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mercoledì 19 novembre 2025

Non evidenti alterazioni neoplastiche residue

 7.11.2025 "Non evidenti alterazioni neoplastiche residue".


Ieri mattina, alle 12.10 circa, un signore che avrà avuto ottant'anni ha salutato tutti  dicendo "in bocca al lupo a tutti". Sorrideva. La sala d'attesa I -I di Imola- era piena di gente perché lì dalle 12 alle 13 si aspetta di parlare con l'oncologo per sapere i risultati dell'ultimo esame. Hanno risposto quasi tutti "Crepi", io non me lo ricordo se ho risposto perché ero la prossima e mi stavo cagando sotto. Ho pianto tutta la mattina, pure se nell'ultimo mese sono stata quasi sempre ottimista. 
L'Ifo -il cui nome completo é Ifo Istituto Nazionale Tumori Regina Elena- è un posto tremendo: é enorme, é un labirinto e ovunque ci sono scritte cose tipo "percorso oncologico", "terapia del dolore", "oncologico", "oncologico", e ancora "oncologico". Lo scrivono ovunque, come se uno potesse non pensare a dove si trova. Sono bravissimi, sono organizzatissimi, sono preparatissimi, però l'Ifo resta un posto bruttissimo.

Quando mi hanno vista la prima volta, mi hanno detto "domani ti operiamo, non si può aspettare". Era un giovedì, il giorno dopo al lavoro eravamo contati e io avevo detto che sarebbe stato un casino organizzarmi. Quando l'ho detto al mio capo, ovviamente, mi ha cazziata perché é ovvio che potevamo organizzarci visto che la salute viene prima di tutto. La verità è che erano le 18 e io -notoriamente ansiosa- non me la sentivo di tornare alle 8 del mattino del giorno dopo per essere operata perché mi stavo letteralmente cagan**o addosso. Abbiamo concordato per il lunedì, che era già borderline, ma mi piace pensare che il medico abbia capito la mia ansia.
E così sono stata operata una prima volta. Lì, vicino a dove dovevano aprirmi, ho un tatuaggio a cui tengo molto -é Bugs Bunny vestito da Drag Queen, un disegno che racchiude tutto il mio percorso universitario- e si, ho pensato che avrebbero potuto rovinarlo, ma non ho detto niente -e ci mancherebbe che avessi detto qualcosa- perché pazienza. Il medico, in sala operatoria, quando l'ha visto mi ha detto che era molto bello e che avrebbero fatto attenzione. So che é una cosa stupida, ma in questa piccolezza ci ho visto un sacco di umanità. 
Da quel giorno non so che é successo, sono stata risucchiata in un vortice:  mi hanno detto "neoplasia maligna a crescita anomala", poi hanno detto "chemioterapia" e "radioterapia", poi mi hanno dato un sacco di fogli da portare alla Asl per l'esenzione 048, "quella per i malati oncologici", poi "ti dobbiamo rioperare", poi la relazione per l'Inps.
Sono stati mesi complicati. Ho continuato a lavorare, tranne quando mi hanno operata, sono andata poco in palestra perché i due post operatori non me lo hanno permesso, ho mangiato gelato, ho pianto, non mi sono mai lamentata, ho cercato il lato positivo, ho prenotato viaggi, ho dato di matto, ho avuto l'ansia per qualsiasi cosa, ho fatto l'albero di Natale al lavoro, mi sono sentita sola, molto sola.
La verità è che quando ti dicono tumore ti caghi sotto, quando aggiungono "maligno" pensi che morirai nel giro di tre giorni. Oh si, ormai si cura tutto, ma pensi che morirai. Continui a vivere ma pensi che c'è sto coso cattivo che se ne sta andando in giro per il tuo corpo fottendosene del fatto che tu il tuo corpo l'hai trattato come un tempio. Hai paura di un sacco di cose, talmente tante che manco me le ricordo più.

E poi ieri l'oncologa ha detto "è tutto negativo". Sono pulita. PULITA. Non c'è più, hanno tolto tutto.
"Non evidenti alterazioni neoplastiche residue" é scritto nero su bianco sull'ultimo istologico. Quello precedente era una pietà.
"Potrebbe tornare, per i prossimi cinque anni devi fare i controlli ogni sei mesi". 
Ho sorriso, poi ho pianto. PULITA. Pulita é la parola a cui ho pensato tutto il giorno. Ho mangiato sushi, poi un bel gelato. Sono andata in palestra. La sera sono stata accoccolata sul divano con i miei cani, in una sensazione di pace che non provavo da molto tempo.

A chi c'é stato, grazie.
A chi non c'é stato, grazie anche a voi. Il Maligno mi ha insegnato a fare a meno di un sacco di cose.
Mi ha insegnato a lasciare perdere, a disinnescare, a fregarmene. Mi ha insegnato anche un sacco di altre cose, ma ci sarà tempo per raccontarle.



Ps. In foto il regalo che mi sono fatta per festeggiare. É un Maneki Neko e pare porti fortuna, speriamo sia vero.
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giovedì 9 luglio 2020

Storia di un (terribile) post-operatorio

Quando sono uscita dall'ospedale dopo il secondo intervento, il giorno prima del mio compleanno, ero completamente distrutta. 
O meglio: il mio corpo era completamente distrutto, non aveva retto alla seconda lunga anestesia totale in quaranta giorni ed era completamente devastato da dosi massicce di cortisone e antibiotico.
Sono uscita, promettendo ai medici di tornare se qualcosa fosse andato storto, con la febbre, incapace a reggermi sulle mie stesse gambe.
Che questa seconda volta la botta era stata forte era stato palese sin dalla sala risvegli: sentivo l'infermiera che chiedeva come mai non mi risvegliavo, ma non avevo la forza di rispondere, di aprire gli occhi, di fare qualsiasi cosa.
Mi avevano poi portata in camera e, a differenza della prima volta, mi avevano impedito di alzarmi -anche solo per fare pipì- e mi avevano sempre tenuta sotto flebo. Continuavo a chiamare gli infermieri -avevo l'affare da suonare per farli venire sul cuscino- e mi sentivo tremendamente in colpa perché sono abituata a fare tutto da me. Avevo praticamente sempre dormito, mi ero svegliata solo per mangiare dei tristissimi finocchi bolliti che mi erano comunque sembrati buonissimi.
Tornata a casa, era stato anche peggio: non riuscivo a muovermi, ero stanca e soprattutto ero gonfia.
Avevo nel frattempo perso due chili -e no, non é una buona cosa, fidatevi- e non vedevo più i muscoli definiti. Ho un a foto del mio compleanno, che adoro, in cui sono morbida. Non grassa, ma morbida, il che volendo è anche peggio. Mi é venuta -o meglio tornata, dopo anni che non la vedevo- la cellulite.
Ero sempre stanca e mi hanno dato un milione di integratori.
Ha iniziato a farmi male il fegato, cosa che -in effetti- dopo due mesi a base di cortisone e antibiotico era anche prevedibile. Mi hanno dato altra roba per depurare il fegato.
Non mi hanno tolto i punti quando avrebbero dovuto perché la ferita era talmente infiammata che non mi poteva toccare, d'altronde avevano riaperto lo stesso punto per la seconda volta a distanza di pochissimo.
Mi faceva male la faccia e mi faceva schifo la crema al silicone che dovevo mettere sulla cicatrice.
Mi sembrava che non avrei mai smesso di andare in ospedale a fare i controlli, visto che doveva sempre essere l'ultimo e poi mi dicevano di tornare.
Guardavo le foto scattate dopo il primo intervento, durante il primo mese di lockdown, e pensavo che quei bicipiti e quell'addome non li avrei avuti mai più. Ho una galleria piena di foto post allenamento, mi servono per fare i confronti. Ce n'é una -che non é oggettivamente pubblicabile- in cui volevo ho bicipiti e tricipiti bellissimi e un'altra in cui addome e quadricipiti mi piacciono parecchio. Ecco, le guardavo e pensavo che quella forma me la potevo dimenticare per sempre.
Per la prima volta in vita mia da anni, non avevo il semipermanente alle mani e i capelli erano troppo lunghi e mi davano fastidio, io sono abituata a portarli a caschetto ormai da un pezzo e appena sfiorano il collo devo tagliarli e di corsa anche.
Eppure ero felice e, in quel momento, non capivo perché.

