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domenica 3 gennaio 2021

Da quando hanno chiuso le palestre: come e perché non mollare

Da quando hanno chiuso le palestre -l'ultimo giorno di apertura é stato il 26 Ottobre scorso- io non ho mai saltato un giorno di allenamento.
Mi sono allenata con il freddo, con l'umidità, con la pioggia, con il vento, all'alba, la sera, al parco, per strada, al mare. Ovunque, in qualsiasi condizione climatica.
Sono stata ferma, se vogliamo essere precisi, soltanto la settimana di sintomi da covid perché materialmente non riuscivo neanche ad alzarmi dal divano, né a mangiare. Man mano che i sintomi sono passati, ho ripreso gradualmente ad allenarmi, inizialmente a casa -finché ovviamente non é terminata la quarantena- e poi di nuovo fuori, all'aperto. 
Il primo giorno di allenamento all'aperto post quarantena, nonostante il fiato corto, credo di avere raggiunto picchi di felicità altissimi.
Non mi piace allenarmi in casa, da sola, con i cani che mi molestano ed è per questo che, nonostante tutto, preferisco allenarmi all'aperto.

Facciamo però un passo indietro: che le palestre avrebbero chiuso era, almeno per me, una certezza sin da quando era stato detto che veniva concessa un'altra settimana di apertura e poi si sarebbe deciso.
Venerdì 23 Ottobre, terminata una bellissima classe di crossfit, ho voluto scattare qualche foto con le mie fedelissime compagne di allenamento -Giulia ed Arianna- perché ero convinta che quella sarebbe stata l'ultima classe per un bel pezzo.
Il giorno dopo, sabato 24 Ottobre, sono andata in palestra -con Giulia, ma senza Arianna che lavorava- a fare i massimali. Pioveva, esattamente come oggi e, guardando fuori dalla vetrata del box, mi è presa la tristezza.
Il giorno dopo hanno confermato la chiusura delle palestre fino a data da destinarsi. Palestre che, ad oggi, sono ancora chiuse e che chissà quando riapriranno.
Lunedì 26 Ottobre ero ad allenarmi al parco con Giulia, Arianna e Valentina. 
Quando al parco ha iniziato a fare troppo freddo o non si riusciva ad allenarsi la mattina, ci siamo spostati sotto i portici dell'Eur.
In un'occasione, nonostante non stessimo facendo nulla di male, i guardiani di alcuni uffici pubblici hanno chiamato la polizia che, per la cronaca, ha detto che potevamo restare perché non sussisteva alcun reato come sostenevano i solerti guardiani (di uno degli enti che funziona peggio in Italia per altro, ma questa è solo una piccolissima polemica sterile).


"Ma come ti va?" é ovviamente la domanda che mi sono sentita rivolgere più spesso.
Ora, sarei falsa ed ipocrita se dicessi che mi va sempre. 
Ci sono volte che non mi va, che piuttosto che fare 50 burpees sul lercissimo pavimento di fronte Old Wild West dell'Eur mi farei tagliare un braccio o una gamba o qualsiasi altra parte possa essere anche solo lontanamente coinvolta nell'esecuzione di un burpee.
Credo sia questione di abitudine da una parte e di necessità dall'altra.
Io sento il bisogno di allenarmi, come più o meno chiunque sia abituato ad andare in palestra ogni santo giorno sparandosi minimo due ore di allenamento, e se non lo faccio poi sto male. 
No, non parlo di sensi di colpa perché ingrasserò, rotolerò o cose così, parlo proprio di un'esigenza fisica.
E poi sono abituata a farlo, qualche giorno fa, durante una classe di funzionale molesto, una ragazza ha detto che stava andando avanti in automatico ed é vero, ci sono giorni in cui è l'inerzia che spinge a fare i burpees di cui sopra e non solo, ma pare che i burpees siano il capro espiatorio di ogni cosa: burpees che a me, per la cronaca, piacciono moltissimo.
Inoltre, tenete in considerazione che, oltre alle amiche della palestra (inteso come conosciute in palestra, non é che se le incontro per strada fingo di non conoscerle) di cui sopra, ci sono le mie amiche di sempre con cui abbiamo fondato un club motivazionale senza uguali: se una non ha voglia, arriva un'altra a motivarla (l'altra che arriva a motivare non sono praticamente mai io). Conosco Claudia, Valeria e Nadia da sempre ed é curioso come due di noi siano a Roma, le altre due a Palermo, ma tutt'e quattro abbiamo questo amore -chiamiamolo così- per la palestra. Io, ovviamente, sono la più cafona tra le quattro.

Ho dovuto cambiare un sacco di cose e adattarmi ad altre cose: pensare di poter fare le stesse cose che facevo in palestra é ovviamente impensabile.
In primis, ho dovuto comprare maglie termiche come se piovesse, adesso ho più maglie termiche che jeans. Tutte uguali, praticamente tutte dello stesso colore che presumo -quando prima o poi tutto questo sarà finito- mi darò in faccia.
Ho anche iniziato ad usare i guanti, io che sono sempre stata una fautrice dei calli, se non altro perché le mie nobili mani non le poggio sul marciapiede lercio manco dopo morta E comunque si, l'ho fatto (di non usare i guanti un paio di volte intendo) e poi mi faceva schifo toccare il volante della macchina per tornare a casa, visto che le mani erano nero nero fuliggine manco di mestiere facessi lo spazzacamino.
Allenarsi all'aperto comporta anche un tipo diverso di respirazione a cui bisogna abituarsi e un adattamento al terreno che no, non é neanche lontanamente paragonabile al gommato della palestra.
Ho cambiato tipologia di allenamento: se prima non saltavo una classe di crossfit e avevo una predilezione per i pesi pesanti, termine che mi piace tantissimo, adesso ho dovuto fare ciao ciao con la manina a pesi pesanti e massimali, visto che il massimo che sono riuscita ad avere, in termini di ghisa, sono circa trenta chili che sono utili, utilissimi, ma nulla a che vedere con i pesi che utilizzavo prima (e che chissà se sarò ancora in grado di utilizzare).  Ho imparato cose nuove, mi sono soffermata sulla mobilità, ho stabilizzato cose a cui davo poca importanza o per le quali non avevo tempo. sto facendo tanto corpo libero, sto migliorando su cose che mai avrei pensato di migliorare.
Da due mesi a questa parte, per altro, non ho praticamente più avuto lividi, escoriazioni, dolori di varia natura e via dicendo, il che mi viene da pensare che sia una cosa positiva. Non mi sono neanche più data attrezzi in faccia, in questo caso nel vero senso della parola (qualche mese fa, mi sono data un bilanciere  carico in faccia e ha fatto male, molto male, sento ancora il sapore del sangue in bocca se ci penso).
Ho cambiato obiettivi, non sul lungo termine ovviamente: se prima l'obiettivo era aumentare sempre e comunque, adesso è diventato mantenere e perfezionare. No, non é la stessa cosa. Si, mantenere è più difficile che aumentare. 
Nell'ultimo anno ho perso sette chili senza volerlo perché è così che funziona: controllando l'alimentazione (che non significa fare la fame, significa bilanciare i macro, poi le calorie sono soggettive) e allenandosi tanto succede. Tuttavia devo fare presente una cosa: ho la galleria del cellulare piena di foto che servono a me per rendermi conto dei cambiamenti che faccio (ma che in piccola parte ho pubblicato qua e là sui miei social). Cambiando obiettivi, ovviamente è cambiato anche il fisico, seppur siano passati solo due mesi. Se in meglio o in peggio non lo so, l'obiettivo fisico ormai è secondario, ma oggettivamente è cambiato e questa é una cosa che bisogna tenere in considerazione.

Come e perché non mollare e continuare ad allenarsi?
Se non si è capito da quello che ho scritto prima, lo spiego in due parole.
Come? Cambiando obiettivi e allenamento, se la situazione attuale non permette di continuare lo stesso tipo di allenamento di prima. Possibilmente con un coach -o istruttore che dir si voglia- che vi segue. Io il mio coach non smetterò mai di ringraziarlo, se non altro per avermi aiutato in questi due mesi a superare paure che mi facevano dire "io questo non lo farò mai" relativamente a cose che poi effettivamente ho fatto, anche con parecchia soddisfazione.
Se state pensando che siete impegnatissimi e non avete il tempo, sappiate che io lavoro nove ore al giorno, ultimamente sei giorni su sette e non più cinque su sette, che ho una casa e una famiglia e in questo momento un sacco di cose a cui pensare (vedi post precedente), eppure continuo ad allenarmi. E fidatevi che non sono Wonder Woman e me ne guardo bene dal diventarlo.
Ho persino le unghie lunghe e curate, quindi immaginate (in riferimento ad una tizia che mi disse che se hai le unghie curate non puoi allenarti con i pesi, cosa che non capirò mai, ma tant'è).
Perché? A meno che non abbiate vent'anni, se vi fermate per un mesi, poi riprendere sarà difficilissimo, oltre al fatto che -e questo vale a qualsiasi età- stare fermi è tempo perso, un po' come quelli che dicono che vogliono il culo sodo e la pancia piatta e poi stanno sul divano pensando che tanto è un obiettivo così lontano che non vale la pena, quando basterebbe solo iniziare e poi il resto viene da se.
Ma anche perché, in questo periodo un po' così, aiuta a staccare la spina. Mi è capitato spesso di essere triste o arrabbiata e di riprendermi completamente dopo un'ora di allenamento fatto bene.

