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venerdì 7 agosto 2020

Scegliere l'università: perché studiare fuori é (sempre) una buona idea

Scegliere l'università é una cosa che ormai non mi riguarda più di un pezzo.

Ormai non ho praticamente più amici che si trovano a dover scegliere l'università, ma ho figli di amici e colleghi che lo fanno, cosa che significa che sono invecchiata, ma questa é un'altra storia.

Scegliere l’università però è una cosa che ho fatto, ormai quasi vent’anni fa -mi fa impressione solo a dirlo- e, ad oggi, posso dire che scegliere bene è una delle cose più importanti della vita perché inevitabilmente è una scelta che condizionerà parecchi anni a venire.

Quando parlo di scegliere bene non intendo scegliere qualcosa che piace davvero, per cui si è portati, non scegliere solo in base al lavoro che si pensa di trovare una volta laureati. Se io avessi studiato ingegneria forse avrei avuto il doppio delle possibilità, ma probabilmente mi sarebbe venuta una crisi isterica al ventesimo tentativo di dare analisi matematica. E altrettanto probabilmente non mi sarei mai laureata, ma anche questa è un’altra storia.

 

Quando ho scelto la triennale, a diciotto anni (si, ho fatto la primina) mi era sembrato naturale frequentare l’università della mia città. Ai tempi, della mia compagnia storica, furono solo in due a scegliere di studiare fuori, entrambi a Milano: uno lasciò l’università dopo poco per dedicarsi all’attività di famiglia e l’altro  -che adesso non c’è più- è rimasto lì dopo gli studi.

Ai tempi ero indecisa tra due corsi di laurea, feci i test di ingresso per entrambi e -siccome sono nata sfigata- li passai entrambi, quindi l’indecisione regnò sovrana fino all’ultimo: un giorno pensavo di iscrivermi da una parte, il giorno dopo dall’altra e andò avanti così per un mese. Alla fine scelsi il Dams e no, non me ne sono pentita.

Finita la triennale, ho deciso di frequentare la specialistica fuori sede, ovvero in una città che non era mia, considerato che la specialistica in cinema -nella mia citta- non c"era.

All’epoca incise moltissimo nella scelta dell’università -o meglio della città- il fatto che il mio allora ragazzo vivesse a 100 km da lì e, dopo parecchio tempo a distanza, non mi sembrava vero. Qualora ve lo stiate chiedendo ci siamo lasciati dopo neanche un anno dal mio trasferimento, ma siamo ancora oggi in ottimi rapporti e ogni tanto ci sentiamo.

In ogni caso, mai scelta fu più azzeccata.

Nonostante siano passati tanti anni e nonostante io dica da una vita che se rinascessi non farei l’università, studiare fuori sede è stata una delle cose migliori che io abbia mai fatto.

Io ho studiato cinema, mi piaceva quello che studiavo e, fermo restando che se rinasco l’università non la faccio, se mai -in questa fantomatica altra vita- fossi costretta a frequentare l’università, il Dams resta una delle opzioni più accreditate.


Il punto comunque non è questo, il punto è la questione fuori sede.

Io ho studiato a più di 1200 km da casa e, quando mi sono trasferita, avevo 21 anni.

Quando frequentavo la triennale lavoravo ed ero già abituata a gestire le mie cose da sola, ma non ero ovviamente abituata a gestire una casa, visto che vivevo con i miei genitori.

La vita da fuori sede ti insegna tante cose, ma proprio tante.


Ho imparato a gestire casa, sia da un punto di vista economico, sia per quanto riguarda pulizia e cose da sbrigare, visto che n’era sempre una.

Io pagavo 330€ di affitto per una stanza singola, spese escluse. A questa cifra si aggiungevano circa 80€ mensili di condominio e riscaldamento centralizzato e circa 40€ per luce, gas e internet. Poi bisognava fare la spesa, pagare i libri e, in generale, tutto quello che mi serviva dai vestiti alle uscite con gli amici. C’è da dire che facevamo tante cene e feste in casa, raramente si cenava fuori, più frequentemente si usciva dopo cena per andare a bere qualcosa a prezzi più che popolari.

In una città come Bologna, universitaria per antonomasia, non mancava la possibilità -per gli studenti- di lavorare, prevalentemente nella ristorazione, ma anche nei negozi e roba del genere. Io ho avuto fortuna perché ero riuscita a lavorare nei set cinematografici (e studiavo cinema, quindi era fighissimo), oltre a lavorare come hostess. Ai tempi, funzionava benissimo Bologna Fiere, c’erano cose abbastanza importanti (mi vengono in mente il Motor Show e Il Cosmoprof, ma c’era anche dell’altro) e non era difficile riuscire a lavorare. Non credo che, nel caso specifico di Bologna, sia cambiato qualcosa.

Di sicuro non sono mai morta di fame, anche se è capitato che con le mie amiche uscissimo con 2€ in quattro. E fidatevi che ci divertivamo tantissimo comunque.

 

Ho  avuto modo di stare in mezzo a gente che veniva davvero da qualsiasi parte del mondo. Non solo italiani quindi, ma anche stranieri che erano lì non come studenti Erasmus, ma perché avevano deciso di iscriversi all’università di Bologna che comunque era -ed è- rinomatissima.

Ho conosciuto usanze, piatti tipici, modi di dire di paesi che -fino a quel momento- non sapevo neanche che esistessero. Ok, magari lo sapevo, ma ecco: non avrei mai immaginato di conoscere usi e costumi dell’Iran (che gli iraniani che ho conosciuto io chiamavano comunque Persia) o dell’entroterra polacco.

Sono stata a contatto con gente di qualsiasi tipo e ho imparato tanto, tantissimo.

 

Ho creato legami indissolubili, che si mantengono ancora oggi che sono trascorsi più di dieci anni dalla laurea.

Avevo un gruppo di amici con cui ho condiviso davvero tutto, formato essenzialmente dai miei compagni di corso. Adesso, che siamo sparsi per il mondo, cerchiamo comunque di vederci quando possibile e se uno passa nella città in cui si trova l’altro un caffè, una cena, quello che si può, è d’obbligo.

Sono stata al Salone del Mobile con un mio compagno di corso che vive a Milano, a fare aperitivo a base di tapas con una che vive a Madrid, visto film alla Festa del Cinema di Roma con due che vivono rispettivamente a Parma e a Palermo, girato Firenze con uno che vive lì e potrei continuare all’infinito.

Due anni fa mi sono presentata senza avvisare in un locale di Bologna che frequentavo ai tempi dell’università e che adesso è di un mio compagno di corso (lui allora in questo locale ci lavorava nel week-end) e dei suoi amici -che ovviamente mi conoscevano da allora- mi sono messa davanti al bancone e l’ho guardato, esattamente come facevo dieci anni prima. “Che ti faccio Gi?” “Fai te, va”. Come se non avessimo più di trent’anni, se non fosse cambiato tutto, io quella sera al Macondo mi sono sentita la studentessa fuori sede che sono stata perché certe cose, certi legami, non cambiano.

 La verità è che quando sei lontano dalla famiglia e hai vent’anni, gli amici diventano la tua famiglia, ci si aiuta, si sta insieme sempre e comunque, si condividono tante cose.

Era abitudine, quando una di noi usciva con un ragazzo, avvisare le altre e dire esattamente dove eravamo di modo che se dopo un tot. non si avevano notizie, ci si regolava di conseguenza. Una volta un’amica si addormentò e non ci avvisò e si creò il panico. Fortunatamente dormiva e non era stata uccisa e smembrata, cosa che ad un certo punto avevamo ipotizzato.

 

Ho imparato a cavarmela da sola.

Si lo so che ho detto che gli amici diventano famiglia e lo ribadisco e sottoscrivo, ma quando non ci sono mamma e papà, si impara a gestirsi.

Non c’è nessuno che ti prepara il pranzo o la cena (ammetto che a ridosso della consegna della tesi se la mia coinquilina e il suo allora fidanzato non mi avessero sfamata, sarei probabilmente morta di stenti e privazioni), nessuno che ti lava i panni o ti rifà il letto, nessuno che va a pagare le bollette e probabilmente, se ci penso tre minuti, mi vengono in mente altre cento cose.

 

Ho imparato ad adattarmi.

Fino a quel momento, ero abituata a viaggiare in aereo, solo in aereo.

Poi ho scoperto la Freccia del Sud perché i voli da Bologna non erano frequenti all’epoca, era tutto un po’ un casino e quindi di necessità virtù. E fidatevi che la Freccia del Sud era una roba abominevole, non a caso non esiste più.