Poi hanno riaperto le palestre e, il primo giorno, ero lì in anticipo di un'ora rispetto all'orario di ingresso che avevo prenotato e pensavo -lo pensavo sinceramente- che dopo due interventi in anestesia totale e tutti quei farmaci potevo riprendere lì da dove avevo lasciato: quel primo giorno mi sono sparata le mie tre ore in palestra, contenta di avere ritrovato quello che avevo lasciato, persone comprese. Avrei voluto abbracciarli tutti. Ero contenta persino dei doms.
Poi mi sono fatta male alla schiena. È passato quasi subito.
Poi mi sono fatta male ad una spalla, anzi mi sono fatta male al capolungo del bicipite, che non sapevo manco cosa fosse.
Mi hanno detto di rallentare, di fare cardio, di fare gambe, ma di non allenare spalle e braccia.
Ho strillato come un'aquila per il dolore, ma in palestra ci sono andata lo stesso.
E un giorno non sono riuscita a caricarmi il bilancere sulle spalle perché non avevo la forza di tirarlo su.
Niente braccia, niente spalle e manco la forza di fare le gambe.
Mi hanno detto che non potevo pensare di riprendere da dove avevo lasciato, non dopo il lockdown e non dopo tutto il resto, che avrei continuato a farmi male. In effetti, mi sono fatta male anche all'inguine.
Poi ho pensato che se non ne ho, non ne ho, non ci posso fare niente.
Ho pensato ad un articolo della Gazzetta dello Sport che ho appeso in cucina sei anni fa e che titola "Ora so cosa é la fatica:" Vanessa aveva appena vinto un oro agli Europei, dopo sette anni, e aveva detto che quella vittoria aveva un sapore diverso perché "ora so cosa é la fatica". E ho pensato che pure io avevo capito cosa é la fatica perché ho iniziato a farne tanta.
Non sono più entrata al box di crossfit, ho messo tutte le mie forze sul grid con gli esercizi modificati dagli istruttori per non fare lavorare le spalle e le braccia. Sono passata da tre ore a un'ora a mezza e ho proprio detto :"col cazzo che mollo".


Nel frattempo, Giorgia -eravamo compagne alle elementari, quindi mi conosce da una vita- una sera mi ha detto che ero in splendida forma. 
Linda mi ha detto che sono tornata quella di prima, lei mi conosce da sette anni, non da ieri, eh. 
Poi piano piano, hanno iniziato a dirmelo più o meno tutti: amici, madre, colleghi.
E sono arrivata alla conclusione che essere splendida non dipendeva dalla circonferenza dal bicipite e manco dalla tartaruga addominale. Ho ricominciato a sorridere, ad essere felice, ad essere un'inguaribile cazzona, ma anche quella che risolve problemi, suoi e degli altri, sempre sorridendo.
Ci ho messo una quarantena, due interventi, però insieme a due chili che avevo perso ho ripreso anche quel sorrisone che ho sempre avuto.
E stasera, giusto per gradire, ho saltato un metro. Ma non lo faccio più che come minimo mi rompo una gamba e, col gesso, ho già dato e tra una settimana mi aspettano le tanto attese vacanze.
Ho comprato tre elastici da portarmi dietro, ho detto che in palestra non ci entrerò per tutta la durata delle vacanze, pazienza se al mio rientro i doms mi uccideranno. Ho detto anche che nuoterà e mi tufferò, ma mangerò che le proteine in polvere, i fiocchi d'avena per fare il porridge e lo Skyr sono buonissimi, ma ho bisogno di arancine, pane e crocché, gelo di mellone e brioche col gelato.
E, qualora ve lo stiate chiedendo, l'ho capito perché sono così felice. Oh, se l'ho capito.


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domenica 12 aprile 2020

Pasqua in quarantena

È arrivata questa Pasqua in quarantena.
Sarà un Aprile e un inizio di Maggio in quarantena, stando alle ultime direttive, e va bene così.
Mi dispiace non festeggiare il compleanno come ho sempre fatto, ma avrò comunque la torta che volevo e anche questo va bene così, sarà per l'anno prossimo. E poi, insomma, me l'aspettavo di non poterlo festeggiare, non ho mai pensato un secondo che si potesse tornare ad una vita semi-normale subito dopo Pasqua, quindi nessuna sorpresa.


A me non é cambiato molto, la mia routine é stata sconvolta solo in parte e - a dire il vero- é stata sconvolta più dalla frattura e dall'operazione (qui per saperne di più) che non dal resto.
Probabilmente, se non mi fossi dovuta operare, sarebbe rimasto quasi tutto invariato, fatta eccezione per estetista e parrucchiere, per la palestra e per le cene fuori (che mi sono sempre concessa in grandi quantità). Cose che mancano, eh, ma di cui -in linea di massima- riesco a fare a meno, visto che comunque non sarà per sempre.
Io continuo a pensare che prima o poi si tornerà alla normalità, ci vorrà molto tempo, ma prima o poi accadrà e va bene così. 
Martedì mi diranno -almeno si spera- se devono riaprirmi o meno, si é infettata la cicatrice, non sono riusciti a capire come e, per il momento, hanno deciso di imbottirmi di cortisone e antibiotico, sperando di non dovere effettivamente riaprire. Ecco, dover tornare in ospedale, essere eventualmente operata di nuovo, non mi piacerebbe molto, indipendentemente dal coronavirus e dalla situazione attuale degli ospedali. Sospendere le visite operatorie a causa dell'emergenza sanitaria, a quanto pare, é una cosa che non doveva essere fatta stando a quanto hanno ammesso qualche giorno fa, diciamo che ci hanno provato ed é andata male. Io, ovviamente, quando mi hanno detto che non dovevo farle e che tutto era rimandato a data da destinarsi, mi sono fidata senza mettere minimamente in dubbio quello che diceva un medico che, nella mia testa, ne sa sicuramente più di me. Adesso non tocca che sperare che avere sospeso le visite non porti ad ulteriori rotture di scatole.

Qui si continua -o, per meglio dire, si é ripreso- a lavorare e ad avere più o meno la solita routine.
Dormo un po' di più, quello si.
Si esce per portare fuori i cani, il tempo necessario per i bisognini (Fuffi accusa, lui adora stare fuori ore e ore, correre e via dicendo, a Mila non frega un tubo, lei é un cane da cuccia e da divano), ci si allena, si mangia regolare che va bene tutto, ma io non voglio ingrassare cinque chili al mese.
Si continua anche a pulire casa e a fare le lavatrici. Leggevo ieri che, da quando é iniziata questa storia, molte persone non hanno più grande necessità di lavare i vestiti e, giuro, questa non l'ho capita. Ora, a parte che é un'attività che a me ha sempre rilassato (ne avevo parlato qui), io continuo a cambiare lenzuola, asciugamani, mutande e calzini, oltre ovviamente ai vestiti, quindi quello che si sporca continua a dover essere lavato, ma non so se magari sono strana io.
L'idea della spesa continua ad essere la cosa che più mi manda ai matti, ancora nessuna consegna online trovata, quindi mi sono dovuta arrendere ad andare al supermercato, fare la fila, fare la spesa più in fretta possibile perché mi dispiace perdere tempo. Sono però riuscita ad ordinare alcune cose, tipo quelle per l'igiene personale, online. Almeno quello.

E infine: Buona Pasqua, anche se per molti é una Pasqua diversa dal solito (di come io di solito trascorro la Pasqua, ne avevo parlato qui anni fa).


Ah, dimenticavo: se siete nati ad Aprile come me leggetevi questo post.


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venerdì 25 maggio 2018

Cosa fare se si infila un pezzo di vegetale in un occhio

Cosa fare se si infila un pezzo di vegetale in un occhio? è una domanda che vi siete posti tutti almeno una volta nella vita, vero?
Perché in fondo chi non immagina che prima o poi gli si possa infilare un pezzo di vegetale in occhio?
Se state pensando che è impossibile e che sono completamente impazzita, lasciatemi prima spiegare.

