venerdì 7 agosto 2020

Scegliere l'università: perché studiare fuori é (sempre) una buona idea

Scegliere l'università é una cosa che ormai non mi riguarda più di un pezzo.

Ormai non ho praticamente più amici che si trovano a dover scegliere l'università, ma ho figli di amici e colleghi che lo fanno, cosa che significa che sono invecchiata, ma questa é un'altra storia.

Scegliere l’università però è una cosa che ho fatto, ormai quasi vent’anni fa -mi fa impressione solo a dirlo- e, ad oggi, posso dire che scegliere bene è una delle cose più importanti della vita perché inevitabilmente è una scelta che condizionerà parecchi anni a venire.

Quando parlo di scegliere bene non intendo scegliere qualcosa che piace davvero, per cui si è portati, non scegliere solo in base al lavoro che si pensa di trovare una volta laureati. Se io avessi studiato ingegneria forse avrei avuto il doppio delle possibilità, ma probabilmente mi sarebbe venuta una crisi isterica al ventesimo tentativo di dare analisi matematica. E altrettanto probabilmente non mi sarei mai laureata, ma anche questa è un’altra storia.

 

Quando ho scelto la triennale, a diciotto anni (si, ho fatto la primina) mi era sembrato naturale frequentare l’università della mia città. Ai tempi, della mia compagnia storica, furono solo in due a scegliere di studiare fuori, entrambi a Milano: uno lasciò l’università dopo poco per dedicarsi all’attività di famiglia e l’altro  -che adesso non c’è più- è rimasto lì dopo gli studi.

Ai tempi ero indecisa tra due corsi di laurea, feci i test di ingresso per entrambi e -siccome sono nata sfigata- li passai entrambi, quindi l’indecisione regnò sovrana fino all’ultimo: un giorno pensavo di iscrivermi da una parte, il giorno dopo dall’altra e andò avanti così per un mese. Alla fine scelsi il Dams e no, non me ne sono pentita.

Finita la triennale, ho deciso di frequentare la specialistica fuori sede, ovvero in una città che non era mia, considerato che la specialistica in cinema -nella mia citta- non c"era.

All’epoca incise moltissimo nella scelta dell’università -o meglio della città- il fatto che il mio allora ragazzo vivesse a 100 km da lì e, dopo parecchio tempo a distanza, non mi sembrava vero. Qualora ve lo stiate chiedendo ci siamo lasciati dopo neanche un anno dal mio trasferimento, ma siamo ancora oggi in ottimi rapporti e ogni tanto ci sentiamo.

In ogni caso, mai scelta fu più azzeccata.

Nonostante siano passati tanti anni e nonostante io dica da una vita che se rinascessi non farei l’università, studiare fuori sede è stata una delle cose migliori che io abbia mai fatto.

Io ho studiato cinema, mi piaceva quello che studiavo e, fermo restando che se rinasco l’università non la faccio, se mai -in questa fantomatica altra vita- fossi costretta a frequentare l’università, il Dams resta una delle opzioni più accreditate.


Il punto comunque non è questo, il punto è la questione fuori sede.

Io ho studiato a più di 1200 km da casa e, quando mi sono trasferita, avevo 21 anni.

Quando frequentavo la triennale lavoravo ed ero già abituata a gestire le mie cose da sola, ma non ero ovviamente abituata a gestire una casa, visto che vivevo con i miei genitori.

La vita da fuori sede ti insegna tante cose, ma proprio tante.


Ho imparato a gestire casa, sia da un punto di vista economico, sia per quanto riguarda pulizia e cose da sbrigare, visto che n’era sempre una.

Io pagavo 330€ di affitto per una stanza singola, spese escluse. A questa cifra si aggiungevano circa 80€ mensili di condominio e riscaldamento centralizzato e circa 40€ per luce, gas e internet. Poi bisognava fare la spesa, pagare i libri e, in generale, tutto quello che mi serviva dai vestiti alle uscite con gli amici. C’è da dire che facevamo tante cene e feste in casa, raramente si cenava fuori, più frequentemente si usciva dopo cena per andare a bere qualcosa a prezzi più che popolari.

In una città come Bologna, universitaria per antonomasia, non mancava la possibilità -per gli studenti- di lavorare, prevalentemente nella ristorazione, ma anche nei negozi e roba del genere. Io ho avuto fortuna perché ero riuscita a lavorare nei set cinematografici (e studiavo cinema, quindi era fighissimo), oltre a lavorare come hostess. Ai tempi, funzionava benissimo Bologna Fiere, c’erano cose abbastanza importanti (mi vengono in mente il Motor Show e Il Cosmoprof, ma c’era anche dell’altro) e non era difficile riuscire a lavorare. Non credo che, nel caso specifico di Bologna, sia cambiato qualcosa.

Di sicuro non sono mai morta di fame, anche se è capitato che con le mie amiche uscissimo con 2€ in quattro. E fidatevi che ci divertivamo tantissimo comunque.

