Visualizzazione post con etichetta cibo. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta cibo. Mostra tutti i post

lunedì 24 agosto 2020

Dieta: come si fa e come non si fa

Conosco più persone in dieta ipocalorica o in regime di alimentazione controllata che non persone che se ne fregano e mangiano quello che gli va, quando gli va.

Io sono stata a dieta, seguita da una dietologa e ho perso 22 chili.
Quando andai da lei, mi disse esattamente a che peso sarei arrivata. O meglio, a che peso sarei potuta arrivare se avessi seguito le sue indicazioni.
Ai tempi, quello che lei aveva messo come obiettivo mi sembrava un peso eccessivo, io volevo perdere più chili di quelli che diceva lei. 
Adesso, con il senno di poi, vi dico che aveva ragione.
Ho perso 22 chili in otto mesi circa, gli ultimi quattro sono stati i più lunghi da perdere, e non ho mai ripreso un etto. 
Ho aumentato il metabolismo in modo esponenziale e difatti mangio il mio e anche il vostro, questo non é un segreto.
Ho ridotto notevolmente la massa grassa, a favore della massa magra.
Ho quasi del tutto eliminato la cellulite che però, ad un certo punto, mi é tornata (per cause di forza maggiore che spero non vi riguardino mai). Mi sono rimessa sotto per eliminarla di nuovo e, oggettivamente, se guardo le foto di due mesi fa e quelle di oggi la differenza é notevole.
Non ho mai sofferto la fame (qui per saperne di più).
Ho studiato, mi sono informata, ho chiesto perché io di diete, metabolismo, massa magra e massa grassa non ne sapevo un tubo, ma non posso comunque sostituirmi ad un professionista.
E no, non voglio vendervi niente, ho un'avversione totale per i bibitoni dimagranti e comunque di lavoro faccio altro.


Voglio sfatare miti, spiegare cose (che a me sono state spiegate, eh), rompere le palle.
Quindi ecco, cominciamo con l'elenco delle cose da fare, da non fare se si vuole perdere peso e possibilmente non lo si vuole riprendere:
  • Rivolgersi ad un professionista é cosa buona e giusta: per me é stata la prima cosa. Non é una regola, non é obbligatorio, ma é molto utile perché si pensano di sapere tante cose che invece non si sanno e si corre il rischio di fare danni seri. Io ho scelto un medico dietologo perché con i nutrizionisti che avevo contattato prima di trovare lei mi ero trovata malissimo (qui vi fate un'idea del livello di follia con cui mi ero scontrata).
  • Pensare che i carboidrati siano il male assoluto é una minchiata: i carboidrati, semplici e complessi, sono necessari per una dieta, considerato che servono per avere energia. Allo stesso modo sono indispensabili i grassi -quelli buoni- che però, per motivi che ancora oggi non riesco a spiegarmi, non sono demonizzati come i carboidrati complessi. Praticamente ho visto più gente temere un piatto di pasta che non la terapia intensiva di un ospedale (ogni riferimento a fatti, cose o persone é puramente casuale). Esistono comunque le diete praticamente prive di carboidrati, tipo la chetogenica, che si fa sotto stretto controllo medico (no, non ve la potete gestire da soli) e per un periodo limitato con un inserimento graduale e controllato, sempre da parte del medico, dei carboidrati. Se togliete a caso i carboidrati per due mesi pensando di perdere dodici chili ogni sette giorni, sappiate che forse effettivamente perderete quei chili, ma poi li riprenderete con gli interessi e, a quel punto, tanto vale lasciare perdere di tutto principio, no?
  • Non si demonizza il cibo: una dieta ipocalorica deve essere sostenibile nel tempo. Carboidrati a parte, non si può vivere mangiando per mesi o addirittura anni petto di pollo e insalata. Bisogna mangiare anche un gelato, piuttosto che una fetta di torta o la lasagna: é solo necessario che alimenti non esattamente "puliti" siano inseriti in modo sensato all'interno di un piano alimentare. Se togliete tutte le schifezze -che poi eh, secondo me é più genuina la lasagna di mia suocera che non il petto di tacchino confezionato- arriverà il giorno, neanche dopo troppo tempo, che manderete a fanculo la dieta e mangerete anche il frigorifero. No, non intendo il contenuto, intendo proprio l'elettrodomestico. Vi basta pensare che per i soggetti gravemente allergici come me (qui vi fate un'idea) esiste la desensibilizzazione per cercare di reinserire quegli alimenti che danno gravi reazioni (parliamo di shock anafilattici che portano alla morte, non di calorie che portano grasso, fatevi due conti) perché eliminare alimenti è comunque una cosa innaturale, necessaria solo se si ha un sistema immunitario imbecille (come nel mio caso) e, anche quando é necessaria, non ci si da mai per vinti e si cercano terapie -appunto la desensibilizzazione- per poter reinserire quei cibi. Nel mio caso, la desensibilizzazione é fallita, qualora ve lo stiate chiedendo.
  • Il pasto libero non é il demonio: qualsiasi dieta prevede uno o più pasti liberi. Quando chiesi alla mia dietologa come dovevo gestirlo mi disse semplicemente di mangiare quello di cui avevo voglia, senza pensarci e così ho fatto. Uno dei primi pasti liberi che feci fu al Mc Donald's, proprio io che non ho mai avuto la fissa dei fast food, seguito da un maritozzo con la panna grande quanto la mia faccia. Ne avevo voglia e non mi ero fatta tanti problemi. Con il senno do poi, ho imparato che rinunciare a qualsiasi cosa, pure quelle che bene di sicuro non fanno, non va bene. Concedersi lo sfizio, il cosiddetto pasto libero (odio il termine sgarro, che ha un'accezione negativa, quindi non lo userò mai) fa bene al cuore e insegna a gestirsi. Non va visto come un premio anche perché non é che ad ogni chilo perso ti danno una medaglia, ma va inserito all'interno di un piano alimentare in modo intelligente, altrimenti ciao deficit calorico.
  • Le diete non si passano da una persona all'altra come le canne: ogni organismo é diverso, ha esigenze diverse. Io stessa non potrei più seguire la prima dieta che mi fece la mia dietologa perché non va più bene. Vi basta sapere che la mia dieta é stata modificata -nelle calorie, nella divisione di macro e micronutrienti, nella gestione dei pasti liberi e via dicendo- ogni quattro settimane circa, che poi sono diventate cinque. Ancora adesso, in base ad esigenze specifiche, viene modificata. La mia dieta, per la cronaca, me l'hanno chiesta decine e decine di persone perché permette di mangiare tutto e ha calorie molto alte, ma ecco: va bene per me, non per voi e io, al massimo, posso darvi il numero di telefono della mia amata dietologa (e no, non prendo percentuali sui pazienti che le mando, se così fosse a quest'ora sarei milionaria).
  • Il peso é solo un numero: e attenzione, non dico che non sia importante, ma non é tutto. Dieci anni fa avevo più o meno lo stesso peso che ho oggi, solo che oggi ho due taglie in meno di allora perché ho sostituito la massa grassa con la massa magra. Tre mesi fa avevo quattro chili in meno di oggi e il doppio della cellulite, oltre al fatto che se vedeste due foto a confronto c'è una enorme differenza. È più utile, soprattutto quando si raggiunge il normopeso, misurarsi con un metro da sarta che non pesarsi in modo maniacale e compulsivo, contando i grammi. Tenete a mente che le oscillazioni di peso sono normali, tra pasti liberi, ciclo mestruale per le donne, doms e un milione di altre cose.
  • Se non dimagrite mangiando solo una fetta di prosciutto al giorno non é che siete in stallo, é che qualcosa non va: la storia insegna che quando non si mangia -e non si mangia davvero- si perde peso eccome, per altro in un modo assolutamente non sano. Se si mangia a pranzo una fetta di prosciutto e un pomodoro in ventidue litri di olio, non dimagrite perché l'olio é una delle cose più caloriche del mondo (ma va mangiato, é uno dei migliori grassi esistenti) e no, se non lo conteggiate non vuole dire che non esiste. Se mangiate ogni giorno una fetta di prosciutto e un pomodoro e il week-end mangiate come se non esistesse un domani, compreso il vicino di casa, i suoi figli e pure il suo cane non va bene. Bisogna mantenere il deficit calorico, che é soggettivo e non é giornaliero, il corpo ragiona sul lungo periodo e non sa che a mezzanotte é un nuovo giorno, oltre al fatto che cose che pensate che non abbiano calorie in realtà le hanno eccome (vedi olio, conosco tantissime persone che se lo bevono al posto dell'acqua e poi non si spiegano i 97 chili di sovrappeso). In ogni caso, ecco perché un professionista -soprattutto all'inizio- é cosa buona e giusta.
  • Per dimagrire non serve solo la palestra: per dimagrire serve il deficit calorico, non bisogna stare sotto al metabolismo basale, ma nemmeno sopra il fabbisogno. Aggiungere l'attività fisica aiuta ad aumentare il fabbisogno e tenete comunque a mente che un chilo di muscolo occupa meno spazio di un chilo di grasso e il muscolo si crea in palestra, non sul divano. Camminare, salire e scendere le scale a piedi sono inoltre un di più. In ogni caso, io la palestra la consiglio perché a me piace e anche tanto, ma non ritengo necessario demonizzare chi schifa ogni tipo di attività fisica, non siamo tutti uguali, non a tutti piacciono le stesse cose e non tutti abbiamo le stesse capacità (tipo io se mi metto a fare zumba mi slogo sicuramente una caviglia entro i primi sette minuti, ma riesco a maneggiare un bilanciere senza problemi).
  • Imparare a conoscere i propri limiti: se decidete di iscrivervi in palestra, sappiate che tutti abbiamo dei limiti, che possono essere superati, ma per i quali serve tempo. Io stessa, praticamente ieri, in palestra mi sono spaccata (qui per saperne di più) perché non ho dato retta al mio corpo e ne ho pagato le conseguenze. Ho ripreso ad allenarmi come si deve la scorsa settimana e tra cinque chili in più e cinque in meno sul bilanciere, continuo a sceglierne cinque in meno perché non voglio farmi male. Qualche giorno fa, l'istruttore in palestra ha detto che non gli era mai capitato di avere davanti solo persone che eseguivano correttamente un determinato esercizio: gli abbiamo fatto notare che in pieno Agosto in palestra ci sono solo quelli che ce l'hanno come missione di vita, gli altri arrivano a Settembre e lì si inizierà a vedere gente farsi male e poi abbandonare perché un corpo non allenato non può fare quello che fa un corpo allenato e, vi dirò di più, per quanto uno sia allenato ci vogliono mesi e mesi per riuscire a fare determinate cose. Io, per fare una verticale, ci ho messo anni quindi figuriamoci, e comunque ho ancora un po' paura e la faccio solo se c'è qualcuno accanto a me.
  • La fretta non serve: mi sono iscritta in palestra tre anni fa, mi sono messa a dieta due anni e mezzo fa circa, solo adesso ho iniziato a lavorare sulla massa muscolare e ho una strada talmente lunga da percorrere che non vedo la fine (e, onestamente, non credo neanche che ci sia la fine). A me interessava si perdere peso, ma mi interessava soprattutto non riprenderlo e per tantissimo tempo mi sono concentrata su quello.
  • Proteine, aminoacidi e simili: da non confondere con gli inutili bibitoni dimagranti che non servono. Le proteine (sotto forma di polvere, pudding, creme, barrette e chi più ne ha più ne metta) servono se ne avete bisogno, se non raggiungete la quota proteica giornaliera, utilissime dopo l'allenamento, ma non si prendono perché fa figo. Se ve lo state chiedendo si, io integro le proteine: non sempre, dipende da un sacco di cose. E, sempre se ve lo state chiedendo, ho valutato -e sto valutando- gli aminoacidi essenziali. In entrambi i casi non ho fatto e non farò mai di testa mia perché io di lavoro faccio palinsesti e non altro, ve l'ho detto. Esiste anche dell'altro, ma ecco: di steroidi e anabolizzanti dubito ve ne parlerò mai perché sono profondamente contraria.