Io voglio tornare in palestra, sia chiaro.
Non vedo l'ora di varcare la soglia, di abbracciare un bilanciere olimpico, di farmi la doccia in palestra, di uscire da lì con i capelli bagnati in pieno inverno sperando di non rimanerci secca.
Tanta gente che conosco ha detto che in palestra non ci vuole più tornare, che preferisce questa tipologia di allenamenti all'aperto che fanno aumentare la socialità tra persone (questo é vero, lo confermo), ma io no. Io voglio la palestra, senza se e senza ma.
Ho smesso di scherzare sull'argomento perché mi sono resa conto che non è sicuramente tra le priorità, nonostante al di là di chi -come me- in palestra ci va solo per allenarsi, c'é tanta gente che in palestra ci lavora, che ne è proprietaria e via dicendo e che rientra in quelle categorie a cui si sono chiesti e chiedono sacrifici su sacrifici senza dare una certezza che sia una.

Questo post lo dedico a tutte le persone menzionate in questo post: Giulia, Arianna, Valentina, Nadia, Valeria e Claudia (ultima nell'elenco, ma prima nel cuore, lo preciso se no si arrabbia), ma anche a tutti quelli che -in questi due mesi e un pezzettino- hanno condiviso con me allenamenti, freddo, pioggia, gioie e dolori.

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giovedì 11 giugno 2020

Andare in palestra con la mascherina

Andare in palestra con la mascherina é una cosa che non avrei mai pensato di fare in vita mia.
Tre anni fa, quando sono entrata nella mia palestra per la prima volta, avrei potuto immaginare di andarci con un ginocchio scemo (cosa che in effetti ho fatto, qui vi fate un'idea di come stavo quando mi sono iscritta), con la schiena dolorante, piena di lividi (che in realtà mi faccio proprio in palestra), imbottita di cortisone, ma non con la mascherina. 

Quando é venuto fuori che le palestre avrebbero riaperto, la mia palestra si é premurata di mandare mezzo milione di mail con le date di riapertura di ogni singolo club -considerato che non in tutte le regioni hanno riaperto lo stesso giorno- e di tutte le norme da seguire.
Bisogna prenotare qualsiasi cosa, ma quello lo si faceva anche prima: la differenza sostanziale é che adesso si prenota anche l'accesso alla sala pesi e al box.
Bisogna mantenere le distanze, ma quello é una cosa che ci ripetono costantemente manco fossimo lobotomizzati (ma forse un pochino lo siamo se é necessario ripeterlo così spesso).
Si può usufruire degli spogliatoi, fare la docce, ma non si può usare l'area relax, quindi niente sauna, niente bagno turco, niente idromassaggio e non so quale altra diavoleria sia presente nell'area relax visto che credo di esserci entrata due volte a dir tanto.
Bisogna farsi misurare la temperatura prima di accedere e, come ovunque, sopra i 37.5° non si accede.
Non sono convintissima che i termoscanner funzionino a dovere considerato che un giorno, secondo loro. avevo la temperatura a 33.1°, quindi o ero morta e non lo sapevo (e sono resuscitata) o c'é qualcosa che non va in questi aggeggi malefici.
E poi bisogna portare la mascherina.
Si accede solo con la mascherina, si entra nello spogliatoio con la mascherina, si sale al piano superiore -dove ci sono la sala pesi, il box e le varie sale- solo con la mascherina.
Quando ci si allena si può togliere la mascherina, ma quando ci si sposta da un attrezzo all'altro o comunque ci si muove nell'area di allenamento bisogna indossarla.
C'é anche chi passa per ricordarti di indossare la mascherina, tanto che la parola che sento più spesso durante la mia permanenza in palestra é mascherina.
Mascherina. Mascherina. Mascherina.
Ovviamente, ogni volta che si utilizza qualcosa, fosse un manubrio o un tappetino, bisogna igienizzarlo, portando la mascherina. Perché se igienizzi il manubrio e nel frattempo gli sputacchi sopra non va bene.

Il primo giorno di riapertura, effettivamente, tutti avevano la mascherina.
Credo di aver visto anche i tapis roulant con la mascherina.
Tutti ligi, precisi, ho visto addirittura gente fare i clean con la mascherina, giuro.
Tutti igienizzavano tutto, una roba fantastica, forse un pochino paranoica per carità, ma tant'é.
Poi si sono rotti il cazzo, per dirla alla francese.
La gente adesso si toglie la mascherina quando ancora deve finire di fare le scale che portano al piano superiore e le lancia in giro, tanto che -a meno che non siate me e non abbiate una collezione di mascherine lavabili dalle fantasie più disparate e utilizzate le mascherine chirurgiche- ci sono enormi possibilità che arriviate con la vostra e ve ne torniate a casa con quella di Rocky Balboa. O quella di Paige se preferite.
Tra una settimana al massimo immagino ci saranno i falò di mascherine nel piazzale davanti l'ingresso, più o meno come il falò di reggiseni di qualche decennio fa, a rivendicare il sacrosanto diritto di infettarsi come e quando ci pare.


Inizialmente, non erano ripresi neppure tutti i corsi, m a solo alcuni.
Adesso é ripreso più o meno tutto, con qualche piccola differenza rispetto a prima, ma tutto sommato il coronavirus sembra solo un lontanissimo ricordo (e non lo é, io lo so che questa cosa ci fregherà).
Alle solite attività io ho aggiunto anche la boxe (ormai passo il 90% del mio tempo libero in palestra, ma tant'é), non so manco cosa mi abbia spinto a farlo, però mi piace. 


Io, di mio, odio la mascherina.
La metto perché devo, ma mi alleno senza, anche perché probabilmente -conoscendomi- andrei in debito d'ossigeno per condizionamento psicologico da mascherina indossata, ma io mi tenevo alla larga dalle persone in palestra pure prima, quindi non faccio testo.
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martedì 2 giugno 2020

L'estate, i chili di troppo, la cellulite e le lamentele

È arrivata l'estate, prepotente e fastidiosa, subito dopo un lungo lockdown, fatto di palestre chiuse e di tempi morti che -molti, ma non tutti- hanno occupato cucinando pizze, torte, pane e roba che non ho ancora capito cosa fosse, ma che probabilmente aveva le stesse calorie di quello che io mangio in una settimana intera. E, fidatevi, io mangio tantissimo, più di quanto possiate immaginare.

Comunque, dicevo: é. arrivata l'estate, che io non ho mai amato (qui avevo anche spiegato più o meno perché), quindi si va al mare (con la mascherina magari, ma di sicuro non con lo scafandro), ci si scopre, si mostrano le gambe, le braccia e i chili di troppo.
Sarò impopolare, lo sarò sicuramente, ma non faccio altro che sentire e leggere di gente che prima non aveva tempo di andare in palestra e mangiare bene, poi aveva troppo tempo libero perché non andava al lavoro e quindi lo occupava mangiando e stando sul divano perché si annoiava. E io lo capisco, eh. Non é un obbligo andare in palestra, tenersi in forma e, in ogni caso, la Nutella e le merendine confezionate sono buone (per quello che mi ricordo), quindi fate anche bene, però magari poi non vi lamentate, anche perché -devo dirvelo- nessuno guarderà i vostri chili di troppo, reali o frutto di paranoie che siano, al mare. 
Io al mare al massimo guardo i costumi da bagno, quando passa il tizio con il baracchino. Oppure guardo l'orologio per vedere se sono passate le tre ore di digestione per potere fare il bagno. No, non fate commenti, mia madre mi vede pure se non é lì con me ed é pronta a cazziarmi aspramente dopo avermi elencato tutte le atrocità di una morte lenta e dolorosa per una congestione in pieno Agosto, con la temperatura dell'acqua del mare a 35°, dopo aver mangiato una granita al limone. E io non me la sento di deluderla bagnandomi le punte dei piedi prima che siano passate tre ore.

In ogni caso, visto che é arrivata l'estate e dovrete necessariamente spogliarvi, sia per andare al mare, sia per sopravvivere all'afa della città, invece di lamentarvi di non avere tempo, potete fare qualcosa di più costruttivo. Non che io sia la regina dei consigli costruttivi, ma almeno di alimentazione sana e attività sportiva ne so parlare.

Quindi insomma, cosa fare per rimettersi in forma?