Ci volevano qualcosa come venti ore, si viaggiava in cuccette da sei e il ritardo minimo era di quattro ore.

Ho imparato che dove ci sono tre letti si può dormire in otto se c’è un’emergenza, che si può studiare durante un festino, che se fai una festa verrà chiamata quasi sicuramente la polizia che ti darà torto a prescindere perché se sei uno studente fuori sede fai casino per principio pure se stai bisbigliando.

Ho incontrato e mi sono incontrata (come Licia con Andrea e Giuliano) con abitudini, parole, cibi diversi da quelli a cui ero abituata. Ho imparato cosa fosse il tiro e cosa il rusco, che la mollica si chiama pangrattato e che il pesto bolognese -che non è il pesto che pensate voi- è la cosa più buona del mondo.


Ho imparato a fregarmene di tante cose e l'ho imparato cercando casa a Bologna. A quei tempi, non so se adesso sia cambiato qualcosa, cercare casa a Bologna era una missione impossibile. Si passavano giorni, settimane, a guardare gli annunci attaccati alle bacheche di Via Zamboni, a chiamare e a vedere stanze. Stanze per le quali c'era una fila pazzesca e per le quali, spesso e volentieri, bisognava avere dei requisiti: per esempio non essere studenti del Dams e poter fare la settimana corta, cosa che non puoi fare se vieni dal sud. Ho quindi imparato cosa vuol dire essere discriminati, anche se non l'ho mai vissuta davvero coma una discriminazione, e a fregarmene dei pregiudizi e dei giudizi, cosa che mi porto dietro ancora oggi.



Ho vissuto momenti indimenticabili e dico davvero.

Abbiamo organizzato feste a tema con una preparazione pazzesca, aspettato tutta la notte autobus che non sarebbero mai passati fuori porta in mezzo al nulla, festeggiato compleanni al Santuario di San Luca, fatto pigiama party, studiato in modo disperato in piena notte, girato documentari di notte a Gennaio (e credetemi, di notte a Gennaio a Bologna fa freddo), riso fino alle lacrime e pianto consolata da un’amica per motivi che manco ricordo, ho fritto melanzane per un esercito, mi sono svegliata a casa di un amico con il suo coinquilino che in mutande ci offriva l’uva (a me e ad un’altra amica) e potrei davvero andare avanti all’infinito.

 

Non sono mai tornata indietro, non ho mai immaginato di poter tornare a vivere a Palermo, Bologna è rimasta nel mio cuore e ringrazio ogni giorno di aver vissuto quegli anni. Quindi si, studiate fuori sede, fatelo e se vi preoccupano le spese, tornate al punto uno.



Il primo (qui) e il secondo (qua) post di questo blog, scritti ormai cinque anni e mezzo fa, raccontano una parte di quella vita da fuori sede. Sono scritti in modo molto diverso dai post recenti, vi avviso, ma quando li leggo mi commuovo sempre un po'.

Ai miei compagni di corso ho dedicato, invece, questo post.

A Bologna ho dedicato questo post: un post che mi piace da morire e che, proprio perché mi piace da morire, non riesco a rileggere, È il quinto post più letto del blog e qualcosa vorrà pur dire. Tutto il mio amore per Bologna e per quegli anni lo trovate in questo post.

Sull'andare o meno all'università ho invece scritto questo: ci troverete anche la parte in cui dichiaro di voler fare ingegneria, cosa che ho davvero ripetuto per anni (grazie al cielo, poi sono rinsavita).

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lunedì 16 settembre 2019

Odiavo la scuola, odiavo il primo giorno di scuola

Sono settimane che, al lavoro, spunta fuori il terribile argomento inizio della scuola.
Che lo so, detta così potrebbe sembrare stupido considerato che parliamo di persone adulte che lavorano e che, di sicuro, non hanno l'enorme problema di quale diario comprare o di dover affrontare compiti in classe e interrogazioni (trovo comunque che il problema più importante sia il diario, io per non sbagliare compravo sempre lo stesso).

Nel nostro caso, l'inizio della scuola significa solo che ricomincia il traffico, quel traffico che ti fa restare due ore in macchina nella speranza di arrivare, prima o poi, al lavoro.
Non conto i giorni che, nonostante fossi uscita da casa ore prima, mi sono ritrovata a lanciare -letteralmente- la macchina in mezzo al parcheggio per correre a timbrare in tempo. Perché, ecco, se sono in ritardo per colpa mia -cosa che fino ad adesso non mi è mai capitata- è un conto, se sono in ritardo perché ci sta un traffico infernale mi rode e manco poco.

Io non amavo la scuola, l'ho sempre detto.
Mi pesava andare a scuola, mi pesava svegliarmi presto (questo mi pesa tuttora, fatevi raccontare dai miei colleghi la mia faccia quando arrivo presto al lavoro), mi pesava stare seduta cinque ore, mi pesava qualsiasi cosa. 
Mi piaceva studiare, quello si, ma mi piaceva studiare quello che dicevo io e di sicuro, tra quello che dicevo io, non c'era né la matematica né la fisica.
Non mi piaceva stare alle bizze dei professori e, giuro, non è vittimismo. Ho una madre insegnante che mi ha sempre detto che se ad un professore stai sul c***o c'è poco da fare, farà di tutto per renderti la vita impossibile. Non che sia giusto, sia chiaro, ma è così. Io questo non lo sopportavo.
Studiavo a scuola, ma ero indisciplinata. Ero una piccola teppista, una che non si teneva niente, cosa che -effettivamente- non faccio manco adesso, anche se sono migliorata. Poco, ma sono migliorata.


Il primo giorno di scuola per me ha sempre significato una cosa: la fine dell'estate e del mare.
La fine del Baretto di giorno e di sera, la fine della serate passate al parco sotto casa dei miei zii, la fine delle serate in piscina a casa di Riccardo, la fine delle serate a Mondello a casa di Roberta, la fine dei pigiama party in cui qualcuno si ubriacava e finiva per nuotare nella camomilla (giuro che è successo davvero, non me lo sto inventando). La fine di qualsiasi cosa per cui valesse la pena vivere (a sedici anni la pensavo così, adesso ho altre priorità).
Sono nata e cresciuta a Palermo, quindi andavo al mare ogni santo giorno per tutta l'estate, Settembre inoltrato compreso. Cominciare la scuola significava dire addio al mare, alle vacanze, al non fare un tubo. Significava dovere uscire di casa ogni santa mattina, sabato compreso (qui per saperne di più), vestita in modo più o meno decente (ho iniziato il liceo nel 1999, ci ricordiamo tutti come si andava in giro a quei tempi, vero?) e poi passare tutti i giorni a fare i compiti, a studiare, a ripetere, a fare esercizi. Ho fatto un liceo che molti consideravano farlocco, io ricordo perfettamente la mole di compiti e di cose da studiare che, in alcuni casi, mi facevano svegliare alle cinque di mattina e andare a dormire alle undici di sera. 

Vivevo l'inizio della scuola con un'angoscia enorme, contavo i giorni che mi separavano dalle vacanze di Natale prima e dalle vacanze estive dopo, odiavo profondamente andare a scuola (così come ho amato l'università, ma tant'è). Adesso odio l'inizio della scuola per il traffico e per le ore che devo passare in macchina. Ecco, diciamo che non si cambia mai.

Buon inizio a tutti, un enorme grandissimo buon inizio, che la scuola sia per voi migliore di come è stata per me.
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giovedì 24 maggio 2018

Tredici ragioni per vedere (o per non vedere) Tredici

Tredici ragioni per vedere o per non vedere Tredici, là dove Tredici sta per 13 Reason Why, la serie prodotta da Netflix tratta dal libro 13 di Jay Asher che, sinceramente, prima di vedere la serie non sapevo neanche chi fosse.
Lo confesso: ho fatto il gioco di parole sul titolo della serie (e del libro, non dimentichiamolo), ma non so neanche se le ho tredici ragioni per vedere o non per non vedere la serie.

Ho visto la prima stagione con il marito, qualche mese dopo il rilascio, assolutamente per caso.
Dove il mondo era arrivato alla fine di Marzo del 2017, io (e il marito, ovviamente) ci sono arrivata a fine Novembre dello stesso anno. 
Ho atteso trepidante la seconda stagione, non perché fossi rimasta estasiata dalla prima, anzi direi proprio il contrario, ma perché oh, a quel punto io volevo sapere come andava a finire. E poi francamente quasi mi aspettavo che Hannah Baker risorgesse, che magari gli sceneggiatori sono fan di Beautiful e volevano rendere omaggio al personaggio di Taylor che è morta e risorta non so quante volte.

