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venerdì 5 giugno 2020

Claudia, ventidue anni dopo

Claudia é la mia amica di sempre, questo lo sanno più o meno tutti.
E io volevo assolutamente scrivere di lei, di noi, di come abbiamo vissuto questa quarantena, però mi sembrava riduttivo parlare di amicizia in generale con riferimenti a fatti, cose e persone che in realtà non sono puramente casuali, quindi questo post si chiama Claudia perché parla -appunto- di lei, di noi, di come abbiamo vissuto questa quarantena, ma non solo.

Claudia ed io siamo il giorno e la notte, basta guardarci.
Molto bionda lei, molto mora io (al netto delle mèches).
Io i piercing e i tatuaggi, lei manco un brufolo. Giuro, sono seria.
Cosmpolitan lei, Sprite io.
Odiosa io, antipatica lei (che forse queste sono cose affini, non so).
Sempre perfetta e impeccabile lei, mentre io la mattina neppure mi pettino perché non ho tempo e comunque non mi va.
Make-up artist mancata lei, mentre io sto ancora cercando di capire come si mette la matita sopra l'occhio.
Insomma, siamo molto diverse, estremamente diverse.


Siamo cresciute insieme, condividendo più o meno qualsiasi cosa, dalle cose belle a quelle molto brutte.
E adesso potremo dire di avere condiviso anche la quarantena durante la pandemia, che -voglio dire- non é mica da tutti. Sempre insieme, non ci siamo mai lasciate.
No, non abbiamo violato il lockdown, considerato che tra casa mia e casa sua ci sono esattamente 940 di distanza (ho guardato su Maps perché va bene tutto, ma il chilometraggio esatto non lo sapevo).

Credo di poter affermare che se non avessi avuto Claudia probabilmente non sarei stata così bene durante questi tre mesi.
Entrambe felicissime di stare a casa e incredule all'idea che ci fosse qualcuno che volesse uscire a tutti i costi, abbiamo suddiviso le nostre giornate in momento allenamento, momento consulenza, momento gestione alimentazione, momento pettegolezzo, momento pettegolezzo stronzo (ammettetelo, lo fate tutti con le vostre amiche del cuore, provate a dire di no), momento qualsiasi cosa vi venga in mente scambiando consigli, pareri, qualsiasi cosa come non facevamo -perché non avevamo il tempo di farlo- da anni, credo più o meno quindici.
Quando Claudia é tornata al lavoro, più o meno una settimana prima di me, io mi sono trasformata nella moglie paranoica che allo scattare della fine del turno chiedeva se era tutto ok. Giuro però che l'ho fatto perché lei lavora a contatto con il pubblico e questa cosa mi metteva ansia perché la mia fiducia nei confronti del prossimo, quando si parla di gestione delle regole durante una pandemia, é più o meno pari allo zero.

Ma soprattutto: Claudia ha capito tante cose, alcune addirittura prima che gliele dicessi, ha capito me, i miei stati d'animo in un periodo che sarebbe potuto essere orribile (qui e un po' anche qua si capisce perché) e che invece é stato felice, probabilmente anche perché avevo lei.
Abbiamo riso di cose di cui altri probabilmente avrebbero pianto o quanto meno si sarebbero arrabbiati, abbiamo trovato la forza di fare cose che non avremmo fatto (banalmente gli stacchi rumeni con gli zaini riempiti di bottiglie d'acqua, per dirne una).

L'amicizia a trent'anni é diversa da com'era a sedici anni.
A trent'anni si é amiche nonostante le diversità ed é in quella diversità che, alla fine, trovi milioni di punti in comune.
A trent'anni non importa più avere tutte lo stesso reggiseno, comprato rigorosamente identico, il sabato sera (si, é una storia vera e, nello specifico il reggiseno in questione era un WonderBra nero che non so manco se esiste ancora), né importa più avere lo stesso motorino (nel caso specifico, lo Scarabeo, anche quello non so mica se esiste ancora, in giro non ne ho più visti).
A dire il vero, a trent'anni non importa manco più uscire il sabato sera, almeno nel nostro caso.
A trent'anni si può essere amiche anche se non ci si vede tutti i giorni, anche se non vedi l'ora di riabracciarti. E, mentre aspetti quel momento, puoi permetterti di frantumare le gonadi perché vuoi andare proprio in quel ristorante a 80 km da casa, anche se l'ultima volta che siete andate in quel paesello insieme avete vissuto un'avventura ai limiti dell'assurdo (qui per saperne di più).
A trent'anni segui i consigli delle amiche, ma puoi comunque insultarle per questo (bevo Aloe pura ogni mattina perché me lo ha detto Claudia e farà anche bene come dice lei, ma fa schifo, fa veramente tanto schifo e io sento il bisogno di farglielo sapere).
A trent'anni dovremmo avere tutti un'amica che sa che hai pianto, sofferto, che non é sempre stato facile, ma che é lì mentre ti rimetti in piedi, asciugandoti la lacrime prima ed esultando dei tuoi successi dopo.
E io ho Claudia, voi non so.
E questo post se lo meritava. Per la quarantena, perché ogni mattina ci svegliamo insieme e ogni sera ci addormentiamo insieme nonostante i 940 km, per quando ci siamo laureate, per quando abbiamo festeggiato i compleanni, per quando le riempivo l'armadio di scritte (che, per la cronaca, esistono ancora), per quando mi sono sposata e per quando é morto mio padre, per quando ho fermato per strada un tizio dicendogli "stasera esci con la mia amica, vedi che puoi fare" solo perché mi stava antipatico dieci anni prima e per un sacco di altre cose.



Ps. Di Claudia avevo già parlato cinque anni fa, trovate qui il post.
Avrei voluto mettere molte più foto nel post, ma Claudia é della vergine, in questo momento non può approvarle, quindi meglio di no.



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lunedì 3 febbraio 2020

Certi amori non finiscono, fanno dei giri immensi e poi ritornano: Firenze, Serie A, il ritorno alle gare di ginnastica

Certi amori non finiscono, fanno dei giri immensi e poi ritornano cantava Antonello Venditti che, non a caso, è il mio cantante preferito.

Mancavo dal campo gara dal 16 Settembre 2017, giorno della finale del Campionato di Serie A ad Eboli (qui per le polemiche -che con me non mancano mai- su quella gara).
Nel frattempo, abbiamo conquistato finali mondiali, vinto medaglie agli Europei del 2018, medaglie ai Giochi Olimpici Giovanili dello stesso anno, una medaglia mondiale agli anelli, poi abbiamo vinto un bronzo alle parallele e un argento agli anelli agli Europei del 2019 e, nello stesso anno, la storica medaglia di bronzo mondiale a squadre (qui per saperne di più) accompagnata da un argento agli anelli. Ci sono stati anche momenti tremendi nel frattempo, il ricordo di una me in lacrime in ginocchio davanti la tv durante la finale mondiale a corpo libero del 2017 è terribilmente vivo nella mia mente. 
La nazionale a cui ero tanto affezionata, nel frattempo, non esiste più (tranne Lara, lei c'è sempre, costante e lottatrice come poche al mondo, qui per saperne di più), segno che di anni -e di Olimpiadi- ne sono passati.
Ottocentosessantanove giorni senza mettere piede in campo gara sono tanti, me ne sono accorta  mentre, con l'immancabile rodimento di culo, varcavo la soglia del Nelson Mandela Forum con Marco, l'immancabile Marco che da anni è il mio fedele e immancabile compagno di viaggio, di gare e di vita (no, non nel senso che stiamo insieme, anche se sappiamo che molti -negli anni- lo hanno pensato).
Io e Marco, per la cronaca, non ci siamo parlati per un anno -più o meno- finché non  è arrivato quel passo indietro che tutti -ogni tanto- dovremmo fare. Ve l'ho detto: certi amori non finiscono, fanno dei giri immensi e poi ritornano. Abbracciata a Marco in tutti i campi gara d'Italia ci ho passato una quantità di tempo indefinibile, lo dimostrano le mille foto che più o meno chiunque ci ha scattato in questi anni.
Facciamo un passo indietro: quando è uscito il calendario delle gare non l'ho guardato subito, ci ho messo un po' di tempo. Quando ho visto la prima data, ho scritto nel gruppo Whatsapp delle gare, poi mi sono lasciata travolgere dall'entusiasmo.
"Marco andiamo?". Marco non sa dirmi di no, si lascia travolgere dal mio entusiasmo di cui sopra, oltre a volermi un bene pazzesco (ricambiato, ci tengo a precisarlo), però -ecco- stavolta non era poi così tanto convinto, finché non ho affondato la stoccata finale "C'è la Melnikova" (è una ginnasta russa che ha vinto di tutto). A quel punto, è stato un attimo.
Quando ho fatto la richiesta di accredito e ho guardato -per caso- lo storico dei miei accrediti e ho visto come ultima richiesta quella data così lontana mi è venuta una tristezza indicibile. Si, ero triste.
Praticamente i contatti reali e non televisivi con il mondo ginnico, negli ultimi due anni, erano stati i sushi post Mondiale con Ilaria.