-Mettersi a dieta: no, non dovete mangiare l'insalatina scondita ed eliminare i carboidrati. 
Mangiate il pane, la pasta, la pizza e, se proprio vi manca l'impastare compulsivo da quarantena fateveli voi. Dimagrire, mettersi a dieta, seguire un'alimentazione sana (che poi cosa minchia vorrà dire sana non si sa), non significa non mangiare. Significa mangiare tutto, concedersi dei pasti liberi (meglio conosciuti come sgarri, termine che a me fa abbastanza antipatia, ma tant'è), fare merenda con un gelato, mangiare la cioccolata dopo cena e via dicendo, a patto e condizione che le calorie ingerite siano quelle giuste per noi, né troppe, né troppo poche.
Poi se proprio vogliamo farla bene, possiamo metterci a calcolare anche i macro di modo da dare all'organismo il giusto apporto di tutto che ci serve, fare ricomposizione corporea e via dicendo, ma capisco che questo é lo step successivo.
Ogni volta che sento "non mi metto a dieta perché mi piace mangiare" mi chiedo sempre se chi lo dice ha idea che esiste gente a dieta che mangia circa 2800 calorie al giorno (ogni riferimento a fatti, cose, persone non é puramente casuale). Poi esistono anche quelli che ne mangiano 1200, ma più che dispiacermi per loro non so che fare.
Se pensate di poter fare da soli bene, se no rivolgetevi ad un professionista che vi ascolta, che capisce quali sono le vostre esigenze e che non vi faccia morire di fame.


-Fare attività fisica: no, non dovete necessariamente caricarvi sulle spalle un bilancere da 100 chili e fare ottanta squat di fila fino a stramazzare al suolo con la schiena distrutta. Non subito almeno. O forse mai che magari la ghisa vi fa schifo e vi farà schifo per sempre, sono gusti, come in tutte le cose. 
Io, ad esempio, odio gli affondi e continuo a utilizzare come scusa il ginocchio rotto tre anni fa (qui per saperne di più), anche se poi alla fine li faccio comunque.
Potete andare a camminare. Prendetevi un cane e vedrete che farete una quantità pazzesca di km ogni giorno, se volete vi presto uno dei miei per vedere come va. 
Andate a correre, se vi piace, ma fatelo con le scarpe giuste altrimenti vi fate male (io ho le Pegasus, ma credo ne esistano decine e decine di modelli diversi).
Andate a ballare tango o a fare pole dance (che secondo me é fighissima, io stramazzerei al suolo dopo otto secondi, ma non tutti sono così impediti).
Oppure provate la sala pesi e vi tonificherete che é una meraviglia, perdendo centimetri. Io sono di parte, quindi non insisto, ma sappiate che é bellissimo.
Se non avete tempo per andare in palestra o la considerate una spesa eccessiva, esistono tantissimi modi per allenarsi a casa, ci sono video, applicazioni, tutorial, qualsiasi cosa. E poi gli attrezzi potete comprarveli: io ho un bilanciere, manubri, dischi, elastici (che i cani mi mangiano regolarmente), la corda, un trx comprati perché non si sa mai.
Non vi consiglio pilates, zumba, yoga e roba del genere perché li trovo tremendi, ma magari a voi piacciono. Nel caso, non lo voglio sapere.

Oppure, semplicemente, se non vi va di fare le cose di cui sopra, vogliatevi bene per come siete e non lamentatevi della cellulite, della pancia e dei jeans stretti.
La cellulite e la pancia ce l'hanno anche quelli magri, magari non tutti e magari non entrambe le cose, e i jeans si possono comprare di una taglia più grande.
Che poi, d'estate, non so nemmeno come facciate a portare i jeans.


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lunedì 3 febbraio 2020

Certi amori non finiscono, fanno dei giri immensi e poi ritornano: Firenze, Serie A, il ritorno alle gare di ginnastica

Certi amori non finiscono, fanno dei giri immensi e poi ritornano cantava Antonello Venditti che, non a caso, è il mio cantante preferito.

Mancavo dal campo gara dal 16 Settembre 2017, giorno della finale del Campionato di Serie A ad Eboli (qui per le polemiche -che con me non mancano mai- su quella gara).
Nel frattempo, abbiamo conquistato finali mondiali, vinto medaglie agli Europei del 2018, medaglie ai Giochi Olimpici Giovanili dello stesso anno, una medaglia mondiale agli anelli, poi abbiamo vinto un bronzo alle parallele e un argento agli anelli agli Europei del 2019 e, nello stesso anno, la storica medaglia di bronzo mondiale a squadre (qui per saperne di più) accompagnata da un argento agli anelli. Ci sono stati anche momenti tremendi nel frattempo, il ricordo di una me in lacrime in ginocchio davanti la tv durante la finale mondiale a corpo libero del 2017 è terribilmente vivo nella mia mente. 
La nazionale a cui ero tanto affezionata, nel frattempo, non esiste più (tranne Lara, lei c'è sempre, costante e lottatrice come poche al mondo, qui per saperne di più), segno che di anni -e di Olimpiadi- ne sono passati.
Ottocentosessantanove giorni senza mettere piede in campo gara sono tanti, me ne sono accorta  mentre, con l'immancabile rodimento di culo, varcavo la soglia del Nelson Mandela Forum con Marco, l'immancabile Marco che da anni è il mio fedele e immancabile compagno di viaggio, di gare e di vita (no, non nel senso che stiamo insieme, anche se sappiamo che molti -negli anni- lo hanno pensato).
Io e Marco, per la cronaca, non ci siamo parlati per un anno -più o meno- finché non  è arrivato quel passo indietro che tutti -ogni tanto- dovremmo fare. Ve l'ho detto: certi amori non finiscono, fanno dei giri immensi e poi ritornano. Abbracciata a Marco in tutti i campi gara d'Italia ci ho passato una quantità di tempo indefinibile, lo dimostrano le mille foto che più o meno chiunque ci ha scattato in questi anni.
Facciamo un passo indietro: quando è uscito il calendario delle gare non l'ho guardato subito, ci ho messo un po' di tempo. Quando ho visto la prima data, ho scritto nel gruppo Whatsapp delle gare, poi mi sono lasciata travolgere dall'entusiasmo.
"Marco andiamo?". Marco non sa dirmi di no, si lascia travolgere dal mio entusiasmo di cui sopra, oltre a volermi un bene pazzesco (ricambiato, ci tengo a precisarlo), però -ecco- stavolta non era poi così tanto convinto, finché non ho affondato la stoccata finale "C'è la Melnikova" (è una ginnasta russa che ha vinto di tutto). A quel punto, è stato un attimo.
Quando ho fatto la richiesta di accredito e ho guardato -per caso- lo storico dei miei accrediti e ho visto come ultima richiesta quella data così lontana mi è venuta una tristezza indicibile. Si, ero triste.
Praticamente i contatti reali e non televisivi con il mondo ginnico, negli ultimi due anni, erano stati i sushi post Mondiale con Ilaria.

E poi è iniziato il conto alla rovescia.
Quando è arrivato il momento di partire, la prima cosa che mi è venuta in mente è che dentro ai palazzetti fa caldo, non importa se è inverno, bisogna vestirsi leggeri.
E quando finalmente siamo arrivati al palazzetto, la prima cosa che ho detto è che volevo evitare di fare polemiche. Giustamente, tempo dieci secondi e mi rodeva il culo (no, niente di grave, abbiamo solo dovuto fare il giro per prendere l'accredito e stava piovendo).
Un attimo dopo quegli ottocentosessantanove giorni non esistevano più.
Sono saltata al collo di persone che non vedevo da tanto, mi sono goduta i "come stai bene" e i "sei sempre più bella", ho abbracciato forte, sono stata abbracciata ancora più forte.
Sembrava fosse passato un giorno dall'ultima volta, mentre cercavo di capire -come sempre- chi fosse su quale attrezzo per ragionare su dove mettermi. 
Pensavo di avere dimenticato codice e elementi e invece erano lì nella mia testa, così come -nella mia testa- c'erano ancora tutte quelle abitudini che mi porto dietro da anni.
C'è stato un attimo che ho pensato che non potessi essere più felice di così, appoggiata sulle spalle di Marco con un occhio alle foto (le sue, io non so fare foto manco con il cellulare) e un occhio all'esercizio. Ed ero felice anche quando mi sono resa conto che è stancante da morire, che dopo ore e ore in campo gara la schiena e le gambe fanno male, manco ci salissi io sugli attrezzi.
Ero felice quando qualcuno ci ha detto che aveva visto i nostri nomi sugli accrediti e ha pensato che venissimo su insieme. C'è stato un periodo in cui, quando arrivavamo al palazzetto, c'era sempre qualcuno che ci diceva "sono arrivati i romani" nonostante io di romano abbia solo la residenza.
La ginnastica artistica è da anni il mio grande amore, l'unico amore a cui ho scritto una lettera (qui per leggerla), è emozione, è stanchezza, è un sacco di cose.
E prometto che non passeranno altri ottocentossessantanove giorni, l'ho promesso a me stessa quando sono rientrata a casa a notte fonde, mi sono spogliata e ho visto che i jeans erano tutti bianchi.
"Ma che è sta roba bianca?"
"Ah, è la magnesia".
Magnesia che, per la cronaca, era ovunque: sui jeans, sulla maglia, sul cellulare, dentro le mutande.