Per il resto, sappiate che: io non sono un medico, né un'agonista.
Questo post nasce dalla marea di stronzate che leggo e sento ogni giorno su dieta, palestra e stile di vita sano. Ieri, poi, una tizia mi ha detto che per perdere peso bisogna mangiare carote, uova e petto di pollo e che il gelato é il male. La sera, difatti, ho mangiato il gelato al caramello al burro salato e stamattina non solo non avevo preso un grammo, ma non penso di avere mai avuto la pancia più piatta di così.
Quello che ho imparato, l'ho imparato sulla mia pelle, chiedendo, informandomi, sbattendoci la testa.
Oggi ho il corpo per cui due anni fa avrei firmato con il sangue, ma che ovviamente non mi basta più perché quando vedi cambiamenti giorno dopo giorno, non riesci a smettere. E va bene così, se lo si fa in modo sano e sensato.
Ho comunque imparato soprattutto ad amarmi, anche se ho ancora della ciccia sui fianchi e anche se un giorno ho gli addominali in bella vista e il giorno dopo, al posto degli addominali, ho il gelato che ho mangiato nel 1996 per festeggiare la fine della scuola elementare. A proposito di diete, di amarsi e amenità simili, leggete questo che é un post che mi piace.


Le foto pre e post allenamenti, con la faccia da smorfiosa le pubblico sulle storie Instagram (mi trovate qui), idem le foto di quello che mangio, quindi -se volete- le trovate lì.

Continua a Leggere

sabato 27 giugno 2020

L'allergia LTP, a parole mie

A 14 anni mi hanno detto che non avrei più potuto mangiare determinate cose, altrimenti sarei morta. Me lo hanno detto dopo un'anafilassi, la prima di una lunga serie.
A 15 anni mi sono resa conto che dovevo lavare tutto, che nessuno poteva toccarmi se non era sicuro che non fosse entrato in contatto con alcuni alimenti (figuriamoci se ne era sicuro).
A 16 anni sono stata intubata la prima volta, dopo aver sperimentato cosa vuol dire quando l'aria non passa e i polmoni stanno per collassare.
A 17 anni ho dovuto smettere di fare sport perché lo sforzo fisico innescava reazione anafilattica.
A 19 anni ho scoperto le contaminazioni: tutto, se contaminato, avrebbe potuto uccidermi.
A 20 anni ho scoperto che alle mie allergie piace cambiare, come le scale di Harry Potter, o -per meglio dire- aumentare. L'ho scoperto dopo essere stata intubata e aver ripreso conoscenza dopo 4 giorni.
Da lì in poi, ogni tot. ho dovuto eliminare cose che fino al giorno prima potevo mangiare, sempre in seguito a reazioni anafilattiche.
Ho dovuto portare per mesi guanti e mascherina. Ho pianto. Mi sono chiesta perché proprio a me.
A 21 anni, quando sono andata a vivere da sola, ho scoperto che per tre mesi l'anno non posso andare al supermercato perché ci sono le pesche che mi causano reazioni anafilattiche da inalazione, quindi niente spesa quando mi pare.
Man mano, ho scoperto che non posso andare dove mi pare quando mi pare: niente laghetto coi ciliegi in fiore, niente giardini di aranci, niente ristoranti che non siano sicuri (e non avete idea di quanto sia uno sbattimento accertarsene) e potrei continuare all'infinito.
A 26 anni ho scoperto che non potevo più fare il lavoro che amo, quanto meno in quell'azienda, perché non mi davano l'idoneità a fare le notti (non c'è nessuno, i corridoi sono lunghi, potresti morire mentre vai in bagno) e quindi ciao ciao appena è scaduto il contratto.
A 28 anni ho scoperto che sarei solo peggiorata nel corso del tempo, che ho un sistema immunitario che fa acqua da tutte le parti e ho dovuto trascorrere diversi mesi chiusa in casa per una serie di complicazioni.
A 32 anni ho trovato colleghi che mangiano arance in bagno per non contaminarmi l'ufficio perché mettere a rischio i più "deboli" è follia pura.
I miei genitori non mangiano quello che mi uccide, tutti gli uomini che ho avuto a fianco idem. Per evitare di uccidermi. Rinunciano loro per permettere a me di non rischiare più di quanto già non rischi.


Lavo le mani ogni trenta secondi, pulisco e disinfetto tutto perché non si sa chi ha toccato cosa, ma vado ovunque, non mi ferma nessuno.
Ho un rapporto col il cibo molto complesso, ma mangio eccome, il mio e anche il vostro.
Faccio tanta, ma tanta attività fisica perché -ad un certo punto- la quadra l'abbiamo trovata (non io, ma l'allergologo ovviamente) e io sognavo la pancia piatta e scolpita e il culo sodo.
Questi 19 anni sono stati tortuosi, a tratti faticosi, ho perso il conto delle rinunce e dei "vi prego, non fatemi morire", ma chi mi conosce sa che non ho mai smesso di sorridere e che, se non mi conoscete, tutto questo non lo direste mai.
Non mi sono mai lamentata, pure quando avrei voluto fare cose -e mangiare cose- che non potevo fare. 
E non perché sia migliore di altri, ma perché di vita questa ho e posso solo accettare quello che non posso cambiare, facendo del mio meglio per vivere la vita migliore possibile, anche quando ho dovuto aspettare tempi migliori senza sapere se quei tempi migliori sarebbero mai arrivati.

Ogni riferimento a fatti, cose o persone é puramente casuale. Volevo solo raccontarvi una storia, nello specifico quella di un soggetto poliallergico LTP grave. Enjoy.


Di alcune di queste cose ne avevo già parlato qui, in occasione del diciannovesimo compleanno delle mie allergie.
Questa, in ogni caso, é una riflessione fatta durante la quarantena che non avevo però condiviso sul blog.


Continua a Leggere

martedì 2 giugno 2020

L'estate, i chili di troppo, la cellulite e le lamentele

È arrivata l'estate, prepotente e fastidiosa, subito dopo un lungo lockdown, fatto di palestre chiuse e di tempi morti che -molti, ma non tutti- hanno occupato cucinando pizze, torte, pane e roba che non ho ancora capito cosa fosse, ma che probabilmente aveva le stesse calorie di quello che io mangio in una settimana intera. E, fidatevi, io mangio tantissimo, più di quanto possiate immaginare.

Comunque, dicevo: é. arrivata l'estate, che io non ho mai amato (qui avevo anche spiegato più o meno perché), quindi si va al mare (con la mascherina magari, ma di sicuro non con lo scafandro), ci si scopre, si mostrano le gambe, le braccia e i chili di troppo.
Sarò impopolare, lo sarò sicuramente, ma non faccio altro che sentire e leggere di gente che prima non aveva tempo di andare in palestra e mangiare bene, poi aveva troppo tempo libero perché non andava al lavoro e quindi lo occupava mangiando e stando sul divano perché si annoiava. E io lo capisco, eh. Non é un obbligo andare in palestra, tenersi in forma e, in ogni caso, la Nutella e le merendine confezionate sono buone (per quello che mi ricordo), quindi fate anche bene, però magari poi non vi lamentate, anche perché -devo dirvelo- nessuno guarderà i vostri chili di troppo, reali o frutto di paranoie che siano, al mare. 
Io al mare al massimo guardo i costumi da bagno, quando passa il tizio con il baracchino. Oppure guardo l'orologio per vedere se sono passate le tre ore di digestione per potere fare il bagno. No, non fate commenti, mia madre mi vede pure se non é lì con me ed é pronta a cazziarmi aspramente dopo avermi elencato tutte le atrocità di una morte lenta e dolorosa per una congestione in pieno Agosto, con la temperatura dell'acqua del mare a 35°, dopo aver mangiato una granita al limone. E io non me la sento di deluderla bagnandomi le punte dei piedi prima che siano passate tre ore.

In ogni caso, visto che é arrivata l'estate e dovrete necessariamente spogliarvi, sia per andare al mare, sia per sopravvivere all'afa della città, invece di lamentarvi di non avere tempo, potete fare qualcosa di più costruttivo. Non che io sia la regina dei consigli costruttivi, ma almeno di alimentazione sana e attività sportiva ne so parlare.

Quindi insomma, cosa fare per rimettersi in forma?