 

Ho  avuto modo di stare in mezzo a gente che veniva davvero da qualsiasi parte del mondo. Non solo italiani quindi, ma anche stranieri che erano lì non come studenti Erasmus, ma perché avevano deciso di iscriversi all’università di Bologna che comunque era -ed è- rinomatissima.

Ho conosciuto usanze, piatti tipici, modi di dire di paesi che -fino a quel momento- non sapevo neanche che esistessero. Ok, magari lo sapevo, ma ecco: non avrei mai immaginato di conoscere usi e costumi dell’Iran (che gli iraniani che ho conosciuto io chiamavano comunque Persia) o dell’entroterra polacco.

Sono stata a contatto con gente di qualsiasi tipo e ho imparato tanto, tantissimo.

 

Ho creato legami indissolubili, che si mantengono ancora oggi che sono trascorsi più di dieci anni dalla laurea.

Avevo un gruppo di amici con cui ho condiviso davvero tutto, formato essenzialmente dai miei compagni di corso. Adesso, che siamo sparsi per il mondo, cerchiamo comunque di vederci quando possibile e se uno passa nella città in cui si trova l’altro un caffè, una cena, quello che si può, è d’obbligo.

Sono stata al Salone del Mobile con un mio compagno di corso che vive a Milano, a fare aperitivo a base di tapas con una che vive a Madrid, visto film alla Festa del Cinema di Roma con due che vivono rispettivamente a Parma e a Palermo, girato Firenze con uno che vive lì e potrei continuare all’infinito.

Due anni fa mi sono presentata senza avvisare in un locale di Bologna che frequentavo ai tempi dell’università e che adesso è di un mio compagno di corso (lui allora in questo locale ci lavorava nel week-end) e dei suoi amici -che ovviamente mi conoscevano da allora- mi sono messa davanti al bancone e l’ho guardato, esattamente come facevo dieci anni prima. “Che ti faccio Gi?” “Fai te, va”. Come se non avessimo più di trent’anni, se non fosse cambiato tutto, io quella sera al Macondo mi sono sentita la studentessa fuori sede che sono stata perché certe cose, certi legami, non cambiano.

 La verità è che quando sei lontano dalla famiglia e hai vent’anni, gli amici diventano la tua famiglia, ci si aiuta, si sta insieme sempre e comunque, si condividono tante cose.

Era abitudine, quando una di noi usciva con un ragazzo, avvisare le altre e dire esattamente dove eravamo di modo che se dopo un tot. non si avevano notizie, ci si regolava di conseguenza. Una volta un’amica si addormentò e non ci avvisò e si creò il panico. Fortunatamente dormiva e non era stata uccisa e smembrata, cosa che ad un certo punto avevamo ipotizzato.

 

Ho imparato a cavarmela da sola.

Si lo so che ho detto che gli amici diventano famiglia e lo ribadisco e sottoscrivo, ma quando non ci sono mamma e papà, si impara a gestirsi.

Non c’è nessuno che ti prepara il pranzo o la cena (ammetto che a ridosso della consegna della tesi se la mia coinquilina e il suo allora fidanzato non mi avessero sfamata, sarei probabilmente morta di stenti e privazioni), nessuno che ti lava i panni o ti rifà il letto, nessuno che va a pagare le bollette e probabilmente, se ci penso tre minuti, mi vengono in mente altre cento cose.

 

Ho imparato ad adattarmi.

Fino a quel momento, ero abituata a viaggiare in aereo, solo in aereo.

Poi ho scoperto la Freccia del Sud perché i voli da Bologna non erano frequenti all’epoca, era tutto un po’ un casino e quindi di necessità virtù. E fidatevi che la Freccia del Sud era una roba abominevole, non a caso non esiste più.

Ci volevano qualcosa come venti ore, si viaggiava in cuccette da sei e il ritardo minimo era di quattro ore.

Ho imparato che dove ci sono tre letti si può dormire in otto se c’è un’emergenza, che si può studiare durante un festino, che se fai una festa verrà chiamata quasi sicuramente la polizia che ti darà torto a prescindere perché se sei uno studente fuori sede fai casino per principio pure se stai bisbigliando.

Ho incontrato e mi sono incontrata (come Licia con Andrea e Giuliano) con abitudini, parole, cibi diversi da quelli a cui ero abituata. Ho imparato cosa fosse il tiro e cosa il rusco, che la mollica si chiama pangrattato e che il pesto bolognese -che non è il pesto che pensate voi- è la cosa più buona del mondo.