Questo è l'anno olimpico, un anno olimpico diverso dal solito perché arriva dopo una medaglia mondiale a squadre. Un anno olimpico pieno di aspettative, in cui non si dice perché non succede, ma se succede sono disposta a fare il bagno dentro la Fontana di Trevi nuda.  

Il Nelson Mandela Forum è stato, tanti anni fa, il palazzetto della mia prima gara dal vivo.
Il Nelson Mandela Forum è stato anche, ieri, il palazzetto del ritorno a quello che amo più di ogni altra cosa al mondo.
E io non potrei essere più felice e innamorata di così.

La foto del post è di Marco Mastracco
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martedì 8 ottobre 2019

Quel bronzo mondiale che è l'emozione più grande della vita

Abbiamo vinto il bronzo mondiale a squadre per la prima volta nella storia.
Lo abbiamo vinto davvero, è nostro.
L'Italia è bronzo mondiale. Lo dico e lo ridico, lo scrivo anche che forse più lo dico e più lo scrivo più capisco che è vero.
L'Italia ha vinto una medaglia mondiale a squadre per la prima volta nella storia.
Cioè, non per la prima volta nella storia, ma era successo sessantanove anni fa, un'altra ginnastica, altri tempi, altro tutto.

Quattro rotazioni lunghe una vita, quattro rotazioni in cui ad un certo punto capisci che potrebbe succedere, ma siccome sei l'Italia e non gli Usa dici che "non succede, ma se succede...". E no, non perché non sai che le ragazze sono forti.
Attrezzo dopo attrezzo, salita dopo salita però cominci a crederci,ci credi sempre di più, ma non lo puoi dire perché hai paura che se lo dici ad alta voce la sfortuna -che ci vede benissimo- ti punirà.
Arriva anche un momento in cui hai capito, in cui lo sai, in cui te lo senti, in cui smetti di ragionare, in cui speri solo che quegli ultimi dieci minuti passino in fretta.
Poi arriva l'ultima salita sull'attrezzo, inizi a fare i conti e capisci che manca un punteggio piccolo piccolo, così piccolo che avrei potuto prenderlo persino io che l'unica volta che ho provato a salire sulla trave a momenti svengo per la paura. E non ero neanche riuscita a mettermi in piedi, eh.
E infine arriva quel momento in cui è ufficiale, quello in cui lo vedi scritto a chiare lettere, quello in cui la medaglia non te la possono più togliere.

Le ho viste crescere queste bimbe.
Alice, Asia, Giorgia, Elisa, Martina, Desiree.
La prima volta che le ho viste era un pomeriggio di Settembre, ero a Brescia e sentivo freddo. Io avevo la felpa e loro i pantaloncini corti e le canottiere.
Avevano dodici anni per una, qualcuna poco di più.
Le ho viste diventare sempre più grandi, le ho viste farsi male, le ho viste vincere tutto il possibile da junior, le ho viste aumentare le difficoltà, le ho viste diventare senior, le ho viste qualificarsi alle Olimpiadi ed entrare in questa finale con l'ultimo punteggio disponibile. si, l'ultimo punteggio disponibile, quello che ti fa pensare che si, possiamo sicuramente recuperare posizioni, ma una medaglia no. Perché noi alle medaglie non ci pensiamo noi.
Corpo libero, volteggio, parallele asimmetriche, trave, questo l'ordine.
Attrezzo dopo attrezzo. Attrezzi dove siamo più forti e altri dove siamo meno forti. 
La trave come ultimo attrezzo e la trave, signori e signore, è la cosa più paurosa al mondo. La trave non perdona mai, negli anni ho visto finali in cui cadevano tutte, una ad una (e no, non parlo delle italiane, parlo in generale).


Sono anni che piango, sono anni che verso tutte le mie lacrime ad ogni gara.
E adesso posso dirlo: una medaglia mondiale a squadre è l'emozione della vita, è una cosa che ti fa battere così tanto il cuore da non poterlo fermare, è un qualcosa che ti fa piangere, è qualcosa che ti fa strillare al lavoro "è bronzoooo" all'improvviso, è qualcosa che ti fa guardare da chi hai intorno in quel momento come se fossi completamente matta, è qualcosa che ti fa impazzire il telefono.
Questa è un'emozione grandissima e posso solo dire grazie.
Grazie per tutte queste emozioni, grazie per avermi fatto provare pure questa emozione, grazie per questa medaglia che ripaga tante lacrime versate, grazie per questa medaglia che no, se me lo avessero detto prima non ci avrei creduto. Grazie.


"Ila, se succede non andiamo a mangiare al sushi, noi ce lo compriamo un sushi"
"Non succede".
Ila, lo so che lo hai detto per scaramanzia, lo so che stavi per sentirti male.  E adesso dobbiamo comprare un ristorante di sushi, decidi tu se vuoi comprarlo a Roma o nelle Marche, per me va bene tutto.

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lunedì 25 giugno 2018

Ogni oro è un'emozione: Lara Mori

L'ultima volta che mi aspettavo una medaglia e ho visto un'uscita di pedana sull'ultima diagonale del corpo libero è stata una tragedia.
Le lacrime di quella sera me le ricordo come fosse ieri e invece sono già passati due anni.
Era una gara diversa, una ginnasta diversa, un'attesa diversa, ma quell'uscita di pedana è la prima cosa che mi è venuta in mente qualche ora fa quando ho visto Lara (Mori, ndr) mettere il piedino fuori dalla pedana.

Mi piacerebbe essere abbastanza brava con le parole da poter raccontare tutte le emozioni che provo ogni volta, a cosa sono dovute tutte le lacrime -di gioia o di dolore- e a fare capire lo stato d'animo che accompagna, da anni ormai, una gara internazionale di ginnastica.
Mi piacerebbe davvero, ma so che non ci riuscirò mai. Non con tutti almeno.

Lara è una ginnasta a cui sono particolarmente affezionata, mi piace lei, mi piace la sua allenatrice e mi piace persino sua madre. Mi piace la sua tenacia, mi piace il fatto che non abbia mai mollato, mi piace il fatto che sempre e comunque lei si è fatta trovare pronta, anche quando ci sarebbe stato bene un sonoro vaffanculo (scusate, ma quando ci vuole ci vuole).
Che Lara sia partita per i Giochi del Mediterraneo per vincere una medaglia -e non solo quella a squadre- era chiaro ed evidente persino al mio cane, ma ecco: tra il dire e il fare c'è di mezzo il mare.
La ginnastica artistica è uno sport cattivissimo: sbagli e ciao, sarà per la prossima volta.
E non importa quante volte tu quella stessa cosa l'abbia fatte bene, hai solo un'occasione e devi sapertela giocare. E spesso non dipende manco da te se l'errore è dietro l'angolo.
Non so quanto possa essere brutto perdere una medaglia o prenderla del colore sbagliato per un errore, ma so che la tensione è a mille quando sei a casa e la gara te la stai guardando in televisione, quindi figuriamoci quando sei lì e la medaglia stai provando a vincerla con le tue forze.
Ho guardato la gara con un'ansia un po' diversa dal solito, sarà che ero in diretta telefonica con Samira -che, per citarla, adora Lara come forse nessun altro- commentando ogni singola espressione facciale. Solo che lei ad un certo punto è dovuta uscire. E io mi sono sentita abbandonata.
Poi, quando ho visto quell'uscita di pedana ho -come spesso accade in questi casi- cominciato a pregare chiunque.
Ho preso il telefono e ho mandato un messaggio alla mia amica Cristina per dirle: "Oooo ma quanto le serve per sto benedetto oro?"
"Non lo so, non si capisce niente".
E lì, mentre aspetti che esca il punteggio e che "i giudici decidano anche loro che lei ha vinto" (questa è una citazione colta, per chi la coglie ricchi premi e cotillon), non passa mai. Ma proprio mai.
Un minuto che dura tre ore.
E infine poi è arrivato l'oro, gli abbracci, i sorrisi, le lacrime, gli abbracci, un sacco di cose belle.
Ogni oro è un'emozione immensa, ma questo è un oro che mi piace particolarmente.


A Lara vorrei dire che ce lo aspettavamo, ma facile parlare dopo.
Larina te lo sei meritato, questo lo sai.
Per la tenacia, l'impegno, la forza, il coraggio che ci hai messo ogni santo giorno da qualche anno a questa parte.
Per il diploma preso frequentando una scuola pubblica nonostante gli impegni sportivi, per la festa dei diciotto anni rimasta appesa ad un filo con un biglietto aperto per Rio che non hai usato, per l'infortunio del 2015, per il doppio teso con cui sei andata ai Mondiali di Montreal.
Per il fatto che metti d'accordo tutti visto che non conosco una sola persona che non abbia detto che te lo meritavi senza se e senza ma. 
E anche per il fatto che erano mesi, tanti mesi, che non scrivevo di ginnastica artistica per un sacco di motivi e sei riuscita a farmene parlare di nuovo.
Quello che ho imparato, da quando ti conosco, è che l'importante è non mollare mai perché solo non mollando si arriva da qualche parte. E per questo non smetterò mai di ringraziarti.