Ieri avevo un fastidio incredibile all'occhio destro, un enorme fastidio all'occhio destro.
Ad onore del vero, inizialmente era un fastidio sopportabile, ma piano piano è iniziato a peggiorare.
E sempre ad onore del vero, giusto per confermare quanto io sia cretina, un lieve fastidio lo avevo anche due giorni fa, ma chiaramente avevo ignorato la cosa.
In fondo, chi è che si preoccupa se ha un fastidio all'occhio?
Ho evitato accuratamente di cercare su Google i sintomi del fastidio, visto che come minimo avrebbe detto che era assolutamente necessario asportare la cornea o roba del genere.
E io ho anche gli occhi operati (qui per saperne di più), quindi meglio non sapere.
Che poi, l'occhio non era gonfio, non era arrosato e, a occhio nudo, non si vedeva un tubo, quindi immagino che il marito -che ha scrupolosamente analizzato il mio bulbo oculare- abbia pensato che fossi pazza.
Sono anche andata in farmacia accompagnata dal marito e il farmacista mi ha dato delle goccine lenitive per cercare di fare passare questo fastidio misto a dolore: goccine che ovviamente non solo non hanno alleviato un bel niente, ma secondo me hanno anche peggiorato la situazione.
Mi sono messa a letto scoprendo di non riuscire neanche a chiudere gli occhi, così ho deciso di andare all'Oftalmico che altro non è che un ospedale -munito di pronto soccorso- che si occupa solo di occhi.
Ovviamente, l'ospedale Oftalmico è dalla parte opposta di Roma rispetto a casa mia, si trova a Piazzale degli Eroi e adesso comprendo che mai nome fu più azzeccato visto che riuscire ad arrivarci, considerate le condizioni del mio occhio, è stata un'impresa eroica.
Ora analizziamo la questione fortuna della vicenda: sono arrivata e ho trovato parcheggio praticamente davanti l'ingresso del pronto soccorso (e no, non è così scontato) e per di più non c'era quasi nessuno, solo due donne, presumibilmente madre e figlia. Giustamente ma chi è che va al pronto soccorso oftalmico di giovedì sera?
Mi hanno dato un numero scritto su un pezzo di carta, il 666, e ho aspettato ben tre minuti seduta in sala d'aspetto.
Dopo questa brevissima attesa mi sono presentata al cospetto di un medico (che ho poi rinominato "il salvatore") che, dopo accurata visita (giuro, sono seria) ha sentenziato: "c'è un corpo estraneo, ha un vegetale dentro l'occhio".
"Un vegetale dentro l'occhio?"
"Si, un vegetale"
"E ora?"
"Lo togliamo".
Mi hanno anestetizzato l'occhio (tant'è che io il bruto pezzo di vegetale mica lo sentivo più) e poi ho visto un attrezzo che immagino in passato servisse a torturare la gente che volevano infilarmi dentro l'occhio.
Ora, tutto bellissimo, ma l'attrezzo dentro l'occhio anche no.
Il vegetale però si stava cicatrizzando dentro l'occhio (o qualcosa del genere) e quindi non poteva più stare lì, il vegetale andava sfrattato con l'attrezzo della tortura.
"Stia ferma"
Io non sto ferma mai e quando dico mai intendo davvero mai.
"Feeeermaaaaa"
Sono stata ferma, o almeno credo, e il bruto vegetale è stato rimosso.
"Scusi, ma che vegetale era?"
"È microscopico impossibile saperlo, potrebbe essere un pezzo di foglia".
Un pezzo di foglia. O un pezzo di zucchina. O un pezzo d'erba. O di qualsiasi altra cosa vegetale. Il tutto dentro il mio occhio destro.



Considerate comunque che un corpo estraneo di tipo vegetale (e non solo) può creare seri danni all'occhio se non viene rimosso, cosa che onestamente non credevo.

La gentile infermiera mi ha poi messo un unguento malefico e appiccicoso e mi hanno bendata. Si, tipo Capitan Uncino. Sono uscita da lì in meno di mezzora con la benda (bianca e non nera, ci sono rimasta un po' male) e il referto in mano, referto che credo conserverò per i miei eventuali figli di modo che sappiano di avere una madre a cui succedono cose improbabili.
Il cane, al rientro a casa, si è spaventato e dopo aver provato ad annusare la benda, avvicinandosi, ma fuggendo quando era troppo vicino, si è nascosto sotto una coperta e non l'ho rivisto fino a stamattina.
Stamattina mi sono sbendata (me l'hanno detto loro, eh, non ho fatto di testa mia) e ho notato che lì dove c'era il pezzo di vegetale l'occhio è arrossato di brutto, giustamente la rimozione del corpo estraneo che stava per cicatrizzarsi (mi viene il dubbio che la parola usata dal medico non fosse questa, ma il senso è questo, quindi ce la faremo andare bene) dentro il mio occhio ha causato un trauma all'occhietto, povero caro.
Mi aspettano adesso cinque giorni di unguento sull'occhio e questa credo sia una punizione del karma visto che il cane mi ha lanciato gli anatemi quando gli ho spalmato la pomata antibiotica per giorni sull'occhio causa congiuntivite.
L'unico che mi ha preso sul serio, per la cronaca, è stato mio padre che mi ha riferito che da giovane gli si era infilata una scheggia di ferro dentro l'occhio e che l'episodio gli era passato di mente, ma grazie alla sua unica figlia a cui si infilano pezzi di vegetale in un occhio se n'è ricordato.
Gli altri, giustamente, hanno riso fino alle lacrime.
Mia madre e il marito ci hanno provato ad essere seri e a compatirmi, ma non erano molto credibili.
C'è da dire che io sono la stessa che si è rotta un ginocchio camminando (qui per saperne di più), quindi il fatto che mi si sia infilato un pezzo di vegetale in un occhio non dovrebbe stupire nessuno. Che poi eh, io sono allergica anche a buona parte dei vegetali, quindi mi ha anche detto bene: direi anche che possiamo affermare con certezza che non fosse, che so, un pezzo di pisello.

Quindi cosa bisogna fare se si infila un pezzo di vegetale in un occhio? 
A naso mi viene da dire che tocca andare in pronto soccorso, farselo togliere subito perché potrebbe causare danni e poi adattarsi al fatto che si verrà presi in giro per almeno sei anni, com'è giusto che sia.
E, scherzi a parte, nel caso in cui ci sia il sospetto (che io non avevo, ma tant'è) di un corpo estraneo (magari non un pezzo di vegetale) dentro l'occhio l'unica cosa saggia da fare è sempre e comunque andare in pronto soccorso o dall'oculista. Subito.


Ps. Sempre perché il karma esiste: stamattina al cane si è incastrato un filo d'erba tra i denti e ha fatto una tragedia. Così impara a trattarmi da appestata per una benda sull'occhio.
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mercoledì 17 gennaio 2018

Perché la mamma è sempre la mamma

La mamma è sempre la mamma diceva qualcuno, non so chi.
Anche il papà, eh, ma la mamma ha quel qualcosa in più, non saprei neanche come spiegarlo.

Mia madre è una generalessa. É cattivissima, severissima ed è anche pesante da sopportare, eh.
Io ho frequentato il liceo dove insegnava mia mamma, mai scelta fu più sbagliata perché se solo avessi scelto una qualsiasi altra scuola sarei andata avanti senza subire le cose peggiori.
Praticamente per non fare pensare a nessuno che io venissi trattata meglio degli altri, ero trattata peggio. Il ragionamento non fa una piega, insomma.
La mia fortuna è stata solo una: studiavo e tanto anche, andavo bene in tutte le materie, tranne matematica (dove comunque avevo un sei perché facevo pena alla professoressa) e buonanotte al secchio.
In ogni caso, io mi sono beccata due sospensioni a scuola, una di tre giorni e una di cinque, tanto che ancora adesso mia madre si chiede se io non avessi ammazzato il preside.
La risposta comunque è no, non l'avevo ammazzato, il motivo era un altro (qui per saperne di più) però ecco lui non andava molto d'accordo con la mia amata madre, diciamo così.
Ho accettato, sopportato e odiato profondamente la scuola.
Tutta sta pappardella per dire che mia madre mi controllava a vista, a me non era concesso neanche un ritardo di cinque minuti (si, andavo a scuola per i fatti miei), non mi era concesso di prendere un cinque e non mi erano concesse neanche un sacco di altre cose.
Io, ad esempio, non potevo dormire dalle amiche. A diciassette anni, eh, non a dodici.
Il motorino me lo ha comprato mio padre, quel sant'uomo, di nascosto da mia madre (che ovviamente lo ha scoperto subito e che ha anche pagato il primo pieno di benzina), ma in ogni caso entro una certa ora -prima di cena ovviamente- io dovevo tornare a casa, sia mai che al calar del buio fossi fuori casa su due ruote.

