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domenica 29 novembre 2020

E infine lo smart working

Qualche giorno fa sono tornata al lavoro.
O meglio: ho ricominciato a lavorare, ma non sono tornata al lavoro, visto che il mio nuovo ufficio é il salotto di casa mia.
Dopo quindici giorni dal tampone positivo e da sintomi che mi fanno affermare sempre con più certezza che non si tratta affatto di una semplice influenza, ho acceso il pc, timbrato l'entrata e mi sono messa a lavorare. 
Il covid mi ha lasciato stanca e debilitata, oltre che priva di olfatto e gusto e con un paio di chili in meno persi in quattro giorni (no, non è una buona cosa perdere due chili in quattro giorni, è più o meno una tragedia), ma ho ripreso subito con ritmi serratissimi.
Il periodo è quello che é, si lavora tanto, pure troppo e, per venire incontro ad una serie di esigenze aziendali, ho detto si a fare per un periodo un turno spezzato, con tre lunghissime ore di pausa pranzo e al sesto giorno. Se vi state chiedendo se mi pagano tutto, la risposta é ovviamente si, io gratis non mi alzo neanche dal divano, questo più o meno da sempre.
La prima settimana di lavoro è finita ieri alle 20.00 e qualche spiccio e io volevo più o meno morire.


A me lo smart working non piace.
Mi piace svegliarmi la mattina, farmi la doccia, vestirmi e fare anche due ore di macchina, che tanto trascorro ascoltando musica e ascoltando messaggi vocali (santo bluetooth).
Mi piace arrivare al lavoro, prendere il caffè con i colleghi, fare due chiacchiere, scherzare, cazzeggiare, almeno quanto mi piace -ad un certo punto- mettermi le cuffie e non ascoltare più nessuno.
Mi piace, staccare ogni tanto prendendo caffè, chiacchierando o semplicemente facendo due passi intorno al palazzo per sgranchirmi le gambe.
Non mi piace passare dal letto al tavolo del salotto, con il pc e un sacco di altra roba in mezzo alla casa tutti i giorni, tutto il giorno.
L'altra notte mi sono svegliata disturbata da una luce perché avevo lasciato il monitor acceso che era esattamente in traiettoria con il mio sguardo.
Lavorando da casa, inoltre, non ho praticamente più pause vere perché quando vado in pausa faccio partire la lavatrice, stendo i panni, li rientro, imbastisco il pranzo o la cena, pulisco il bagno (si, ho fatto anche questo!), spazzo, passo lo straccio e ad altri sei milioni di cose che vi vengono in mente. E questo sia che faccio una pausa di quindici minuti, sia che sto in pausa tre ore. Non mi siedo mai, ieri in pausa pranzo mi sono messa a trasportare cose pesantissime dal garage a casa e viceversa.
E poi aggiungerei anche che ho una marea di vestiti, ma proprio tanti, tutti bellissimi (ok, prima che lo dica qualche amica lo dico io: qualcuno ha una bellezza opinabile, ma a me piacciono) che stanno lì dentro l'armadio e che probabilmente, ora che potrò riutilizzarli, saranno passati di moda, visto che in casa sto sempre in tuta (si, sono bellissime pure le mie tute, ma n on é uguale) e che ieri ho persino lavorato con il pigiama di Paperina.
E infine ci sono i cani - e non solo loro- che, mentre lavoro, mi saltano in braccio perché mi vedono a casa e non riescono a capire che sto lavorando. Anche per loro, considerato che consumano più di un'Alfa Romeo a benzina.
Ah, e mi mancano i colleghi, mi mancano le chiacchiere, vero che abbiamo 3000 gruppi Whatsapp e che comunque ci sentiamo, ma non é la stessa cosa.
Non so quando finirà lo smart working, a dire il vero certe volte temo che non finirà mai, al massimo magari tra qualche mese si tornerà ad andare in ufficio ogni tanto, il che mi fa sorridere se penso che in teoria -fino ad un anno fa- sarebbe stato impensabile poter lavorare da casa.
La scelta (non mia, si intende) é stata fatta a causa dell'aumento dei casi e della paura che chiudessero tutto a causa di eventuali casi in azienda, creando problemi serissimi.
Nel mio caso specifico, essendo debilitata dal covid, é stata fatto una scelta per tutelare il mio stato di salute il più possibile.