-Mettersi a dieta: no, non dovete mangiare l'insalatina scondita ed eliminare i carboidrati. 
Mangiate il pane, la pasta, la pizza e, se proprio vi manca l'impastare compulsivo da quarantena fateveli voi. Dimagrire, mettersi a dieta, seguire un'alimentazione sana (che poi cosa minchia vorrà dire sana non si sa), non significa non mangiare. Significa mangiare tutto, concedersi dei pasti liberi (meglio conosciuti come sgarri, termine che a me fa abbastanza antipatia, ma tant'è), fare merenda con un gelato, mangiare la cioccolata dopo cena e via dicendo, a patto e condizione che le calorie ingerite siano quelle giuste per noi, né troppe, né troppo poche.
Poi se proprio vogliamo farla bene, possiamo metterci a calcolare anche i macro di modo da dare all'organismo il giusto apporto di tutto che ci serve, fare ricomposizione corporea e via dicendo, ma capisco che questo é lo step successivo.
Ogni volta che sento "non mi metto a dieta perché mi piace mangiare" mi chiedo sempre se chi lo dice ha idea che esiste gente a dieta che mangia circa 2800 calorie al giorno (ogni riferimento a fatti, cose, persone non é puramente casuale). Poi esistono anche quelli che ne mangiano 1200, ma più che dispiacermi per loro non so che fare.
Se pensate di poter fare da soli bene, se no rivolgetevi ad un professionista che vi ascolta, che capisce quali sono le vostre esigenze e che non vi faccia morire di fame.


-Fare attività fisica: no, non dovete necessariamente caricarvi sulle spalle un bilancere da 100 chili e fare ottanta squat di fila fino a stramazzare al suolo con la schiena distrutta. Non subito almeno. O forse mai che magari la ghisa vi fa schifo e vi farà schifo per sempre, sono gusti, come in tutte le cose. 
Io, ad esempio, odio gli affondi e continuo a utilizzare come scusa il ginocchio rotto tre anni fa (qui per saperne di più), anche se poi alla fine li faccio comunque.
Potete andare a camminare. Prendetevi un cane e vedrete che farete una quantità pazzesca di km ogni giorno, se volete vi presto uno dei miei per vedere come va. 
Andate a correre, se vi piace, ma fatelo con le scarpe giuste altrimenti vi fate male (io ho le Pegasus, ma credo ne esistano decine e decine di modelli diversi).
Andate a ballare tango o a fare pole dance (che secondo me é fighissima, io stramazzerei al suolo dopo otto secondi, ma non tutti sono così impediti).
Oppure provate la sala pesi e vi tonificherete che é una meraviglia, perdendo centimetri. Io sono di parte, quindi non insisto, ma sappiate che é bellissimo.
Se non avete tempo per andare in palestra o la considerate una spesa eccessiva, esistono tantissimi modi per allenarsi a casa, ci sono video, applicazioni, tutorial, qualsiasi cosa. E poi gli attrezzi potete comprarveli: io ho un bilanciere, manubri, dischi, elastici (che i cani mi mangiano regolarmente), la corda, un trx comprati perché non si sa mai.
Non vi consiglio pilates, zumba, yoga e roba del genere perché li trovo tremendi, ma magari a voi piacciono. Nel caso, non lo voglio sapere.

Oppure, semplicemente, se non vi va di fare le cose di cui sopra, vogliatevi bene per come siete e non lamentatevi della cellulite, della pancia e dei jeans stretti.
La cellulite e la pancia ce l'hanno anche quelli magri, magari non tutti e magari non entrambe le cose, e i jeans si possono comprare di una taglia più grande.
Che poi, d'estate, non so nemmeno come facciate a portare i jeans.


Continua a Leggere

martedì 14 aprile 2020

Diciannove anni da allergica alimentare: possiamo solo accettare quello che non possiamo cambiare

Oggi le mie allergie compiono diciannove anni: questo significa che più della metà della mia vita l'ho trascorso da allergica, che una piccola parte di questi diciannove anni li ho trascorsi da allergica e basta e tutto il resto del tempo sono stata un'allergica alimentare grave.
L'aggettivo grave, qualora ve lo stiate chiedendo, non me lo sono data da sola. 
Me l'hanno affibbiato ad un certo punto, quando é diventato chiaro che tutto quello che sono ruota intorno a loro. Tutta la mia vita, tutto quello che faccio, tutto quello che sono diventata e che diventerò, come gestisco le mie giornate, il lavoro, i viaggi, la vita familiare, qualsiasi cosa.
La vita di prima, quella da non allergica me la ricordo, anche se mi fa strano pensare a me che mangio le fragole o la Nutella.
La verità è che, dopo diciannove anni, io una vita diversa da questa non solo non me la so immaginare, ma non la voglio neanche immaginare.
Qualche anno fa si paventò l'ipotesi della desensibilizzazione: non sarei potuta tornare a mangiare tutto, ma magari sarei riuscita a tollerare le tracce e avrei aumentato la qualità della mia vita. Magari, in caso di particolare fortuna sarei comunque rimasta un soggetto allergico, ma sarei riuscita a tollerare grosse quantità di allergeni. Magari non tutti, magari qualcuno.
Nel mio caso, si é rivelata una soluzione fallimentare, ma in molti altri casi funziona.
Io sono sfigata probabilmente, non lo so.
I miei genitori hanno cercato qualsiasi via possibile, compreso uno sciamano: giuro, è vero, preciso per onore di cronaca che sono io che ho affibbiato questo soprannome ad un sedicente medico che sosteneva che se non avessi toccato la plastica dura per non so quanto tempo sarei miracolosamente guarita. O qualcosa del genere. 
Ad un certo punto, ho detto: "Basta, sto bene così, non voglio più cercare qualcosa che tanto non riusciamo a trovare". Ho mantenuto il punto sempre e comunque, anche quando le cose sono peggiorate, anche quando mi hanno detto che sarà sempre peggio e anche quando il peggio del peggio é arrivato e ho capito che arriverà sempre un peggio di così.
Ed é vero, sto bene così. Pure se mi manca la Nutella.



Diciannove anni dopo quella prima volta, quella in cui indossavo una maglietta nera con la scritta Kookai, io alle mie allergie sono affezionata.
Sono tanti diciannove anni, sono il tempo sufficiente per imparare che possiamo solo accettare quello che non cambiare e, dopo averlo accettato, possiamo imparare a conviverci. E dopo non riusciremo più a immaginarci senza.
Leggo spesso di persone che dicono "Preferirei non essere allergica" o "preferirei che mio figlio non lo fosse". Non sono psicopatica fino a questo punto: pure io preferirei non rischiare di morire ogni volta che ingerisco qualcosa (le mie allergie sono mutevoli, quello che ho mangiato fino ad oggi, domani potrebbe provocare una reazione più o meno grave).
La verità, però, é che non posso immaginare una vita in cui mangio la Nutella -pure se la amo immensamente e me la sono tatuata addosso- o le fragole o le arachidi, non posso immaginare di non chiedere mille volte gli ingredienti di una cosa, non posso immaginare di non leggere tutte le etichette della storia, non ce la faccio.
Non riesco ad immaginare una vita in cui, ogni anno, in date precise, non ricordo la prima reazione allergica, la prima adrenalina, il primo shock anafilattico.
Colloco gli eventi in prima e dopo: prima di smettere di mangiare le nocciole, prima di smettere di mangiare le mele, prima di smettere di mangiare i piselli. Mi ricordo il prima e dopo ogni singolo alimento.
Mi ricordo chi ha scelto -comprensibilmente- di escludermi da cene e feste perché non se la sentiva di rischiare nel preparare da mangiare anche per me e ricordo perfettamente chiunque abbia cucinato a parte per me, abbia adeguato menù di diciottesimi compleanni, feste di lauree e matrimoni.
Ricordo chi ci ha scherzato su, chi ha provato ad uccidermi, chi ha capito, chi mi ha chiesto, chi si é interessato.

In questi diciannove anni ho imparato ad adattarmi, se ti adatti ad avere un problema con il cibo abbastanza invadente, puoi adattarti a tutto credo. 
Ho imparato a vedere il lato positivo delle cose, sempre. E dico davvero sempre, pure quando un lato positivo non c'è manco in fondo al tunnel io qualcosa di bello la trovo. 
Esistono due tipi di reazione allergica. No, non intendo a livello medico, intendo a livello di sensazione personale. 
Io mi conosco, conosco talmente tanto bene il mio corpo quando si tratta di reazione allergica che più di una volta ho detto ai medici, in pronto soccorso, cosa fare e non ho mai sbagliato. Ho detto che parametri avrebbero trovato, come intervenire, li ho rassicurati. Qualche volta li ho anche cazziati, a dire il vero.
Dicevo, esistono due tipi di reazione allergica: quelle in cui sono lucida, in cui tranquillizzo chi ho intorno (perdono tutti la testa, sempre, di solito sono l'unica tranquilla perché so che agitarmi é peggio), in cui comincio a prendere farmaci (ho un piano terapeutico, ma so cosa fare pure senza leggerlo ovviamente), mi preparo al peggio, pronuncio poche parole tipo "ospedale" oppure "un attimo, sto ascoltando il mio corpo" (giuro che é vero, quando lo dicevo in presenza di mio padre, lui zittiva tutti, soprattutto mia madre), ma tutto sommato ho il controllo di quello che sta accadendo. 
E poi ci sono loro, le reazioni maledette: quelle in cui se ne va tutto a fanculo, in un tempo talmente piccolo che non hai manco modo di pensare, quelle in cui perdi il controllo di tutto. Vorrei saperle descrivere, vorrei poterlo fare, ma non sono in grado: so che é orribile perché lo capisci, dopo diciannove anni lo sai. Finché ne ho forza, finché la voce esce ancora, finché passa anche solo un filo d'aria, io cerco di ripetere chi sono. No, non dico come mi chiamo: io recito a memoria la storia clinica perché chi é con me deve ricordarsi che quando arriveremo in ospedale deve dire la storia pregressa per dare modo ai medici di agire nel minor tempo possibile e, sempre per lo stesso motivo, io l'adrenalina ce la devo avere addosso, fosse pure in mezzo al reggiseno, perché devono accorgersi subito se l'iniettore (o gli iniettori) é stato usato o no, se ho avuto il tempo, se non l'ho avuto. Lì lo sai che i secondi sono importanti perché te lo hanno spiegato, lo hai imparato, lo sai e basta e hai paura di morire, ne hai tanta e, quando vedi buio, pensi sia finita. Lì ad un certo punto ti agiti, pure se lo sai che é peggio e chiedi solo a chi hai intorno di non farti morire, preghi letteralmente la gente di non lasciarti morire.
Io so che se sono viva é perché ho sempre avuto la capacità di somministrarmi i farmaci -o ce l'ha avuta mio padre- e di arrivare in ospedale con metà del lavoro già fatto, so anche che ho avuto culo, tanto. So che un domani questo culo potrei non avercelo.
So che a volte ho trovato medici pazzeschi, che altre volte ne ho trovati di cialtronissimi.
La sensazione di morte me la ricordo, il terrore di morire me lo ricordo benissimo, mi sfuggono i dettagli, di solito me li raccontano, ma quella sensazione é una cosa che non ti scordi mai. 
E per questo credo che ho imparato a vedere il lato bello delle cose sempre e comunque: perché ho visto la morte, ma sono viva.
E per questo che sono sempre serena, che rido sempre, che non mi arrabbio, che parlo con calma (ma ad alta voce, non ci posso fare nulla), che non mi butto quasi mai giù, che non ho mai odiato nessuno in vita mia. E, senza di loro, senza le allergie, non credo che sarei così.