Fatta questa doverosa premessa, immagino sia chiaro che mia madre non è stata una madre troppo permissiva, che mi ha viziata, che mi ha messo su un piedistallo e via dicendo.
Io da ragazzina dubitavo persino che mi volesse bene, eh. Ero abbastanza convinta che le stessi antipatica, cosa per altro plausibile visto che simpatica non lo sono mai stata.
Mia madre, in realtà, mi ama profondamente. E io amo lei, è una figura importantissima, forse la più importante, io non potrei vivere senza mia madre.
La mamma è sempre la mamma, ve l'ho detto.


Io ho più di trent'anni, sono donna e moglie, lavoro, ho una casa e un sacco di responsabilità, ma sono anche figlia. Una figlia che ama profondamente i suoi genitori, anche se non lo dice poi così spesso.Una figlia che ha bisogna della sua mamma. E anche del suo papà, eh.
Mia madre risponde al telefono H24, anche a notte fonda, che siano telefonate o messaggi.
A mia madre devo la forza e il coraggio che mi trasmette e devo la tranquillità con cui reagisce alle foto che le mando dal pronto soccorso in piena notte.
Lei ci prova a stare calma per me. E per mio padre.
Mia madre è quella che, quando mi hanno ricoverato per l'appendicite a Bologna, ha preso un treno di corsa, ha viaggiato tutta la notte e la mattina dopo era lì con me a tenermi la mano (e le flebo).
Mia madre è la persona che ho chiamato, pregandola e supplicandola di venire (insieme a mio padre, eh) a Roma e passare con me quello che credevo sarebbe stato il mio ultimo Natale (qui per saperne di più).
Mia madre mi compra ancora i vestiti, visto che io non sono in grado, né tanto meno ho voglia, di farlo (qui per saperne di più).
Mia madre mi fa i bonifici con causale contributo mamma a caso. Perché così non spendo i miei soldi oppure perché così mi compro un cappotto decente, basta che non sia corto.
Mia madre mi ordina su Aliexpress i vestiti anni '50.
Mia madre ha sempre la parola giusta, non si stanca mai, non sta mai male (e anche se sta male, fa finta di niente), mette me prima di qualsiasi altra cosa.
Mia madre mi rimprovera, mi chiede dove vado e a che ora torno (quello però è più mio padre, ad onor del vero), mi dice di mangiare.
Mia madre non mangia la Nutella da quasi vent'anni (qui per saperne di più).
Mia madre non ha ancora capito che lavoro faccio esattamente, ma è comunque molto orgogliosa di me.
Mia madre coccola me e anche il Marito. E io le dico sempre che sono io la figlia, deve dedicarsi a me e solo a me, mica al Marito. E lei gli dice che non deve darmi retta.
Mia madre e il Marito si coalizzano contro di me, lo hanno fatto anche due sere fa, io ovviamente li ho mandati a quel paese entrambi, ma so che come mi amano loro non mi ama nessuno.
Mia madre è la madre che un giorno vorrei essere se mai farò un figlio. Perché la mamma è sempre la mamma, ve l'ho detto.


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venerdì 15 dicembre 2017

Quando mi sono fratturata l'osso sacro mentre studiavo per il mio ultimo esame universitario

Anni fa, tanti anni fa, troppi anni fa, ero una studentessa universitaria.
Ho frequentato all'università Palermo il corso di laurea in Scienze e Tecnologie dell'Arte, dello Spettacolo e della Moda ovvero il Dams solo che continuare a chiamarlo Dams sapeva di punkabbestia sballato con il cane feroce e quindi hanno trovato un nome altisonante che solo per pronunciarlo tutto ci voleva mezzora.
Insomma, ero una studentessa universitaria. Lavoravo anche a dire il vero, ma la mia missione principale era studiare. E lo facevo anche con serietà.
Contrariamente a quello che molti pensano, io -e non solo io- mi sono ammazzata di studio per (quasi) tre lunghissimi anni.
Ho frequentato poche lezioni, praticamente solo i laboratori per cui era obbligatorio esserci e poco altro, ma studiavo. Tanto, tantissimo.
E sono sempre stata perfettamente in regola con gli esami.
Cioè non sempre in realtà: l'esame di psicologia delle arti, materia del primo anno, me lo sono portata dietro fino al secondo anno, quando, dopo mesi in cui avevo studiato tantissimo senza capire assolutamente niente, supplicai di scrivermi quel benedetto 23 -che secondo la professoressa non era abbastanza- sul libretto.
Il voto più basso della mia intera carriera universitaria, nonché quello di cui vado più fiera.
Ho festeggiato per una settimana, giusto per farvi capire il livello di degrado mentale dopo aver studiato quella roba per otto lunghissimi mesi senza riuscire a capire nulla.

Insomma, io avevo un metodo preciso per dare gli esami: una volta che uscivano le date dell'appello successivo, cercavo di incastrare almeno due esami a sessione lasciando un margine di almeno due settimane tra un esame e l'altro.
La sessione di Giugno/Luglio era quella in cui cercavo sempre di dare tre esami, ma anche lì: dovevano esserci almeno due settimane tra un esame e l'altro perché va bene studiare durante tutto l'anno, ma avevo bisogno di rivedere tutto e di ripetere perché io -cosa di cui adesso mi pento e mi dolgo perché ho rischiato l'esaurimento nervoso- se non sapevo tutto, compreso il numero esatto dei peli del sedere dell'autore del libro, a fare l'esame non ci andavo.
Una pazza, insomma.

Il mio terzo anno di università -parliamo della triennale- era quello più semplice, avevo solo sei materie e pensavo di gestirmela in modo semplice.
Ovviamente sbagliavo perché, quando era uscito il calendario delle lezioni, avevo scoperto che solo una di queste materie era prevista durante il primo semestre.
Tutte le altre erano materie del secondo semestre che mi sarei dovuta gestire tra la sessione di Giugno/Luglio e quella di Settembre perché io a Dicembre mi sarei dovuta laureare. Tesi già chiesta mesi prima, bibliografia già pronta, filmografia pure (ho fatto il Dams, curriculum spettacolo, non dimenticatelo), bisognava scriverla sta benedetta tesi  e finire gli esami.

E qui arriva il bello: io dovevo dare tre esami di arte scegliendo da un gruppo di sei.
Il mio curriculum era spettacolo, ma io avevo scelto le tre storie dell'arte: contemporanea, moderna e medievale che io di studiare oreficeria o quella roba lì non avevo voglia. E poi, secondo me la me ventenne, così era più sensato.
Storia dell'arte contemporanea l'avevo inserita al secondo anno, le altre due al terzo.
Storia dell'arte moderna era la famosa unica materia del primo semestre del terzo anno.
Storia dell'arte medievale era una materia del secondo semestre del terzo anno.

Quando uscì il calendario degli esami di Giugno/Luglio del mio terzo anno avevo diviso in questo modo: tre adesso e due a Settembre.
Storia dell'arte medievale era finita a Settembre per poi in realtà essere piazzata il 4 Ottobre visto che quella era la data del secondo appello. Al primo appello ne avevo un'altra da dare, mi ricordo bene anche qual era (che a ripensarci adesso, con il lavoro che faccio, era forse la più utile) e l'inversione dei due esami sarebbe stata scomoda perché non c'erano le due settimane canoniche nel mezzo.
Si lo so, sembrano discorsi di una squilibrata, me ne rendo conto, ma io sono così: estremamente precisa. E a quei tempi, era pure peggio. Crescendo sono migliorata molto.

Il caso ha però disgraziatamente voluto che, nel periodo tra i due esami, succedesse una di quelle cose che non possono essere vere che da sempre caratterizzano la mia vita.
Era domenica mattina presto e suonavano al campanello, io stavo studiando in camera mia, ma mia mamma non aveva sentito, quindi -piccolo genio che non sono altro- mi ero fatta una corsa pazzesca per andare ad aprire. A piedi scalzi, che io sto sempre a piedi scalzi, anche a Gennaio.
Il pavimento era bagnato, ma non c'era nessun cartello che avvisava del pericolo (avete presente i cartelli gialli dei bagni pubblici?) e io ero atterrata, con tutta la mia maestria, di culo.
Frattura dell'osso sacro. No, non scherzo. È tutto vero. Dopo due anni mi sono anche dovuta operare a causa di questa frattura, ma quella è un'altra storia.
Io comunque ci scommetto che tutti voi siete atterrati di culo almeno una volta nella vita e non vi siete fratturati l'osso sacro, ma io sono un caso a parte.