E poi è iniziato il conto alla rovescia.
Quando è arrivato il momento di partire, la prima cosa che mi è venuta in mente è che dentro ai palazzetti fa caldo, non importa se è inverno, bisogna vestirsi leggeri.
E quando finalmente siamo arrivati al palazzetto, la prima cosa che ho detto è che volevo evitare di fare polemiche. Giustamente, tempo dieci secondi e mi rodeva il culo (no, niente di grave, abbiamo solo dovuto fare il giro per prendere l'accredito e stava piovendo).
Un attimo dopo quegli ottocentosessantanove giorni non esistevano più.
Sono saltata al collo di persone che non vedevo da tanto, mi sono goduta i "come stai bene" e i "sei sempre più bella", ho abbracciato forte, sono stata abbracciata ancora più forte.
Sembrava fosse passato un giorno dall'ultima volta, mentre cercavo di capire -come sempre- chi fosse su quale attrezzo per ragionare su dove mettermi. 
Pensavo di avere dimenticato codice e elementi e invece erano lì nella mia testa, così come -nella mia testa- c'erano ancora tutte quelle abitudini che mi porto dietro da anni.
C'è stato un attimo che ho pensato che non potessi essere più felice di così, appoggiata sulle spalle di Marco con un occhio alle foto (le sue, io non so fare foto manco con il cellulare) e un occhio all'esercizio. Ed ero felice anche quando mi sono resa conto che è stancante da morire, che dopo ore e ore in campo gara la schiena e le gambe fanno male, manco ci salissi io sugli attrezzi.
Ero felice quando qualcuno ci ha detto che aveva visto i nostri nomi sugli accrediti e ha pensato che venissimo su insieme. C'è stato un periodo in cui, quando arrivavamo al palazzetto, c'era sempre qualcuno che ci diceva "sono arrivati i romani" nonostante io di romano abbia solo la residenza.
La ginnastica artistica è da anni il mio grande amore, l'unico amore a cui ho scritto una lettera (qui per leggerla), è emozione, è stanchezza, è un sacco di cose.
E prometto che non passeranno altri ottocentossessantanove giorni, l'ho promesso a me stessa quando sono rientrata a casa a notte fonde, mi sono spogliata e ho visto che i jeans erano tutti bianchi.
"Ma che è sta roba bianca?"
"Ah, è la magnesia".
Magnesia che, per la cronaca, era ovunque: sui jeans, sulla maglia, sul cellulare, dentro le mutande.


Questo è l'anno olimpico, un anno olimpico diverso dal solito perché arriva dopo una medaglia mondiale a squadre. Un anno olimpico pieno di aspettative, in cui non si dice perché non succede, ma se succede sono disposta a fare il bagno dentro la Fontana di Trevi nuda.  

Il Nelson Mandela Forum è stato, tanti anni fa, il palazzetto della mia prima gara dal vivo.
Il Nelson Mandela Forum è stato anche, ieri, il palazzetto del ritorno a quello che amo più di ogni altra cosa al mondo.
E io non potrei essere più felice e innamorata di così.

La foto del post è di Marco Mastracco
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giovedì 10 ottobre 2019

Un anno fa, un anno da quando non ci sei più.

Un anno fa si è suicidato un mio amico.
Non ne ho mai parlato, lo avevo giusto accennato (qui) perché non c'era molto da dire.
Non ho mai saputo cosa dire.

La mattina del 9 Ottobre di un anno fa, mi sono svegliata alle 6.30, ho acceso il cellulare e ho trovato un messaggio che diceva: "Ma tu conoscevi questa persona? Ho visto che eravate amici su Facebook, è morto".
Cazzo se lo conoscevo. Siamo nati a distanza di tredici giorni l'una dall'altro, nella stessa clinica, le nostre mamme erano amiche e colleghe da sempre.
Siamo cresciuti al circolo del tennis dove le nostre mamme erano socie, poi ci siamo persi di vista, per ritrovarci nella stessa comitiva a sedici anni. E non ci eravamo più lasciati.
Di giornate e serate passate insieme, dagli 0 ai 32 anni, ne potrei raccontare milioni.
Avevo chiamato mia madre che era saltata giù dal letto all'alba.
Avevo chiesto a tutti i miei amici storici, non si sapeva ancora molto.
Poi avevo preso coraggio e avevo chiamato la sua di madre.
A sua madre avevo sempre dato del tu, chiamandola per nome. Poi era diventata la mia professoressa di filosofia al liceo, quindi avevo preso a chiamarla Professoressa e a darle del lei, com'era giusto che fosse. Avevamo un rapporto complesso, il giorno del mio orale della maturità avevo giurato che non ci avrei mai più parlato e lui, questo mio amico, mi aveva sempre detto "prima o poi ci riparlerai, vedrai".
"Prof. sono Gilda" e avevo iniziato a piangere disperata.
"Gilda, stai calma, non piangere, stai calma".
Piangevo al telefono e non riuscivo a parlare, era finita con lei che consolava me perché non ero stata capace di dire qualcosa di intelligente o meglio, non ero stata capace di dire proprio nulla.
Avevo pianto al lavoro.
Avevo pianto la sera, nuotando in piscina.
Ci eravamo sentiti qualche sera prima, avevamo commentato la partita della Roma in Champions.
"Ci vieni a Roma?"
"Eh si, prima o poi ci riusciamo ad andare allo stadio insieme".
Lo abbiamo detto per anni, non siamo mai riusciti a farlo.

Credo che la persona che mi aveva mandato quel messaggio, capendo che eravamo davvero tanto amici e che forse avrei dovuto avere quella notizia in un altro modo, si sia sentita parecchio in colpa, ma succede, non importa.

La questione è stata archiviata come suicidio, non si è mai trovata un motivo.
So che in molti, me compresa, non hanno voluto credere a questa ipotesi, poi ci siamo dovuti arrendere.


Due giorni fa ripensavo a quel 9 Ottobre dell'anno scorso. ripensavo a quelle lacrime, ripensavo a quanto ho sentito la mancanza, ripensavo a tutte quelle cose che avevamo detto che avremmo fatto e che, vivendo in due città diverse, non eravamo mai riusciti a fare.
Un anno dopo, manca ancora e mancherà ancora chissà per quanto.

Ciao Dax, ovunque tu sia.


Avevo già parlato della morte di qualcuno, un collega ad essere precisi, e lo avevo fatto qui.
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lunedì 21 maggio 2018

Amicizie che vanno, vengono e tornano

Qualche mese fa ho avuto una discussione con una mia amica.
Oggi posso dire che il motivo della discussione era importante sicuramente, ma non abbastanza da compromettere un'amicizia molto profonda e sincera (mi escono certi paroloni ogni tanto che mi stupisco di me stessa).
Non importa neanche chi avesse torto o ragione per il semplice motivo che, come mi ha insegnato qualcuno che non ricordo chi fosse, il torto e la ragione non stanno mai da una parte sola. E questo vale per tutti: amici, fidanzati, marito e moglie, figli e genitori (ma non ditelo a mia madre).
Non ci siamo sentite per qualche mese, poi un giorno sua madre mi ha scritto per darmi una mano a trovare una cosa che cercavo. Avevo fatto appello proprio sul blog per altro (il post era questo) e avevo ricevuto un sacco di messaggi, ma alla fine avevo ascoltato lei (se ve lo state chiedendo, ho perso cinque kg in un mese al momento).

Insomma, alla fine, avevo mandato un messaggio a questa amica per dirle che la sua mamma mi aveva fatto questo favore e che ero contentissima.
Ho preso appuntamento e ho tenuto aggiornata questa amica -o ex amica se può essere più funzionale ai fini della storia- che siccome è un gran stronza (si, avete letto bene) mi ha tenuto nascosto un dettaglio importantissimo: che anche lei aveva appuntamento lì, mi pare mezzora dopo di me.
Solo che a Roma c'era un evento enorme esattamente sotto casa mia, avevano chiuso le strade, il traffico imperava e io sono arrivata con mezzora di ritardo. Quando si dice il destino.
Quel giorno ho anche preso un multa perché non mi sono accorta di aver parcheggiato sulle strisce blu: le strisce erano sbiadite, ma il cartello c'era anche se nascosto sa un ramo malefico a cui auguro di essere potato quanto prima, quindi avevo torto e io odio avere torto.
Comunque, ramo a parte, ci siamo riviste dopo qualche mese.
Molto emozionante, ma allo stesso tempo immaginate di non vedere da mesi (manco troppi, eh, ma comunque mesi) una persona con cui avete condiviso qualsiasi cosa e che avete sentito ogni singolo secondo della vostra vita, all'improvviso. Senza saperlo prima.
Bello? Brutto? Non lo so, ma non è questo il punto.
Il punto, nella mia vita, è sempre un altro.

