castello Disney, 4080 pezzi di felicità e sto cercando di decidere quale Lego voglio regalarmi per il mio compleanno, ce ne sono due che sono arrivati in finale e, conoscendomi, probabilmente alla fine li prenderò entrambi.
Gioco con i cani, Fuffi (qui per saperne di più) passa il suo tempo appiccicato a me, una roba imbarazzante, praticamente non si stacca mai. Mila (qui per saperne di più) invece preferisce stare appiccicata a mia madre che é qui ormai da un mese abbondante, probabilmente perché mia madre le allunga cibo sottobanco che da me non prenderebbe mai.

In questi giorni, avrei dovuto fare un controllo post operatorio che ovviamente é stato rimandato a data da destinarsi. La cicatrice é dura e dolorante, adesso si vede più di prima, ma vero é che é praticamente un mese che non riesco a truccarmi, presumo che se mai tornerò a truccarmi riuscirò a coprirla. Ogni tanto la guardo e mi viene da piangere, altre volte la guardo e penso che in fondo non é manco così brutta e che i chirurghi sono stati davvero bravi (cosa che é oggettivamente vera).

Sotto casa mia non c'é praticamente anima viva, ogni tanto dal terrazzo vedo passare qualcuno con il cane, i negozi sono tutti chiusi, fatta eccezione per il fruttivendolo, il panificio e i due  supermercati. 
Nessuno canta più dal balcone, niente flash mob, niente di niente, il che personalmente mi va anche bene.
Un mio amico, giusto ieri sera, mi diceva che secondo lui tra quindici giorni, ordinanza o no, la gente uscirà perché molti sono andati completamente fuori di testa stando a casa, nel senso che non distinguono più cosa é giusto e cosa no. Io a casa tutto sommato ci sto bene, sono convinta che non sarà per sempre, quindi va bene così.


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venerdì 20 marzo 2020

Cronache di una pandemia

C'è il Coronavirus.
Una settimana fa circa é stato dichiarato lo stato di pandemia.
Sembra tutto incredibilmente surreale.
Tutto potevo immaginare, ma non che mi sarei trovata a vivere una cosa del genere.

Mio padre mi raccontava la Seconda Guerra Mondiale e il dopoguerra per farmi imparare la storia, io un domani racconterò a mio figlio il coronavirus: per lui saranno pagine di storia che non gli andrà di studiare, per me saranno ricordi di vita vissuta.
Il giorno che mi sono fratturata la faccia (qui per saperne di più), il 25 Febbraio, l'ambulanza mi ha portata in un pronto soccorso incredibilmente semivuoto, si diffondevano le prime notizie di questo virus che, almeno fino a quel momento, sembrava riguardasse solo una parte d'Italia e -inutile fingere il contrario- sembrava quasi che da noi, a Roma, non dovesse arrivare mai. 
Il giorno che sono stata dimessa dall'ospedale, il 4 Marzo, mentre dormicchiavo sul divano di casa mia, probabilmente senza avere ancora smaltito completamente l'effetto dell'anestesia del giorno prima (si, mi hanno tenuta in ospedale più prima che dopo l'intervento), veniva emanato il primo decreto del Presidente del Consiglio. 
Quel giorno -il 4 Marzo- è stata l'ultima volta che ho visto Roma come sono sempre stata abituata a vederla.
Con la faccia dolorante e chiusa in casa a prescindere perché nel pieno di un post operatorio abbastanza doloroso, guardavo il telegiornale, assistendo ad assalti ai treni, ai supermercato aperti tutta la notte, ai distributori automatici di sigarette.
La prima volta che sono uscita di casa da quel 4 Marzo, obbligata ad andare in ospedale, Roma era completamente diversa dall'ultima volta che l'avevo vista: le strade deserte, l'ospedale praticamente deserto, le attività chiuse, le file ai supermercati. Non che non lo avessi visto in tv, ma un conto é vederlo in televisione, un altro conto é vederlo con i propri occhi.