Io sto bene, ho -come dicevo- degli strascichi, ma è assolutamente normale, sarebbe stato strano il contrario.
Quando ho fatto il tampone molecolare di controllo, prenotato tramite sito della Regione Lazio, senza attendere chiamate o altro, ho potuto scegliere il drive in che preferivo (ho scelto sulla base della velocità con cui davano il risultato, visto che avevo letto che alcuni erano più lenti di altri), nel giro di praticamente un giorno -ora più, ora meno- avevo il risultato e, sulla base del risultato, sono potuta tornare a vita normale.
Le prime due cose che ho fatto sono state tornare ad allenarmi all'aperto e fare la spesa al supermercato, visto che la spesa online sarà anche comoda, ma anche no se posso scegliere.
Ho trovato la gestione della Regione Lazio e del mio medico di base ottima, sono stata in costante contatto con loro, in particolare con il mio medico e, per qualsiasi dubbio o peggioramento, non mi sono mai sentita abbandonata o altro. Ho tremato solo quando mi si è prospettata l'ipotesi del ricovero, ma solo perché non sarei stata poi così contenta di finire in ospedale, ma questo credo sia normale.
E questo é, niente di più, niente di meno.


Per leggere il mio post sul covid, con tutti i dettagli di come l'ho vissuto, cliccate qui.
Se invece volete sapere quali sono, secondo me, i pro e i contro di lavorare da casa cliccate qua.
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venerdì 27 settembre 2019

Finalmente è venerdì

Io sono una turnista. O almeno così dice il mio contratto.
Di fatto, nell'ultimo anno, ho lavorato per lo più da lunedì a venerdì, con orari quasi d'ufficio, intervallati da albe e sere, qualche sporadica notte, qualche altrettanto sporadico week-end e festivo.
Certo, nell'ultimo anno ho lavorato a Natale, il primo Novembre, il 25 Aprile e non ricordo più per quante altre feste, ma tutto sommato, di norma, quando arriva il venerdì so che -se non succede nulla- avrò il week-end libero.

Oggi è venerdì, finalmente è venerdì.
Ultimamente, con tutto quello che è successo, mi sono spesso dimenticata di essere felice, di godere dei week-end liberi, di pensare a me stessa.
Nelle ultime settimane ho sentito tante urla, ho sentito dire cose veramente brutte, ho fatto da sola cose che avrei preferito non fare da sola, ho bloccato numeri di telefono (e poi li ho sbloccati), ho visto cambiare numeri di telefono perché "non ti voglio più sentire" (che poi mi sono stati dati, com'era prevedibile). Il tutto mentre cercavo di pensare a cose che ritenevo più importanti.
Poi c'è stato un pomeriggio in cui ho girato le spalle, me ne sono andata senza pensare neanche un attimo di tornare indietro e ho avuto l'illuminazione "c***o, ultimamente mi sono dimenticata di essere felice" troppo presa com'ero a gestire cose che -evidentemente- non ero in grado di gestire.


Il lavoro mi rende felice, in linea di massima.
Andare al lavoro mi impegna la mente e mi regala tante risate, a volte più di quelle che ci si aspetta da un posto di lavoro.
Nell'ultima settimana mi ha regalato anche lacrime perché mi sono dovuta separare, spero non per sempre, dalla collega con cui ho condiviso l'ufficio e anche la vita nell'ultimo anno. Eppure l'ho presa sportivamente, con una serenità che non mi aspettavo, di solito per queste cose -incline al melodramma come sono (qui vi fate un'idea di cosa intendo)- faccio tragedie infinite.
Mentre cercavo di gestire -non da sola, sia chiaro- una enorme mole di lavoro con tanti impicci, per la prima volta da qualche mese, ho pensato al venerdì.
Ho pensato che quando sarò fuori dall'ufficio andrò a casa, mi darò una sistemata (non so voi, ma io dopo nove ore in ufficio sono inguardabile, manco andassi in guerra), poi andrò a prendere un' amica  che non vedo da un po' alla stazione e darò ufficialmente inizio a due giorni di pace.