Se tornassi indietro, se potessi scegliere, con il senno di poi, io sceglierei di essere allergica perché -se non lo fossi- sarebbero più le cose che avrei perso, che non quelle che avrei guadagnato.
Avrei scelto di essere un po' meno grave di così magari, ma in questo lungo viaggio insieme, in questi diciannove anni, sono loro che hanno formato il mio carattere (che é comunque un brutto carattere eh), la mia persona.
Sono loro che hanno indirizzato le mie scelte, che hanno deciso che non avrei fatto la gelataia o la cuoca, che hanno scelto in che zona della città abitare (dove vicino c'é un ospedale, per la cronaca).
Credo siano sempre loro che hanno fatto si che io sia così maniaca dei dettagli e, se ci pensate, se così non fosse non potrei allineare un palinsesto al frame, cosa che -ad oggi- é quella che mi riesce meglio fare.


Continua a Leggere

sabato 24 agosto 2019

Come cambia la vita con le allergie alimentari

Io me lo ricordo quando mangiavo la Nutella.
Mi ricordo quando, all'uscita della scuola media, prendevo sempre il cono pistacchio, stracciatella e cioccolato imbottito nella gelateria della mia amica Jenny.
Mi ricordo le crostate crema pasticciera e fragole del Pastry Shop.
Mi ricordo la prima -e ultima, a dire il vero- volta che ho assaggiato la Cherry Coke. Ero a Londra con la scuola, un mese dopo sarebbe cambiato tutto, ma io ancora non lo sapevo.
Mi ricordo quando mangiavo. Mangiavo e basta, senza chiedere, senza dire mai di no.
Io mangiavo tutto. E mangiare mi è sempre piaciuto.


E poi, ricordo quel giorno: era un sabato pomeriggio, avevo mangiato tantissimi Ferrero Rocher e poi ero andata al supermercato con mia nonna. Ero tornata piena di bolle, non smettevo di grattarmi, mi era cambiata la voce, il labbro era gonfio. 
La corsa al pronto soccorso, la prima diagnosi sbagliata e poi quella domanda a mia madre: "Signora, ma non sa che sua figlia è allergica?". No, non lo sapeva. Non lo sapeva nessuno a dire il vero.

Avevo quattordici anni. Nove giorni dopo ne avrei compiuti quindici.
Oggi ne ho trentatré e sono serena, mangio fuori, viaggio (qui per saperne di più), ho un lavoro che mi piace, degli amici. Ho una vita tutto sommato normale e, perché no, anche abbastanza felice.
Vorrei dire che è sempre stato così, che non ci sono mai stati periodi bui, ma sarebbe una delle più grandi bugie della mia vita.
Abituarsi a non potere mangiare determinate cose è difficile, cambia la dieta, cambia il modo di alimentarsi. Abbiamo imparato a leggere le etichette, ma c'è stato un periodo in cui non avevamo idea di cosa fossero le tracce, non conoscevamo la dicitura "potrebbe contenere tracce di" che ormai è la prima cosa che vado a cercare quando intravedo un prodotto che potrebbe essere ok. L'abbiamo imparato quando un "potrebbe contenere tracce di" che non avevo letto mi ha mandata per direttissima al pronto soccorso, senza passare dal via.

Con le allergie alimentari, cambia il modo di fare la spesa di tutta la famiglia (qui per saperne di più): fatevi dire da mia madre di quando, ragazzina, ho stanato una ciotola piena di albicocche nascosta nell'armadietto di un bagno dove non entravo mai: avevo sentito l'odore da metri e metri di distanza, manco fossi un segugio. Da quel momento, non sono mai più entrati in casa cibi proibiti.
Cambia il modo in cui ti guardano gli altri che, ad un certo punto, smettono di invitarti a cena perché sei -per usare un francesismo- un dito al culo: e questo no, e quell'altro neanche, e quella padella forse potrebbe essere stata usata per cucinare quello, forse quell'altro, va bene che è stata lavata, ma che ne sai. E allora, ad un certo punto, semplicemente smettono.
C'è l'imbarazzo, almeno quando sei adolescente: quell'imbarazzo di guardare i tuoi amici mangiare una torta al compleanno di qualcuno mentre tu puoi solo guardare. Guardare e non toccare. E poi nemmeno baciare qualcuno che quella torta l'ha mangiata.
Cambia il modo in cui si gestiscono le relazioni: "Senti scusa, volevo dirti che se vuoi stare con me devi essere pronto a portarmi al pronto soccorso in ogni momento, queste sono i miei auto-iniettori di adrenalina, no non si fa nel cuore come in Pulp Fiction e io evidentemente non sono Mila Wallace; a proposito, volevo dirti che se mangi qualcosa di proibito poi non mi puoi baciare e, a dire il vero, dovresti evitare anche di toccarmi. Che dici? Proviamo a stare insieme?".  Tanta roba se non scappano. E succede. Oh, se succede.
Immaginate la scena: avete diciassette anni e siete con un ragazzo, magari vi piace, a lui piacete, siete ad una festa, sta per scattare il bacio, quel bacio che magari aspettate da mesi e poi, mentre siete li li, al posto del bacio scatta la domanda: "Scusami, potresti dirmi cosa hai mangiato? No perché sai, se hai mangiato questo o quello (segue elenco infinito che magari quel poverino manco se lo ricorda se ha mangiato o meno tutta quella roba) non possiamo". A diciassette anni può essere terribile, eh. 
Cambia quindi che molti se ne andranno, molti non capiranno e vi spezzeranno il cuore. E, a dire il vero, non me la sento di biasimarli.
Cambia anche -giuro- che se mai lascerete qualcuno non vi verrà rinfacciato -che so- di quella volta che aveva rinunciato al torneo di calcetto per stare con voi. No, vi rinfaccerà di non avere mangiato la Nutella per tutta la durata della relazione (giuro, mi è successo).
Cambia che spesso vi passerà la voglia di uscire perché non trovate un posto adatto, cambia che fare la spesa diventerà un incubo. Cambia che mangerete quasi sempre le stesse cose, quanto meno se siete poliallergici come me.
Cambia che vi verrà voglia di qualcosa che non potete assolutamente mangiare: io vivo con una perenne voglia di Nutella che solo raramente viene sostituita da voglia di gelato al pistacchio o alla nocciola, fragole o spremuta d'arancia. 

Arriverà anche il momento in cui qualcuno vi dirà che date fastidio, che dovete stare a casa vostra (qui per saperne di più) e farà male. Brucerà tantissimo perché non l'avete scelto voi e probabilmente ne avreste anche fatto volentieri a meno.
Vi abituerete a passare molto tempo in ospedale, per i day hospital (qui per saperne di più) o, peggio, in pronto soccorso. Se vi dice bene, non verrete mai intubati, ma potrebbe succedere. E se succederà, imparerete che la vita è un bene preziosissimo da difendere con le unghie e con i denti.

Io, che ho visto la mia vita cambiare tantissimo, ho però sempre detto che non tornerei indietro
Non cambierei questa vita con quella vecchia, quella in cui potevo mangiare tutto e non solo quattro cose in croce. Non sarei io, non mi riconoscerei perché si, la mia vita è cambiata, ma adesso va bene così e non vorrei niente di più di quello che ho adesso. Nutella a parte, si intende.

Nb. Io sono un soggetto poliallergico grave a LTP. Nel tempo, ho sviluppato allergia a tantissimi cibi. Non ho mai intrapreso un percorso di desensibilizzazione perché i medici hanno ritenuto non ci fossero i requisiti. 

Qui ho raccontato del perché, secondo me gli allergici non hanno vita facile.
Continua a Leggere

giovedì 13 settembre 2018

Starbucks, Frappuccini e nomi storpiati

A me Starbucks sta profondamente antipatico. 
Il motivo è semplice: sbagliano sempre a scrivere il mio nome sui loro bicchierini e bicchieroni di cartone e io, al mio nome, ci tengo particolarmente.
Il fatto che sia una geniale operazione di marketing che fa si che tutti (me compresa) scattino una foto al bicchiere -ino o one che sia- con il nome storpiato e la pubblichino sui social all'urlo di "guardate cosa hanno scritto al posto del mio bellisssssssimo nome" facendo di fatto pubblicità al signor Starbucks non mi consola affatto.


E poi, diciamoci la verità: io sono italiana, sono nata e cresciuta nella patria del caffè espresso -che bevo rigorosamente amaro- e non potrò mai e dico mai amare un Frappuccino qualsiasi.

Devo anche aggiungere che non ho particolare simpatia neanche per Milano e non riesco a tollerare che qualsiasi cosa apra in Italia apra lì e non a Roma che non solo è la capitale d'Italia, ma è anche la città dove vivo, ma questa è decisamente un'altra storia.