Avevo scritto la storia di Lara qualche mese fa, se volete leggerla la trovate qui.

La foto del post è di Silvia Vatteroni.
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mercoledì 11 aprile 2018

Ho sposato un romanista (e non lo odierò mai abbastanza per questo)

Mio marito è romano di Roma. E romanista.
Per quest'ultima cosa non lo odierò mai abbastanza.
Perché, ecco, mio marito mi ha insegnato ad amare la Roma all'urlo di "la Roma non si discute, si ama". 
Mio marito, sempre lui, mi ha trasformata nella prima delle tifose.
Non lo dice, ma so che è felice di avere una moglie con cui discutere di calciomercato e che dice frasi tipo: "non leggo i nomi sulle maglie, ma so come sono messi in campo, per questo li riconosco".
É un po' meno fiero di me quando dichiaro ai quattro venti che Nainggolan è l'unico uomo al mondo per cui lo lascerei e non tanto perché teme di ritrovarsi senza moglie, ma perché sostiene -ovviamente sbagliando- che non è possibile che mi piaccia così tanto proprio quello lì. 
Per correre corre, per essere forte è forte, ma secondo lui non è bello.
Mi sembra evidente che non capisce un tubo.

Comunque il punto non è questo.
Il punto è che non odierò mai abbastanza mio marito perché mi ha fatto amare una squadra che, nella maggior parte del tempo, ti fa venire voglia di prendere a pizze in faccia i giocatori uno per uno.
E che ti fa soffrire. Perché la Roma ti fa soffrire quasi sempre, sarà che è l'eterna seconda, saranno i dieci pareggi di fila di qualche tempo fa in campionato, sarà la finale di Coppa Italia persa con la Lazio che va bene tutto, ma perdere con la Lazio no.
O forse sarà anche che certe volte scendono in campo (i giocatori, eh) con una supponenza che ti fa arrabbiare, chi lo sa, però essere romanisti è difficile. Molto difficile.
Si soffre senza se e senza ma. Si soffre e basta.

Ma ecco, ci sono serate come quelle di ieri sera per cui vale la pena tifare Roma.
Quello che non sapete è che il Marito, quello romano di Roma, ieri sera era allo stadio a vedere il quarto di finale di ritorno di Champions League: Roma- Barcelona.
Lo stesso marito mi aveva rincoglionita dicendo che era ingiusto e immorale che avessero messo in vendita i biglietti prima della gara di andata che tanto sarebbe stata miseramente persa e che per i blaugrana sarebbe stata una partita di allenamento, quindi al massimo dovevano regalarli. 
Gli ho spiegato decine di volte il motivo per cui il suo discorso non aveva senso e, serafica, gli ripetevo "Non succede, ma se succede che fai? Non vai a vedere la semifinale immagino visto che fai questi dicorsi".
Mi ha mandata a quel paese. No davvero, mio marito mi ha mandata a quel paese.
Lui intanto aveva il biglietto e io no visto che gli avevo detto: "Sarò a Milano per lavoro, inutile che lo prendi anche per me".
Poi invece ero a Roma, arrabbiata come una biscia perché il quarto di finale contro il Barcelona meritavo anche io di vederlo, solo che quando ho saputo che ci sarei stata i biglietti erano solo un lontano ricordo.

Ieri sera io sono rientrata a casa, ho fatto una doccia, ho preparato la cena e mi sono piazzata sul divano con cane al seguito. 
Che poi eh, quando io ci sono partite con andata e ritorno non so fare i conti. É la triste storia della mia vita. Quindi mi ritrovo a chiedere sempre e comunque quanti gol servono con elenco dei risultati possibili. Una povera cretina insomma.

Quello che non avevo previsto è che sarebbe stata una notte magica, come la Roma, e forse voi che non seguite il calcio  e non siete romanisti penserete che sono una matta, ma questo è.
Adesso capisco il mio amico Dario, siamo amici da una vita, siamo nati a distanza di tredici giorni l'uno dall'altra e lui è romanista da sempre che, ecco, un romanista a Palermo non si era mai visto prima, ma lui è sempre stato fedele, fedelissimo e innamorato della Roma. Ha il cuore mezzo giallo e mezzo rosso lui. Dario, sappi che io il caso del motorino che ti eri fatto dipingere di giallorosso quando avevamo diciassette anni me lo ricordo bene.
Comunque, ecco, è stata una notte magica, ve l'ho detto: sola a casa, col cane a pois bianchi e neri che mi azzannava le caviglie ad ogni urlo e il mio amico Max con cui parlare tramite Whatsapp. Delirando.
Ad un certo punto mi ha detto che se non ci fosse stato quel mangialumache di Gonalons forse ci avrebbe creduto. Poi al rigore mi ha detto che si stava sentendo male. A Max ho mandato un messaggio vocale urlando al fischio finale dell'arbitro. Ed era di Max il primo messaggio che ho letto stamattina, inviato ieri sera quando io dormivo già da un pezzo, in cui mi diceva che stava andando a Trigoria. 

Mentre la Roma batteva il rigore, quello che ha aperto le speranze (perché ecco, non ditemi che a quel punto non ci avete sperato anche voi) io ero in ginocchio con la testa tra le mani spalle al televisore con il cane che mi guardava perplesso. Molto perplesso.
Gli ultimi cinque minuti che poi sono diventati nove avevamo tutti una crisi d'ansia pazzesca perché la Roma è così. La Roma può distruggere tutti i tuoi sogni al 94'. O anche al 98' quando c'è (98' senza supplementari, sia chiaro) e un romanista lo sa. 
Al fischio finale ho iniziato a urlare, mi ha chiamato il marito piangendo. Si piangendo, roba che non ha pianto neanche il giorno del nostro matrimonio mentre io non smettevo di lacrimare copiosamente.
Sono partiti i fuochi d'artificio sotto casa e considerate che io abito a più di venti km dallo stadio.

Io lo so che sembra una cazzata, eh. Me ne rendo conto, ma vorrei farvi notare che io sono la stessa persona che ha pianto disperata quando Vanessa Ferrari ha perso la medaglia di bronzo alle Olimpiadi di Rio de Janeiro (qui per saperne di più). E non c'è stato verso di farmi calmare per ore.

Ho pianto per l'ultima partita di Totti, anche se -lo ammetto- sono una di quelle che ha detto che era diventato un peso per la squadra. Scusa Francè, davvero. 

E comunque non me l'aspettavo. Non avrei mai potuto pensare che la Roma battesse una delle squadre più forti del mondo in rimonta e che andasse in semifinale di Champions League.
No, non me l'aspettavo proprio.
Sarebbe stato un sogno, eh, ma i sogni non sempre di realizzano.

Insomma, a casa nostra siamo romanisti, di quelli che vanno allo stadio, di quello che amano profondamente la propria squadra. Abbiamo il cane a pois bianchi e neri che abbiamo sempre chiamato lo juventino, ma questa è un'altra storia.
A casa nostra ieri sera è stata una serata pazzesca, dal rigore in poi perché prima, ecco, non è che ci avessimo creduto molto, eh.
Ho un padre che prima di ogni partita della Roma mi scrive che dovremmo chiuderci in casa con le tapparelle abbassate e che, durante la partita, mi chiama per chiedermi se il marito è ancora vivo. 
Ho un marito che è un disfattista incredibile.
Ho un marito che ieri sera ho sentito felice come un bambino. E tanto mi basta.
E forse, dico forse, mi ha fatto un grande regalo, quindi non posso odiarlo: mi ha regalato l'amore per la Roma che è una delle cose più belle che potesse fare. Si, anche se si soffre sempre.