Ho paura?
Si, per tante cose.
Per me stessa, ovviamente, che ho un sistema immunitario scemo e sono da settimane sotto antibiotico e altri farmaci, non per scelta ovviamente.
Per mia madre, che non é più una ragazzina.
Per tutte le persone a cui voglio bene, sparse per l'Italia e non solo. Buona parte delle persone che conosco che fanno il mio stesso lavoro o comunque lavorano nello stesso settore (qui vi fate un'idea) continuano ad andare al lavoro perché di sicuro la tv non si ferma e, ancora più di sicuro, non fermi broadcast operations (é il reparto, si chiama così in qualsiasi emittente televisiva io conosca).
Per l'Italia intera perché stanno morendo persone, tante, troppe e la percezione di quanto grave sia la situazione io ho cominciato ad averla soprattutto quando tantissime persone che conosco hanno cominciato ad avere amici, parenti o conoscenti in terapia intensiva o, peggio, dentro una bara.
E no, non mi interessa se si parla di ottantenni con patologie pregresse: una vita é una vita (scusate la precisazione, ma ne ho lette tante di cose che dicevano "E vabbé, c'aveva ottantanni").
Per quello che succederà dopo: perché se è vero che prima o poi finirà, chissà quando, é altrettanto vero che probabilmente ne usciremo -come paese- con le ossa rotte in termini di perdita di vite umane, economicamente e psicologicamente.

Sto cercando di non perdere l'ottimismo e l'ironia, la reclusione non mi pesa nonostante sia abituata a fare mille cose, forse anche perché sarei dovuta stare a casa comunque (e questo, credetemi, aiuta), faccio comunque un sacco di cose a casa che mi aiutano a passare il tempo (e magari ve le racconto, ogni giorno, sia mai possano dare a qualcuno qualche idea su come passare il tempo).
Io non lo so se andrà tutto bene, ci sono giorni che penso di si, altri che penso di no, ma davvero non si può fare niente altro che aspettare.
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venerdì 6 marzo 2020

Frattura scomposta

Martedì 25 Febbraio, a causa di una manata (si, letteralmente) ho subito una frattura scomposta del piatto orbitale destro.
Dopo una corsa al pronto soccorso, il giorno dopo ho ricevuto la  notizia che mi sarei dovuta operare visto che il mio osso praticamente non c'era più e quello che ne restava era sparso in mille pezzi all'interno del seno mascellare.
Il 3 Marzo sono stata operata, ho fatto quattro ore di camera operatoria (pare si dica camera e non sala o almeno lì la chiamano così), ho pianto tutte le mie lacrime, mi hanno addormentata a tradimento mentre spiegavo all'équipe cosa è e come funziona l'affollamento pubblicitario.
Ho chiesto nomi, età, perché avevano scelto quel lavoro e ho amato subito lo strumentista, che, giusto prima che mi mettessero sul tavolo, vedendomi terrorizzata al pensiero dell'anestesia, mi ha detto "risvegliamo pure quelli di cent'anni, figurati se non risvegliamo te".
Quando mi hanno riportata in camera, ho dormito come mai nella vita, abbracciata  al mio unicorno, finché alle tre di notte non mi ha svegliata la signora di fronte cantando a squarciagola.
Sono ancora in fase di valutazione i danni permanenti, la cosa che preoccupa di più è la mia mobilità oculare, ma piano piano si vedrà. Non ho fretta, tanto la fretta non serve.

Mi hanno dimessa dopo relativamente poco.
Dimissioni protette, hanno detto.
Con mille raccomandazioni, la promessa di tornare se qualcosa non dovesse andare bene perché il mio ricovero di fatto è aperto, una terapia talmente piena di cose che se non me l'avessero scritta l'avrei dimenticata, una faccia dolorante, tanti accertamenti da fare per capire cosa si sistemerà e cosa no, una medicazione più piccola perché "lì fuori mica ti ci mandiamo così", il divieto di tornare in palestra per un po', un grazie per avere rallegrato con mille sorrisi il reparto, due nuovi amici e una meravigliosa signora quasi ottantenne con cui ho condiviso la stanza da rincontrare presto.
"Già dimessa?" si chiederà qualcuno: la verità è che il mio corpo, tanto delicato, ha reagito benissimo e io non ho fatto un fiato, non mi sono mai lamentata, nonostante il dolore e lo stordimento, così mi sono guadagnata un "Se vuoi ti mandiamo a casa, ma devi ascoltare bene quello che ti diciamo".