Fatte queste doverose considerazioni, aggiungo anche che io viaggio parecchio, sicuramente meno di altri, ma ecco: esco dall'amato Stivale diverse volte l'anno e, ebbene si lo ammetto,  Starbucks è sempre stata una certezza. So cosa è, so cosa fanno, so cosa troverò.
Ovunque andrò so che ci sarà uno Starbucks ad attendermi con Frappuccino, nome scritto a pene di segugio, wi-fi gratuita e possibilità di pagare sempre con il bancomat fossero anche pochi centesimi.
E, volendo, potrò anche comprare una tazza a marchio Starbucks per la mia amica Arianna che le colleziona: gliene compro sempre una e poi le tengo a casa in attesa di vederla visto che viviamo a 600 km di distanza, ma anche questa è un'altra storia.
Starbucks ha aperto a Milano e non va bene perché oh, noi abbiamo il caffè più buono del mondo, così come abbiamo la pizza più buona del mondo, la pasta più buona del mondo, i dolci più buoni del mondo, qualsiasi altra cosa edibile più buona del mondo.
Eppure eh, in Italia esiste il libero mercato: io apro quello che mi pare e tu consumatore scegli dove portare il tuo culo e i tuoi soldi. Se scegli di non portarmi i tuoi soldi perché il Frappuccino mina al tuo onore e alla tua onestà intellettuale me ne farò una ragione e, se altri mille milioni faranno come te, chiuderò alzando bandiera bianca e lasciando spazio, su territorio italico, al sushiaro numero 2.567.787 (che non ve lo vorrei dire, ma manco il sushi è italiano, ma tant'è).

Al di là del Frappuccino e del nome scritto male, fatevi un giro per bar e caffetterie in Italia: a Milano, a Roma, ovunque vogliate voi.
Adesso provate a cercare una presa di corrente dove ricaricare lo smartphone, il pc, il tablet. 
Oh si, lo so: lo smartphone andrebbe ricaricato a casa, ma provate anche a stare fuori sedici ore con uso intensivo del telefono e poi ditemi se anche voi non avete bisogno di una fottutissima presa.
Da Starbucks puoi ricaricare quello che vuoi, pure il vibratore da taschino. E no, non ti fanno pagare la corrente.
A dire il vero, da Starbuck puoi anche stare seduto quanto vuoi a leggere, a studiare, a guardare il soffitto aspettando l'idea geniale che vi rivoluzionerà la vita senza obbligo di consumare.
Potete anche solo sedervi dentro perché fuori fa freddo e scroccare il wi-fi. A Berlino, per dire, io l'ho fatto. E il wi-fi gratuito non è che ve lo diano proprio in tanti, eh. Meglio oggi che dieci anni fa sicuramente, ma ripeto: non ve lo danno in tanti. 
Si, so anche che dovremmo guardarci negli occhi e chiacchierare, ma io viaggio anche da sola e per lavoro, eh. E a Stoccolma ho scroccato il wi-fi a Starbucks sorseggiando non ricordo manco cosa mentre scrivevo mail e non avevo nessuno con cui parlare.
Nessuno vi caccerà anche se prenderete solo un caffè espresso (si, lo fanno sul serio e non fa manco poi così schifo, quello di Amsterdam non era male ad esempio).
Infine, provate a pagare un caffè con il bancomat in una qualsiasi caffetteria.
Vi guarderanno con disprezzo e probabilmente non accetteranno il pagamento, ammesso che abbiano il pos, eh. Perché ci sono le commissioni pare. E io ci credo che ci sono le commissioni e so che sarebbe meglio se non ci fossero, sia per l'esercente che per il consumatore, ma ci sono  e io vorrei poter pagare con il bancomat ovunque senza sentirmi una pezzente solo perché non giro con i contanti (ripeto: non giro con i contanti, non ne ho mai, tutti i miei amici e parenti possono confermare).
Oppure provate a pagare in un bar qualsiasi con una banconota da 50€ (o addirittura da 20€): vi faranno presente che non sono un ufficio di cambio e ci sta, è vero, hanno ragione, ma io che ci posso fare se non ho monete? Non prendo il caffè? Non faccio colazione? Cammino in ginocchio sui ceci per sei km?
Ora, provate a fare la stessa cosa da Starbucks: prendono bancomat, banconote da 500€, assegni circolari e cambiali del 1970 con su scritto "pagherò".

E non ultimo: Starbucks a Milano ha dato posti di lavoro che va bene che si lavora anche la domenica e, si sa, in Italia la domenica è della famiglia e guai a proporre di lavorare la domenica a qualcuno senza essere linciati dalla folla, però non è malaccio come cosa.
No, non sto difendendo Starbucks a tutti i costi, onestamente non me ne frega un tubo, però ecco: ma che fastidio vi da? Non vi piace? Non andateci. Vi piace? Andateci e ingozzatevi di Frappuccini e cookies.

Che poi eh: io me lo ricordo quando ha aperto Mc Donald's a Palermo, in Piazza Castelnuovo (che sarebbe Piazza Politema per intenderci) nel lontano 1997. Tutti a urlare allo scandalo per il pagliaccio americano, eppure ci sono state file chilometriche per mesi e, a dire il vero, ci sono tuttora.
E mi riferiscono che sono passati vent'anni e i venditori di arancine e quelli di sfincione non sono ancora falliti. 
Sarà mica che due cose diverse possono convivere senza problemi e senza polemiche?

E comunque io a Milano da Starbucks ci andrò, prenderò un Frappuccino e vi mostrerò pure la foto del bicchiere con il mio nome storpiato scritto sopra. Per dire, eh.
E sono pure contenta che il primo Starbucks italiano che avrei certamente preferito a Roma, sia diverso dagli altri e che sia il più grande d'Europa e il terzo più grande del mondo.
Continua a Leggere

domenica 2 settembre 2018

Palermo: allergici in viaggio

Palermo, interno notte, rosticceria.
"Scusi, con che olio friggete?"
"Ma quale olio signora, friggiamo con lo strutto"
"Benissimo, grazie, allora mi dia tutto".
"Amore ma lo strutto non è un po' pesante?"
"Sempre meglio dell'olio di arachidi, non pensi?"
"In effetti..."

Mi piace mangiare e tanto anche.
Se devo scegliere una cucina che amo più di ogni altra cosa, scelgo quella della mia città natale a costo di sembrare di parte.

Quando ho scoperto di essere allergica, Palermo -dove all'epoca vivevo- non era pronta così come probabilmente non era pronto nessun altro posto: erano tempi in cui di allergie si parlava pochissimo, qualcuno conosceva la celiachia (che non è un'allergia, eh, tenetelo a mente), ma per il resto zero proprio.

Era l'estate del 2007 quando, tornando dal mare con mia madre, ci eravamo fermate a prendere un gelato, la barista aveva mentito sugli ingredienti pur di vendere un cono e io ero finita in ospedale con il labbro che mi arrivava alle ginocchia. Ai tempi non esisteva neanche la normativa sull'etichettatura dei cibi che obbligava ad evidenziare gli allergeni.
Era l'estate del 2017, appena un anno fa, quando un barista faceva casino con una paletta per il gelato e mi mandava per direttissima nel vicino ospedale (lo avevo raccontato qui).
È tutta la vita da allergica che sento minimizzare il problema, che quando chiedo qualcuno ride, che la gente dice che gli allergici devono stare a casa loro (qui trovate il mio sfogo), che dico di essere allergica e mi chiedono a cosa sono intollerante. Succede ovunque, succede sempre e comunque, ma io -testarda come un mulo- non mi sono mai arresa nel pretendere una vita (quasi) normale: non ho mai smesso di uscire, di viaggiare, di mangiare (no, non le cose a cui sono allergica ovviamente).
Sono peggiorata, gli alimenti da associare alla parola morte sono aumentati, ma io ho continuato imperterrita a pretendere questa normalità.
L'ho fatto con gentilezza, spiegando a tutti qual 'è il problema, prendendo un milione di accorgimenti e chiedendo in bar, ristoranti, gelaterie tutto quello che mi serviva sapere per capire se potevo o meno mangiare qualcosa.
Ho sviluppato un sistema di indagine di una precisione pazzesca, con domande mirate che altro che gli interrogatori ai criminali.
Una delle domande preferite è "con che olio friggete?" e ho stabilito che non dico subito qual 'è l'olio che non ci deve essere perché, sai mai, potrei influenzare la risposta, ma di domande ce ne sono tantissime. Poi osservo e tanto anche, a volte dico di si, altre volte scuoto la testa perché non mi fido e ce ne andiamo.

Dicevo: vent'anni fa Palermo non era pronta e non era la sola.
Questo non essere pronta è durato una vita o almeno a me quello è sembrato.
Poi quest'anno la svolta.

Sono entrata nella gelateria dove l'anno scorso mi avevano quasi uccisa, nessun altro forse lo avrebbe fatto e ho notato subito che hanno migliorato le cose per evitare episodi come quello che è accaduto a me. Sono più attenti, più precisi e di me, per inciso, si ricordavano.
"State attenti alla signorina, qualcuno si dedichi solo a lei".

Ho mangiato fuori spesso e volentieri e quando ho fatto qualche domanda senza inizialmente dire perché (ve l'ho detto, non voglio influenzare le risposte in un primo momento) tutti -e quando dico tutti intendo tutti- mi hanno anticipato: "Signora, è allergica, vero?"
Non mi hanno chiesto se fossi intollerante, mi hanno chiesto se fossi allergica che a voi sembrerà una piccolezza, ma non lo è.
Mi hanno, ancora prima che lo chiedessi, mostrato, spiegato, fatto vedere.
Sono stati tutti onesti, hanno controllato, ricontrollato, controllato ancora una volta.
Qualcuno che mi ha sentito chiedere ha aggiunto che le allergie sono pericolose, che le conosceva perché aveva letto qualcosa al riguardo o che conosceva un allergico. 
Quando ho chiesto qualche accorgimento particolare, in realtà lo avevano già previsto loro.
È successo ovunque, sempre e comunque.
Non avevo mai avuto la sensazione di sentirmi così sicura, così capita, così uguale a tutti gli altri clienti di un ristorante. 
Che poi, diciamo la verità: se io avessi un ristorante e arrivasse una cliente come me sarei disperata. Lo dico davvero, eh. Una che non mangia un tubo, che fa tutte quelle domande, che però ama il cibo e mangia come un bue non sarebbe il mio cliente ideale.
Sarò impopolare, ma avere a che fare con una -come me- che è un dito al c**o simile quando deve mangiare è una cosa che mi risparmierei volentieri. Cioè, quando devo fare la spesa o cucinare o andare a cena da qualcuno mi sto sulle palle da sola, figuriamoci agli altri.