Ah no, non mi basta, c'è qualcosa da aggiungere, prima che lo diciate voi ve lo dico io: ci sono sicuramente cose molto più importanti di una partita di calcio, avete ragione, ma io tutta la vita a piangere perché il mondo fa schifo non la posso passare, quindi gioisco per queste cose. E lo farò per sempre.
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venerdì 2 marzo 2018

Guardarsi allo specchio e non piacersi abbastanza

Un anno fa -più o meno- scoprivo di avere un ginocchio rotto con mio sommo stupore visto che probabilmente sono l'unica persona al mondo che è stata in grado di rompersi un ginocchio camminando.
Credo che il Marito, per altro, non dimenticherà mai quel sabato sera in cui l'ho chiamato per chiedergli se poteva venirmi a prendere a Milano, dove ero  per lavoro.
Voi immaginate la scena:
"Pronto? Amore? Senti c'è un problema, mi hanno ingessata dalla caviglia all'inguine, potresti venirmi a prendere?"
Quel santo uomo che all'epoca non aveva ancora sposato, mi è venuto a prendere e, nonostante avessi provveduto a mandargli documentazione fotografica del gesso, appena mi ha guardata indeciso se ridere o compatirmi.
Il gesso è stata una delle cose più invadenti della mia vita, la fisioterapia una delle cose più pesanti (e costose), quello che ne è seguito dopo un incubo.
Quando ero ancora ingessata, ero salita sulla bilancia, non si sa esattamente bene come, e avevo scoperto di pesare meno con il gesso che senza (qui per saperne di più), cosa che poi si è rilevata un grande bluff.
Il giorno che mi hanno tolto il gesso ero scoppiata a piangere disperata quando la simpatica dottoressa mi ha detto che in fondo non era niente di che e potevo alzarmi e camminare senza problemi, cosa che dopo un mese di gesso mi sembra alquanto improbabile.
Quando mi hanno visitata, è venuto fuori che i quadricipiti a quel punto non li avevo praticamente più, motivo per cui sembravo essere dimagrita. Avevo perso completamente la massa muscolare.
Ho tolto le stampelle due giorni prima di sposarmi (qui per saperne di più), ma ecco non camminavo esattamente benissimo.
Poi ho cominciato ad andare in piscina e piano piano la situazione è migliorata.

Poi però, qualche settimana fa, è successo che mi sono guardata allo specchio e mi sono detta che qualcosa non andava, non mi piacevo abbastanza, non ero soddisfatta, mi sentivo gonfia e un sacco di altre cose che magari alla fine erano paranoie mie, chi lo sa, ma non riuscivo di certo a fare finta di niente. Sono fatta così.


E allora ho deciso di mettermi a dieta, cosa che è meno semplice del previsto nel mio caso perché significa escludere ancora più cose di quelle che già normalmente son costretta ad escludere (qui per saperne di più), e ho già tante carenze, quindi non posso rischiare di averne altre.
E poi teoricamente chi sta a dieta mangia tanta frutta e verdura (ma non solo, ne sono consapevole) e io ho talmente poca scelta al riguardo che prima o poi, probabilmente, diventerò un broccolo. O una zucchina.
Scherzi a parte, seguo una dieta bilanciata, ma di sicuro è meno bilanciata di quelle di una qualsiasi persona normale. Ce ne faremo una ragione.

Ho messo un po' da parte la piscina in favore di quei corsi faticosi e impegnativi che ti tonificano, ti snelliscono, fanno un sacco di cose belle al corpo, ma sono tremendi e richiedono delle energie che non sono sicura di avere, però mi piacciono molto.
La mia paura più grande -sembrerò scema- è quella di rompere di nuovo la rotula.
Ho scoperto che non riesco a stare in equilibrio sulla gamba sinistra e che anche quella destra, che si era danneggiata irrimediabilmente dopo aver fatto le veci anche dell'altra gamba per mesi, non è esattamente stabile.
Qualche sera fa, uno degli istruttori si è avvicinato e mi ha chiesto: "Ma hai problemi al ginocchio?"
"Ehm, perché?"
"Perché noto che fai fatica a piegarlo e a mantenere l'equilibrio"
"Ehm, questo ginocchio l'ho rotto quasi un anno fa"
Gli ho visto perdere colore. No davvero, non scherzo.
Per tutta la lezione non ha smesso di guardare il mio ginocchio e di chiedermi di stare attenta.
Io non so se vi siete mai rotti qualcosa in vita vostra, ma quello che ho capito è che -quando entri a far parte del club dei fratturati- la paura che quel pezzo si spacchi di nuovo non ti abbandona facilmente.
Io vivo con la costante paura di rompermi il ginocchio un'altra volta. E anche di morire soffocata, ma quella è un'altra storia.
Però ci provo. Sto cercando di prendermi cura di me stessa perché mi piace guardarmi allo specchio ed essere soddisfatta. E questo significa mangiare bene, fare tanta attività fisica, rimpiangere il metabolismo di quando avevo vent'anni, arrendermi al fatto che ne ho quasi trentadue e persino l'aria che respiro si va a posizionare sui fianchi e li allarga.

Ogni volta che faccio un piegamento sulle braccia mi chiedo quando riuscirò a piegarle davvero queste benedette braccia e non solo un pochino (ma proprio pochino pochino, eh).
Ogni volta che faccio uno squat mi domando, invece, quando i quadricipiti smetteranno di urlare pietà. Accadrà prima o poi, vero?
Gli addominali invece mi riescono bene, ma quello è perché mi hanno sempre fatto particolare simpatia.

Lo scopo di tutto ciò è quello di migliorare, di piacermi di più, di stare sempre meglio con me stessa.
Ieri sera, però, è successo: ultimo esercizio dopo due ore di allenamento, un po' faticoso, ma sto imparando -giorno dopo giorno- a farlo sempre meglio. E ho sentito crack.
Cioè io pensavo di avere sentito crack, in realtà ho solo preso una storta. Dolorosa, fastidiosa, ma pur sempre solo una storta.
Mi sono rimessa in piedi, ma ammetto che mi sono spaventata.
Dopo poco non avevo più nulla, domani torno in palestra e continuo con le mie due ore giornaliere di allenamento che ecco, l'obiettivo non va perso di vista.
Che poi, a dire il vero, un obiettivo non ce l'ho, ma c'è una persona a cui voglio molto bene, ma proprio molto molto, che mi ha insegnato a vedere tutto con ottimismo, a sorridere, a non mollare il colpo mai. E io ci provo, altro non fosse che per far si che questa persona sia sempre fiera di me.

E poi posso dire una cosa? Prendersi cura di se stessi fa bene al cuore, tanto bene al cuore.

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venerdì 2 febbraio 2018

Andare in palestra a Milano: miti da sfatare

Ho un abbonamento alla Virgin
Si, la palestra dei fighetti (o almeno così dicono).
È un abbonamento annuale, che comprende tutto, ma proprio tutto: posso andare in palestra quando voglio, fare qualsiasi corso, frequentare la piscina, andare alla spa e via dicendo.
Il mio abbonamento può essere utilizzato in qualsiasi palestra Virgin e questa è una gran cosa.

Partiamo però dall'inizio: la Virgin, come dicevo, è considerata -non so perché- la palestra per fighetti per antonomasia.
Quando io e il Marito siamo andati alla ricerca di una piscina per me (qui per saperne di più), la Virgin -che è sotto casa nostra- l'abbiamo scartata subito perché pensavamo fosse carissima.
Dopo aver visto tutte le piscine della zona ed esserci quasi arresi al fatto che avremmo dovuto ipotecare la casa per pagare l'abbonamento, a me è venuta la brillante idea di andare comunque a vedere sta benedetta Virgin che, in fondo, non si sa mai.
Abbiamo fatto il tour guidato, finché la ragazza che ci accompagnava non ha detto: "Questa è la Bulgari delle palestra".
Io e il Marito ci siamo guardati in faccia e abbiamo pensato che, ecco, forse non era il caso di indebitarci per pagare la palestra fighetta.
Eravamo pronti a scartare anche questa opzione, quando abbiamo poi scoperto che la palestra-gioielleria costava molto meno di qualsiasi altra piscina in zona, quindi abbonamento fu.
Io però non ho smesso di chiamare Bulgari la mia amata palestra alla quale, dopo un periodo iniziale di sgomento dovuto alle frequentatrici dello spogliatoio, mi sono affezionata.

Io sono abitudinaria: frequento sempre gli stessi corsi, ho i miei corsi del cuore -sia in piscina che in sala- e anche le mie istruttrici del cuore.
Parcheggio sempre la macchina nello stesso posto, scelgo sempre lo stesso armadietto -il 303- e vado sempre più o meno agli stessi orari.
Solo che ad un certo punto della mia vita ho pensato che, essendo sempre in trasferta (qui per saperne di più) forse avrei potuto portarmi dietro badge della palestra, cuffia e costume, infradito zebrate e andare in piscina a Milano. Poteva essere un'idea, insomma.
A quel punto ho iniziato a subire del vero e proprio terrorismo psicologico: "Tu non sai com'è la Virgin a Milano" era la frase base a cui poi si aggiungevano commenti su quanto fosse un ambiente poco salubre, pieno di ricconi, fighetti e roba simile, con tanto di "nessuno parlerà con te e tutti ti guarderanno dall'alto in basso".
Io però non mi lascio impressionare da queste cose e ho iniziato la ricerca della mia Virgin milanese.
Che poi eh, non che me ne sarebbe importato granché se non mi avessero salutato o parlato.
Comunque, a circa mezzo minuto a piedi dal mio ufficio di Milano c'è la Virgin, tanto che se aprissi la finestra (che in realtà non c'è, ma questo è un dettaglio) potrei persino sentire il profumo del cloro della piscina.
Solo che, ecco, la Virgin accanto al mio ufficio è quella di Corso Como.
La Virgin funziona che se hai un abbonamento come il mio puoi andare persino nella palestra che hanno aperto su Saturno, ma non in quella in Corso Como.
La Virgin di Corso Como è un club classic, termine che ancora non ho capito che cavolo significhi, quindi non ci si può andare.
Ovviamente, ho bestemmiato in tutte le lingue del mondo, cinese mandarino e swahili comprese.
A quel punto ho dovuto ampliare i miei orizzonti e cercare un'altra Virgin, facilmente raggiungibile e che mi facesse simpatia. L'ho trovata e sono andata a vederla, così per curiosità.
Ve l'ho detto che sono abitudinaria, no? Ecco, ovviamente mi ha fatto enorme antipatia sin da subito, ma non mi sono arresa visto che la voglia di andare in piscina era più forte di tutto il resto.