Ho imparato più cose da una frattura scomposta e da un ricovero in lungodegenza polispecialistica che in un anno di chiacchiere.
Una lungodegenza chirurgica polispecialistica dove ho visto, in pochi giorni, tante di quelle situazioni diverse che non basterebbe un giorno per raccontarle.
C'era un ragazzo di 27 anni con un tumore al testicolo, un ragazzo a cui hanno ricostruito tibia e perone, un ragazzo che si è ritrovato la faccia paralizzata dopo quattro ore passate davanti casa che non si riescono a ricostruire, una signora di 60 anni con problemi mentali i cui figli non vogliono saperne più di tanto, una senza tetto problematica di cui nessuno si occupa davvero e così via perché, se è vero che quando si è ricoverati si è solo pazienti, è vero anche che fuori da lì abbiamo tutti storie diverse che, alla fine, sarà anche per passare il tempo, si raccontano tra una flebo e l'altra, dopo aver timidamente chiesto "e tu perché sei qui?".
Ho visto infermieri farsi carico di cose di cui forse doveva farsi carico qualcun altro, ricordarsi i nomi e le storie di tutti, occuparsi non solo dell'assistenza infermieristica, ma anche di quella del cuore che, a volte, può essere più dolorante del resto.
Con un referto di pronto soccorso come il mio, che raccontava tanto, e con quel modo di fare tanto curioso che ho da sempre, mi sono guadagnata quelle piccole attenzioni umane che non avrei mai chiesto, ma che mi hanno fatto stare bene in un posto che forse non è il posto più bello del mondo per passare "le vacanze".
Il tutto condito dal fatto che il reparto maxillo-facciale dell'ospedale in cui sono stata ricoverata è considerato un'eccellenza, evidentemente non solo da un punto di vista medico, ma anche umano perché i medici sono stati meravigliosi. E non solo solo, ma anche gli infermieri, i ragazzi che portavano da mangiare, tutti.
Ho condiviso sigarette e passeggiate, la sera prima di operarmi ho pianto nel corridoio consolata da infermieri e altri pazienti, ho imparato i nomi di chiunque, così come ho imparato a muovermi per il padiglione come se lo conoscessi da sempre.




Non ci sono molte cose da aggiungere, questo post è un collage di post che ho scritto su Facebook durante il ricovero e subito dopo dimessa.
Non sono arrabbiata, non lo sono mai stata un secondo. 
Non sono arrabbiata con chi mi ha colpito, non sono arrabbiata con nessuno.
Certo, non mi piace l'idea di avere una cicatrice in faccia, ma non posso farci nulla.
Non ho mai smesso di sorridere, non mi sono mai buttata giù. Mai.
Fa male la faccia e non solo, ma non intendo smettere di sorridere. Mai.
Ho apprezzato molto i gesti meravigliosi di tutte le persone più o meno vicine che ho: da chi ha preso autobus per venire in ospedale, a chi ci è venuto staccando dal lavoro a mezzanotte pur di tranquillizzarmi, a chi mi ha portato una stupenda maglietta di Wonder Woman, a chi mi ha regalato sorrisoni, a chi mi ha scritto ogni secondo, a chi mi ha portato libri e Settimana Enigmistica.
Grazie davvero, a tutti in generale e a qualcuno in particolare.
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martedì 18 febbraio 2020

Nessuno si salva da solo

È da due giorni che voglio scrivere un nuovo post, lo scrivo, lo rileggo, non mi convince, lo riscrivo, poi lo cancello e così in un loop infinito.
Eppure questo post, che mi è stato consigliato di scrivere, volevo che vedesse la luce.