Sono andata al mercato con mia mamma e abbiamo trovato gente attenta e disponibile.
Ho passato quasi un'ora a parlare di allergie dal fruttivendolo: io caso umano, lui allergico alle nocciole, siamo tornati a casa pieni di frutta e verdura.

Ho trovato commovente che, in un mondo in cui ancora si chiama frutta secca la frutta a guscio e si pensa che le arachidi facciano parte della categoria, ci fosse chi da il nome giusto alle cose.
Ho anche trovato commovente nella patria di mandorle e pistacchi ci fossero comunque milioni di dolci che aspettavano solo di essere mangiati da me (senza mandorle e pistacchi ovviamente).


Ho visto mia zia dire fiera, in occasione di una cena a casa sua, che non c'erano determinate cose in casa perché sua nipote è allergica. 
E ho visto, per la prima volta in tanti anni, i miei genitori e il marito guardarmi mangiare sereni. E, in effetti, quest'anno non ci sono stati intoppi.

Qualsiasi cosa sia successa, sapere che tanti sanno e capiscono per me è un traguardo enorme.
Che questo traguardo lo abbia raggiunto la mia città mi riempie il cuore d'orgoglio.


Se vi interessa avere qualche dritta per viaggiare con le allergie alimentare cliccate qui.
Continua a Leggere

venerdì 27 luglio 2018

Viaggiare con le allergie alimentari: come fare e perché farlo

Io sono allergica e mi piace viaggiare.
Per essere precisi, sono allergica all'LTP, una proteina mannara presente praticamente ovunque.
Non sono allergica a tutte le LTP, ma siccome nella vita mi ritengo molto fortunata, sono allergica a quasi tutte. 
E siccome sono davvero molto fortunata, sono anche allergica in modo grave.
Andare in giro e dire "sono allergica all' LTP" significa farsi quanto meno prendere per pazzi e, a dire il vero neanche io, fino a un po' di tempo fa, sapevo cosa fosse questa sigla. 
Fino a qualche anno fa, io sapevo solo di essere allergica a un sacco di alimenti, così come sapevo che le mie allergie sono come le scale di Harry Potter: a loro piace cambiare o, se proprio vogliamo essere precisi, a loro piace aumentare.
Oggi gli alimenti a cui sono allergica non li conto più (in realtà, se mi ci metto vi dico anche il numero esatto, eh, ma poi mi deprimo), ma so che questa allergia ha un nome.
Non vi frantumerò le gonadi parlandovi di LTP come se fossi un medico, visto che di fatto una specializzazione in immunologia clinica non ce l'ho, ma ecco: è arrivata l'estate e sono arrivate le vacanze. E, a dirla tutta, io viaggio tanto non solo in estate, un po' per lavoro e soprattutto per piacere e per passione.
Viaggio in nave, in aereo, in treno, in macchina e vado più o meno ovunque mi vada di andare.
Viaggio da sola, con mio marito, con gli amici, con i miei genitori.

Se vi state chiedendo se si può viaggiare e se si può mangiare in viaggio con un'allergia alimentare la mia risposta sarà sempre si. Non forse si, ma si. Si può fare, io lo faccio, l'ho sempre fatto e sempre lo farò perché chiudersi in casa ad aspettare la morte per inedia non fa per me.

Come si fa a viaggiare in compagnia di un'invadente allergia alimentare?
Prima di tutto, ecco, bisogna essere abituati a vivere e convivere con le allergie, bisogna avere in mente tutte le accortezze che vanno prese, ma è appunto abitudine. Io sono abituata, chi mi sta vicino pure.
L'abitudine si prende con il tempo, piano piano si inizia a pensare a cose a cui prima delle allergie non si sarebbe mai pensato.


Io non mangio mai in luoghi dove sarebbe difficile soccorrermi se mi accadesse qualcosa: quando si parte questi luoghi sono ad esempio  l'aereo o la nave e, in generale, quanto meno per il viaggio, tendo a portarmi le mie cose cucinate da me (o da mia madre) in cucine (la mia e la sua) dove gli allergeni non entrano. In ogni caso, mangio quando sono arrivata a destinazione o prima di partire, insomma dove un'ambulanza può raggiungermi subito in caso di bisogno.
In aereo si può avvisare la compagnia dell'allergia e gli allergeni non verranno somministrati a nessuno. Ovviamente, ma mai dare per scontato, a supporto della tesi bisogna avere la documentazione necessaria che un allergico ha. Un non allergico a cui però non piace, che so, l'odore delle patatine si attacca, com'è giusto che sia.
Quando arrivo a destinazione, per tutta la durata del soggiorno, mangio solo cibi che sicuramente non sono contaminati, anche se -inutile negarlo- un minimo fattore di rischio può esserci sempre, purtroppo.
Una buona idea è quella di mettere in valigia cibi sicuri di modo da poter sopravvivere qualora non si trovasse nulla, ma senza esagerare.
Se devo mangiare in un ristorante o in un bar prima mi guardo intorno, poi chiedo.
E per chiedere non intendo che faccio una domandina, ma piuttosto che faccio quel mezzo milione di domande che potrebbero apparire superflue, ma che per me sono di fondamentale importanza.
Spiego poi la gravità del problema, preciso che anche una piccolissima contaminazione potrebbe uccidermi e che, se non sono sicuri, preferisco mi dicano che non lo sono.
Digiuno se è il caso, non è un problema. Di certo è inspiegabile che nonostante tutti i digiuni a cui sono stata costretta, per dimagrire sono dovuta andare da una dietologa, ma tant'è.
Se capisco che posso mangiare in un determinato locale, quando arriva il cibo lo odoro -si esatto, lo odoro- e lo osservo attentamente da ogni angolazione. Se sono con mio marito o con i miei genitori prima lo faccio assaggiare a loro che a qualcuno potrebbe anche fare schifo che qualcuno assaggi il proprio cibo, ma pazienza. Meglio lo schifo che restarci secchi.
Se proprio non trovo niente (succede più spesso di quanto crediate), un supermercato da qualche parte ci sarà e a quel punto leggo ogni singola etichetta, evitando in ogni caso cibi troppo elaborati. 
In Italia è facile visto che etichette sono scritte in italiano, all'estero è essenziale sapere come si dicono e come si scrivono gli alimenti cattivi in inglese e nella lingua del posto.
Non do mai per scontato che dove vado sappiano l'inglese. MAI.
Visto che, ecco, imparare lo svedese o il cirillico non è esattamente una cosa che si può fare in un paio di giorni, basta scrivere il nome di tutti gli alimenti nella lingua che serve, in stampatello e non in corsivo perché lo stampatello è più chiaro, meglio ancora scriverlo al pc e stampare la lista. 
La lista serve sia per leggere le etichette, sia per eventualmente mostrarla in bar, ristoranti e via dicendo.
In ogni caso, una scatoletta di tonno può andare bene senza troppi complimenti, possibilmente al naturale che l'olio se non di oliva (almeno nel mio caso) sa essere tanto buono quanto letale.

Mangiare può passare in secondo piano se è il caso, l'importante è viaggiare.
E non si viaggia mai da soli.
Si lo so che ho detto che io viaggio anche da sola, eh, non ho cambiato idea.
Io viaggio da sola, ma non da sola: con me c'è sempre il kit salvavita.
Cosa contiene il kit salvavita? Due autoiniettori di adrenalina semplicissimi da utilizzare, due diversi tipi di cortisone in compresse, due diversi tipi di cortisone in fiale, un antistaminico in fiale, tre diversi tipi di antistaminico in compresse, una crema cortisonica, il Ventolin.
Ho anche le siringhe e si, so fare le punture nel senso che io le punture me le faccio anche da sola, oltre a farle agli altri. Ho imparato perché non è detto che chi ci circonda le sappia fare.
Se state pensando che non è sicuro farsi le punture da soli, tornate a dirmelo quando avrete provato la sensazione della gola che si chiude e dell'aria che non arriva ai polmoni e poi ne riparliamo, scusate la brutalità.
Chi viaggia con me -se viaggio in compagnia- sa di questo problema, è in grado di intervenire e può farlo in due modi: ascoltando quello che dico io che conosco le mie allergie e le mie reazioni allergiche meglio di chiunque altro o, se io non sono in grado di fare da guida, prendendo l'adrenalina e chiamando immediatamente il 118 (o il 911 o, in generale, il numero delle emergenze, bisogna documentarsi prima su quale sia il numero in base al paese in cui ci si trova).
Nel kit ci sono i miei dati, il permesso a viaggiare con me per i farmaci (ad onore del vero nessuno mi ha mai chiesto niente), la delega ad agire per chi è in grado di farlo (che non si sa mai), il mio piano terapeutico, le istruzioni d'uso dell'adrenalina. 

Nel mio portafoglio c'è un foglio che spiega qual è la mia patologia, cosa fare e chi chiamare se mai dovesse succedermi qualcosa.
Il foglio in questione va scritto non solo in italiano, ma anche in inglese e nella lingua del posto se si va all'estero.
Nel mio cellulare ho impostato la pagina d'emergenza che dice che sono gravemente allergica all' LTP, che ho l'adrenalina in borsa (e ce l'ho sempre) e i numeri da chiamare, oltre a quello delle emergenze, che sono quello di mio marito e quello di mia madre che sanno che devono rispondere sempre a qualsiasi numero.
È in lavorazione un bracciale con un ciondolo che spiega tutto quello che è spiegato dal foglio e dal cellulare che io non lo so mica cosa potrebbe andare a guardare un eventuale soccorritore per strada.

E poi ci vuole una dose di coraggio enorme.
Una dose di coraggio che deve farvi scattare la voglia di non stare chiusi in casa, di uscire, di viaggiare, di fare qualsiasi cosa normalmente (o quasi).
Il cibo è importante, ma non è tutto, un allergico può viaggiare, deve solo farlo in modo consapevole, tenendo a mente che una distrazione può costare la vita, ma quello -credetemi- è impossibile da dimenticare.