Sono arrivata in palestra, ho usato il mio badge e per non sentirmi una disadattata ho finto di sapere esattamente cosa fare e dove andare. Di fatto ho seguito una tizia che secondo me stava andando verso gli spogliatoio (e fortunatamente ci stava andando davvero).
Ho scelto l'armadietto sbagliato, ma non potevo prevedere fosse scomodo perché lo spogliatoio è completamente diverso da quello della mia palestra.
Ho messo il costume e ho cercato la piscina. Ho avuto un mancamento nel vedere che il fondo è di colore scuro, mentre quello della mia amata piscina è chiaro (ve l'ho detto che sono abitudinaria) e ho aspettato l'inizio del corso, seduta sul bordo, guardandomi intorno.


Nel giro di trenta secondi mi avevano già salutata in dieci. Sorridendo, eh.
Una ragazza aveva anche deciso di diventare mia amica. Ma non dicevate che mi avrebbero guardata dall'alto in basso?
L'istruttore, a quanto pare, ha notato subito la faccia nuova.
"Come ti chiami?"
Mi sono girata per guardarmi alle spalle, sai mai che stesse chiedendo a qualcuno dietro di me.
"Ma io?"
"Si"
"Gilda"
"Benvenuta Gilda, hai mai fatto corsi in piscina?"
Io, in generale, sono molto orgogliosa. E gli addominali che so fare in acqua senza annegare sono motivo di orgoglio, però ho evitare di dire cose tipo: "tu non sai chi sono io e quanto sono atletica" (anche perché non mi avrebbe creduto) e mi sono limitata a chinare la testa, fingendomi timida e riservata.
Alla fine della lezione, mi ero fatta amica tutti i presenti.
L'istruttore mi ha persino fermata per chiedermi come fosse andata e se mi fossi trovata bene.
Ho ovviamente risposto che era stata una lezione bellissima.
Certo, ero ancora traumatizzata dal fondo scuro e ho sentito la mancanza di Antonella, la mia  amata istruttrice, ma bisogna sapersi adattare, no? E in fondo omettere non è mentire, no?
I super fighetti che se la tirano io non li ho visti, ho visto un sacco di gente normale e -ebbene si- nessuno nello spogliatoio parlava di dare una gonfiatina alle labbra.
Non ho visto nessuna sfilata di moda.
Va a finire che quella che guarda gli altri dall'alto in basso ero io che, effettivamente, mi guardavo intorno per capire dove fossi finita. Vagli a spiegare che mi sentivo giusto un pochino fuori dal mio habitat, sarà che non ho trovato l'armadietto 303.

E quindi insomma: quando dicevate che la Virgin di Milano è un posto per fighetti che ti guardano dall'alto in basso mentivate. E io, come una cretina, ci sono cascata.

Nb. La Virgin non mi ha pagata per scrivere questo post, sono io semmai che ogni mese pago loro per faticare. Per dire, eh.


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domenica 19 novembre 2017

L'Amsterdam Arena che presto diventerà la Johann Crujff Arena

"Amore, sai che nella I Amsterdam Card è compreso il tour dell'Amsterdam Arena?"
"Si, ma tanto ci andavamo lo stesso, no?"
"Certo amore!"

Sono anni che io e il Marito giriamo per stadi e, se in Italia l'unico stadio concepito come gli stadi europei è lo Juventus Stadium (che però è, al momento, l'unico stadio di proprietà della società), nel resto d'Europa gli stadi sono quasi sempre visitabili grazie a veri e proprio tour.


L'Amsterdam Arena, che a breve si chiamerà  Johann Crujff Arena, è lo stadio della Ajax, la squadra di calcio di Amsterdam che credo non abbia bisogno di grosse presentazioni.
Lo stadio è raggiungibile con la metro 54 che si prende alla stazione centrale di Amsterdam, la fermata è Bijlmer-Arena. In ogni caso, se avete dubbi chiedete e vi indicheranno la metro corretta da prendere (noi eravamo un po' confusi perché dalla stessa banchina si prendono varie linee di metro).

Il tour dell'Amsterdam Arena dura un'ora abbondante, ci sono tour ad orari precisi e si viene accompagnati da una guida che parla inglese.
Il costo è di 14,50€, ma -come ho anticipato- nel nostro caso era compreso nella I Amsterdam Card (qui trovate qualche info al riguardo).
Avevo letto in giro che all'interno dello stadio non è possibile fare fotografie, ma in realtà la guida -gentilissima e molto disponibile- ha detto che non c'erano problemi e che potevamo fare tutte le foto e i video che volevamo.

Il tour dello stadio parte dalla mixed zone in cui ci sono i due loghi dell'Ajax: la prima versione rappresenta una figura della mitologia greca -Aiace Telamonio- mentre la seconda rappresenta sempre lui, ma in versione stilizzata. Gli undici tratti che compongono il disegno rappresentano gli undici giocatori in campo (a me questa cosa ha affascinato parecchio, non so a voi).


Sul pavimento ci sono tre stelle giganti visto che l'Ajax ha vinto, ad oggi, 33 campionati e, per ogni dieci vinti, ha preso una stella.

L'Amsterdam Arena è divisa in piani, collegati da un sistema di scale mobili futuristiche (si lo so, forse non è il termine migliore, ma mi piaceva), ovunque sulle pareti fotografie dei giocatori che hanno fatto la storia dell'Ajax. I più fotografati sono indubbiamente Crujff, Van Basten e Ibrahimovic. O forse è il figlio piccolo di Ibrahimovic (si, è una battuta per pochi e forse non fa nemmeno ridere, me ne rendo conto).

Quando siamo entrati nel campo, con in sottofondo l'inno dell'Ajax, è stato bellissimo.


Se siete frequentatori dello stadio, in particolar modo dello Stadio Olimpico di Roma che è quello dove vado io, potrete immaginare l'emozione di vedere uno stadio in cui gli spalti sono attaccati al campo e non è necessario portarsi dietro il binocolo per vedere qualcosa, oltre alla bellezza di uno stadio senza barriere.
Gli spalti sono tutti rossi, fatta eccezione per la tribuna vip che è blu (che magari è un dettaglio inutile, ma mi piace osservare gli accostamenti cromatici, non prendetemi in giro).


Sugli spalti, all'altezza dei corner, ci sono le famose tre croci di Amsterdam che simboleggiano i tre eventi nefasti della città: peste, alluvione e incendio. È stato proprio allo stadio che ho imparato la storia delle tre croci, salvo poi fare caso che queste tre croci sono praticamente ovunque.
La cosa più spettacolare dell'Amsterdam Arena è il tetto. Si, il tetto che si apre e si chiude in base alle varie esigenze. La struttura del tetto secondo me è bellissima e trovo geniale il fatto che si possa chiudere ed aprire a piacimento.
Noi l'abbiamo trovato chiuso, considerato che la temperatura non era delle migliori e il freddo, l'umidità ed eventualmente la pioggia potrebbero rovinare il campo.



La guida ha chiesto se qualcuno avesse domande, nessuno dei nostri compagni di tour (quasi tutti italiani, manco a dirlo) ne aveva, ma ovviamente io ero pronta con la mia domanda da un milione di dollari, domanda nata dopo ampia discussione sulla questione con il Marito che ha una grande fortuna: una moglie che ama il calcio quasi quanto lui.
"Scusami, non capisco se l'erba è sintetica o meno, sembra finta, ma ho dei dubbi che qui abbiano messo l'erba finta"
"È ibrida"
"In che senso?"
"90% vera, 10% sintetica" e a seguire super spiegazione su come funziona la manutenzione del campo con me con gli occhi a cuoricino che pensavo "oh, come siete avanti voi olandesi su queste cose, noi in Italia abbiamo le zolle d'erba che saltano nei campi di calcio e, ogni tanto, si gioca anche nei campi di patate".

Da lì ci siamo spostati poi nella sala regia, io e il Marito ovviamente guadavamo estasiati per ovvi motivi (qui per saperne di più). È stato qui che abbiamo scoperto alcune cose interessanti: in primis che oltre alle telecamere per le dirette delle partite di calcio, hanno un sistema di controllo con telecamere piazzate nei punti nevralgici della città per evitare che eventuali tifosi facciano casino in giro. Questa cosa mi ha fatto sorridere pensando ad un episodio di un po' di tempo fa in cui dei tifosi olandesi hanno praticamente distrutto Roma (qui per saperne di più). Non erano tifosi dell'Ajax però.