Pronto soccorso, pianti, urla.
"Signora, sua figlia deve sedersi sulla ciambella medica" dissero.
E mia madre -o forse ci era andato mio padre, non ricordo- giustamente  andò a comprare la santa ciambella medica che però non era disponibile, bisognava ordinarla, aspettare e nel frattempo io non potevo mica stare in piedi.
E li arrivo l'ideona: quando vivi in un posto di mare, che ci vuole a trovare una ciambella salvagente per bambini?
Peccato che era fine stagione, quindi l'unica ciambella salvagente disponibile fosse dei Gormiti (che fino a quel momento non sapevo manco chi fossero).
Ho poggiato il mio nobile culo su una ciambella dei Gormiti per quasi un mese, rovinando per altro il 25esimo anniversario di nozze dei miei genitori che non potevano certo organizzare grandi festeggiamenti con una figlia cretina che scivola sul pavimento bagnato e si frattura l'osso sacro, quindi alla fine avevamo festeggiato con me seduta sul trono blu e rosso con questi mostri stampati sopra (si, sempre i Gormiti) e loro a ridere della situazione assurda. Giustamente oserei dire.

Seduta sulla ciambella, io studiavo per il mio ultimo esame che era appunto storia dell'arte medievale.
Considerate che non sono mai stata bocciata ad un esame, eh.
Consideratelo che è un dettaglio importante, non sto facendo la sborona.

Avevo chiamato la segreteria qualche giorno prima spiegando che ero scivolata, l'osso sacro, la ciambella dei Gormiti e avevo chiesto di poter fare l'esame per prima.
"Mai sfidare la sorte" mi ero ripetuta in quei tre anni.
"Mai chiedere di passare prima ad un esame che porta male" avevo sempre aggiunto, tanto che ci facevo le notti all'università visto che interrogavano in ordine alfabetico e il mio cognome inizia con la S, ma tant'è.

Il 4 Ottobre, accompagnata da mio padre (che casualità mi aveva accompagnata anche a fare il primo esame, cosa che non era mai più successa), accompagnata da un cuscino enorme a forma di mucca (le collezioni da quando avevo 14 anni), mi ero seduta non senza fatica e avevo iniziato il mio esame.
"Posso avere il libretto?"
"Si, eccolo"
"Ma è l'ultimo esame?"
"Si"
"E come mai ha dato prima contemporanea e moderna lasciando per ultima medievale?"
"È stato un caso" e parte il pippone con la spiegazione del mio sistema di organizzazione esami, le due settimane almeno tra uno e l'altro, bla bla bla.
"Capisco, comunque torni la prossima volta"
"Eh?"
"Si, perché bla bla bla".

La prossima volta non c'era.
Dovevo finire gli esami entro il 12 Novembre, data ultima anche per la consegna della tesi, ma non c'erano più appelli prima di Dicembre perché per quell'anno non avevano previsto appelli straordinari per laureandi.
Io avevo già pagato la prima rata della specialistica, mi ero iscritta sotto condizione (quella di laurearmi) e dovevo laurearmi.
Avevo pianto tutte le mie lacrime, mio padre ha probabilmente rischiato l'infarto, mia madre non ci credeva.

Quando mi sono ripresa dalla disperazione, insieme ad altri compagni di università, avevamo sfrantato le palle ogni giorno in facoltà finché non avevano inserito l'appello straordinario.
Mi sarei presa la materia anche con 18.
Avevo studiato di nuovo, avevo finito la tesi, mancava l'impaginazione e il cortometraggio e avevo l'ansia.
Ai tempi, se durante il percorso universitario avevi preso almeno quattro lodi ti riconoscevano un punto in più per il voto finale di laurea. Io ovviamente ne avevo tre.

Mi aveva interrogato l'assistente, davanti alla professoressa.
"Signorina, lei che curriculum è?"
"Spettacolo"
"Che strano, non ho mai visto qualcuno che non è del curriculum arte esaminare le immagini così bene".
"Grazie"
"Per me è un 30 e lode, ma deve valutare la professoressa".
Lei prese il libretto e scrisse il trenta e lode.

Ed è così che, tra un osso sacro fratturato, una ciambella dei Gormiti e una croce lignea di Giotto, ho concluso in modo folle i miei esami.

Sotto l'albero di Natale quell'anno ho messo la laurea triennale, dopo per altro essermi fatta anche due settimane di ricovero causa appendicite, non senza la sofferenza di ritrovarmi la professoressa di storia dell'arte medievale in commissione di laurea. E mi fece anche una domanda.



Vi siete mai chiesto come nasce un post?
Ieri sera ero a cena con la mia amica Giorgia e, davanti ad una quantità di sashimi che sarebbe bastata per sfamare l'intera popolazione dell'India, lei mi ha raccontato del suo esame di analisi matematica. E io le ho raccontato questa storia.
Alla fine, ci siamo dette che avremmo raccontato ciascuna il suo episodio nei rispettivi blog (qui trovate il suo) e quindi, eccomi qua.
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giovedì 28 settembre 2017

Ridere e sorridere (nonostante la vita)

Stamattina piangevo al telefono con mia madre.
Chi mi conosce sa che io rido sempre, a volte anche quando non dovrei.
Sto sempre lì a cercare il bello delle cose e devo dire che lo trovo anche. Certo, non sempre, ma rido lo stesso.
Eppure stamattina piangevo disperata.
La notte tra martedì e mercoledì sono stata tutta la notte in ospedale. Niente di particolare eh, è che il  ho pensato che dormire su una barella con un lenzuolo di cartone potesse essere più bello di dormire sul mio letto con otto cuscini e il piumone grado di calore 1 dell'Ikea con tanto di copripiumino abbinato al colore delle pareti. Ognuno ha i suoi gusti, no?
Mi hanno dimessa alle 9 di mattina e io, caparbia, alle 13 ero già in piscina a farmi una nuotata (si, ho chiesto il permesso alla dottoressa).
La lunga nuotata mi ha rigenerato al punto che stamattina mi sono svegliata all'alba -praticamente era ancora notte- per andare a fare delle analisi del sangue.
Ho fatto un'ora e mezza di fila e, quando è arrivato il mio turno, la gentile e competente impiegata mi ha chiesto come mai volessi fare quelle analisi.
"Sono tante"
"Si, lo so"
"Ci sono anche gli esami per le mutazioni genetiche del DNA"
"Oh si, l'acido desossiribonucleico, quel simpaticone!"
(Avevo 4 in chimica e 5 in biologia a scuola, ma questa citazione è d'obbligo per chi ha un'amica che studia biologia e si gasa solo a sentirlo nominare sto benedetto DNA)
"Ma perché vuole fare tutte queste analisi complicate?"
"Perché mi diverto, è ovvio. Mica perché me le hanno prescritte, d'altronde chi fa gli esami del sangue perché ha un problema di salute a questo mondo?"
"Comunque, la prescrizione è sbagliata, il nostro sistema non riconosce questi esami"
Sono rimasta un tantino interdetta perché Valentina, la segretaria del mio medico di base, è molto scrupolosa. E poi lei ha copiato quello che aveva scritto il mio allergologo e a me sembrava strano che lui avesse sbagliato.
"Scusi, mi può gentilmente segnare le analisi che il sistema non riconosce di modo che io possa farmi rifare l'impegnativa?"
"Ma io non sono pagata per questo"
"Come non detto, la ringrazio, può gentilmente restituirmi le impegnative che così corro dal medico?"
"Abbiamo la fila"
Dai, non lo avrei mai detto che ci fosse la fila, pensavo che mi avevate fatto aspettare un'ora e mezza perché vi stavate limando le unghie.
Sono uscita da lì e ho chiamato mia madre. Ecco perché piangevo al telefono con lei.
Sono andata da un'altra parte, ho consegnato le impegnative (che erano giuste) per scoprire che quegli esami costano quanto uno stipendio medio in Italia e che un esame in particolare non lo fa praticamente nessuno. O almeno così mi hanno riferito.
Prima che me lo chiediate, visto che già me lo hanno chiesto: sono circa una trentina di esami, ma mi fanno solo un prelievo, non mi trivellano di buchi a caso.
Sono uscita da lì senza fare il prelievo perché ecco, uno stipendio intero da devolvere al laboratorio di analisi non lo avevo esattamente a portata di mano -mannaggia a me che non mi porto dietro il libretto degli assegni o l'American Express oro (che non ho)- e perché dovevo risolvere il problema dell'esame mancante.
Ho chiamato l'allergologo, quel santo uomo che riconosce i miei stati d'animo dal modo in cui gli squilla il telefono e domani mi ricovera in day hospital perché loro, a Battipaglia, questi esami li fanno tutti senza problemi e non c'è neppure bisogno di investire lo stipendio intero. 
Certo è che dover fare 600 km per fare delle analisi del sangue è abbastanza ridicolo.
Ce l'avete presente quando arriva la frustrazione più totale?
Non mi piace girare per ospedali, non mi piace essere sempre in ospedale, non mi piace neanche farmi fare un milione di prelievi al mese e non mi piace essere malata.
Ecco si, mi sono sentita malata.
Proprio io che rido sempre e che dico continuamente che non è niente di grave.
Ho pensato alla mia mamma che alle 5 della mattina di ieri mi ha scritto un messaggio che diceva: "Darei la mia vita per vederti guarire" e io, scusate, ma preferisco essere malatissima e avere la mamma, ma comprendo il suo punto di vista.
Che poi io di solito non mi sento malata, ho solo qualche problemino in fondo.
E non mi piace il termine "malato" in generale, mi sa di morte certa, di cose irrisolvibili e a tutto -almeno nel mio caso- c'è rimedio (anche se al momento il rimedio non lo hanno trovato, ma confido nella scienza).