Ho sempre avuto un carattere particolare: sono simpatica, disponibile, gentile, generosa, ma anche un gran rompicoglioni. E su tante cose non transigo.
Se una persona esce dalla mia vita è molto difficile che ci rientri e non importa -questo l'ho già detto- chi ha torto e chi ragione (qui potete farvi un'idea di cosa intendo, ma occhio che è una storia ad alto contenuto erotico).
Io alla storia dei vasi cinesi, o di dove sono questi vasi, che si rompono, riempi le crepe d'oro fuso ed è tutto più bello non ci credo manco per niente.
Io non litigo e se litigo è perché evidentemente doveva andare così. E di solito, in questi casi, mi sento sollevata perché se arrivo a discutere con qualcuno è perché forse non siamo fatti per stare l'uno nella vita dell'altro.
É la vita, eh.

Insomma, tornando all'amica -o ex amica- alla fine ci siamo scritte quasi ogni giorno.
"Ciao, come stai?"
"Come va questo?"
"Come va quell'altro?"
Un messaggio, poi un altro messaggio, poi un messaggio vocale da un minuto, poi da cinque minuti e via dicendo. Pare che la colpa sia dell'aggiornamento dell'I-Phone che ora ti permette di non tenere premuto il pulsantino del microfono.
Io, per la cronaca, non ho un I-Phone, è proprio che chiacchiero troppo. Lei ce l'ha.
Comunque, poi un caffé, poi una cena, poi qualche altra cosa.
E si, se ve lo state chiedendo, c'è stato un lungo, lunghissimo chiarimento in cui ognuna di noi ha tirato fuori tutte quelle cose che si pensano, ma che non si vorrebbero mai dire perché siamo esseri umani, e non siamo fatti per mostrarci deboli.
Siamo fatti per essere forti, almeno di fronte agli altri. È il motivo per cui su Facebook pubblichiamo foto in cui siamo strafighe e non foto mentre abbracciamo il gabinetto in preda alla gastroenterite virale (che, vi assicuro, è una cosa orribile).
Comunque, alla fine, piano piano, è tornato tutto come prima, con in più un sacco di tempo perso da recuperare.

Quello che oggi so è che questi mesi sono stati molto duri e continuano ad esserlo per tanti motivi, è un periodo che fa schifo, di quelli che non vedi l'ora che finiscono, ma che non sai quando questo accadrà.
E che forse se in questi mesi avessi avuto la mia amica vicino sarebbe stato poco poco più semplice. Poco, eh.



So anche che la vita è una e non va sprecato tempo a non parlarsi, a litigare, a chiarirsi, anche perché poi questo tempo va recuperato ed è un casino se devi andare al lavoro, all'università, a fare la spesa o in palestra. E io ai miei bicipiti e ai miei addominali ci tengo un sacco, non posso trascurarli se no si ammosciano.
Ci sono persone che quando escono dalla nostra vita ci fanno tirare un sospiro di sollievo, ce ne sono altre che è bene che non ne escano e dobbiamo concentrarci su queste ultime. Davvero, eh.

Ps. La torta che vedete è un fashionmisù, ovvero un tiramisù fashion, che ha fatto per me questa amica (anche la foto l'ha scattata lei) e io lo dico sempre che il più grande atto d'amore che si possa fare nei miei confronti è cucinare qualcosa che non mi uccida (qui per saperne di più). Ovviamente, come potete ben vedere, sono viva e vegeta, quindi...
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giovedì 22 febbraio 2018

Fare minchiate a diciotto anni

Estate 2004.
Avevo diciotto anni, era l'estate della maturità, non avevo la patente.
Avevo un orecchino pendente con il simbolo della pace che portavo in un buco a metà orecchio che adesso si è chiuso con mia somma disperazione.
Il pezzo forte del mio guardaroba era un coprispalle verde mela.

Me la ricordo come fosse ieri quell'estate, mi ricordo ogni singolo attimo.
Mio cugino aveva una Smart e ci andavamo in giro per il paese, quello dove è nata mia madre, si chiama Campofelice di Roccella e non c'è assolutamente nulla. 
O forse adesso si, ai tempi c'era poco, ma noi andavamo in giro con la Smart per il lungomare, poi magari ci mettevamo seduti sul muretto e andava bene così.
Io -ve l'ho detto- la patente non ce l'avevo, l'unica macchina disponibile era la Smart e l'unica patente disponibile era quella di mio cugino che di anni ne aveva 19, poi c'era l'altro cugino che di anni ne aveva 16, quindi sulla Smart ci andavamo in tre che se ci penso adesso mi chiedo come potessimo essere così incoscienti.
Andavamo a dormire alle 6 di mattina e ci svegliavamo ad ora di pranzo, al mare non ci andavamo mai eppure tra il villino e la spiaggia c'è solo una strada da attraversare, saranno tre o quattro metri a dire tanto.
Poi magari qualche sera ci spingevamo fino a Lascari, alle Salinelle, oppure a Cefalù che da Campofelice dista poco più di dieci km, ma è pieno di locali, turisti, negozi.


Cefalù a diciotto anni, nel 2004, per me voleva dire solo una cosa: potere entrare al Club Med.
Me la ricordo bene la mia prima volta, ero con due mie amiche, avevamo preso il taxi dalla casetta in piazza dei genitori di una di loro e io avevo dimenticato lì la carta d'identità. Eravamo dovute tornare a prenderla, altrimenti non ci avrebbero fatte entrare.
Diciotto anni e il Club Med che adesso non esiste neanche più: se non soggiornavi lì, oltre a dovere essere maggiorenne, dovevi anche essere donna perché se eri uomo non ti facevano entrare pure se di anni ne avevi trenta. Per equilibrare le cose dicevano, quali cose non è dato saperlo, valli a capire questi francesi.

Ero l'unica dei miei amici a non avere la patente, però andavo in giro con il mio Scarabeo 50, abbiamo fatto grandi cose io e lui.
Ero ingenua, avevo un sacco di capelli, non avevo mai avuto un fidanzato, ma la cosa che volevo più di tutte era la patente.
Fu un'estate lunghissima: avevo finito gli esami il 25 Giugno e l'università era iniziata il 25 Ottobre per uno sciopero, quattro mesi di ozio, quella è stata l'ultima vera estate della mia vita.

In macchina, su e giù per il lungomare di Campofelice, io e mio cugino ascoltavamo sempre Toxicity dei Sistem of a Down, la canzone più difficile da cantare della storia. La ascoltavamo a tutto volume.
Una notte l'avevamo ascoltata a ripetizione davanti il portone d'ingresso del cimitero del paese, quella era la prima estate senza mia nonna ed eravamo rimasti lì a parlare che detta così suona tanto macabra.
Eravamo tornati a casa all'alba, suo padre usciva per andare al lavoro, doveva guidare fino a Palermo, saranno poco più di cinquanta km, e noi dovevamo ancora andare al letto. Ci eravamo svegliati quando lui era tornato dal lavoro.

Ieri sera ero in mezzo al traffico e all'improvviso l'ho sentita, Toxicity.
E ho ripensato a quelle serate a non fare nulla che in realtà erano serate bellissime e spensierate.
Mio cugino non ha più la Smart, ha una bimba meravigliosa che si chiama Clara e che è il mio amore grande, entrambi ci siamo sposati senza dire niente a nessuno, cosa di cui andiamo molto fieri.
E adesso vi svelo un segreto: l'ispirazione a sposarmi organizzando un matrimonio diverso dal solito, in soli venti giorni, senza praticamente dire niente a nessuno, l'ho presa proprio da mio cugino e da quella che oggi risponde al nome di sua moglie (e a cui voglio un bene dell'anima).
Continuiamo a fare le 6 di mattina, o meglio le 5 dai, con la differenza che adesso a lavorare alle 6 ci va lui, ma dice che non ha problemi di sonno. Dice, eh.



La patente l'ho presa poi il 18 Ottobre 2004, quindi giusto un paio di mesi dopo e avevo ancora diciotto anni.
Per motivi che non ricordo assolutamente, quell'inverno provai a guidare la Smart di mio cugino (si, sempre quella): la leggenda narra che, abituata alla mia (o meglio, di mia madre) macchina con il cambio manuale, non ero riuscita neanche ad accenderla e farla partire.