Ho imparato a fregarmene di tante cose e l'ho imparato cercando casa a Bologna. A quei tempi, non so se adesso sia cambiato qualcosa, cercare casa a Bologna era una missione impossibile. Si passavano giorni, settimane, a guardare gli annunci attaccati alle bacheche di Via Zamboni, a chiamare e a vedere stanze. Stanze per le quali c'era una fila pazzesca e per le quali, spesso e volentieri, bisognava avere dei requisiti: per esempio non essere studenti del Dams e poter fare la settimana corta, cosa che non puoi fare se vieni dal sud. Ho quindi imparato cosa vuol dire essere discriminati, anche se non l'ho mai vissuta davvero coma una discriminazione, e a fregarmene dei pregiudizi e dei giudizi, cosa che mi porto dietro ancora oggi.



Ho vissuto momenti indimenticabili e dico davvero.

Abbiamo organizzato feste a tema con una preparazione pazzesca, aspettato tutta la notte autobus che non sarebbero mai passati fuori porta in mezzo al nulla, festeggiato compleanni al Santuario di San Luca, fatto pigiama party, studiato in modo disperato in piena notte, girato documentari di notte a Gennaio (e credetemi, di notte a Gennaio a Bologna fa freddo), riso fino alle lacrime e pianto consolata da un’amica per motivi che manco ricordo, ho fritto melanzane per un esercito, mi sono svegliata a casa di un amico con il suo coinquilino che in mutande ci offriva l’uva (a me e ad un’altra amica) e potrei davvero andare avanti all’infinito.

 

Non sono mai tornata indietro, non ho mai immaginato di poter tornare a vivere a Palermo, Bologna è rimasta nel mio cuore e ringrazio ogni giorno di aver vissuto quegli anni. Quindi si, studiate fuori sede, fatelo e se vi preoccupano le spese, tornate al punto uno.



Il primo (qui) e il secondo (qua) post di questo blog, scritti ormai cinque anni e mezzo fa, raccontano una parte di quella vita da fuori sede. Sono scritti in modo molto diverso dai post recenti, vi avviso, ma quando li leggo mi commuovo sempre un po'.

Ai miei compagni di corso ho dedicato, invece, questo post.

A Bologna ho dedicato questo post: un post che mi piace da morire e che, proprio perché mi piace da morire, non riesco a rileggere, È il quinto post più letto del blog e qualcosa vorrà pur dire. Tutto il mio amore per Bologna e per quegli anni lo trovate in questo post.

Sull'andare o meno all'università ho invece scritto questo: ci troverete anche la parte in cui dichiaro di voler fare ingegneria, cosa che ho davvero ripetuto per anni (grazie al cielo, poi sono rinsavita).

14 commenti:

  1. Cara Gilda, credo sia una cosa giusta che uno passa scegliere ciò che per lui vada veramente bene!!!
    Ciao e buon fine settimana ciao un forte abbraccio e un sorriso:-)
    Tomaso

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  2. E' certamente un'esperienza, per chi decide consapevolmente di farla ;)

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    1. Sulla consapevolezza a vent'anni sono un po' dubbiosa 😁

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  3. Io ho studiato fuori sede solo perché non mi trovavo bene a casa mia. Oggi ho passato i settanta e is di quel periodo ho ancora bellissimi ricordi. Roma e Venezia sono state le mie sedi di studio. Filosofia ma non sono mai stato un filosofo.
    Ciao fulvio

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    1. Ho conosciuto diverse persone che studiavano fuori sede per lo stesso motivo :)
      Non era il mio caso, ma ha senso!

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  4. Bologna è una città che ho sempre apprezzato poco

    Più qualche anno fa di oggi

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    1. Troppo caldo d'estate, fredda d'inverno, difficile da girare, i vigili che multano all'impazzata, troppi punkabbestia

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    2. Il clima a Bologna fa oggettivamente schifo, io arrivai la prima volta il 27 Luglio, ci tornai per restarci il 27 Dicembre (mi immatricolai alla specialistica con condizione e dovetti recuperare il primo trimestre): fu tremendo.

      Sul girare no dai, si gira tutta a piedi in una giornata alla fine :)

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  5. Si legge nelle tue parole che è stata un'esperienza piena di vita.
    In cosa ti sei laureata?
    E in quali set hai lavorato?

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    1. Cinema, tv e produzione multimediale.

      Lavoravo su set piccoli, prevalentemente di case di produzione indipendenti bolognesi: spot, cortometraggi, un solo lungometraggio uscito in Cineteca. Niente di particolarmente emozionante :)

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  6. Io ho appena visto il mio figliolo laurearsi a marzo. Lui ha scelto di viaggiare in treno tutti i giorni, perchè lavorava come cameriere il venerdì, il sabato e la domenica. Questo lavoro gli ha permesso di pagarsi gli studi e io di essere orgogliosa di lui. Ho sempre appoggiato la scelta dei suoi studi anche se erano a Torino. Spero che mia figlia decida di frequentare l'Università. Come dici tu l'Università ti insegna tra le altre cose a cavartela da sola.
    Ciao Valeria

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    1. Viaggiare è una buona soluzione se si è vicini ad una città con università. Io non avrei potuto 😅

      Cmq hai ragione ad essere orgogliosa: lo sarei anche io 😘

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