Poi è successo che la mia amica -quella che alle monete di cioccolato preferisce il DNA e non sto scherzando- mi ha mandato un link per farmi leggere una cosa che mi ha fatto ridere da morire.
Ho davvero iniziato a ridere come una cretina, da sola in macchina, tanto che chi guardava da fuori -ammesso che ci fosse qualcuno che mi guardava- avrà pensato che fossi completamente scema.
Immaginate di trovarvi davanti una persona dentro una macchina parcheggiata che ride guardando uno schermo. Voi pensereste che è scema, dite la verità.
Ho guardato lo schermo del mio cellulare -che, per altro, ha una bellissima cover con scritto che se abbasso la testa mi cade la corona- e ho letto le notifiche.
C'erano i messaggi di mio padre che mi diceva che mi vuole bene, lui me lo scrive sempre, quasi che avesse paura che io possa dimenticarlo.
C'era un messaggio della mia vicina di casa che mi aspettava perché aveva bisogno di me.
C'erano i messaggi delle mie amiche preoccupate per me.
C'era un tag su Facebook di un mio amico che ricordava che oggi sono due anni che mi sopporta (garantisco che sono io che sopporto lui ed ammetto anche che gli voglio molto bene, ma non diteglielo).
C'era l'alert che mi ricordava la lezione in palestra di oggi e che mi ha fatto pensare che adesso so fare la spaccata. Capite? A trentuno anni, cinque mesi e tre giorni ho imparato a fare la spaccata. Capite la grandezza dell'impresa?
C'era la foto di quel disgraziato del cane abbracciato al Marito. O forse è il Marito che nella foto è abbracciato al cane disgraziato. Il punto è comunque che loro due mi amano immensamente e me lo dimostrano ogni secondo, chi con gesti e parole, chi leccandomi la faccia (decidete voi chi fa cosa).
C'era anche il tag di una ragazza che ho conosciuto grazie a questo blog che in un post (questo) metteva il mio blog tra i quindici che ritiene più interessanti.
Ed è stato lì che, pensando anche alle mille cose che ho da fare, che ho sorriso. E poi ho ricominciato a ridere.
Perché ecco, nonostante la vita non sia sempre bella, nonostante questo sia un periodo complesso, nonostante io sia stanca nonostante non lo dica mai (e si, adesso l'ho detto, non posso sempre apparire forte, no?) ci sono tante cose che mi fanno ridere e sorridere.
Forse, pensandoci bene, sono più le cose che mi fanno ridere e sorridere che quelle che mi fanno piangere.
Pensateci alle cose belle quando qualcosa va storto. Sarà bellissimo, giuro.


La foto del post è della mia amica che preferisce il DNA alle monete di cioccolata e che, per la cronaca, fa delle foto bellissime secondo me.
Le ho mandato un messaggio chiedendole se poteva fare una foto al ciondolo a forma di DNA con qualcosa di cioccolatoso senza dirle perché e lei, che mi conosce molto bene, ha iniziato a chiedermi cosa stessi combinando. 

Certo, mai avrei pensato che invece di fare una foto con il cellulare tirasse fuori la Reflex e allestisse un set fotografico per il DNA, ma c'è da dire che in meno di mezzora ho avuto la foto che avevo chiesto.
Ovviamente, anche in questo caso, non smetto di ridere e posso affermare con certezza che senza di lei nella mia vita mancherebbero un sacco di risate. Grazie Sami, ti voglio bene.
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mercoledì 9 agosto 2017

Mi fido dei medici e non degli sciamani

Io mi fido dei medici. Non mi fido ciecamente, ma mi fido. 
E sapete perché? Perché loro sono medici e io no.
Loro hanno studiato medicina e io no.
Loro hanno fatto le notti in pronto soccorso e io no.

Facciamo un passo indietro: molti -in seguito ad un mio post (qui per leggerlo)- mi hanno consigliato di fregarmene di quello che i medici mi hanno diagnosticato in anni e anni di esami e corse all'ospedale -alcune che manco i pazienti di Doctor House sono mai arrivati a tanto- e di non dare loro retta perché guarire si può, ma non ascoltando loro - i medici brutti e cattivi- che sono in combutta con Big Pharma.
Che poi eh, dite la verità: Big Pharma non l'avevate mai sentita nominare prima che si svegliassero le mamme pancine informate e cominciassero a lottare, a suon di post su Facebook, contro i vaccini.
Io mi fido dei medici e non degli sciamani. E manco delle pancine d'amore informate, se per questo.
Non voglio manco pagare centinaia di migliaia di Euro a sedicenti stregoni che, con la forza del pensiero, manderanno al mio organismo segnali positivi convincendolo che mangiare la Nutella si può. Piuttosto, scusate, continuo a guardare adorante le confezioni di Nutella al supermercato sperando che prima o poi un degno erede del Signor Ferrero inventi una Nutella senza nocciole e me ne mandi un tir a casa.
Io non voglio curarmi con acqua e zucchero, mangiando bacche nel bosco o facendomi massaggiare un piede da uno sciamano mentre recito otto Ave Maria e sei Padre Nostro.
Il Marito non poteva farsi mettere due stuzzicadenti di oro zecchino al posto delle protesi alle anche, urlando "Adrianaaaa" alla luna.
Mio padre non può smettere di essere cardiopatico cantando a ripetizione per due giorni e due notti la sigla di Piccoli problemi di cuore (nati da un'amicizia che profuma d'amore, nananananananana).
Io voglio , se ho un problema di salute, che mi venga fatta una diagnosi da una persona che quelle cose le ha studiate e che mi venga data, sempre da qualcuno che quelle cose le sa, una cura o eventualmente una soluzione per non peggiorare.