-Hannah Baker, la giovane protagonista morta suicida perché vittima di bullismo, a me stava sul cazzo già dalla prima serie e con la seconda questo sentimento nei suoi confronti è tornato prepotente.
Hannah è vittima dell'atteggiamento dei suoi compagni di scuola che non l'hanno presa esattamente in simpatia. Praticamente tutti vogliono farsela, ma di fatto sta sulle palle a tutti. Questi tutti reagiscono mettendo in giro voci poco carine sul suo conto (deplorevole, certo), ma lei -ecco- non è che sia sto stinco di santo. Un'adolescente carina oserei dire, in una scuola di adolescenti e solo Dio sa quanto possono essere merde gli adolescenti. 
Il colpo di grazia che rende Hannah arrabbiata col mondo è quando viene definita in una lista "il culo più bello della scuola". Indubbiamente sbagliato mercificare il corpo di una donna, ma ecco: la vicenda, che al massimo meritava un sonoro vaffanculo, viene ingigantita in modo clamoroso.
Che poi io, magari io non faccio testo visto che mi ammazzo di squat in palestra per avere un bel culo (che, per la cronaca, non avrò mai) e se qualcuno se ne accorgesse almeno saprei di non stare buttando i miei soldi e il mio tempo.

-I genitori -e più in generale gli adulti- sono grotteschi: ce ne fosse uno che si preoccupa realmente dei figli adolescenti. Ci sta, eh, che gli adolescenti abbiano dei segreti e che i genitori facciano finta di niente, ma qua sfioriamo il ridicolo.
Figlio pestato a sangue con evidenti ecchimosi facciali? "Sei caduto dalla bici, amore di mamma?";
compagno di classe eroinomane nascosto in bagno? "Come mai c'è l'acqua aperta? Ah stavi controllando se l'acqua calda veniva giù? Ok amore di papà";
figlio (o figlia, scegliete voi) in giro per strada di notte e l'indomani c'è anche scuola? Genitori non pervenuti, giustamente stavano dormendo. Che ora, va bene tutto, ma mia madre stava sulla porta col mitra spianato se tardavo anche di un secondo. Ah no, ora che ci penso, mia madre mi veniva a prendere ovunque.

-I clichè: la serie è piena di stereotipi: il ricco figlio di papà che la fa sempre franca (anche quando non dovrebbe, ma i soldi a quanto pare comprano davvero tutto), il figo con una situazione familiare disastrosa, il nerd sfigato, il belloccio (che è quello che a me piace più di tutti) che schifa quello che fa il branco, ma non riesce a staccarsene, il preside corrotto (l'ho già detto che i soldi comprano tutto?) e gli armadietti. Non c'è film o serie ambientati in America che non ci mostrino lunghissime scene davanti agli armadietti delle high school che si, lo so che è dai tempi di Beverly Hills che sognate di frequentare una scuola che li abbia. Io sogno ancora di tornare a scuola per averne uno.

La prima stagione a me ha lasciato l'amaro in bocca: ok Hannah stava male, quando ha provato a parlarne con qualcuno (sapete dirmi a che figura corrisponde quella del conselour in Italia?) è stata praticamente ignorata, se non addirittura presa per pazza, la responsabilità non so fino a che punto fosse delle persone nominate nelle cassette (fatta eccezione per lo stupratore ovviamente), ma tant'è.

Attenzione: il post da qui in poi contiene spoiler sulla seconda stagione.

La seconda stagione per me è stata molto più bella, mi ha lasciato qualcosa (Hannah che petulava in sottofondo a parte) e mi ha fatto venire voglia di vedere la terza, se mai ci sarà.
Gli adulti si ravvedono quasi tutti, tranne il preside accecato dal denaro dei Walker e dalla promessa -immagino- di una piscina olimpionica a completare gli impianti sportivi già pagati dalla famiglia. 
Che poi, solo io mi sono chiesta perché la squadra di football è uguale alla squadra di baseball? Erano finiti gli studenti alla Liberty High? Che poi mi sa che sono anche gli stessi che giocano nella squadra di basket.
La madre di Hannah, la stessa che aveva delle uscite abbastanza infelici nei confronti della figlia nella prima stagione e che non aveva capito niente dei problemi della figlia, nella seconda stagione diventa, ehm, posso dirlo? Pesante. Capisco il dramma, davvero, ma non so se davvero sia stata la cosa giusta accanirsi contro la scuola, Mi sarei accanita contro lo stupratore e contro il conselour. Conselour che poraccio, alla fine si rende conto che è in parte responsabile del suicidio di Hannah e viene anche licenziato quando lo dice in tribunale e che, per adattarsi alla Liberty High, comincia a picchiare gente a caso (fa bene, eh).
I ragazzi che fino a qualche puntata prima si detestavano fanno branco, stavolta per una giusta causa: fare scoprire chi è il colpevole di una serie di stupri e possibilmente mandarlo in carcere.
Io, ingenua come sempre, non credevo fosse possibile che un diciassettenne stuprasse tutte queste compagne di scuola con una leggerezza che manco quando si va a fare la spesa.
Tralascerei che per fare sentire Bryce lo stupratore un attimo in colpa gli imbrattano l'armadietto, danno fuoco al campo di uno dei numerosi sport praticati sempre dalla stessa squadra e via dicendo.
Tralascerei anche le gentili  intimidazioni fatte agli studenti chiamati a salire sul banco di testimoni, sempre a testimonianza del fatto che alla Liberty High, esattamente come sostiene il preside, si respira un clima cordiale.


A scioccarmi sul serio è stato però per me, lo stupro di un ragazzo (ma stavolta lo stupratore non era lo stesso, sia mai che fosse solo uno lo stupratore alla Liberty High). Oh, attenzione non sto dicendo che stuprare una ragazza sia meno grave, ma ecco ho sempre associato (mea culpa) lo stupro come un reato contro le donne, fosse solo per ragioni anatomiche.
Chiaramente, sono un'ignorante e me ne assumo le responsabilità. Vedere una scena così mi ha scioccata, tanto che nella maggior parte del tempo ho tenuto il viso nascosto sotto un plaid, però ho imparato (guardando lo speciale alla fine della serie e facendo un paio di ricerche dopo) che è una realtà più diffusa di quanto si pensi.
L'amicizia che nasce tra Clay e Justin è molto bella, così come quella tra Alex (si, è sopravvissuto al tentato suicidio) e Zach a: la scena del nodo alla cravatta e quella della lezione di ballo sono bellissime, secondo me.
Che poi Justin continui a farsi di eroina in barba ai Jensen che decidono persino di adottarlo è un'altra storia.
Il coraggio di Jessica di denunciare lo stupro subito e il non coraggio di Chloe di fare lo stesso fanno riflettere e a me personalmente hanno fatto chiedere cosa avrei fatto io al loro posto. Sarei stata Jessica o sarei stata Chloe? Preferisco rimanere con il dubbio, eh, ma me lo sono chiesta davvero e onestamente non ho trovato risposta.

Tredici ragioni per vedere Tredici non credo averle trovate.
Ho fatto un calderone di cose, belle o brutte che siano.
Ma la riflessione che ho fatto più mia alla fine della seconda stagione, che ho visto in tre giorni, è stata: ma queste cose -stupri, festini alcolici, droga, armi, suicidi, botte come se non esistesse un domani, libertà vigilata, cliniche psichiatriche- succedono solo negli Usa che hanno una cultura innegabilmente diversa dalla nostra (e non necessariamente peggiore, eh) o ci sono anche qui e io non lo so perché non frequento più la scuola 
superiore?

Ah e infine un appunto: Hannah si è suicidata perché era vittima dei bulli, ma Hannah stessa era una bulla. E, nella serie, erano bulli anche gli insospettabili, eh.
Non ce n'è uno che sia uno, in tutta la serie, che non abbia fatto il bullo, non abbia picchiato qualcuno e via dicendo. Rifletterei un attimo sulla cosa, eh.
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venerdì 11 maggio 2018

"Noi, i ragazzi dello zoo di Berlino": una delle più grandi fissazioni della mia vita

"Noi, i ragazzi dello zoo di Berlino" è un libro del 1978, da cui è stato tratto l'omonimo film del 1981, nato a seguito di una serie di interviste fatte a Christiane F., una ragazzina ormai donna diventata famosa proprio perché eroinomane.
E voi direte "e sti cazzi?".
Io il libro l'ho letto a diciassette anni su consiglio di una mia compagna di classe.
Oggi che di anni ne ho trentadue, quel libro (si, sempre lo stesso) è conservato nella libreria verde pastello di casa mia. Lo rileggo in media un paio di volte l'anno, ormai lo conosco talmente tanto bene che salto qualche pagina perché tanto lo conosco a memoria.
Nella stessa libreria verde pastello è custodito il seguito di quel libro ovvero "La mia seconda vita" scritto sempre da Christian F. e da una giornalista. Questa seconda parte l'ho letta solo una volta, forse due, onestamente non me lo ricordo neanche.