In ogni caso, qualora ve lo stiate chiedendo, a Campofelice ci andiamo ancora.
Giusto per darvi un'idea, i primi due posti che il Marito -all'epoca Fidanzato da un mese e mezzo- ha visto in Sicilia durante la sua prima volta lì, Palermo esclusa (che non conta visto che è la mia città natale dove tuttora abitano i miei genitori), sono stati Campofelice e Cefalù.

Nella prima foto, la spiaggia delle Salinelle a Lascari: noi in realtà ci andavamo a bere la sera, non credo di avere mai visto, ai tempi, la spiaggia, nonostante fosse distante un metro dai tavolini.
Nella seconda foto, la spiaggia di Campofelice di Roccella.
Entrambe le foto le ho scattate la scorsa estate.

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giovedì 11 gennaio 2018

Il sushi all you can eat è una cosa seria

Il sushi è una cosa seria
Io odio seguire le mode, odio andare dietro a quello che fanno tutti, ma il sushi rappresenta un'eccezione molto importante a questa regola che in realtà una regola non è.

Avevo diciannove anni o qualcosa del genere quando ho scoperto l'esistenza dei ristoranti giapponesi.
Ero a Roma e il mio compagno di viaggio voleva assolutamente andare a mangiare giapponese, ai tempi a Palermo mica ci stavano questi ristoranti, quindi l'unico modo per provarli era recarsi in continente.
Cioè, sia chiaro: non eravamo andati a Roma per il sushi o per il ramen, ma era una buona scusa per provarlo.
Non per me ovviamente che avevo mangiato un panino e poi non mi ero seduta al tavolo con il compagno di viaggio a guardarlo mangiare.
No davvero, avevo solo guardato, non avevo voluto assaggiare nulla.
La mia seconda volta con la cucina giapponese fu a Firenze e non la dimenticherò mai.
Avevo preparato una buonissima torta salata con prosciutto, mozzarella e spinaci, salvo poi scoprire che quella sera sarei andata a mangiare al ristorante giapponese. 
Di anni a quel punto ne avevo venti e a Palermo c'erano solo i ristoranti cinesi, quindi il giapponese restava un posto da vacanza. Quella sera, per la cronaca, restai digiuna dopo aver speso un milione di euro per due pezzetti di pesce, riso e brodini non meglio identificati, tant'è che rientrata a casa (non la mia, eh) avevo mangiato mezza torta salata.
Da lì si sono chiuse le mie esperienze con i ristoranti giapponesi, con il sushi, con le bacchette e con queste robe esotiche.

Poi sono arrivati gli all you can eat, la moda del sushi, un sacco di amiche e amici impazziti per questa storia e ho iniziato, non sempre volentieri, ad andare anche io
Nel frattempo, da quella volta a Firenze, erano passati ben sette anni o giù di lì.

E io piano piano ho capito una cosa molto profonda: il sushi è una cosa seria, ma la moda degli all you can eat lo è ancora di più.
Per andare a sfondarsi di qualsiasi cosa spiluccare qualcosa all'all you can eat serve un'amica fidata, qualcuno che condivida con te l'esigenza di ordinare, ordinare, ordinare e poi mangiare, mangiare, mangiare.
Diffidate sempre di chi, una volta seduto al tavolo, dice qualcosa tipo: "però ordiniamo qualcosina e poi vediamo se abbiamo ancora fame".
Io lo so già che avrò ancora fame, anche dopo aver divorato l'intera riserva mondiale di tonni e salmoni. E anche di gamberi se è il caso.

E qualora poi la roba ordinata si riveli troppa, l'amica (o amico, eh, è che io al sushi ci vado sempre con le amiche) fidata deve avere la faccia tosta di infilare in borsa gli uramaki avanzati e poi, con piglio deciso, recarsi in bagno e far finire in pasto ai pesci il tutto. 
Che poi forse dare pesce a dei pesci potrebbe essere cannibalismo, chi lo sa.
Quello che so è che, se venite a mangiare sushi con me, non avanza mai un tubo. Manco le bacchette, mangio anche quelle se è il caso. 
L'amica fidata non deve avere senso del pudore, e non deve quindi   vergognarsi ad ordinare come se si fosse in dieci anche se si è solo in due.

Bisogna sapersi adattare al sushi: il tavolo deve essere ricoperto interamente da piatti di cibo di tutti i tipi, non esiste mio e tuo, chiunque può attingere da ogni piatto in barba anche alle più elementari norme igienico sanitarie. Quello che arriva è di tutti, ma ecco: se tu vuoi ordinare una cosa che a me non piace, poi non tentare di rifilarmela nel momento in cui sto per ordinare il novantasettesimo piatto di sashimi di salmone di fila.

Mi è successo davvero, eh.
"Dai, mangia la tempura di verdure che ho ordinato invece di ordinare altro sashimi che se no poi dobbiamo pagare la multa?"
Io non mangio nessuna tempura di verdure avanzata, soprattutto se lo avevo detto prima che non la mangio. Io voglio il sashimi. E la tartare. E gli uramaki salmone e Philadelphia. E no, non me ne frega un tubo se in Giappone gli uramaki salmone e Philapelphia non esistono.
Quindi insomma: patti chiari e amicizia lunga. Tutti è di tutti, ma non contate su di me per mangiare cose che non mi piacciono che voi avete scartato.


Diffidate da chi vi dice che è a dieta e non può venire a mangiare sushi. Lo sanno tutti che il pesce e il riso sono alimenti dietetici.

E soprattutto -e questo lo dico a chi non ama il sushi o si crede più informato degli altri- sappiate che  mangiare l'intera riserva di salmoni della Norvegia e della Svezia all'all you can eat non significa non sapere che esistono ristoranti giapponesi alla carta molto, ma molto più validi. E non significa neanche non frequentarli. 
E che ve l'ho detto: il sushi all you can eat è una cosa seria da condividere con le persone giuste.
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domenica 24 settembre 2017

Le allergie sono riuscite a mettermi ko e hanno vinto (forse)

L'ospedale che mi ha in cura per le mie allergie non é a Roma.
Non é neanche a Palermo dove, per la cronaca, sono stata in cura per quindici anni.
É in provincia di Salerno ed è un ospedale pubblico che funziona molto bene, quanto meno il reparto di allergologia, il cui primario è, appunto il mio allergologo.

Una settimana e due giorni fa, interno giorno.
Sono seduta in sala d'aspetto e sto aspettando che il mio allergologo mi riceva.
Non sono da sola, c'è una mia amica con me, non un'amica qualsiasi, ma una grande amica, sarebbe una sorella per me se non fosse che allo status di figlia unica non rinuncio neppure in questi casi.
Per lei é la prima volta in un reparto di allergologia, non ne ha mai visto uno.
La sala d'aspetto non è piena, è abbastanza tardi e io mi accorgo subito che sono tutti in prima visita, si capisce da quello che dicono e da come si guardano intorno.
Spero per loro che sia la prima e anche l'unica volta lì.

Una signora èéarrabbiata perché aspetta da due ore che la chiamino e continua a dire, parlando con un'altra signora, che adesso è il suo turno e, indicando me e la mia amica, dice che noi siamo le ultime visto che siamo appena arrivate ed è mezzogiorno passato.
Io non dico nulla, so che mi faranno entrare prima di lei. A dire il vero so che sarò la prima ad entrare non appena il medico si libererà e non perché sono bella e simpatica, ma perché so che le prime visite entrano dall'altra parte e seguono una fila, i day hospital dei casi considerati gravi, soprattutto se sono lì in seguito ad un'emergenza, entrano subito.
Esce l'infermiera, mi chiama e io vedo la vena della signora che sta per esplodere.
A voler essere precisi, la signora ha anche ragione: pensate che rodimento può essere se aspetti da due ore, poi arriva una tizia all'improvviso ed entra subito?

Alla signora, che era lì per il figlio che doveva fare per la mia volta dei test per capire se era allergico a non so cosa, però auguro di non passare mai prima degli altri in quel reparto.
Le auguro anche di non passare mai avanti a nessuno in pronto soccorso.
Quando inizierà a passare avanti agli altri -se mai accadrà-  sarà troppo tardi.
La mia amica entra con me, il mio allergologo mi chiede di mamma, papà e del marito.
Sono davvero molto legata a lui, gli voglio bene ed é una persona di cui, ad oggi, non riuscirei a fare a meno.
Insomma, credo di aver parlato con lui per circa quaranta minuti, non ero sola, c'era la mia amica con me che ascoltava in silenzio le mie parole e quelle del mio amato medico.
Non voleva neanche entrare a dire la verità, credeva di essere di troppo.