Dieci giorni fa, più o meno, ho passato una serata che definire infernale è dire poco.
La mia vita è scandita, come credo quella di chiunque, da abitudini: vado sempre negli stessi posti, più o meno sempre alla stessa ora (qui vi fate un'idea).
Uscendo da uno di questi posti, ho trovato ad aspettarmi una persona a cui voglio molto bene, che però negli ultimi due mesi ho visto meno del solito. 
È una di quelle persone che non importa quanto poco io possa vederla, esiste un legame molto profondo e dei sentimenti altrettanto profondi, nonché una sorta di tacito accordo -manco troppo tacito perché ce lo siamo sempre detti- che sappiamo sempre dove trovarci.
Un'altra cosa che ci diciamo sempre è la frase "nessuno mi conosce come mi conosci tu": ce la diciamo a vicenda, è una cosa ad armi pari.
E io che qualcosa non andava l'ho notato più o meno subito.
"Ora ti racconto, accompagnami un attimo a casa che devo salire per fare una telefonata".
Ho aspettato in macchina, non mi andava di salire, avevo anche dei messaggi a cui rispondere.
"Andiamo a cena fuori" abbiamo deciso.
Da lì, è iniziato un incubo fatto di telefonate incessanti, pedinamenti, appostamenti sotto casa, pianti (no, non miei). Io mi sono innervosita, è da tempo che la situazione è questa, la settimana prima era più o meno successa la stessa cosa e anche qualche giorno prima.
E, andando indietro nel tempo, di volte ce ne sono state altre.
A dire il vero, in passato, in uno dei pedinamenti, io ho preso anche uno schiaffo e un po' di insulti, tanto che una signora, quando poi ero andata via, si era sincerata che stessi bene. E si, stavo bene, chi mi ammazza a me?
Quella sera però mi sono spaventata. Mi sono spaventata perché avevo davanti a me una persona a sua volta molto spaventata per l'ennesimo pedinamento e io resto tranquilla fin tanto che gli altri restano tranquilli.
Dicevo, mi sono spaventata molto. Ho anche pianto.
Quando sono andata via -erano le tre di notte più o meno- mi sono accorta di non avere il cellulare e sono tornata a cercarlo lì dove ero scesa da una macchina non mia per salire sulla mia. Io sono famosa perché dissemino cose in giro, lo faccio sempre: a casa, in ufficio, in macchina, in palestra, ovunque, quindi non mi è sembrato nemmeno così strano.
Oltre al cellulare, non avevo il caricabatterie da macchina -che avevo lasciato nella macchina di questa persona- e una delle mie sigarette elettroniche.
Sono tornata a cercare il cellulare, avevo sentito un botto, e ho pensato fosse quello.
È stata una leggerezza perché non solo non ho trovato il cellulare, ma mi sono trovata una macchina che mi seguiva, facendomi i fari. Alle 3 di notte, sola, senza cellulare e senza benzina, in una zona residenziale di Roma, con pochissimo movimento (leggi: non c'era nessuno) io mi sono trovata una macchina che mi seguiva.
Ho accelerato, ho passato un semaforo con il rosso, ho preso un divieto e ce l'avevo sempre dietro, attaccata al sedere. E lì è stato ufficiale che stava seguendo proprio me e non era frutto della mia fantasia. È stato lì, credo, che mi è venuta la brillante idea di accelerare tanto, ma tanto e pensare che preferivo morire schiantandomi e non sgozzata dal pedinatore folle. Cioè, io preferirei morire mangiando Nutella, ma lì non avevo molta scelta.
Credo mi abbia anche salvato il fatto che conoscevo abbastanza bene quelle stradine perché c'è una delle due sedi del lavoro, non ci vado mai, ma almeno mi so muovere lì intorno, finché non ho visto che la macchina dietro non ce l'avevo più. 
A quel punto restava solo il problema del cellulare
Ho provato a chiamarlo da svariati numeri ed era accesso, a tratti risultava anche connesso su Whatsapp, quindi ho provato a mandare messaggi da un altro telefono.
Ho chiamato da anonimo, da casa, da cellulari di chiunque, ma niente: nessuna risposta.
Poi mi hanno detto che i cellulari si possono localizzare e così ho fatto: ho visto dov'era, conoscevo il posto, è un posto dove abitava qualcuno che conosco, ma che non ci abita più da mesi. Nel frattempo, 
Ho fatto 2+2, sono andata dai carabinieri, abbiamo provato a fare squillare il telefono con la funzione "find my device" (si chiama proprio così, giuro), ma continuavano a silenziarlo, finché il cellulare non è stato spento.
Poi è arrivata una mail, che a quel punto stavamo monitorando, in cui c'erano le istruzioni per recuperarlo. Ovviamente, non sono andata io a prenderlo perché scema si, ma suicida no.
Ho pensato e ripensato che forse il cellulare lo avevo dimenticato, ma allora perché non rispondere alle chiamate? Perché non avvisare, che ne so, mia madre? Perché è finito in un posto dove non doveva proprio essere?
La sera, praticamente cinque minuti dopo aver recuperato il telefono che aveva ancora batteria, ma anche qualcosa che non andava visto che dal 18% è passato all'1% in un nano secondo (ed è un cellulare nuovo), sono andata a cena fuori con capo e colleghi.
A casa, mi ha riaccompagnata il mio capo che c'è mancato poco che non mi mettesse a letto per essere sicuro che non ci fosse qualche matto ad aspettarmi per le scale.
"Mi dai una sigaretta?"
"Prenditene quante ne vuoi"
Non fumo da due anni e mezzo (qui per saperne di più), avevo fumato una sigaretta ad una festa aziendale tempo fa e me l'aveva data sempre lui.
"Me ne dai un'altra?"
"Fuma, stanno lì".
Anche quando fumavo, fumavo il drum, l'odore delle sigarette vere -come le ho sempre chiamate- mi nausea, figuriamoci fumarle. E comunque, questo non è il periodo migliore per fumare sigarette, ma ecco: sti cazzi.
"Gi, te l'abbiamo sempre detto che sono malati"
"Lo so e io non ho ascoltato"
"Solo che adesso è pure pericoloso, che vogliamo fare?"
Mi è tornata in mente quella volta in cui ero ubriaca -considerate che io non bevo- e lui, più ubriaco di me, continuava a chiedermi "Domani me lo chiudi il 27, vero?". Il 27 era il palinsesto del 27 che avevo lasciato a metà quella mattina. Il giorno dopo, nonostante tutto, avevo chiuso il 27 e anche il 29 (palinsesti divisi tra pari e dispari con il mio collega, io sono a favore dei numeri dispari, non è che i pari non vengono fatti, eh).