Ero talmente tanto affascinata da questa storia che, quando feci la tesina per gli esami di maturità, la scelsi come argomento.
Praticamente tutta la tesina era incentrata sull'eroina e sul tema del suicidio che nel libro è un sacco ricorrente. Cose allegre insomma.
La professoressa di filosofia che mi chiede perché Nietzcshe si è suicidato resterà nella storia insieme a Christiane mi sa.
Mi ero fatta una cultura enorme sull'eroina pur non avendola neanche mai vista da vicino (e credo che non mi capiterà mai nella vita di vedere dell'eroina, ma sai mai).
Una mattina che la mia classe aveva deciso di non entrare a scuola, avevo portato i miei compagni a casa mia e ci eravamo visti il film che, ovviamente, avevo visto decine di volte.
Era così, per altro, che avevo conosciuto David Bowie.

Di questa storia ne parlavo con una mia amica, quasi per caso.
Christiane F. era talmente una fissazione che per anni -quasi dieci- avevo cercato qualcuno disposto a venire con me a Berlino per vedere i luoghi di Christiane. Non so se ci rendiamo conto dei livelli che aveva raggiunto questa "malattia", chiamiamola così.
Alla fine, a Berlino ci sono andata con il Marito che all'epoca dei fatti non era Marito, ma Fidanzato che ancora oggi mi ricorda che l'ho fatto quasi morire congelato, solo perché ho scelto un periodo dell'anno non esattamente consono al viaggio, ovvero fine Gennaio/inizio Febbraio.
Una mattina, stavamo facendo colazione in una caffetteria, lo Bild Zeitung poggiato sul bancone aveva in prima pagina un titolo abbastanza chiaro: "Brrrr-erlinen". E tutto ciò solo perché la notte la temperatura era scesa a -27°-
"Ma hai visto che titolo sul giornale?"
"Che giornale è?"
"Bild Zeitung"
"Ah, ma è il giornale che Christiane comprava per leggere notizie sui morti di overdose"
"Non c'è speranza".

Eravamo arrivati a Berlino, avevamo preso un autobus che ci portasse alla metro e io avevo subito letto i nomi delle fermate.
"Amore guarda Rudow, dove il padre di Christiane aveva una piccionaia"
"Oh guarda, Gropiusstadt, dove viveva Christiane. In due stanze e mezza"
Che poi io, cosa si intendesse con mezza stanza non l'ho mica mai capito, eh.
"Amore, quello che resta del muro è a Kreuzberg, Christiane ci ha abitato, sai?"
Che poi io, da brava italiana che non ha mai studiato il tedesco e non ne conosce una parola, a diciassette anni leggevo i nomi dei quartieri esattamente come erano scritti.
"Ah ma il nostro hotel è sul Kurfürstendamm, sai si abbrevia Ku'damm"
"Ma che ne sai?"
"Eh, perché c'era il Sound, la discoteca dove andava Christiane"
"Ah".
"L'Europa Center, qui Christiane e i suoi amici avevano scassinato una macchinetta piena di soldi"
"I grandi magazzini KaDeWe, entriamo a riparaci dal freddo e diamo un'occhiata"
"Qui almeno Christiane non ci veniva mi sa"
"In realtà con le sue amiche rubavano le borse delle signore nei bagni di questo centro commerciale"
"Ah".

Non perdo tempo a raccontare quello che mi è uscito di bocca -no, non nel senso che ho detto cose volgari- quando siamo arrivati alla stazione Zoo della metropolitana di Berlino, dove Christiane -per la cronaca- si prostituiva insieme al suo ragazzo e agli amici.


Dopo quel viaggio, la fissazione mi era praticamente passata, non so perché.
Mia madre ancora oggi, ogni tanto, me lo rinfaccia di quanto l'ho fatta impazzire con Christiane.
Dopo aver letto il secondo libro, ho praticamente smesso di parlarne in modo ossessivo compulsivo con somma gioia di tutti. Nel frattempo, il glorioso pc fisso che era ancora a casa dei miei genitori e dov'era custodita la copia della famosa tesina ha smesso di vivere, ne dovrebbe esistere una copia cartacea custodita in una cartellina verde (bosco, non pastello come la libreria), ma non so che fine abbia fatto. E mia madre, ammesso che lo sappia, si guarda bene dal dirmelo.

Berlino comunque mi era piaciuta tantissimo, al Marito un po' meno, non so perché neanche in questo caso, ma giuro che avevamo visto un sacco di cose e ci eravamo lasciati andare a riflessioni molto profonde, inevitabili quando ti trovi davanti a quello che resta del muro di Berlino.
Ho passato parecchio tempo al freddo a fare da una parte all'altra: un attimo ero a Berlino ovest e l'attimo dopo a Berlino est, pensando che in realtà quell'andare avanti e indietro era una cosa che in passato qualcuno non aveva potuto fare liberamente.
A Berlino avevo mangiato della cioccolata fantastica alla cioccolateria Fassbender, avevo passeggiato per Kreuzberg, avevo sorseggiato caffè americano insapore. 
Mi era piaciuta tantissimo Berlino. Nonostante il freddo e nonostante Christiane.

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sabato 3 febbraio 2018

Ho frequentato il Dams (e non me ne sono pentita)

Ho frequentato il Dams, per cinque lunghi anni.
Tre anni di triennale in scienze e tecnologie dell'arte, dello spettacolo e della moda e due anni di specialistica in cinema, televisione e produzione multimediale.
All'ultimo anno di università ci sono arrivata non potendone più, per anni ho consigliato alle mie amiche di evitare come la peste la specialistica. Ero stanca, stanchissima, per cinque anni non ho fatto altro che studiare, studiare e ancora studiare.
Alla faccia di chi ha sempre pensato che al Dams si guardano film e si fumano le canne.
Cioè, si guardano i film e potenzialmente si fumano anche le canne, ma non solo quello.
Si studia anche e si imparano delle cose.
Non mi sono comunque pentita della mia scelta, semmai ho sempre pensato che forse tornando indietro l'università non l'avrei proprio fatta perché non reggevo la tensione, perché studiavo troppo, perché tanto avrei fatto lo stesso percorso lavorativo pure senza università.
Ad oggi, non sono più tanto sicura sia così, ma ci ho messo otto anni per arrivare a questa conclusione.

Comunque, partiamo dall'inizio.
Non ricordo perché ho scelto il Dams, proprio non ne ho idea.
Probabilmente mia madre se lo ricorda, ma non ho il coraggio di chiederglielo.
So solo che ho pagato il bollettino per fare il test di ammissione (si, ai miei tempi era a numero chiuso, adesso non saprei) e ho sperato di passarlo senza studiare. Di fatto, quel test non l'ho mai fatto visto che per 300 posti a disposizione c'erano soltanto 280 iscritti al test. Tutti ammessi, insomma.
A quel punto, dovevo scegliere il curriculum: arte, moda o spettacolo.
In tutti i Dams d'Italia esiste il curriculum musica, a Palermo no. Il corso di laurea in musica era a parte.
Alla fine, avevo scelto spettacolo perché ero abbastanza certa che sarei diventata una critica cinematografica di fama mondiale che si sa, a me piace volare basso.
Di fatto ho sostenuto quattro o cinque esami attinenti o quasi attinenti a quella scelta: storia e critica del cinema, storia del teatro, drammaturgia, storia del costume e storia e tecnica della fotografia.
Un esame che ricordo con immenso affetto è stato quello di elaborazioni di immagini e suoni, riconoscimento e visioni artificiali, tant'è che ci ho fatto anche la tesi (qui per saperne di più).
Tutto il resto era roba che mi ha fatto vedere i sorci verdi: ho ancora gli incubi se penso agli esami di psicologia delle arti, estetica, antropologia culturale e via dicendo. Bellissime materie, eh, ma per quasi tre anni io sono stata sempre chiusa in casa a studiare. Quando non studiavo, andavo a lavorare.
Dell'ultimo esame in particolare ho un ricordo drammatico (qui per saperne di più), per anni ho sognato la professoressa svegliandomi di soprassalto.
Bella vita, bellissima.
Ho imparato un sacco di cose. Cultura generale la chiamano.
Delle cose che ho imparato ho dimenticato quasi tutto, ma tant'è.