Se volete avere un'idea di com'è viaggiare con le allergie, in questo post ho raccontato la nostra esperienza ad Amsterdam con le mie allergie.

La foto del post è di Samira El Bouchtaoui, l'ha scattata per me e ritrae una valigia piena di allergeni, almeno per me. Quell'anguria che non è un alimento a cui sono allergica è adesso contaminato perché entrato a contatto con le pesche, sembra banale, ma non lo è.
La foto è stata scattata a parecchi km di distanza da me per ovvie ragioni di sicurezza.
Continua a Leggere

martedì 17 luglio 2018

I bibitoni dimagranti sono come il due di coppe quando regna bastoni

Ce li avete presente i bibitoni dimagranti che non solo vi fanno perdere peso, ma vi fanno anche diventare ricchi e liberi dalla mancanza di tempo che attanaglia i poveri lavoratori?
Secondo me si, avete perfettamente idea di cosa siano sti bibitoni miracolosi, visto che ultimamente non si parla d'altro.

Io sono dimagrita e adesso giustamente devo dirvi la fatidica frase: chiedetemi come.
Se non me lo chiedete, ve lo dico stesso per altro.
Sono dimagrita andando da una dietologa, laureata in medicina e specializzata in scienza dell'alimentazione, e andando in palestra.
Non sono quindi diventata ricca vendendo bibitoni, piuttosto sono diventata povera pagando la dietologa e la palestra. E la cosa esilarante è che diventerò sempre più povera visto che non ho ancora finito e continuerò a pagare dietologa e palestra. 
Non ho quindi una Porsche, ma direi che ne faccio anche a meno, visto che la mia prima macchina è stata un'Alfa Romeo e ancora pago i debiti contratti per mettere la benzina in quella succhialiquido  al sapore di petrolio che non era altro, e non sto in piscina tutto il giorno, ma si sa, il cloro sbianca quindi mi tengo la mia (pallidissima in questo momento) abbronzatura.
Le borse me le compro lo stesso, pur non vendendo bibitoni, ma quelle sono -in buona parte- una gentile concessione di mia madre che sa che la sua bambina ha un bisogno disperato di borse.


Detto questo: ieri ho fatto il controllo dalla dietologa.
Undici chili di grasso persi, una quantità di centimetri che tutti insieme fanno un bambino di cinque anni, massa muscolare aumentata, metabolismo basale aumentato e un sacco di cose belle.
Perché, ecco, lasciatemelo dire: i bibitoni non servono a un tubo.
E non serve a un tubo neanche credere che la taglia 40 sia l'obiettivo da perseguire per qualsiasi donna esistente al mondo.
Lo so, lo so, le convenzioni sociali ci impongono uno standard di bellezza femminile che bla bla bla.
A me, delle convenzioni sociali, non frega una beneamata mazza.
Io devo piacere a me stessa e stare bene con me stessa, se piaccio anche a voi bene, se no me ne farò una ragione. O forse non perderò neanche tempo a farmene una ragione, ma tant'è.
E della taglia 40 a me non frega un tubo.
Semplicemente, quando ho letto, ormai quasi tre mesi fa, che ero sulla prima linea dell'obesità di primo grado volevo morire. E volevano morire anche le mie ginocchia, già provate dalla frattura della rotula dello scorso anno.
Io volevo essere normopeso e oggi, quando finalmente è venuto fuori che lo sono, ho tirato un sospiro di sollievo. Senza bibitoni.
Mangiando tutto, ma proprio tutto tutto tutto (tranne le cose a cui sono allergica ovviamente). 
Ieri ho fatto merenda con l'affogato al cioccolato. No, non è uno sgarro, fa parte della dieta.
Si, l'affogato al cioccolato. E me lo sono conquistata eh, mica ce l'ho avuto subito, ma non ho preso bibitoni per avere l'affogato al cioccolato.
Ho solo seguita la dieta alla lettera. Dieta data da un medico, ripeto.
Non mi sono fatta convincere da chi mi diceva: "dai, ma fai uno sgarro". Se non è previsto, io lo sgarro non lo faccio. E se non è previsto e voglio farlo, lo decido io, me ne frego -letteralmente- delle pressioni altrui.
Sono andata in palestra, ho sudato, ho faticato, continuo a farlo. Perché mi piace e perché mi serve.
E non bevo i bibitoni, l'ho già detto?
Non ho messo foto del mio cane -in mancanza di figli- in posa col bibitone al succo di foglia della palma canadese (era l'acero, lo so) a bordo piscina affermando che ebbene si, anche il cane ha tolto il grasso in eccesso gustando il bibitone. E non ho manco reclutato il cane perché oh, la forza dei sistemi piramidali di vendita sta nel reclutare gente incapace di intendere e di volere (scusa Fuffi, non intendo dire che sei incapace di intendere e di volere, eh).

Dimagrire non è una strada facile, bisogna volerlo e bisogna averne la forza che, detta così, sembra facile, ma non lo è. 
Bisogna affidarsi al professionista giusto perché ecco, se chiedete a me di mettervi in onda un programma lo faccio, ma se chiedete a me -che di professione faccio il tecnico broadcasting- di aiutarvi a dimagrire non saprei come fare.
Per dimagrire bisogna mangiare e non solo qualcosa, ma tutto. 
E l'esercizio fisico fa bene, non tanto per dimagrire, ma per tonificare, per perdere cm, per aumentare la massa magra.
I bibitoni invece sono come il due di coppe quando regna bastoni: inutili.


Tutti i post sulla mia dieta:


Nb. Nessun bibitone è stato maltrattato per la stesura di questo post.
Continua a Leggere

venerdì 6 luglio 2018

Storia di due chili di pomodoro contaminato

Io amo i pomodori. 
Li amo talmente tanto da mangiarli in tutte le salse (si lo so, è una battuta penosa, ma mi piaceva): fatti a insalata, sulla bruschetta, con le uova, con la pasta, sotto forma di salsa, sulla pizza, dentro al pane. 
Gli unici pomodori che non mangio sono quelli al riso di cui ho scoperto l'esistenza solo venendo a vivere a Roma, non credo neppure di avere mai visto altrove i pomodori da riso al supermercato, ma credo che sopravviverò pure senza mangiarli.

Qualche tempo fa ho comprato dei pomodori.
Niente di strano, lo faccio sempre.
Tendo però a comprare i pachino o i datterini confezionati al supermercato.
Oh, se state urlando allo scandalo perché la plastica inquina, sappiate che me ne fotto.
Il motivo per cui lo faccio è semplice: all'interno della loro inquinante confezione in plastica sono al sicuro da manate al sapore di pesca o di fragola o di qualsiasi altra cosa vi venga in mente che per me rappresenta un pericolo.
Io so che vi mettete il guantino plasticoso (che, per la cronaca, inquina anche quello), ma con lo stesso guanto scegliete le vostre succose pesche e poi tastate i pomodori per vedere se sono un po' avanti o no. Lo capisco eh, anche io preferisco pomodori sodi e non mosci, ma quello che non preferisco è il pomodoro contaminato.

Ho fatto però un errore. Succede, eh. Può succedere a tutti.
Ho comprato dei pomodori a grappolo dal fruttivendolo.
Ero di fretta, non avevo voglia di arrivare fino al supermercato e mi servivano proprio quelli a grappolo.


Sono entrata, ho chiesto, mi sono assicurata che fossero ben lontani da roba potenzialmente letale, ho spiegato il problema e mi sono fidata.
Si, mi sono fidata come faccio sempre perché sono dell'idea che sia necessario non vivere in un incubo in cui tutti sono dei nemici che vogliono fregarci, nonostante mi sia capitato -e non una volta sola- che qualche pazzo incosciente abbia detto una cosa nonostante sapesse benissimo che la verità era un'altra.
È anche vero che d'estate tendo a non comprare quasi per niente frutta e verdura perché l'estate è la stagione delle pesche e per me le pesche sono il male assoluto. Sono stata leggera? Si, credo di si, ma sono umana e credo che l'essermi fidata sia la mia vera grande unica colpa.

Comunque, ho lavato i pomodori con cura.
Sono certa che anche voi laviate frutta a verdura, ma a casa mia il lavaggio è un'operazione che dura ora, fatta di mille passaggi per ridurre al minimo qualsiasi pericolo.
I pomodori sono stati riposti in frigo, in una bella ciotola azzurra, vicino alle ciotole contenenti i cugini pachino e datterino che, a casa nostra, ve l'ho detto, non mancano mai.
Faccio la pasta con il pomodoro, lavato, pelato e cucinato. La sera sono arrivati dei crampi allo stomaco pazzeschi e tutto quello che ne consegue (vi risparmio i penosi particolari), ma non ho pensato a niente in particolare. 
Qualche giorno dopo ho preparato una bella insalata di pomodori con quegli stessi pomodori a grappolo e quando ho finito di cenare non mi sono sentita bene. Ho scattato un paio di foto al mio labbro per mandarle a mia madre: "ma ti sembra gonfio?".
Io ho labbra naturalmente grandi, quindi, in alcuni casi, quando iniziano a gonfiare non è immediato rendersi conto se è davvero gonfio o se sono solo suggestionata (si, succede).
Ho visto mio marito mettersi le scarpe, prendere un paio di calzini per me e tirare fuori le mie amate Nike bianche. Si è avvicinato e con calma, mi ha messo le scarpe e ha tirato fuori l'adrenalina.
Poi siamo corsi in ospedale. Cioè, lui è corso, io so solo che ero accanto a lui.
Niente di particolarmente grave, ho visto di peggio e sono, in generale, una che tende a minimizzare. Ho sicuramente visto di peggio in vita mia.

Con calma, ho scritto una mail dettagliata al mio allergologo spiegando l'accaduto e facendo presente che però io avevo comunque mangiato i pomodorini pachino e i datterini negli stessi giorni, senza conseguenze.
Tenete presente che io sono nella fase della vita in cui non sono più disposta a cedere. Le cose che mangio sono poche, ma non voglio toglierne altre.
Certo, se è necessario ci mancherebbe, ma ogni alimento che mi saluta è un dramma.
"Mamma, ma io come faccio a mangiare tonno e pomodoro se non posso mangiare il pomodoro?".
Sono domande di un certo spessore che tirano fuori i miei sette anni, me ne rendo conto, ma vorrei vedere voi.