Tanti anni fa, avevo vent'anni appena, consigliarono a mia madre un medico allergologo che poteva aiutarci a capirne di più delle mie allergie.
Era un periodo in cui si sapeva molto poco di allergie, molto meno di adesso quanto meno, e mia madre decise di portarmi da questo allergologo che, in realtà, medico non era.
Non è che se sei dottore sei automaticamente un medico, eh.
A sto punto sarei medico anche io, eh.
Mi attaccò ad un macchinario miracoloso e poi sentenziò che io ero non allergica a nulla, ma che portando per 48 ore un paio di guanti in lattice ed evitando di toccare plastica dura per altrettanto 48 ore, io sarei guarita. Disse anche che, da quel momento in poi, non avrei dovuto lavarmi con l'acqua di casa -quella che esce dai rubinetti per intenderci- ma con acqua di fiume o di lago che, non vorrei risultare polemica, ma l'unico fiume che mi viene in mente a Palermo è il Fiume Oreto (non so se avete presente) e probabilmente, se solo avessi toccato quell'acqua, sarei morta di malaria nel giro di mezzora. Per dire, eh.
Chiaramente, da questo sciamano -come l'ho ribattezzato io e come lo chiamo ancora oggi- non siamo più tornate e io ho continuato a lavarmi con l'acqua di casa e a toccare la plastica dura.
Effettivamente le allergie non mi sono passate, ma tra loro e la malaria preferisco loro.
Dopo qualche anno, lo sciamano me lo consigliarono ancora e quando dissi che non mi interessava mi informarono che adesso aveva un metodo testato e sicuro: attaccarti agli elettrodi per guarirti.
G-L-I-E-L-E-T-T-R-O-D-I.

Io ho preferito continuare ad andare da medici bravi e competenti, cosa che per altro faccio ogni volta che è necessario. E a correre in ospedale ogni volta che la sfiga lo richieda.
Prendo le medicine quando me le prescrivono -e no, non sono una che si sfonda di antibiotico e aspirina solo per il gusto di farlo, preferisco mangiare il cioccolato- e a fare tutti gli esami che mi vengono richiesti.


Sono anche vaccinata, eh. L'ultimo vaccino l'ho fatto un anno fa e continuerò a farli perché, quando mi ammalo, avendo un sistema immunitario scemo, è un casino.
E no, non mi vaccino a cuor leggero, ma faccio tutti i controlli pre vaccinali del caso.
Parlo con i medici, e quando lo faccio non sono mai sola perché quattro orecchie sentono meglio di due, valuto con loro, ascolto quello che mi dicono. Se ho dei dubbi, ringrazio e ci penso su, magari parlando con un altro medico. E, se non dovesse bastare, con un altro ancora.
Conosco le conseguenze dell'assunzione di ogni medicinale e so che potrei essere quel caso sfigato su un miliardo che muore di colpo dopo aver preso il paracetamolo.
Mi fido dei medici, ma so che possono sbagliare perché sono umani e, a volte, incompetenti.
Si lo so, non dovrebbero esserci medici incompetenti, ma esistono  e che ci vogliamo fare?
Non mi fido degli sciamami perché spesso e volentieri si attaccano alla disperazione della gente. Perché si, quando si è malati, spesso si è disperati e non si ragiona con lucidità.
Ma i medici hanno studiato per diagnosticare e curare le malattia, così come studiano quelli che si inventano le medicine (io al massimo mi posso inventare nomi buffi da dare alle mie piante) e quelli che cercano di scoprire le cure per malattie che una cura non ce l'hanno.
E se una cura non c'è, non sarà l'acqua e zucchero a guarire un malato.

Ho incontrato medici che avrei cacciato dall'ordine a calci ben nel sedere -ma purtroppo non dipende da me- eppure mi fido ancora dei medici. E delle mie sensazioni quando cerco di capire se il medico che ho davanti è competente o meno.
E prima che lo diciate, è capitato che mi facessero una qualche diagnosi sbagliata: qualche mese fa mi dissero che probabilmente avevo una massa tumorale al fegato e invece avevo due milze (qui per saperne di più). E non è l'unico errore, eh.
E mi sono arrabbiata, ho protestato, ho fatto casino quando hanno sbagliato.
Ho chiesto ad altri medici, ho cercato sempre un secondo parere, ci ho provato, anche se a volte le conseguenze di un errore sono state devastanti, per il corpo e per la mente.

E se non siete medici non consigliate acqua, zucchero e bacche a chi ha un problema.
Che un medico ha studiato per anni e, nella maggior parte dei casi, sa quello che fa.

Che poi dico: ad un panettiere andate a spiegare come si fa il pane e cercate di sostituirvi a lui? E si che il pane lo sappiamo fare (quasi) tutti.

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lunedì 3 aprile 2017

Quando vi trovate davanti una persona allergica

La prima volta che sono entrata in un reparto di allergologia in sala d'aspetto eravamo in quattro: io e mia madre, una ragazza un po' più grande di me e sua madre. Lei stava peggio di me, era già a quel livello a cui io sarei arrivata dopo anni.
Avevo quattordici anni e me lo ricordo come fosse ieri. Per mia madre, il fatto che io -nota mangiona di qualsiasi cosa, gambe di tavoli comprese- fossi allergica a qualcosa era una sorpresa.
Negli anni, nelle sale d'aspetto, la gente è aumentata. 
Prima di allergie non ne parlava nessuno, poi ne hanno cominciato a parlare in troppi e si è fatta confusione.  Io affronto l'argomento con un certo fastidio verso il prossimo.
Sono un soggetto allergico grave. Nei miei quindici anni abbondanti di allergie (festeggio sedici anni da allergica tra undici giorni) sono peggiorata notevolmente, a cadenza quasi regolare.
Ad oggi, sono circa trecento gli alimenti  che non posso assolutamente ingerire.
No, nemmeno una piccola quantità. 
No, non posso ingerire nemmeno alimenti entrati per caso in contatto con quello a cui sono allergica.
Il mio sistema immunitario fa schifo, d'altronde -per farla breve- le allergie altro non sono che una difesa dell'organismo ad elementi che ritiene estranei e potenzialmente pericolosi.
E siccome, l'organismo è scemo, per proteggerti da qualcosa che autonomamente ritiene pericoloso, cosa fa? Ti provoca una reazione che ti potrebbe portare alla morte nel giro di due minuti.
Mi sembra davvero una cosa sensata.
Il mio di organismo non è nemmeno troppo intelligente, visto che mi impedisce di mangiare la Nutella. No, non mi interessa se c'è l'olio di palma, io voglio mangiare la Nutella.
E anche le fragole. E anche le arance, ma non tutte: mi basterebbe una bella arancia rossa, una sanguinella di cui, mentre scrivo, posso addirittura sentire il sapore in bocca.
Allergie e intolleranze non sono la stessa cosa. Io pagherei tutto l'oro del mondo per avere delle intolleranze e non delle allergie. E mi arrabbio quando dico di essere allergica e mi rispondono: "Ah, ma sei intollerante?"
Ci sono alcuni disturbi comuni tra le due cose, ma no: non è la stessa patologia.
Le mie allergie sono state diagnosticate in anni e anni, dopo ricoveri, day hospital, esami su esami.
Ci sono volute crisi allergiche su crisi allergiche, shock anafilattici, coma, polmoni collassati e tanto altro. 
Non ho mai ingerito volontariamente un alimento a cui sono allergica. No, nemmeno un pezzettino.
Eppure ho continuato a finire in ospedale in codice rosso perché a loro -le allergie- piace aumentare, un po' come alle scale di Harry Potter piace cambiare. 
Ci sono state contaminazioni di cui non ero al corrente, nonostante avessi fatto presente il problema e ci sono state reazioni molto violente ad alimenti a cui, fino al giorno prima, non ero allergica. E' un po' complesso da spiegare e non essendo un medico non credo che saprei comunque farlo nel modo giusto, ma non è questo il punto.
Quando ero adolescente, ai miei genitori dissero che forse -crescendo- sarebbero passate. Mia madre ci ha creduto fino alla fine, io nemmeno per un istante. Avevo ragione.
In ogni caso, io vivo bene. Certo, ogni tanto rosico e anche di brutto. 
Ci sono volte che faccio presente che il mondo è davvero ingiusto e che voglio la Nutella.
A casa mia, comunque, un barattolo di Nutella gigante non manca mai, Fidanzato si fa dei panini imbarazzanti per quanto sono grossi. Io ogni tanto li sniffo. 
Sniffo un sacco di cose, tranne quelle che so di non potere neppure sniffare.
Ho un olfatto finissimo, quando sono curiosa di sapere il sapore di qualcosa che non posso mangiare, mi metto ad odorare. E' una cosa che Fidanzato odia.
Una settimana fa, mia madre e Fidanzato si stavano ingozzando di fragole, io ho preso le loro ciotoline a turno e mi sono messa lì ad annusare. Potevo sentirne il sapore, mi è venuta anche un po' di bava alla bocca credo, finché mi sono state scippate dalle mani perché hanno preferito mangiarle invece di lasciarmele odorare un altro po'.
Comunque dicevo, vivo bene. Sono cicciotta quanto basta segno che proprio di fame non muoio, vado al ristorante, a casa di amici, viaggio. Ogni tanto litigo con qualcuno nei ristoranti con sommo imbarazzo di chi è con me.
Mi piace il cibo, in tutte le sue forme. Guardo Masterchef, constatando ogni volta che non potrei assaggiare mezza cosa e ogni volta mi ripropongo di scrivere una lettera agli autori proponendo una puntata senza cibi a cui io sono allergica, chiaramente con me come giudice speciale, ma alla fine non lo faccio mai.
Mi piace fotografare il cibo, anche quello proibito.
Sono rimasta digiuna ad inaugurazioni, feste e banchetti. 
Ho guardato gli altri mangiare senza poter assaggiare niente. Sono sopravvissuta, quindi direi che non è così tremendo. Non mi lamento mai  (Nutella a parte, ma mi sa che l'ho già detto).
Ho fissato vetrine piene di cibo che non potrò mai assaggiare. E, alla fine, l'ho comprato per qualcun altro. Mi piacciono le vetrine piene di cibo.