Infine, abbiamo scoperto che il settore ospiti è collegato ad una galleria che porta direttamente alla metro e da lì ti accompagnano in aeroporto o in stazione di modo che dopo l'eventuale partita ti levi subito dalle scatole e non te ne vai in giro a fare danni.
La guida ha però precisato che la galleria è stata usata solo tre volte in occasione di partite della Uefa (non ricordo se Europa League o Champions League, non me ne vogliate).

Abbiamo poi visitato la sala stampa, in cui si fanno le conferenze pre e post partita, con tanto di spiegazione su chi si siede dove.


E infine, la parte che a me ha commosso di più: lo spogliatoio. Si, commosso e adesso vi spiego di più.
Al di là dell'ordine che regna sovrano, la guida ha richiamato la nostra attenzione sulla sedia di Abdelhak Nouri, un centrocampista ventenne dell'Ajax che io non conoscevo, è stato considerato a lungo una promessa.


Nouri, qualche mese fa, durante una partita amichevole, ha avuto un'aritmia cardiaca. È stato soccorso, poi portato in ospedale, ma ha riportato danni gravi e permanenti.
Nouri, a vent'anni, non solo non tornerà a giocare a calcio, ma le sue condizioni non miglioreranno mai.
Aveva scelto il numero 34 per la sua maglia perché voleva vincere il trentaquattresimo scudetto dell'Ajax.
Il suo posto è ancora lì, anche se lui non tornerà. E questo è il calcio che mi piace, anche se so che  su quella sedia non ci sarà il suo nome per sempre.

Prima di andare via, abbiamo fatto ancora anche una visita alla sala dei trofei, con coppe, maglie, articoli di giornale. Io però pensavo ancora alla storia di Nouri.


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giovedì 12 ottobre 2017

Vanessa che, ancora una volta, ce l'ha messa tutta

Quante volte ho scritto di Vanessa?
Tante volte, ve lo dico io.
Ho raccontato la sua storia (qui), ho raccontato di quando aveva annunciato il ritiro (qui) e ho raccontato le lacrime di disperazione dopo la medaglia mancata alle Olimpiadi di Rio de Janeiro (qui). Dopo quelle Olimpiadi, Vanessa si è fermata per un anno, si è operata e, con calma, è tornata.
A sostenere il suo ritorno eravamo in pochi, pochissimi perché, per l'ennesima volta, Vanessa è stata data per finita.
Vanessa Ferrari viene data per finita a periodi alterni, ma poi tutti salgono sul carro dei vincitori quando Vanessa -che doveva essere finita- torna. È una storia vista e rivista.
Prima veniva data per finita perché era rotta, poi perché era vecchia, poi perché era rotta e vecchia insieme. Non escludo sia stata data per finita anche per il colore dei capelli e per il numero di tatuaggi, ma non ho notizie certe al riguardo.
Mi piace Vanessa Ferrari, non è una questione di ginnastica, è una questione di carattere.
Mi piace il fatto che non si da mai per vinta.
Mi piace il suo non arrendersi mai.
E in effetti si, mi piace anche la sua ginnastica.

Dobbiamo tornare indietro di qualche giorno, però.
Finale Mondiale a corpo libero, Montréal, Canada, quattro giorni fa.
Vanessa non doveva esserci a questo Mondiale, quando è stato resa noto la sua convocazione il mondo si è espresso: "Vanessa non deve andare, Vanessa è finita, Vanessa è malconcia".
Non tutto il mondo, eh. Qualcuno ha detto che se Vanessa era pronta, si sentiva pronta, pensavano fosse pronta, era giusto che andasse.
A me sono tornate in mente le parole che ho sentito uscire dalla sua bocca: "Non devo farlo per forza questo Mondiale, ma se sto bene vado".
Non vi dico da che parte stavo io: se mi conoscete, lo sapete e se non mi conoscete, potete immaginarlo. E io, anche adesso, non me lo rimangio quello che ho detto.

Prima che iniziasse la finale, il Marito mi ha chiesto: "Quando c'è Vanessa? E quando Lara?"
"Sono insieme, amore, stessa finale"
"Vinciamo una medaglia?"
"Non lo so amò, volendo Vanessa potrebbe arrivare al bronzo, ma devo vedere prima le altre"
"E se vince l'oro?"
"E se vince l'oro, amò, mi butto al settimo piano".
L'ho detto davvero, eh. Il Marito sa che dal settimo piano non mi sarei buttata, ma probabilmente avrei urlato fino all'arrivo dei carabinieri, giustamente allertati dai vicini per disturbo della quiete pubblica. È già successa una cosa simile, se ve lo state chiedendo.
E poi è arrivato il turno di Vanessa,  l'ultima a salire sul quadrato del corpo libero.
"Bello il body" ho detto.
Non mi piacciono quasi mai i suoi body, ma questo era davvero bello. Bellissimo.
"Ha una bella faccia" ho detto.
"Amò, ma la medaglia?"
A quel punto avevo anche visto le altre.
"Ce la può fare amore, guardala in faccia, è la sua faccia da voglio la medaglia".
Ho detto davvero anche questo, eh.
E che Vanessa potesse vincere quella medaglia lo sapeva anche quella che in quel momento era terza e che rischiava di finire ai piedi del podio. Le si leggeva in faccia, la faccia di chi se la sta facendo sotto.
Poi è iniziato l'esercizio, io guardavo la tv seduta sul pavimento per stare più vicina.
E  l'ho vista cadere e pure in malo modo e la prima cosa che ho pensato è stata: "Cazzo, la medaglia".
Solo che non si è rialzata. 
Quello che ho imparato è che se una ginnasta cade, poi si rialza e finisce l'esercizio, anche se sa che la medaglia non la prenderà. L'esercizio va finito anche se se arriverà ultime. Si finisce sempre l'esercizio. E a quel punto il problema non era più la medaglia, chi se ne frega della medaglia, ne abbiamo tante di medaglie.
"Che succede amò?
"Succede che si è rotta, stai zitto, fammi capire che succede".
Ho preso il telefono e ho iniziato a mandare messaggi a chiunque. I miei messaggi sono arrivati fino in Canada perché a me era venuta l'angoscia. E poi mi è presa a piangere.
E Vanessa l'hanno portata via in sedia a rotelle.
Se ve lo state chiedendo, la risposta è si, lo sapevo prima della notizia ufficiale quello che era successo.
Quello che non sapevo è che Vanessa voleva l'oro.
L'avrebbe preso? Difficile dirlo adesso, molto difficile, ma mi piace pensare di si.
Io mi sono disperata in quel momento ed è curioso come le ultime due finali a corpo libero di Vanessa siano finite tra le lacrime -le mie, ma soprattutto le sue e di chissà quanta altra gente- seppur per motivi differenti.
E lì sono iniziate le critiche, i "io l'avevo detto che Vanessa non doveva andare", bla bla bla.
Qualcuno mi ha chiesto cosa ne pensavo, non perché io sia chissà che esperta, ma perché io la mia la dico sempre. E io non ho detto niente, neanche una parola, neanche al Marito, neanche al cane.
La ginnastica artistica è così, io continuo a pensare che sia uno sport pericolosissimo.
Succede di farsi male, poteva succedere ed è successo.
Non credo che qualcuno lo avesse davvero previsto, credo che la paura di farsi male ci sia sempre, in qualsiasi momento, credo che sarebbe potuto succedere anche il giorno prima o quello dopo.
Credo, però, che farsi male lottando per una medaglia a quasi ventisette anni sia comunque un buon motivo per fare un applauso a Vanessa. Anche più di uno.
Perché lei, ancora una volta, ce l'ha messa tutta, ci ha provato, non si è arresa.
E lo dice una che si è rotta il ginocchio senza aver bisogno di fare quei salti lì, ma banalmente camminando.


E allora lo dico: per me Vanessa è la ginnastica artistica italiana, se fosse per me la manderei ovunque, dal campionato dell'oratorio ai Campionati Integalattici su Plutone. Ovunque, proprio ovunque, a lottare per una medaglia.
Mi piace vederla gareggiare, mi piace vedere le sue vittorie e mi piace il modo in cui affronta le sconfitte. Vorrei che non ci fossero sconfitte, ma ci sono e tocca accettarle.
E io adesso aspetto che Vanessa torni perché tornerà, lei è così: lei risorge di continuo dalle sue ceneri come la fenice. E proverà a portarci di nuovo tutti sul carro dei vincitori, anche a quelli che la danno per finita a giorni alterni.
E se non tornerà, allora vorrà dire che avevo torto, ma io -per la cronaca- non amo avere torto e soprattutto: non me la so immaginare la ginnastica senza Vanessa, non ci riesco proprio per quanto mi sforzi. Non voglio immaginarla la ginnastica senza Vanessa, non adesso, non sono ancora pronta.


La foto del post è di Ginnastica Artistica Italiana.
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