La triennale quindi non si può dire che mi sia servita, però senza triennale non avrei potuto fare la specialistica. E la specialistica in cinema è uno dei ricordi più belli della mia vita.
Sarà che ho studiato a Bologna, che è la patria del Dams e degli studenti (qui per saperne di più), chi lo sa.
Il Dams a Bologna è una cosa seria, la specialistica in cinema lo è ancora di più.
Tutti grandi amanti del cinema, tutti grandi conoscitori di film che molti probabilmente non hanno mai sentito nominare. Io ricordo benissimo il giorno in cui ci venne prospettato di vedere, a lezione, Nosferatu di Murnau e si alzò un coro di disapprovazione perché tutti lo avevamo visto almeno cinque volte a testa.
Quando frequentavo il Dams a Bologna andavo al cinema quasi tutte le sere, frequentavo la Cineteca e avevo un sacco di amici e conoscenti che lavoravano nel cinema indipendente, cosa che ai tempi mi sembrava molto figa.
Studiavo cinema e come fare cinema. Era bello.
Erano gli anni in cui al Dams di Bologna si associava ancora Andrea Pazienza, non so se sia ancora così.
Guardavo decine e decine di film per poter sostenere un esame, parlavo di cinema, amavo il cinema.
Ho sostenuto esami studiando poco e facendo tanto: ho scritto la sceneggiatura di una serie televisiva, ho creato una campagna di marketing di quella sceneggiatura, ho realizzato un videoclip musicale e un documentario su Bologna facendo le riprese in piena notte con un freddo pazzesco.
Ho presentato il progetto di un festival cinematografico e sono stata mandata a lavorare alla Mostra del Cinema di Venezia, una delle cose più belle che abbia mai fatto in vita mia.
Ho lavorato alla biblioteca del dipartimento di spettacolo, ho frequentato lezioni di cui non capivo un tubo, ma che amavo comunque profondamente.
Ho lavorato anche sui set cinematografici.
Ho respirato aria di cinema e ho vissuto tante, troppe cose belle.
Ho vissuto a pieno il clima universitario, ho scritto una tesi che non stava né in cielo né in terra che avevo chiamato God Save the Drag Queen, in principio era un lui.
Quando mi hanno chiesto perché avevo dato proprio questo nome alla tesi avevo risposto "perché se ce la fa Dio ce la facciamo tutti", roba che ancora oggi mi chiedo cosa cavolo significasse quella frase.
Il Dams a Bologna mi ha reso felice, mi ha insegnato tante cose di cui ancora oggi faccio tesoro, mi ha fatto amare il cinema e successivamente me lo ha fatto odiare.

Il Dams, quindi, serve a qualcosa o è completamente inutile? Si studia? Non si studia?
Alla triennale io ho studiato tantissimo, alla specialistica meno, ma ho avuto in cambio tantissimo.
Non mi sono pentita della scelta che ho fatto. Sono passati otto anni dalla laurea specialistica e posso dire di aver fatto la scelta giusta per me.
Se serve non lo so, posso dirvi però che io ho una laurea specialistica in cinema, televisione e produzione multimediale e lavoro nel settore televisivo da anni ormai. 
E, con mio sommo rammarico, mi chiamano anche dottoressa.

Se volete sapete cosa fare per lavorare in televisione, qui vi racconto come ho fatto io.
Se volete sapere, invece, se mi piace lavorare in televisione la risposta è si, è un lavoro che sembra mi sia stato cucito addosso.
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mercoledì 17 gennaio 2018

Perché la mamma è sempre la mamma

La mamma è sempre la mamma diceva qualcuno, non so chi.
Anche il papà, eh, ma la mamma ha quel qualcosa in più, non saprei neanche come spiegarlo.

Mia madre è una generalessa. É cattivissima, severissima ed è anche pesante da sopportare, eh.
Io ho frequentato il liceo dove insegnava mia mamma, mai scelta fu più sbagliata perché se solo avessi scelto una qualsiasi altra scuola sarei andata avanti senza subire le cose peggiori.
Praticamente per non fare pensare a nessuno che io venissi trattata meglio degli altri, ero trattata peggio. Il ragionamento non fa una piega, insomma.
La mia fortuna è stata solo una: studiavo e tanto anche, andavo bene in tutte le materie, tranne matematica (dove comunque avevo un sei perché facevo pena alla professoressa) e buonanotte al secchio.
In ogni caso, io mi sono beccata due sospensioni a scuola, una di tre giorni e una di cinque, tanto che ancora adesso mia madre si chiede se io non avessi ammazzato il preside.
La risposta comunque è no, non l'avevo ammazzato, il motivo era un altro (qui per saperne di più) però ecco lui non andava molto d'accordo con la mia amata madre, diciamo così.
Ho accettato, sopportato e odiato profondamente la scuola.
Tutta sta pappardella per dire che mia madre mi controllava a vista, a me non era concesso neanche un ritardo di cinque minuti (si, andavo a scuola per i fatti miei), non mi era concesso di prendere un cinque e non mi erano concesse neanche un sacco di altre cose.
Io, ad esempio, non potevo dormire dalle amiche. A diciassette anni, eh, non a dodici.
Il motorino me lo ha comprato mio padre, quel sant'uomo, di nascosto da mia madre (che ovviamente lo ha scoperto subito e che ha anche pagato il primo pieno di benzina), ma in ogni caso entro una certa ora -prima di cena ovviamente- io dovevo tornare a casa, sia mai che al calar del buio fossi fuori casa su due ruote.

Fatta questa doverosa premessa, immagino sia chiaro che mia madre non è stata una madre troppo permissiva, che mi ha viziata, che mi ha messo su un piedistallo e via dicendo.
Io da ragazzina dubitavo persino che mi volesse bene, eh. Ero abbastanza convinta che le stessi antipatica, cosa per altro plausibile visto che simpatica non lo sono mai stata.
Mia madre, in realtà, mi ama profondamente. E io amo lei, è una figura importantissima, forse la più importante, io non potrei vivere senza mia madre.
La mamma è sempre la mamma, ve l'ho detto.


Io ho più di trent'anni, sono donna e moglie, lavoro, ho una casa e un sacco di responsabilità, ma sono anche figlia. Una figlia che ama profondamente i suoi genitori, anche se non lo dice poi così spesso.Una figlia che ha bisogna della sua mamma. E anche del suo papà, eh.
Mia madre risponde al telefono H24, anche a notte fonda, che siano telefonate o messaggi.
A mia madre devo la forza e il coraggio che mi trasmette e devo la tranquillità con cui reagisce alle foto che le mando dal pronto soccorso in piena notte.
Lei ci prova a stare calma per me. E per mio padre.
Mia madre è quella che, quando mi hanno ricoverato per l'appendicite a Bologna, ha preso un treno di corsa, ha viaggiato tutta la notte e la mattina dopo era lì con me a tenermi la mano (e le flebo).
Mia madre è la persona che ho chiamato, pregandola e supplicandola di venire (insieme a mio padre, eh) a Roma e passare con me quello che credevo sarebbe stato il mio ultimo Natale (qui per saperne di più).
Mia madre mi compra ancora i vestiti, visto che io non sono in grado, né tanto meno ho voglia, di farlo (qui per saperne di più).
Mia madre mi fa i bonifici con causale contributo mamma a caso. Perché così non spendo i miei soldi oppure perché così mi compro un cappotto decente, basta che non sia corto.
Mia madre mi ordina su Aliexpress i vestiti anni '50.
Mia madre ha sempre la parola giusta, non si stanca mai, non sta mai male (e anche se sta male, fa finta di niente), mette me prima di qualsiasi altra cosa.
Mia madre mi rimprovera, mi chiede dove vado e a che ora torno (quello però è più mio padre, ad onor del vero), mi dice di mangiare.
Mia madre non mangia la Nutella da quasi vent'anni (qui per saperne di più).
Mia madre non ha ancora capito che lavoro faccio esattamente, ma è comunque molto orgogliosa di me.
Mia madre coccola me e anche il Marito. E io le dico sempre che sono io la figlia, deve dedicarsi a me e solo a me, mica al Marito. E lei gli dice che non deve darmi retta.
Mia madre e il Marito si coalizzano contro di me, lo hanno fatto anche due sere fa, io ovviamente li ho mandati a quel paese entrambi, ma so che come mi amano loro non mi ama nessuno.
Mia madre è la madre che un giorno vorrei essere se mai farò un figlio. Perché la mamma è sempre la mamma, ve l'ho detto.