Non voglio intenerire nessuno con questo post, non voglio fare pena, non voglio compassione. Voglio solo sfatare un paio di miti. O almeno provarci.
Era da tempo che pensavo a questo post perché ne leggo e ne sento di ogni e ogni volta mi girano le palle. A me e alla mia siringona di adrenalina che cammina sempre con me. 
No, non si fa nel cuore. Maledetto Pulp Fiction. Si inietta sulla gamba: io so come fare, chi mi sta accanto sa come fare. Costa un sacco di soldi, ma a me la danno gratis.
I miei genitori hanno lottato anni per farmela avere e ogni anni devo presentarmi alla farmacia ospedaliera con tanto di piano terapeutico. Devo riconsegnare quella vecchia scaduta o in procinto di scadere e se non ce l'ho, devo presentare i referti che attestano l'utilizzo della stessa.
Qualcuno mi ha chiesto se potevo fargliene avere una siringa per provare lo sballo da adrenalina. Non gli ho sputato in faccia perché sono una signora.
Non spaccio adrenalina, insomma. E non ho intenzione di mettermi a spacciarla. Non saprei neppure come fare, né voglio farlo.
Se diventassi vegana o vegetariana, ripulendo il mio organismo come mi è stato detto, non mi passerebbero le allergie. Anzi, considerata la quantità di alimenti pericolosi facenti parte del mondo vegetale probabilmente l'unica cosa certa sarebbe un posto al camposanto.
Se mi affidassi a Dio, tanto meno. Tanta stima per l'Onnipotente, ma non può fare niente per me, che piaccia o meno.
Odio chi va al ristorante e dice di essere allergico a qualcosa solo perché non gli piace. Se proprio volete farlo, non fatelo quando sono seduta a tavola con voi perché partono gli insulti.
Dite che non vi piace e basta.
Elimino dalla mia vita chi mi lascia volontariamente digiuna: è successo davvero. Colletta per cena di Capodanno, mi ero offerta di pensarci io perché so che è una rottura di palle, alla fine sono rimasta digiuna. 
Elimino anche chi mi fa pesare di essere allergica, chiedendomi magari di ringraziarlo per avermi dato cibo che non mi facesse morire nel giro di tre minuti. Se non volete un'allergica alla vostra tavola, non invitatemi a cena, sopravvivo lo stesso, ma se lo fate sappiate che sarà complicato. E sappiate anche che non l'ho scelto io.
Sono arrivata alla conclusione dopo anni e anni che privarsi volontariamente di un alimento sia follia, ma rispetto le scelte di tutti. E proprio perché le rispetto, pretendo che nessuno metta bocca sulla mia patologia perché io non ho scelto.
Mangio tutto quello che posso mangiare, in modo tutto sommato vario. Dipende da che intendete voi per vario.
Vorrei avere una dieta diversa da quella che seguo, ma non ce l'ho e me ne sono fatta -a fatica- una ragione.

E, ma questo l'ho già detto, non ditemi MAI che allergie e intolleranze sono la stessa cosa, non ci provate con me che mi arrabbio. E tanto anche.

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mercoledì 29 marzo 2017

Mi hanno tolto il gesso e torno a saltare

Ieri mattina mi hanno tolto il gesso.
È stata un'esperienza traumatica, estremamente traumatica.
Siamo arrivati in ospedale alle 7.30 del mattino, consapevoli che avrebbero dovuto fare una lastra e procedere eventualmente con la rimozione, invece sono entrata, la sedicente dottoressa mi ha chiesto se fossi caduta e avessi picchiato con il ginocchio per terra e quando le ho spiegato che no, non è andata così ha detto di togliere il gesso senza se e senza ma.
"Se non hai sbattuto per terra vuol dire che non c'è nulla".
Io avevo portato le mie lastre, quelle in cui era evidenziata una rotula fuori asse di circa 40°, nonché la frattura -che è in più punti- ma lei non ha sentito la necessità di guardarla.
A dire il vero non ha sentito neppure la necessità di visitarmi, di farmi un'altra lastra, né tanto meno di leggere referti su referti che evidenziavano il problema.
"Alzati e cammina" mi ha detto poi. Peccato che dopo un mese di gesso, io non ero così agevole nel camminare, nè potevo farlo considerato che la gambina ingessata è magra magra e manca una cosa fondamentale: i muscoli.
"Tutte le donne hanno le ginocchia così". Peccato che io non ne conosco neppure una.
"Le stampelle sono una cosa mentale, non ti servono".
Mia madre a momenti se la mangia. Io piangevo per il nervoso, abbiamo deciso di andare via, con me che non riuscivo a muovere un passo.
La cosa positiva è che io ho il mio ortopedico, la mia fisioterapista e sono seguita in un centro validissimo. 
Ho chiamato piangendo e si sono subito adoperati per cercare di limitare i danni, visto che -per altro- avevano  riscontrato dei problemi anche all'altro ginocchio, quello non rotto.
Devo stare ancora a casa, gamba alzata, cercando di camminare -con le stampelle- un minimo per iniziare a riprendere un attimo il tono muscolare. 
Domani si deciderà se procedere con la fisioterapia o intervenire chirurgicamente per rimettere a nuovo questa rotula capricciosa. E insomma, poi la strada dovrebbe essere tutta in discesa.
Cosa ho scoperto subito dopo aver tolto il gesso? Che poi erano cose che sapevo già da prima, ma volete mettere provarle sulla propria pelle?
-che il ginocchio non si piega -praticamente non funziona da articolazione quale dovrebbe essere- e che prima di tornare a piegarsi passeranno mesi.
-che i dolori ci sono comunque e che resteranno con me praticamente tutta la vita, soprattutto quando cambia il tempo. A Roma il tempo, per ora, la temperatura va dai 7° ai 27° nell'arco di tre ore. Per dire, eh.
-che cammino più zoppa di prima e mia madre e Fidanzato, che dovrebbero amarmi in modo profondo, ridono di me.
-che sotto al gesso la pelle si è squamata ed è cresciuta una foresta di peli che manco una scimmia. I peli verranno rimossi nella giornata di oggi, per la pelle ci stiamo lavorando.
-che la gamba è la metà dell'altra ed effettivamente c'è stato un attimo in cui ho pensato di rompermi l'altro ginocchio a martellate, ma poi sono giunta alla conclusione che non è ciccia quella che mi ha salutato, ma muscolo. 
-che farsi la doccia è una sensazione stupenda, peccato solo che entrare nella vasca da bagno sia stata una fatica degna di Ercole e che la mia privacy più non esiste visto che necessita di essere guardata a vista, tenuta, aiutata, sorretta. Il bagno caldo con le paperelle resta un desiderio che dovrò reprimere ancora a lungo.


Quando una ginnasta si rompe, dopo un po' arriva la fatidica domanda: "Ma è tornata a saltare?" seguita a ruota da: "Ma salta sul duro?".
Io non saltavo prima, fatta eccezione per il mio amato trampolino in alcune occasioni suscitando l'ilarità di tutti, e non torno a saltare manco adesso, almeno per il momento, ma sopravviverò.
Intanto vediamo di ricominciare a camminare senza sembrare una papera.

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