La sostanza di questa visita, che é stata fissata in fretta e furia, è che dalla mia dieta devo eliminare anche la capsaicina, che le reazioni allergiche sono così violente perché troppo vicine tra loro a livello temporale (io ho una crisi ogni due settimane in media, a volte un po' di più, a volte un po' di meno), quindi è giunta l'ora di impasticcarsi non solo al bisogno, ma ogni giorno vita natural durante.
Me l'aspettavo? Forse si, ma inconsciamente pensavo che peggio di così non sarebbe mai potuta andare. Mai.
Il mio allergologo se lo aspettava? Si, me lo ha anche detto che prima o poi sarebbe arrivato il momento di stare peggio. E quel momento é arrivato.



Era una notte di Marzo dell'anno scorso quando, in ospedale, mi hanno dato una quantità di cortisone che avrebbe ammazzato un cavallo (qui per saperne di più) e quando ancora non sapevo dell'esistenza dell' LTP che per me è un grande, enorme problema.
Avevo anafilassi continue che non riuscivamo a spiegarci e che ci stavano facendo diventare matti.
Poi abbiamo capito che il problema era l'LTP, ovviamente a seguito di esami su esami, non è piovuta la soluzione dal cielo.
Da lì, piano piano, sono stata sempre peggio, senza che nessuno capisse cosa mi stesse succedendo e, a Novembre dello scorso anno, credo di aver toccato il fondo (qui per saperne di più).
Oggi so che il mio fegato mi ha fatto ciao ciao con la manina e che il mio sangue non si coagula più come dovrebbe. Lo so con certezza da una settimana e due giorni.
Prendo da tanto tempo dosi massicce di cortisone. E quando dico massicce intendo massicce davvero. Era inevitabile che, prima o poi, tra questo e il sistema immunitario scemo succedesse qualcosa.
Ho pianto e mi sono disperata, così come marito e genitori avevano il cuore a pezzi per me quando gliel'ho detto.
Loro -le allergie- hanno vinto, sono riuscite a fare girare tutta la mia vita intorno a loro, a mettermi ko, a fare soffrire me e chi mi vuole bene.
O forse pensano di avere vinto, ma non sanno che non sarà del sangue un po' più liquido del normale a farmi smettere di ridere e nemmeno un fegato marcio.
Loro -sempre le allergie- non sanno che se mi sono adattata alla mancanza di Nutella (lamentandomi ogni due ore da anni, ma questo è secondario) posso adattarmi a tutto.
Non sanno neanche che ho una vita felice, che certo sarebbe più felice senza di loro, ma c'è chi sta peggio e io ringrazio ogni giorno per quello che ho che, credetemi, è tanta roba.
Ed evidentemente non sanno neanche per mettermi ko ci vuole ben altro.

Il punto non é però questo: il fatto che io stia sempre peggio e che non sia proprio il massimo (nonostante cerchi di affrontare sempre tutto con il sorriso) non è rilevante, tanto non ci si può fare nulla.
Il punto é che la mia amica, nei giorni seguenti, era dispiaciuta, se non addirittura mortificata perché non aveva capito quanto fosse grave la situazione.
In realtà, il lungo messaggio che mi ha mandato qualche giorno dopo mi ha fatto piangere, ma il punto non è neanche questo.
Quando si parla di allergie alimentari si pensa sempre e comunque ad un po' di orticaria o roba del genere. Esistono davvero casi simili, non ve ne so parlare bene perché, come credo sia chiaro, non rientro in quei casi.
Esistono poi dei casi particolarmente gravi, non sono poi così tanti fortunatamente e io rientro tra quelli.
Risulta difficile anche a me, dopo sedici anni, pensare che una cosa così banale come un'allergia possa trasformarsi in un incubo tale, quindi non sentitevi in colpa se non capite come sta davvero una persona allergica.
Quello che potete fare é non farla sentire un peso se rompe le scatole perché quello non lo può mangiare, quello non va bene, quell'altro forse è contaminato.
A me é successo che mi facessero sentire un peso perché, a causa delle allergie e dei problemi al fegato (quando ancora non si era capito a cosa fossero dovuti) non potevo mangiare nulla.
Ecco, quello non fatelo mai, ma davvero mai.
Per il resto, non importa l'aver capito o meno quanto potesse essere seria la situazione o no, l'importante è esserci. Ed ecco, la mia amica è una che c'è sempre.

La buona notizia -in fondo c'é sempre una buona notizia- é che, dopo sedici anni, pare mi spetti l'esenzione per patologia perché, ma non voglio urlare troppo forte, pare che finalmente -almeno per certi alimenti e in determinati casi- si siano accorti che qualche problemino lo abbiamo anche noi allergici.
Stiamo lavorando ai certificati (non io personalmente, ma fatemi sentire importante) e, in attesa di quel momento, io sogno di non dover più vedere volatilizzarsi i nostri soldi in spese mediche che, sapete com'è, i soldi preferirei spenderli in viaggi e in borse.



Sono assolutamente vietati i commenti intrisi di commiserazione e pena che io sono troppo bella e simpatica per fare pena a qualcuno, giusto?
Immagino vi dispiaccia, è naturale ed umano a meno che non siate dei mostri, ma la verità è che questi post non servono per fare pena alla gente per fare sapere al mondo che esistiamo anche noi allergici perché ci sono ancora tanta disinformazione e tanta confusione al riguardo e, a tal proposito ,leggete anche Quando vi trovate davanti una persona allergica (qui) e Gli allergici non sono né intolleranti né celiaci (qua).

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lunedì 15 maggio 2017

Succede che ti sposi e le tue amiche quasi non ci credono

Succede che ti sposi e le tue amiche storiche quasi non ci credono.
Tu, proprio tu, ti sei sposata. E adesso tutto è cambiato.
Ti chiedono quando farai dei figli o forse non te lo chiedono proprio, lo danno per scontato che adesso farai dei figli. Uno o forse due.
Ti chiedono dove andrai a vivere perché sanno che casa tua è troppo piccola per marito, moglie e  pargoli. 
Ti chiedono se prenderai un cane che fa tanto famiglia felice, se gli metterai il cappottino e gli comprerai un collare di Swarosky.
Ti chiedono se hai tirato fuori il corredo, se hai tolto di mezzo gli asciugamani fucsia e giallo limone, in favore di più adatte asciugamani in lino possibilmente bianchi o marroni. Con ricami bianchi, ovviamente.
Ti immaginano con il tailleur e le perle intorno al collo, anelli ingombranti ad occuparti tutte le dita delle mani e vistosi gioielli in oro giallo da abbinare alla fede.
Immaginano anche sabati pomeriggio passati dal parrucchiere a fare il colore perché adesso che sei sposata avrai sicuramente i capelli bianchi.
Intorno a te, tutti iniziano a chiamarti signora, utilizzano il cognome di lui per rivolgersi a te che un cognome ce l'hai ed è pure bellissimo e dal suono angelico.
Quando ti invitano danno per scontato che ci sia sempre tuo marito al tuo fianco perché ormai è tuo marito e siete una cosa unica e sola.
Se esci da sola ti chiederanno "E tuo marito?" con aria di disapprovazione se il marito è a casa o al lavoro o con i suoi amici. 
Ti chiederanno cosa penso tuo marito di questo o di quello, diranno talmente tanto "tuo marito" che tu inizierai a chiederti di chi stanno parlando perché ancora all'idea del marito non ti sei abituata.
Succede che ti sposi e ti ritrovi a scartare un regalo che ti ha fatto un'amica, anzi l'amica, quella che conosci da vent'anni, con cui hai fatto un sacco di cose stupide, ti sei divertita, hai pianto e chissà quante altre cose che neppure ti ricordi più.