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venerdì 15 dicembre 2017

Quando mi sono fratturata l'osso sacro mentre studiavo per il mio ultimo esame universitario

Anni fa, tanti anni fa, troppi anni fa, ero una studentessa universitaria.
Ho frequentato all'università Palermo il corso di laurea in Scienze e Tecnologie dell'Arte, dello Spettacolo e della Moda ovvero il Dams solo che continuare a chiamarlo Dams sapeva di punkabbestia sballato con il cane feroce e quindi hanno trovato un nome altisonante che solo per pronunciarlo tutto ci voleva mezzora.
Insomma, ero una studentessa universitaria. Lavoravo anche a dire il vero, ma la mia missione principale era studiare. E lo facevo anche con serietà.
Contrariamente a quello che molti pensano, io -e non solo io- mi sono ammazzata di studio per (quasi) tre lunghissimi anni.
Ho frequentato poche lezioni, praticamente solo i laboratori per cui era obbligatorio esserci e poco altro, ma studiavo. Tanto, tantissimo.
E sono sempre stata perfettamente in regola con gli esami.
Cioè non sempre in realtà: l'esame di psicologia delle arti, materia del primo anno, me lo sono portata dietro fino al secondo anno, quando, dopo mesi in cui avevo studiato tantissimo senza capire assolutamente niente, supplicai di scrivermi quel benedetto 23 -che secondo la professoressa non era abbastanza- sul libretto.
Il voto più basso della mia intera carriera universitaria, nonché quello di cui vado più fiera.
Ho festeggiato per una settimana, giusto per farvi capire il livello di degrado mentale dopo aver studiato quella roba per otto lunghissimi mesi senza riuscire a capire nulla.

Insomma, io avevo un metodo preciso per dare gli esami: una volta che uscivano le date dell'appello successivo, cercavo di incastrare almeno due esami a sessione lasciando un margine di almeno due settimane tra un esame e l'altro.
La sessione di Giugno/Luglio era quella in cui cercavo sempre di dare tre esami, ma anche lì: dovevano esserci almeno due settimane tra un esame e l'altro perché va bene studiare durante tutto l'anno, ma avevo bisogno di rivedere tutto e di ripetere perché io -cosa di cui adesso mi pento e mi dolgo perché ho rischiato l'esaurimento nervoso- se non sapevo tutto, compreso il numero esatto dei peli del sedere dell'autore del libro, a fare l'esame non ci andavo.
Una pazza, insomma.

Il mio terzo anno di università -parliamo della triennale- era quello più semplice, avevo solo sei materie e pensavo di gestirmela in modo semplice.
Ovviamente sbagliavo perché, quando era uscito il calendario delle lezioni, avevo scoperto che solo una di queste materie era prevista durante il primo semestre.
Tutte le altre erano materie del secondo semestre che mi sarei dovuta gestire tra la sessione di Giugno/Luglio e quella di Settembre perché io a Dicembre mi sarei dovuta laureare. Tesi già chiesta mesi prima, bibliografia già pronta, filmografia pure (ho fatto il Dams, curriculum spettacolo, non dimenticatelo), bisognava scriverla sta benedetta tesi  e finire gli esami.

E qui arriva il bello: io dovevo dare tre esami di arte scegliendo da un gruppo di sei.
Il mio curriculum era spettacolo, ma io avevo scelto le tre storie dell'arte: contemporanea, moderna e medievale che io di studiare oreficeria o quella roba lì non avevo voglia. E poi, secondo me la me ventenne, così era più sensato.
Storia dell'arte contemporanea l'avevo inserita al secondo anno, le altre due al terzo.
Storia dell'arte moderna era la famosa unica materia del primo semestre del terzo anno.
Storia dell'arte medievale era una materia del secondo semestre del terzo anno.

Quando uscì il calendario degli esami di Giugno/Luglio del mio terzo anno avevo diviso in questo modo: tre adesso e due a Settembre.
Storia dell'arte medievale era finita a Settembre per poi in realtà essere piazzata il 4 Ottobre visto che quella era la data del secondo appello. Al primo appello ne avevo un'altra da dare, mi ricordo bene anche qual era (che a ripensarci adesso, con il lavoro che faccio, era forse la più utile) e l'inversione dei due esami sarebbe stata scomoda perché non c'erano le due settimane canoniche nel mezzo.
Si lo so, sembrano discorsi di una squilibrata, me ne rendo conto, ma io sono così: estremamente precisa. E a quei tempi, era pure peggio. Crescendo sono migliorata molto.

Il caso ha però disgraziatamente voluto che, nel periodo tra i due esami, succedesse una di quelle cose che non possono essere vere che da sempre caratterizzano la mia vita.
Era domenica mattina presto e suonavano al campanello, io stavo studiando in camera mia, ma mia mamma non aveva sentito, quindi -piccolo genio che non sono altro- mi ero fatta una corsa pazzesca per andare ad aprire. A piedi scalzi, che io sto sempre a piedi scalzi, anche a Gennaio.
Il pavimento era bagnato, ma non c'era nessun cartello che avvisava del pericolo (avete presente i cartelli gialli dei bagni pubblici?) e io ero atterrata, con tutta la mia maestria, di culo.
Frattura dell'osso sacro. No, non scherzo. È tutto vero. Dopo due anni mi sono anche dovuta operare a causa di questa frattura, ma quella è un'altra storia.
Io comunque ci scommetto che tutti voi siete atterrati di culo almeno una volta nella vita e non vi siete fratturati l'osso sacro, ma io sono un caso a parte.

Pronto soccorso, pianti, urla.
"Signora, sua figlia deve sedersi sulla ciambella medica" dissero.
E mia madre -o forse ci era andato mio padre, non ricordo- giustamente  andò a comprare la santa ciambella medica che però non era disponibile, bisognava ordinarla, aspettare e nel frattempo io non potevo mica stare in piedi.
E li arrivo l'ideona: quando vivi in un posto di mare, che ci vuole a trovare una ciambella salvagente per bambini?
Peccato che era fine stagione, quindi l'unica ciambella salvagente disponibile fosse dei Gormiti (che fino a quel momento non sapevo manco chi fossero).
Ho poggiato il mio nobile culo su una ciambella dei Gormiti per quasi un mese, rovinando per altro il 25esimo anniversario di nozze dei miei genitori che non potevano certo organizzare grandi festeggiamenti con una figlia cretina che scivola sul pavimento bagnato e si frattura l'osso sacro, quindi alla fine avevamo festeggiato con me seduta sul trono blu e rosso con questi mostri stampati sopra (si, sempre i Gormiti) e loro a ridere della situazione assurda. Giustamente oserei dire.

Seduta sulla ciambella, io studiavo per il mio ultimo esame che era appunto storia dell'arte medievale.
Considerate che non sono mai stata bocciata ad un esame, eh.
Consideratelo che è un dettaglio importante, non sto facendo la sborona.

Avevo chiamato la segreteria qualche giorno prima spiegando che ero scivolata, l'osso sacro, la ciambella dei Gormiti e avevo chiesto di poter fare l'esame per prima.
"Mai sfidare la sorte" mi ero ripetuta in quei tre anni.
"Mai chiedere di passare prima ad un esame che porta male" avevo sempre aggiunto, tanto che ci facevo le notti all'università visto che interrogavano in ordine alfabetico e il mio cognome inizia con la S, ma tant'è.

Il 4 Ottobre, accompagnata da mio padre (che casualità mi aveva accompagnata anche a fare il primo esame, cosa che non era mai più successa), accompagnata da un cuscino enorme a forma di mucca (le collezioni da quando avevo 14 anni), mi ero seduta non senza fatica e avevo iniziato il mio esame.
"Posso avere il libretto?"
"Si, eccolo"
"Ma è l'ultimo esame?"
"Si"
"E come mai ha dato prima contemporanea e moderna lasciando per ultima medievale?"
"È stato un caso" e parte il pippone con la spiegazione del mio sistema di organizzazione esami, le due settimane almeno tra uno e l'altro, bla bla bla.
"Capisco, comunque torni la prossima volta"
"Eh?"
"Si, perché bla bla bla".

La prossima volta non c'era.
Dovevo finire gli esami entro il 12 Novembre, data ultima anche per la consegna della tesi, ma non c'erano più appelli prima di Dicembre perché per quell'anno non avevano previsto appelli straordinari per laureandi.
Io avevo già pagato la prima rata della specialistica, mi ero iscritta sotto condizione (quella di laurearmi) e dovevo laurearmi.
Avevo pianto tutte le mie lacrime, mio padre ha probabilmente rischiato l'infarto, mia madre non ci credeva.