C'è da fare una doverosa premessa: se si è sotto cortisone e antistaminico, che in ospedale somministrano sempre in questi casi (e quando dico sempre intendo sempre, pure quando ti sei bevuta sette litri di adrenalina), non si può fare granché. Il corpo deve prima smaltirlo.
Poi si può fare un test, nel mio caso sul sangue, e provare uno o più tpo (test di provocazione orale, da fare rigorosamente in ambiente protetto, possibilmente avendo già messo l'ago cannula). 
La faccio breve: i pomodori non erano.
Quando si hanno delle reazioni a qualcosa è facile dire che non era quello, il problema è mangiare di nuovo come se nulla fosse quel qualcosa, anche perché i test non sono sempre attendibili.
Probabilmente se in quei giorni non mi fossi sfondata di pomodoro comprato altrove, la sentenza sarebbe stata addio pomodori e sarebbe finita lì, con mio sommo rammarico.
Io sono famosa per una frase che è "sto ascoltando il mio corpo". I miei familiari non hanno cuore di dirmi che sono completamente scema.
Piano piano, mezzo pomodorino per volta -rigorosamente confezionato in plasticose barriere che fanno da muro a pericolosi allergeni- ho ripreso a mangiare i miei amati pomodori. Sono arrivata a quattro o cinque, eh. E ogni volta perdo ore ad ascoltare il mio corpo.
Psicologicamente non è mai facile, mai. Ma so, me lo hanno insegnato in questi lunghi anni, che non si tolgono alimenti che non hanno dato una reazione.
Si, perché non era colpa di quei pomodori.
Era colpa di un fruttivendolo cretino (si, cretino, mettete agli atti) che non ha preso sul serio la mia richiesta pensando ai soliti esagerati.
In fondo cosa sarà mai mangiare succosissime pesche, profumatissime albicocche, prelibatissime ciliegie e poi, con la mano ancora intrisa scaricare i pomodori facendo attenzione a contaminarne quanti più possibile?
Sono un signora, ma se fossi stata un tantino più cafona -cosa che sinceramente spesso mi piacerebbe essere- gli avrei ribaltato il negozio mentre candidamente diceva "e che sarà mai".
E che sarà mai un cazzo, lasciatemelo dire.

Cari ristoratori, negozianti, baristi se non siete sicuri, dite che non siete sicuri.
Se invece siete sicuri che quello che vendete sia contaminato, ma pur di vendere due chili di pomodori siete disposti ad ammazzare la gente, sappiate che non siete furbi, siete dei criminali. 
E meritate il peggio.


Nb. L'adrenalina non si beve, onestamente non saprei nemmeno come aprire un iniettore per estrarne il contenuto, era solo per dire.

Postilla: mi hanno chiesto come mai ci metto settimane, se non addirittura mesi a raccontare episodi simili. I fatti raccontati, in questo e negli altri post sull'argomento, per quanto riassunti all'osso, spesso avvengono in settimane, se non addirittura mesi. Non è mai facile, per altro, entrare nel dettaglio, inserendo paroloni complicati che -ammetto- a volte faccio fatica a capire anche io che ci sono dentro da un pezzo. Trovo inutile infine inserire ogni passaggio medico perché io non sono un medico e questo non è un blog di medicina. Tutto qui.
Continua a Leggere

giovedì 5 luglio 2018

La dieta non è un supplizio

Stare a dieta non è un supplizio, un'ansia, una lotta contro i morsi della fame.
Non è neanche qualcosa che ti rende nervoso, che ti rovina la vita, che ti fa soffrire.
E non è neppure mangiare un'insalatina scondita e una manciata di noci per tappare i buchi. Che poi eh, sarà che io non posso mangiare né l'insalatina né la manciata di noci, ma ecco: anche no in ogni caso.
Stare a dieta non è bere i bibitoni miracolosi, né mangiare le barrette sostitutive del pasto, né cose che secondo me emettono pure radiazioni e ti uccidono lentamente, ma tant'è.

L'idea che la dieta sia un supplizio è terrificante, lasciatevelo dire.
Seguo una dieta da due mesi e mezzo, ho perso 10 kg di grasso, ho aumentato la massa muscolare e -non so se si possa considerare un effetto collaterale- ho iniziato a parlare con i miei bicipiti per fargli sapere quanto sono belli, amori della mamma.
Mangio tutto, allergie a parte, e tanto. 
Ogni giorno percorro tra i 10 e i 20 km a piedi tra mezzi pubblici, lavoro, cane e tempo libero.
Vado in palestra, faccio body building con carichi tutto sommato leggeri. Lo faccio perché mi piace, mi rilassa, mi toglie cm e mi modella in corpo.
Vado anche in piscina perché mi fa bene: a me e soprattutto al mio ginocchio scemo.
Viene da sé, che una dieta a base di insalata non la potrei reggere. Provateci voi a sollevare un bilanciere da 50 kg avendo mangiato solo insalata.
No dico davvero, provateci e poi ne riparliamo.

Non muoio di fame perché, ebbene si, mangio.
Non ho tolto nessun macronutriente: mangio carboidrati complessi e non, proteine, grassi, frutta e verdura, tutto.
L'unico limite è dato -ve l'ho detto- dalle mie allergie alimentari (qui): quello a cui sono allergica e che quindi potenzialmente potrebbe uccidermi, non lo mangio, ma questa è una costante della mia vita che con la dieta non c'entra nulla.
Sono contemplati, all'interno della mia dieta, gelati, dolci, pizza, sushi, lasagne e fritture.
Che poi eh, io non ho mai amato la frittura, ma ho imparato a mangiare anche quella.
Non ho mai bevuto bibite gassate, fatta eccezione per la Sprite per cui ho una vera e propria fissazione e quella continuo a berla. Non tutti i giorni, non tutto il giorno, ma se voglio posso.
Devo attenermi ad una schema dietetico in cui non c'è scritto "oggi mangi questo o ti attacchi", ma posso sempre fare una scelta tra diverse cose perché le voglie non si possono programmare.
E se stasera dovessi mangiare il petto di tacchino, ma avessi voglia di salmone affumicato, alla fine mi stuferei di mangiare sempre quello che qualcun altro ha deciso per me.
Non ho mai fame da contorcermi le budella, sto sempre bene perché le calorie sono distribuite in modo sensato all'interno della giornata. 
Se devo andare a cena fuori ordino quello che so che posso mangiare e spesso mi lamento perché al ristorante mi danno da mangiare meno di quanto mangerei a casa mia se preparassi le stesse cose, ma ci sta dai.
Semplicemente non passo le mie ventiquattro ore a mangiare sul divano, aspettando che passo l'angioletto della dieta e tagli via il grasso, ma non muoio neanche di fame perché non è sano lasciarsi morire di fame e un dietologo intelligente se gli dite che avete fame vi farà mangiare fino ad annullare quel senso di fame.
Se invece gli dite che è troppo quello che mangiate, vi dirà che non potete scendere perché fare bloccare il metabolismo non è una buona idea.
Per altro, se introducete troppo poco cibo, ad essere intaccata per prima saranno i muscoli e non il grasso che io già me lo vedo il capo di tutto che dice: "ehi, prendete le riserve da quel bel bicipite che è troppo grosso e noi non abbiamo abbastanza scorte per mantenerlo così". No, scusate, non ce la faccio: io a bicipiti e addominali non ci posso rinunciare. Qualora il capo di tutto decidesse di intaccare come prima cosa, che so, il grasso dei fianchi, potete dargli il mio numero di telefono e dirgli che sono disposta a cedere.

Quando qualcuno mi dice che la dieta rende nervosi o mette ansia mi faccio sinceramente due domande.
Non posso mangiare tutti i giorni pranzo e cena al Mc Donald's, ma ecco forse non è esattamente uno stile di vita sano e non tanto per il grasso, ma per il colesterolo. Per dire, eh.
Se siete sazi, appagati, felici, avete mangiato quello che desideravate in quantità, perché dovreste essere nervosi? O in ansia?

Continuo ad andare a cena fuori con gli amici, in base a una serie di cose decido se mangiare anche il tavolino (che però ormai farei fatica a finire mi sa) o se attenermi a quello che avrei mangiato a casa e, in nessun caso, è morto nessuno. Se devo rinunciare a qualche grammo di cibo perché le porzioni sono più ridotte non casca il mondo per una volta, ma in linea di massima io preferisco i miei pasti abbondanti prepararti a casa che non due ostriche mangiate fuori. Sono scelte, eh.
I rompicoglioni che invece non facevano altro che fare allusioni alla mia dieta o a fare apprezzamenti negativi ho semplicemente smesso di chiamarli e di vederli che ho già mille pensieri e problemi e non posso stare dietro anche ai loro di problemi.

Se vado da qualche parte in cui posso portarmi dietro un panino lo faccio volentieri.
Sono abituata a farlo a causa delle allergie, anche se ammetto che a volte è complesso fare entrare tutto quello che dovrei mangiare dentro un panino.
Se state pensando che mangiare un panino faccia ingrassare, beh io di pane nella dieta ne ho in quantità, basta metterci dentro quello che avrei mangiato accompagnato dal pane.
Se state pensando che è uno sbattimento cucinare per mettere le cose in mezzo al pane, potete usare gli affettati che si, sono contemplati nella dieta, almeno nella mia, e i pomodori, anche se, quando ho capito che il quantitativo che devo mangiare di verdure convertito in numero di pomodori è una cosa enorme, li ho un po' abbandonati. E non solo per questo a dire il vero, ma non è questo il momento giusto per raccontarvi lo spavento che ci hanno fatto prendere dei maledetti pomodori contaminati.


Quindi insomma, una dieta costruita su misura per voi da un medico dietologo non sarà mai un supplizio. Mai.
Se invece per dieta intendete smettere di mangiare la qualunque tranne insalata e anguria, ehm, mi dispiace per voi e per il vostro metabolismo, ma non è colpa mia.

Continua a Leggere