E ti fermi a pensare alle parole che ti ha scritto il giorno del tuo matrimonio, quelle in cui ti ricordava di quando avevate quattordici anni e vi arrampicavate sul tetto della villa in cui sei cresciuta e pensi che su quel tetto si stava proprio bene a fissare il cielo azzurro, senza pensieri.
Ripensi a quando in piena notte, già in pigiama nella tua stanza da fuori sede a Bologna, vi guardavate in faccia, vi vestivate e uscivate alla ricerca di non si sa neppure bene cosa. e alla fine quel qualcosa lo trovavate anche, con somma soddisfazione di entrambe.
Ripensi a quando hai misurato con il tuo corpo la lunghezza del corridoio di casa sua chiedendoti quante te ci volessero per fare un corridoio e a quando, ad una festa di Capodanno a casa sua, qualcuno si è spaccato un dente sbattendo inspiegabilmente contro la vasca da bagno.
Smetti di pensare, apri il tuo regalo che in realtà non è uno, ma sono tre e ti rendi conto di quanto bene ti conosca dopo vent'anni -che poi in realtà sono diciannove- di amicizia. E guardi la carta con cui ti ha fatto impacchettare quei regali, con le farfalle, tu che te le sei persino tatuate le farfalle e ci hai riempito i muri di casa. 
Ed è a quel punto, mentre ti ricordi dei tatuaggi che ti sei fatta più di dieci anni prima, che ti rendi conto che fanno bene ad essere sorprese le tue amiche perché effettivamente neppure tu pensavi che ti saresti mai sposata perché voi due stavate bene così, dopo anni passati sotto lo stesso tetto come una famiglia.
E pensi anche che non cambierai casa, non adesso almeno e che continuerai a utilizzare i tuoi asciugamani fucsia e gialli, alternandoli con quelli con le vostre iniziali che ti hanno regalato, ma non perché ti sei sposata, ma perché sei megalomane e se fosse per te le tue iniziali le incideresti anche sulla porta di casa con lo scalpello degli scultori.
E pensi che non hai nessuna intenzione di fare un figlio, chissà cosa succederà prima o poi, ma non ti sei sposata per figliare. E non prenderai nessun cane perché ne ha già uno e ti basta e avanza visto che è un demonio e fa per quattro, a cui però il cappottino dovresti prenderlo davvero perché quando arriva il freddo sta sempre male perché è cagionevole come te.
Pensi anche che non smetterai di uscire da sola o con le tue amiche, di viaggiare, di avere una vita normale.
Pensi che il tuo unico tailleur resterà quello che indossavi alla tua laurea triennale dieci anni prima, che il colore ai capelli lo fai già da tre anni e ti disperi ogni volta.
Pensi che continuerai ad non indossare gioielli e ad andare in giro con jeans e Converse.
E pensi che continuerai ad odiare i ragazzini che quando ti fermano per strada ti chiamano signora.
E in fondo, pensi anche che sei la stessa che a quattordici anni si arrampicava sul tetto di casa e a venti misurava i corridoi altrui con il proprio corpo. E sei felice così.

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martedì 2 maggio 2017

E poi arriva il momento di dire grazie

Stamattina ero sdraiata sul lettino del centro medico che segue le mie ginocchia, il fisioterapista mi trattava -come dicono loro- finché non mi ha guardata e mi ha detto:
"Ma il vestito?"
"Tutto pronto, devo solo indossarlo"
"E le scarpe? Non è che ti metti i tacchi, vero?"
"Ma no, ho preso delle scarpe bassissime, me l'avevate già detto e poi non sono pazza"
"Con i tacchi come minimo esce di nuovo la rotula e poi è un casino"
"No, no per carità, voglio arrivare a fine giornata intera"
"Però sarebbe divertente, pensaci: la sposa che ad un certo punto sparisce perché è in ospedale a farsi ingessare"
"Magari anche no, aspetta ti faccio vedere una foto delle scarpe".
A quel punto si è tranquillizzato.
I miei fisioterapisti hanno fatto un miracolo, di quelli che solo la medicina può fare.
Mi hanno rimessa in piedi, in equilibrio precario, ma pur sempre in piedi, hanno fatto il possibile per rinforzare i muscoli che circondano la mia rotula malandata, hanno cercato di sfiammare il più possibile l'altra rotula e il tendine di Achille completamente andati anche loro, mi hanno tolto le stampelle, ma solo per brevi tratti.
"Non sei guarita, ci vorrà ancora tanto tempo, ma ce la puoi fare".
La verità è che sono euforici, sono stati i primi a sapere perché erano loro a dovermi rimettere in piedi o quanto meno a provare a farlo.
Siamo arrivati quasi ad una conclusione del perché queste ossa si spezzano a caso, dopo esami, milioni di esami, come sempre c'è il loro zampino, tutto quello che mi succede è sempre legato alle mie amate allergie, ai problemi metabolici che mi causano, al mio sistema immunitario che fa acqua da tutte le parti.

Ieri sera c'è stata la tragedia: la corsa in ospedale per reazione allergica a qualcosa che ho sempre mangiato. Sono arrivata con il labbro penzolante, da sola, e con l'autodiagnosi.
L'infermiera mi guardava sconvolta mentre le spiegavo il problema: "Allora, io sono un soggetto allergico grave, mi si è gonfiato il labbro, gli occhi si stanno chiudendo, mani, piedi e orecchie sono andati, il resto del corpo è ok, non c'è nessuna crisi respiratoria in atto, siamo ancora in tempo, ho già preso questo e quell'altro, ma dovete dare l'aggiunta se no tra poco è un casino"
"Ah, ma ne soffri da tanto?"
"Sedici anni e un mese"
"Controlliamo saturazione e pressione, poi ti prendo la vena"
"Guarda come saturazione saremo sui 97/98, la pressione sarà alta, sicuramente avrò la febbre, la vena prendimela di qua che dall'altra parte fai più fatica"
Come volevasi dimostrare: 97 di saturazione, 180/120, 37.8 di febbre, vena presa in un baleno.
"Ma come fai?"
"Le conosco le mie allergie, so quando vogliono ammazzarmi e quando vogliono solo farmi paura"
"Sei da sola?"
"Si"
"Ci lasci il recapito di qualcuno?"
"Ecco, segna questo numero"
"Chi è?"
"È  il mio fidanzato, l'ho già avvisato, sai ci sposiamo tra pochissimi giorni"
"Allora scrivo già marito, ma che bello che ti sposi"
"Si, senti, a proposito, non mi gonfiate di cortisone e antistaminico che io fatico a smaltirli, poi mi si sovraccarica il fegato, le difese immunitarie se ne vanno a fanculo, mi rincretinisco per giorni e non farei in tempo ad essere la sposa".
Mi hanno tenuto lì qualche ora, mentre Lui correva da me, sono uscita strafatta di cortisone, ma non come al solito, ho chiamato mia madre e le ho detto: "Va be', qualche inconveniente doveva pure esserci, ma tranquilla che sto bene".
Insomma, male che vada farò la sposa zampogna, bella gonfia e sformata, mi devo sempre fare riconoscere io.
E comunque è stato tra stanotte e stamattina che ci ho pensato: i miei fisioterapisti, i medici e gli infermieri del pronto soccorso hanno cercato di rimettermi in piedi per farmi essere la sposa
E allora certe volte arriva il momento di dire grazie, io non sono brava a ringraziare, sono una persona orrenda, di quelle che non dice (quasi) mai parole gentili, ci provo con i gesti, forse non sempre ci riesco, ma sapete che c'è?
Quando abbiamo deciso di sposarci avevamo il tempo contatissimo, ottocento feste in mezzo, il lavoro, il ginocchio, le allergie, l'invasione della cavallette e sicuramente un sacco di altri cataclismi che ora non mi vengono in mente.
E allora siamo gli sposi più assistiti del secolo: grazie ai miei genitori e a mia suocera, senza il loro aiuto non sarebbe stato possibile organizzare un bel niente, grazie alle mie cognate che mi hanno sopportata, alle mie nipoti che mi hanno resa carina quanto basta per fare la sposa, grazie a Samira che senza di lei davvero ero spacciata e non sto scherzando, grazie ad Arianna che non se l'è fatto ripetere due volte e a Marco (che non sa ancora quello che lo aspetta), grazie a tutti, ma proprio tutti gli altri amici e i colleghi, grazie a chi ci ha mandato biglietti d'auguri e regali non solo da vicino, ma anche da molto lontano (e grazie anche alle Poste per tanta solerzia, non me l'aspettavo), grazie a chi ha capito cosa volevo e ha cercato di accontentarmi, grazie a chi mi scrive continuamente per dirmi che sarà bellissimo, grazie a chi ci ha portati a cena di continuo (adesso sarò una sposa cicciona, ma soddisfatta) per festeggiare un matrimonio inaspettato, grazie a chi si è commosso, a chi era più euforico di noi, grazie a chi ci ha scritto, pensato.
Grazie a chi ha fatto si che tutto, ma proprio tutto fosse giallo, io da sola non ci sarei mai riuscita a rendere così giallo tutto quello che mi circonda. 


Mi sorprendo sempre di tutto quello di cui siete capaci per farmi sentire amata, per rendermi felice e no, dai, stavolta non diciamo che sono io quella a cui basta poco perché non è vero.

Adesso tocca solo attendere il giorno del matrimonio, intanto io ho già ringraziato tutti, così mi porto avanti con il lavoro.