Quando mi sono ripresa dalla disperazione, insieme ad altri compagni di università, avevamo sfrantato le palle ogni giorno in facoltà finché non avevano inserito l'appello straordinario.
Mi sarei presa la materia anche con 18.
Avevo studiato di nuovo, avevo finito la tesi, mancava l'impaginazione e il cortometraggio e avevo l'ansia.
Ai tempi, se durante il percorso universitario avevi preso almeno quattro lodi ti riconoscevano un punto in più per il voto finale di laurea. Io ovviamente ne avevo tre.

Mi aveva interrogato l'assistente, davanti alla professoressa.
"Signorina, lei che curriculum è?"
"Spettacolo"
"Che strano, non ho mai visto qualcuno che non è del curriculum arte esaminare le immagini così bene".
"Grazie"
"Per me è un 30 e lode, ma deve valutare la professoressa".
Lei prese il libretto e scrisse il trenta e lode.

Ed è così che, tra un osso sacro fratturato, una ciambella dei Gormiti e una croce lignea di Giotto, ho concluso in modo folle i miei esami.

Sotto l'albero di Natale quell'anno ho messo la laurea triennale, dopo per altro essermi fatta anche due settimane di ricovero causa appendicite, non senza la sofferenza di ritrovarmi la professoressa di storia dell'arte medievale in commissione di laurea. E mi fece anche una domanda.



Vi siete mai chiesto come nasce un post?
Ieri sera ero a cena con la mia amica Giorgia e, davanti ad una quantità di sashimi che sarebbe bastata per sfamare l'intera popolazione dell'India, lei mi ha raccontato del suo esame di analisi matematica. E io le ho raccontato questa storia.
Alla fine, ci siamo dette che avremmo raccontato ciascuna il suo episodio nei rispettivi blog (qui trovate il suo) e quindi, eccomi qua.
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sabato 1 aprile 2017

Di quando ho copiato un tema e mi è andata male

Quando andavo a scuola, al liceo per essere precisi, producevo temi bellissimi.
Quando la prof. d'italiano, che mi ha accompagnato dal primo all'ultimo anno, riportava i compiti corretti era sempre una gioia: non c'era praticamente mai un segno rosso e di solito prendevo 8.
Solo una volta, decisi di copiare pensando: "Se da sola riesco a prendere 8, copiando prendo 10".
Era un'analisi del testo, l'autore era Giovanni Pascoli, credo che non lo dimenticherò mai, e presi 5.
Non so se la prof. si accorse che avevo copiato dal libro e decise di punirmi in questo modo, se avevo copiato male o se il libro era più scarso di me a scrivere. Non l'ho mai saputo e mai lo saprò, ma credo di avere imparato la lezione, visto che me ne ricordo ancora.
Il giorno del tema dell'esame di maturità ero abbastanza tranquilla, scelsi un saggio breve sul tempo, presi 10/15 che, da quanto mi dissero, corrispondeva ad un 6. Ci rimasi malissimo, ma proprio tanto male.
Ho sempre pensato, nonostante siano passati 13 anni, che anche se quel tema non era uno dei miei migliori, poteva sforzarsi di darmi qualcosa in più memore dei miei temi senza un segno rosso, prodotti in cinque lunghi anni di scuola. Evidentemente lei, la prof., non la pensava così e questo è rimasto a lungo uno dei grandi crucci del mio percorso scolastico.
A lungo ho detto, in quei cinque anni, che prima o poi avrei scritto un libro, lo volevo chiamare La Plebe e parlare di un mondo immaginario di cui tutti erano a conoscenza nella mia classe e tra i miei amici che si chiamava Mondo Omino. Non ho mai scritto nessun libro e forse non mi sembra più una buona idea quella di Mondo Omino, nonostante ai tempi mi piacesse davvero tanto. Chissà perché poi.
Insomma, mi è sempre piaciuto scrivere, ma proprio tanto, volevo fare della scrittura una lavoro, ho sempre detto che avrei fatto la giornalista (qui e qui per saperne di più), difatti la vita mi ha riservato un lavoro tecnico e ho imparato a provare odio profondo per i giornalisti. Non tutti, ma in anni di televisione, ne ho viste di cotte e di crude ed ecco, non so se in fondo mi sarebbe piaciuto essere davvero una giornalista.
Mia madre sostiene che questa voglia di scrivere l'ho presa da mio zio, suo fratello. E mi piace pensare che sia davvero così perché lo amavo profondamente, come un secondo papà.
Alla fine ho aperto un blog che mi regala qualche soddisfazione, poca roba, ma io sono contenta così.
E insomma, la mia vita è andata diversamente da come l'avevo immaginata durante l'adolescenza, ma non tornerei indietro. Probabilmente è stata tutta colpa di Pascoli, non saprei.


L'altro ieri ho scritto un post che è diventato virale, almeno nell'ambiente per il quale è stato scritto, e qualcuno ha pensato l'avesse scritto qualcun altro, quindi questo qualcun altro si è preso i complimenti al posto mio.
Che poi io dei complimenti non me ne faccio nulla, eh, anche se un pochino ci sono rimasta male. 
Forse ci sarebbe rimasto male anche l'autore del libro di letteratura italiana da cui avevo copiato quella benedetta analisi del testo, tale Guido Baldi. Chi lo sa.
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lunedì 12 dicembre 2016

Nulla è possibile finchè non viene fatto

Il 12 Dicembre 2007, il professor Tomasino mi proclamava Dottore in Scienze e Tecnologie dell'Arte, dello Spettacolo e della Moda con voti 110 su 110 e la lode.
In quel preciso momento, sentendo quella frase, sono scoppiata a piangere. Ho abbracciato il mio relatore che, quando dovette presentare me e la mia tesi, aveva detto: "Gilda si è immedesimata in questo lavoro, ha vissuto mangiando carote per sentirsi più vicina a Bugs Bunny".
Quarantacinque minuti di discussione. 
L'attesa di quella discussione era stata tremenda, seduta in un'aula magna stracolma di gente. Tremavo, avevo paura.
Ho pensato di tirarmi indietro, mi ero svegliata alle 10 e avevo fissato il vuoto per ore. Avevo un tailleur nero, l'unico tailleur che io abbia mai avuto, una camicia verde smeraldo, una collana così bella che stento a credere che sia davvero mia. Sono ancora dentro l'armadio questi vestiti, anche se non li metto più. Stanno lì a ricordarmi di quando ero magra perché mangiavo carote per immedesimarmi in un coniglio antipatico.
Io e Bugs Bunny avevamo sofferto insieme, passato notti intere faccia a faccia dicendoci che nulla è possibile finchè non viene fatto. Noi ce l'avevamo fatta. Io con la voce tremante e lui con quella sua faccia da cazzo. Che vi pare che non lo so che è odioso?
Era stato proiettato un video, ero stata la regista di Bugs e del mio giorno, avevo creduto in quel coniglio antipatico e lui aveva creduto in me. Era scoppiata a ridere la gente, il video era stato montato ad arte. Mi avevano detto che lo avrebbero tagliato perché c'era poco tempo e invece era stato proiettato tutto.
C'era stato un applauso, un lungo applauso. Non perché io fossi un genio credo, ma perché non è da tutti presentarsi di fronte ad un commissione e mettersi a parlare di un coniglio per quarantacinque minuti, senza mai prendere fiato. Non ci credeva nessuno che avrei trovato il coraggio di parlare davvero di un coniglio, pensavano che scherzassi.
Sono sempre stata orgogliosa di quel lavoro, è la cosa più mia che esista. 
Alla fine, avevo tagliato il traguardo, avevo la casa invasa dai fiori, mio padre aveva pianto.