Da quel momento, non sono praticamente più uscita da sola: capi, colleghi, amici, portiera del palazzo, preparatore in palestra, psicologa, tutti, sono stati informati di quello che era successo perché nessuno si salva da solo. E, come sempre, ringrazio di avere così tante persone che -in fondo- mi vogliono bene (inspiegabilmente in effetti, sono un inguaribile disastro) e non hanno nessuna intenzione di mollarmi.


Chi aveva assistito ai precedenti, che avevo sempre cercato di giustificare o minimizzare, ha iniziato a dirmi che non si può giustificare sempre, ha cercato di farmi svegliare. "Guarda che così ci rimetti la pelle" mi hanno detto.
Ovviamente non mi sono svegliata del tutto, eh. Vedo ancora gli unicorni volare, però ecco: non pensavo che potesse succedermi di essere pedinata, di essere inseguita da una macchina e tutta una serie di altre cose che vorrei dimenticare, ma non è facile. 
Cerco di pensare a me, a quello che è il mio futuro che cambierà inevitabilmente la vita di altre persone perché non sono i commenti anonimi, la violenza psicologica, i pedinamenti, le telefonate o le minacce che cambiano lo stato delle cose. 
E, con franchezza, vi dico che mi sono rotta le palle di essere gentile.

E si, qualora ve lo stiate chiedendo, non ho nessuna intenzione di smettere di scrivere sul blog, piuttosto non ho più voglia di parlare di questa storia. Al massimo, posso anticipare che tra qualche mese ci sarà una sorpresa, ma non vi dico quale.
E no, i commenti anonimi diffamanti non li approvo più, lo so che vi fa impazzire visto che vengono mandati decine di volte gli stessi commenti aggiungendo sempre un insulto in più, ma c'est la vie.



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