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domenica 3 luglio 2016

Mai dire mai: storia di un corso che mi ha insegnato un sacco di cose

C'è stato un momento della mia vita in cui ho deciso che volevo imparare qualcosa di (quasi) nuovo, così a caso.
Sono anni che mi sento ripetere che dovrei seguire un corso di quello che mi piace e puntualmente ho sempre trovato una scusa.
Poi non so cosa è successo e di fatto mi sono ritrovata iscritta ad un corso, ho mandato i documenti che mi hanno chiesto e, il giorno prima, ero lì a ripetere a me stessa:"Ma che ci vado a fare?"
Ho deciso comunque di provarci e ho raccolto gli ultimi consigli di mia madre:"Non parlare subito troppo, stai zitta più possibile, fai parlare gli altri, non rincoglionirli dopo cinque minuti".


A me la gente non piace. No, non sono gentofobica, è che a me piace stare a casa mia con i miei amici e so bene che non lo direste mai, ma a me questa cosa di fare amicizia con gente nuova e magari pure interagire non mi è mai piaciuta granché.
Aspettative sul corso pari a zero, quel lunedì mattina di quasi due mesi fa, mi sono svegliata all'alba, mi sono lavata e vestita con una sola idea: quella di conquistare l'ultimo banco, possibilmente il posto nell'angolino. Tablet, cellulare, caricabatterie, il pranzo che sia mai che poi mi tocca andare a mangiare con la gente e far scoprire a tutti che sono una disagiata che non può mangiare un tubo, magari mi prendono pure un giro e sarò costretta a mangiare loro per eliminarli.
E poi magari sono tutti più piccoli di me, magari tutti nati dopo il '90 e quelli nati dopo il '90, si sa, non esistono.
L'incubo degli incubi si è materializzato quando sono stata costretta a dire chi ero e cosa facevo: va beh, diciamo pure della televisione (qui per saperne di più), ma non nominiamo Mtv. Omettiamo pure la ginnastica, il blog, le interviste sul giornale che poi pensano che sono una mitomane.
Sei giorni su sette, nove ore al giorno. Alle 9. No insomma, non è un corso che fa per me.
E difatti, il primo giorno, tornando a casa in macchina ho chiamato la mamma per dirle:"Uau, mi piace un sacco, l'insegnante è figa, dice un sacco di cose interessanti".
"Ci torni?"
"Si".
Ci sono tornata, infatti.
Che non mangio un tubo lo hanno scoperto dopo tre giorni perché sono dovuta andare al controllo per le allergie (qui per saperne di più). Ditemi voi  se ne faccio quattro l'anno e uno di questi quattro deve cadere proprio durante il corso. A 300 km da Roma che mi serve una giornata intera per andare,  farmi vivisezionare e tornare.
Nel frattempo, avevamo iniziato a lavorare in gruppo, il primo gadget da regalare alla gente stava per essere un teschietto con gli occhi a mandorla con un bottoncino che quando lo premi dice "essele o non essele" e da lì è scoppiato l'amore. Non con tutti, eh. 


È nato il gruppo whatsapp e poi siamo diventati dei bulli. Non so quando è successo, non è colpa mia e comunque ho trovato un paio di persone più bulle di me. I primi giorni, ad una delle bulle in questione, avevo anche detto che mi trasmetteva tranquillità. Chiaramente sbagliavo.
Nel giro di poco -corso a parte- ho imparato che esiste gente che lancia soldi a caso per intimidire gli altri, che anche i vegetariani sono simpatici, che la gente alta è molto cattiva con quella bassa, che esiste un mondo fuori dal Gra e che gli abitanti di quei posti sono pure simpatici, che anche la gente nata dopo Cernobyl in fondo non è male.

Mi sono spinta verso i confini del nulla, in un viaggio a Palestrina (no, non Palestina, Palestrina) in piena notte che ancora mi chiedo come i cinghiali non ci abbiano ucciso. Ho anche scoperto che chi nasce a Palestrina ha G274 nel codice fiscale, mentre io che sono nata a Palermo ho G273.
Ho imparato che se dici a chi mangia gallette che è sfigato, quello il giorno dopo ti saluterà e quello dopo ancora ti dirà "oi" che dai su, ma oi lo dici a tua sorella, non a me.
Ho snobbato quelli nati dopo il '90 per tutta la vita e, alla fine, mi sono fatta fregare, ma non posso dire di più perchèého pur sempre una reputazione da difendere.
Ho maniato cibo napoletano come se non esistesse un domani e le coronarie sono ancora a posto. Una menzione speciale va al Casatiello con la sugna. E io che pensavo che la sugna fosse un'invenzione dei media, un pò come Roma Nord.
C'era anche la pazza del corso, eh. Un giorno ha sbattuto la porta e se n'è andata, ma poi -disgraziatamente- è tornata. Lei rinnegava il mio ruolo di creatrice di gadget inutili fighissimi. Mi ha anche detto che sarò una pessima madre se un giorno non sacrificherò la mia vita per dare ai miei figli delle pesche per merende. Ha anche chiamato i capi del corso per dire che eravamo bulli. 
Ha ragione, oh se ha ragione. Siamo dei bulli. Bulli belli però.
Abbiamo sventato colpi di stato, tentativi di emarginazione di persone a cui vogliamo bene. 
Abbiamo avuto due insegnanti: la seconda, ad un certo punto, ha chiamato i capi del corso per dire che quelli dell'ultimo banco ridevano di lei. Non posso dire se è vero o meno, ma posso dire che lei non si veste di nero perché gli angeli non vogliono. E poi ti chiedi perché ridiamo.
Il corso è finito ieri e, alla fine dei conti, è stato costruttivo: ho imparato un sacco di cose e ho anche insegnato agli altri che un uomo vero insegue porci e se li mangia vivi. 
Io non so se rivedrò mai gli altri, se tra qualche mese ci vorremo ancora bene, se avremo modo di spiegare ad altri ancora che inseguire porci è cosa buona e giusta, ma so che è stato bello.
E mi è scesa anche la lacrimuccia. 
Perché è stato tutto un po' più bello in questi quasi due mesi.


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martedì 14 giugno 2016

Perché le amicizie finiscono?

Avevo un'amica e ora non ce l'ho più, ma lei non lo sa.
Un'amica molto amica, a dire il vero.
Un'amica che, per un anno e mezzo, mi ha telefonato tutti i giorni, tenendomi al telefono dalle due alle quattro ore per raccontarmi passo dopo passo la sua relazione immaginaria con un tizio, dettagli del pene del tizio in questione compresi. 
Ho dato consigli su richiesta, ascoltato, consolato. Per un anno e mezzo.
Nel frattempo, il cane moriva, io venivo spedita a Milano, mi dicevano che forse avevo un tumore (che poi non avevo, ma intanto ho buttato tutte le mutande), mio padre stava male, mia madre idem, Fidanzato si operava, la mia azienda vendeva tutto mettendoci in aspettativa retribuita che è un modo molto gentile per fare fuori i dipendenti mantenendo pulita la coscienza.
E io consolavo, ascoltavo, davo consigli. 
Poi c'è stato un giorno, in cui questa amica si lamentava del fatto che un parente stava morendo, che i medici avevano chiamato per dire che restavano poche ore di vita, e io consolavo, ascoltavo, davo consigli. Il parente non è morto, sta meglio di me, ma improvvisare la sua quasi morte era un modo per cercare di avvicinare il tizio che però non ne ha voluto sapere comunque. 
E io ci sono rimasta male, molto male. Pensavo che nello stesso ospedale in cui sarebbe dovuto essere ricoverato questo parente, qualche tempo fa c'era stata ricoverata una persona a noi molto cara e i medici avevano chiamato una, due, tre volte finchè non era arrivata la volta che la telefonata delle poche ore di vita era vera. E avevamo pianto.
Io forse avevo pianto di meno, ma qualcuno che amo aveva versato tante di quelle lacrime che alla fine anche il mio cuore era diventato piccolissimo. Mi sono ricordata il giorno in cui l'avevamo salutata per l'ultima volta questa persona, avevamo rollato qualche sigaretta, preso un accendino e li avevamo fatti seppellire insieme a lui perché ci sembrava una cosa sensata.
Ancora oggi, quando andiamo a trovare questa persona, rolliamo due sigarette e gliele lasciamo lì, insieme ad un accendino.
Anche se il parente non è morto, io ho continuato a consolare e ad ascoltare e intanto la mia vita è andata avanti tra questo presunto tumore che poi tumore non era, Fidanzato operato, genitori malandati, l'azienda che ha chiuso. 
E non sono mai riuscita una volta a parlare di me, a dire che avevo paura per me, per Fidanzato, per i genitori, per il lavoro, per la casa, per tutto perché si lo so, sembro così bulla che uno quasi non ci crede che a volte ho paura, ma ne avevo tanta.
Ci ho provato, eh.
"Ho questo problema"
"Eh, anche tizio ha dei problemi, per questo non mi ama perdutamente"
E via, per ore, i dettagli sul pene di questo tizio.
"Forse non è il caso di parlare sempre e soltanto di tizio"
"Ma tizio ha un pene grande"
Poi un giorno, ho smesso di rispondere al telefono. Così, dal nulla.
Perché sono fuori casa dieci ore al giorno e quando sono fuori preferisco parlare con i colleghi. O con la cassiera del supermercato o con il barista del bar sotto casa che ormai mi conosce ed è sempre gentile. O con la portiera del mio palazzo.
Quando sono a casa, invece, preferisco parlare con Fidanzato.
O con la mia amica, quella che ascolto per ore e che mi ascolta. O con il suo fidanzato che anche se stasera ci ha fatto saltare una super mega sorpresa (all'amica ovviamente) dice cose intelligenti e soprattutto non parla di peni altrui per ore. Non parla nemmeno del suo, in realtà.