Il 12 Dicembre 2016, in una calda mattinata invernale, ho discusso per quarantacinque minuti di broadcasting. L'ho fatto in videoconferenza. In inglese.
Io che odio l'inglese, che tremo al solo pensiero di spiccicare due parole. Io che ho paura di non capire e di non essere capita.
Ho studiato per giorni, ho ripassato l'inglese, ho parlato con lo specchio, con il cane, con il muro e con la porta di casa di broadcasting. In inglese.
Ho esordito dicendo che il mio inglese fa schifo, di essere comprensivi, ma che volevo fare questa cosa, la desideravo.
Ho pensato di tirarmi indietro, mi sono svegliata alle sette, ho portato fuori il cane, io che fino a due giorni fa potevo stare solo sul letto o sul divano. "Cammina piano, Fuffi che mamma non ce la fa".
Ho iniziato a tremare: mi tremava la voce, la gambe, le braccia. "Non ce la faccio" ho pensato.
Mi è venuta la cacarella e non in senso letterale.
Si è bloccato il pc, era sparita la connessione, io ho cominciato a dare di matto.
Poi ho digitato un messaggio che diceva: "I am ready. Let me know when you are ready".
Non è vero, non sono pronta manco per niente.
"I am ready" mi hanno risposto dall'altra parte.
E sono partita. Quarantacinque minuti, come nove anni fa, non un minuto di meno, non uno di più.
A parlare di broadcasting. In inglese.
A rispondere alla domande, a cercare di essere chiara, comprensibile.
Non c'è stato un applauso, ma dei complimenti. Non lo so se erano complimenti sinceri, ma voglio credere di si.
Stavolta ci credevano tutti che ne sarei stata capace, ma non ci credevo io. E sbagliavo. Sbaglio spesso, sono una che fa un sacco di errori.
Non so ancora se ho tagliato il traguardo, non ho la casa invasa di fiori, ma mio padre mi ha detto che sono stata brava.

Stamattina ho preso Bugs, gli ho scattato una foto e gli ho detto che non c'è mai stato un giorno in cui non ho pensato che quello che sono oggi lo devo anche a lui.
Si è chiuso un cerchio. Il 12 Dicembre 2007 iniziavo la lunga strada verso quel mondo che sento mio, quella della televisione, solo che ancora non lo sapevo.
Il 12 Dicembre 2016 sono stata in grado di parlare in una lingua non mia di quel mondo. E Bugs era accanto a me.
Perchè nulla è possibile finchè non viene fatto.


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lunedì 17 ottobre 2016

La guerra dei licei

Io ho frequentato il liceo linguistico.
Sono una brutta persona e ho scelto questa scuola perché era davanti casa e perché si facevano i viaggi all'estero. Ah, anche perché la ricreazione durava mezzora abbondante e si poteva uscire.
In un primo momento, ero orientata per il liceo classico, non perché credessi nell'utilità del greco e del latino, ma perché il liceo classico più vicino a casa mia, il Meli, era rosa.


Solo che si entrava alle 8 ed era almeno un km più in là rispetto al linguistico, serviva prendere l'autobus e io ero già stanca solo all'idea.
Quindi alla fine, l'entrata alle 8.30 (con seconda campana alle 8.35, mica pizza e fichi) e gli 800 metri scarsi che separavano casa mia dal portone d'ingresso della scuola hanno vinto sul rosa.


A tredici anni ero davvero una ragazzina assennata, adesso non lo so mica se riuscirei a rinunciare facilmente al rosa. 
E comunque, a metà del primo anno, hanno deciso di chiudere i cancelli durante la ricreazione e non farci più uscire. Almeno nella scuola rosa avevano il bar interno, noi manco quello: veniva un panellaro -lo zio Umberto- e una macchina del tizio del panificio con la rosticceria dentro, roba da ufficio d'igiene.
C'è stato un altro momento, quello in cui volevo frequentare il liceo artistico perché volevo dare sfogo alla mia creatività, ma poi mi è tornato in mente che la professoressa di educazione tecnica diceva sempre che tenevo la matita come fosse una zappa. In effetti, quando disegnavo, lasciavo il solco sul foglio.
E comunque il liceo artistico era dall'altra parte della città.
Il liceo scientifico non l'ho preso manco in considerazione, la matematica è un crimine contro l'umanità e comunque io ero scarsa, ma proprio tanto scarsa. 
Comunque, ho studiato il latino, ma non il greco, e mi piaceva da impazzire.
A dire il vero ho studiato anche la matematica, ma avevo una prof. che riconoscendo la nostra inettitudine aveva stabilito che non ci avrebbe mai fatto fare un compito scritto. Si limitava ad interrogarci e a prendere quel poco di buono che ognuno di noi avesse da offrirle. Nel mio caso, non c'è manco quel poco, il mio encefalogramma è sempre stato piatto quando si parla di numeri.
Durante il compito in classe, eravamo molto furbi: ci dividevamo la versione in quattro parti, un pezzo per uno e ognuno poi passava il pezzo che aveva tradotto. Essendo tutti e quattro i complici di questa malefatta piuttosto bravini, arrivavano voti alti ed eravamo tutti felici.
Quando ho saputo della morte della prof. di latino mi sono sentita una merda per quella truffa attuata anni prima. E comunque, c'era chi faceva di peggio e la versione se la faceva fare dalla zia tramite cellulare.
Di certo non si può dire che non eravamo ingegnosi.
Il latino l'abbiamo mollato alla fine del biennio, sostituendolo con la filosofia.

La costante della mia vita, al liceo, è sempre stata lo studio dell'inglese e del francese.
Come terza lingua scelsi il diritto che mi direte voi non è una lingua straniera, infatti i sensi di colpa furono tali che al terzo e quarto anno mi accollai di uscire da sola alle quattro di pomeriggio per studiare anche lo spagnolo del quale, per la cronaca, non ricordo una sola parola.
Però conosco a menadito il diritto di famiglia di quindici anni fa che nel frattempo è pure cambiato. 
Comunque dicevamo dello studio dell'inglese e del francese.
Al biennio si faceva essenzialmente grammatica, a distanza di anni conosco le regole grammaticali come l'Ave Maria (questo è un modo di dire, ma io in realtà l'Ave Maria non me lo ricordo) e sono ancora in grado di ripetere a menadito i paradigmi dei verbi irregolari.
Dal terzo anno, si iniziava con lo studio della letteratura, rigorosamente in lingua. La mia prof.d'inglese del triennio era talmente simpatica che se osavi pronunciare una parola in italiano ti faceva pagare una multa e ti spediva fuori dalla classe.
In ogni caso, per tutti e cinque gli anni, era prevista la presenza di una conversatrice (o conversatore, ma le mie erano tutte donne) madrelingua ed effettivamente era una cosa molto utile.
Per perfezionare l'uso della lingua straniera, facevamo un sacco di viaggi d'istruzione tutti rigorosamente all'estero e c'erano i gemellaggi: in casa mia sono passati una biondissima svedese e un brufolosissimo greco che chiaramente non parlavano una parola d'italiano. O parlavi in inglese o questi non capivano. Giustamente, eh.
Mia nonna comunque al greco parlava in italiano e lui le rispondeva in greco. E si capivano, eh. 
Alla seconda prova dell'esame di maturità potevamo scegliere se fare il tema in inglese o in francese, io scelsi inglese e presi 15/15. Il francese me lo ritrovai alla terza prova.
Una volta diplomata, scelsi l'utilissimo corso di laurea in Scienze e Tecnologie dello Spettacolo che ancora adesso mi chiedo cosa mi diceva la testa. 
In ogni caso, nella scelta del corso di laurea, la distanza da casa non poteva influire perché la città delle scienze, come la chiamavano, era lontanissima da casa e quella c'era, non avevo alternativa.
Il primo anno mi toccò sostenere l'esame di lingua e traduzione inglese da nove crediti, io estremamente paracula come sempre andai alla prima lezione e quando la prof. cominciò a spiegare l'uso dell'articolo determinativo e indeterminativo decisi che col cavolo sarei andata ancora a lezione.
Il giorno prima dell'esame presi il libro di testo -tutta grammatica- e per passare il tempo feci gli esercizi. 
All'esame presi 28 completando cinque esercizi che comprendevano più o meno i primi tre giorni del programma del liceo linguistico (primo anno, eh) e poi passai all'orale. Dovevo parlare di me stessa, qualcosa tipo: "My name is Gilda and I'm 19 years old". Roba di alto livello, insomma.
L'anno dopo mi toccò sostenere l'esame di letteratura inglese che praticamente era tutto su William del mio cuore. Studiai qualcosa, andai all'esame, raccontai al professore tutto quello che mi ricordavo del liceo e presi 30.
L'assistente era incantata dal fatto che sapessi parlare di Shakespeare in inglese, io in realtà ai tempi avevo buona memoria e praticamente recitai i riassunti del mio quaderno del terzo anno di liceo.
Rimasi comunque profondamente offesa dal fatto che non mi mise la lode.
Poi alla fine della fiera, ho iniziato a lavorare e non mi è servito né l'inglese né il francese, né tanto meno il greco e il latino, quindi con buona pace di tutti fate un po' la scuola che volete -e scegliete in base a criteri davvero importanti come ho fatto io- che tanto poi la vita è un'altra cosa.
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