E quindi, dopo un anno e mezzo di ore e ore al telefono, ho smesso di rispondere mettendo definitivamente fine all'agonia di sentire parlare di organi genitali altrui. 
Anche perché, in fondo, nemmeno le oche starnazzano all'infinito.


La foto del post è di Samira El Bouchtaoui



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lunedì 28 dicembre 2015

La lontanzanza, sai, è come il vento

Sono nata a Palermo e sono andata via.
Non sono l'unica, ho visto andare via, ad una ad una, quasi tutte le persone che conoscevo. Chi per studiare, chi per lavorare, chi per seguire l'amore.
A Palermo non ci è rimasto nessuno.
Conoscevo tantissime persone a Palermo, tra la scuola, la pallavolo, gli amici di amici che poi sono diventati amici, l'università. Adesso non conosco più nessuno, la comitiva da quaranta persone con ogni giorno una new entry non ce l'ho più.
Poi ho abitato a Bologna e, tra lavoro e università, anche lì conoscevo tante persone. Adesso a Bologna di quelle persone non c'è rimasto quasi nessuno.
Adesso sono a Roma, dove ho fatto più fatica a farmi degli amici, ma alla fine, ce l'ho fatta.
Intanto, sono passata da Milano dove qualche amico me lo sono fatta e, in più, ho ritrovato vecchi amici.
Se c'è una cosa che odio di questo mio vagabondare sono le persone che lascio, sparse per il mondo: persone che vedo poco o che, in molti casi, non rivedrò mai più.
A volte vorrei averle tutte qui le persone a cui voglio bene e che mi fanno stare bene.
Si, lo so, ormai c'è Skype, Whatsapp, Facebook e tenersi in contatto è facile. Ma a me manca il vederle quando e come voglio queste persone.
Se vado da una parte, ne ho vicino solo alcune, ma non ci sono gli amici di casa mia.
 Se sto a Roma, non ci sono quelli che a Roma non ci vivono.
Ho un'amica a Soresina -si, proprio quella della Latteria Soresina, ho un'amica a Genova, una a Brescia, un amico e un'amica a Firenze, un amico -eravamo compagni in prima elementare- a Londra.

E un amico a Istanbul.
E poi un'amica Piacenza, che non è proprio come Piacenza perchè come dice lei intorno a casa sua non c'è niente.
E la lista potrebbe essere infinita.
Poi ci sono gli amici a Milano e a Bologna, quelli a Roma e qualche superstite a Palermo. E un pò del mio cuore ce l'ho anche a Brescia.

Io queste persone non le vedo quando voglio. E questo mi fa male.
Si si, la conosco la storia che dice che l'amicizia, se è vera, resiste alla distanza. E confermo che spesso è così, ma io vorrei riuscire ad essere in tutti questi posti contemporaneamente: vorrei andare al Colosseo, poi girare l'angolo e trovare il Duomo, fare il bagno a Mondello e infine, ovviamente, bere il latte delle mucche soresinesi.
Vorrei non avere sempre una scadenza: quando parti? quando arrivi? quanto resti?
Poi, ecco, adesso c'è l'amica -quella che vive fianco a fianco con le mucche a Soresina- che ha finito da qualche giorno la casa (che sarebbe casa sua, ma lei la chiama la casa, che fa tanto film horror e io mi adeguo) e io questa casa l'ho vista solo in foto. Ogni angolo della casa: in costruzione, finita, con la luce del sole, con la luce artificiale, al buio, fai un salto, fanne un altro, fai la riverenza. Però non ci sono mai entrata, non mi sono mai seduta sul suo divano e forse non lo farò mai. Perchè, ecco, Soresina non è che mi viene proprio di passaggio.
Se non fossi andata via da Palermo forse adesso avrei un gruppone di amici come quello che avevo a sedici anni. Forse non avrei persone care sparse per l'Italia e, nel peggiore dei casi, per il mondo.
Forse, non lo so. E preferisco non saperlo.
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venerdì 27 novembre 2015

Vorrei che il mondo fosse così ovvero quando una lista può regalarti un sorriso

Due anni fa, a quanto pare, avevo fatto un favore ad un' amica di vecchia data.
Una di quelle amiche con cui ci si frequentava parecchio, amiche di amiche, ma con cui poi ci si è perse di vista. Prima si abitava nella stessa città, a qualche centinaio di metri, poi ci si è trasferite a km di distanza. Un saluto ogni tanto, ma è sempre stato un piacere sentirsi.
E appunto: due anni fa le avevo fatto questo favore.
Avevo una lista con tutti gli indirizzi mail a cui inviare curriculum, quanto meno nel settore televisivo e affini (qui per saperne di più). Era una bella lista, con indirizzi mail non farlocchi, di quelli che qualcuno vede e non indirizzi mail che non verranno mai aperti nemmeno in caso di terza guerra mondiale o profezia Maya.
Insomma, avevo questa lista, ci avevo messo parecchio tempo a farla, era di una precisione che a pensarci oggi credo di avere avuto, a quel tempo, qualche disturbo che mi rendesse paranoica sulle cose che facevo. E io gliela avevo passata.
Io questo episodio l' avevo rimosso, stavamo scrivendoci in chat, lei si era appena trasferita a Milano e cercava lavoro e molte di queste aziende che avevo selezionato -in totale saranno state un centinaio- erano a Milano.
Non avevo dato molto peso alla cosa, tanto che, appunto, avevo dimenticato tutto.
Poi è successo che un giorno mi ha scritto, chiedendomi se fossi a Milano perché Facebook -che notoriamente è molto attento alla privacy- le aveva fatto notare che ero vicino casa sua. E quindi, ci siamo date appuntamento per un caffè in Corso Buenos Aires che era vicino a dove lavoravo io e a dove abita lei.
E improvvisamente, al momento di pagare il caffè, mi dice che vuole offrirmelo lei perché non ha dimenticato la lista.
"Quale lista?"

Mi ha rinfrescato la memoria e, balbettando, ho accettato il caffè.
Tra una cosa e l' altra, le ho detto che l' accompagnavo volentieri a casa e che no, non ero intimorita dal traffico milanese dell' ora di punta. E lei mi ha invitata a salire a casa sua per farmela vedere, mi ha presentato il compagno e mi hanno chiesto se volevo unirmi a loro per cena. E ho accettato.
E così siamo andati a cena in una pizzeria sotto casa loro e, al momento di pagare il conto, lei ha pagato anche per me, mentre io ancora cercavo il portafoglio dentro la borsa.
Per la lista e per il passaggio.
Ed eccomi lì, ancora incredula e balbettante a ringraziare.Ho provato a restituirle i soldi, ma niente, non c' è stato verso.


Sapete, non è il caffè o la pizza.
Quello che mi ha commossa è stato vedere che qualcuno mi era grato per qualcosa che io avevo fatto senza pensarci, senza volere nulla in cambio -figuriamoci- o chissà cos' altro.
Cose che a me avevano fatto piacere, nella loro piccolezza, avevano fatto piacere anche a lei e aveva voluto ricambiare con dei piccoli gesti che mi hanno regalato un sorriso.
Io probabilmente avrei dimenticato questa cosa. E non perchè sono cattiva, ma perchè sono sbadata.
Mi ha fatto sorridere che io non ricordassi questa cosa -ma l' ho detto, sono sbadata- e che lei avesse aspettato due anni per potersi sdebitare, anche se non c' era nulla di cui sdebitarsi.
E la pizza era una cosa fantastica, tra le altre cose.
E quando sono tornata a casa, sorridevo come una scema tanto che mi sono persa, finchè -grazie all' angelo custode che evidentemente ho- non mi sono ritrovata davanti ad un posto che mi sembrava familiare e difatti erano gli studi di Mtv.
Vorrei che il mondo fosse così. Fatto di piccoli gesti che magari non hanno importanza, ma che regalano sorrisi. Tutto qui.

Foto di Beata Lenkiewicz.
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