Mi sono chiesta quando ho smesso di godere delle piccole cose, tipo il venerdì o l'amica che arriva dalle Marche dopo due anni che non riuscite a vedervi, della pizza al prosciutto, del cane che mi dorme appiccicato come se avesse paura di una mia fuga, dell'amico che ti scrive e ti dice che devi assolutamente andare a Firenze per passare un week-end con lui, del collega del piano di sopra con cui effettivamente non hai tanta confidenza che ti manda un messaggio per darti il suo punto di vista su una cosa che ti fa stare male e ti fa pensare a cose a cui effettivamente non avevi pensato.
Mi sono chiesta i quanti venerdì alla fine di una settimana stancante non ho goduto perché troppo presa a vedere problemi ovunque.
Mi sono sentita libera, anche se qualcuno si è chiesto come faccio ad essere così serena quando effettivamente ci sono situazioni così complesse da risolvere. 
Le situazioni complesse, prima o poi, si risolveranno. Intanto oggi è venerdì e io non voglio pensare ad altro.
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domenica 9 dicembre 2018

Pace, amore e gioia infinita: di come io sia risalita dal baratro, ma stia morendo di sonno

Nelle ultime settimane ho ricevuto parecchi messaggi in cui mi veniva chiesto che fine avessi fatto.
Non sono morta, sto bene, sono felice, ma ho sonno. 
Il sonno è -credo- una delle più grandi costanti della mia vita.

Quando l'incubo è finito (qui per saperne di più), io ho iniziato ad essere felice.
Ho ricominciato a sorridere di gusto, ad avere gli occhi pieni di allegria e -soprattutto- sono tornata ad essere me stessa e piano piano è arrivato anche il sonno.
Era un sabato pomeriggio di Settembre quando ho ricevuto il messaggio che da lì a poco avrebbe messo fine a quello che è stato uno dei periodi più bui della mia vita.
Il messaggio diceva più o meno così: "vuoi tornare a lavorare qui?".
Non ho mai fatto segreto di una cosa: nel mio cuore ci sempre stati un canale e una televisione.
Sembra la stessa cosa, ma credetemi che non lo è.
Il canale per cui ho provato più affetto -se non addirittura amore- in vita mia è quello che ho spento col mio ditino storto (qui per saperne di più), mentre la televisione che ho amato di più in vita mia è un'altra. Era un posto bello, dove si lavorava tanto, ma dove si stava bene.
Ai tempi, parecchi anni fa, mi ero trovata nel mezzo di un passaggio di proprietà, a causa del quale tutti i contratti a tempo determinato non erano stati rinnovati.
Avevo accettato la cosa sportivamente, seppur con una lacrimuccia che mi solcava il viso, ed ero andata avanti.
Avevo amato così tanto quel posto che avevo mantenuto un rapporto bellissimo con quello che era il mio capo che, ad oggi, è una delle persone per cui nutro maggiore stima, oltre che affetto di quello bello e sincero.
Quando il canale del cuore aveva chiuso io ero andata a piangere lì, quando mi sono spezzata il ginocchio manco fosse un tarallo pugliese (qui per saperne di più) ero andata lì e via dicendo. È lì che ho imparato buona parte di quello che so e di questo sono sempre stata immensamente grata a tutti.

Quindi insomma, quando mi è arrivato quel messaggio in cui mi chiedevano se volevo tornare a lavorare lì ero felice. Molto felice.
Felice e incredula a dire il vero, non sapevo se davvero sarebbe andata in porto, cosa sarebbe successo e e un sacco di altre cose.
Sono andata a parlare con i miei ex capi, ho rivisto -e abbracciato- i miei ex colleghi, ho respirato serenità. E ci ho sperato.
Erano in pochi a sapere cosa stavo aspettando, le persone che hanno condiviso con me l'attesa si contano davvero sulle dita di una mano.
E poi finalmente, ero a Palermo, stavo per entrare dal parrucchiere ed è arrivata la telefonata.
"Ciao Gilda, vieni domani a firmare il contratto?"
Ho pianto, un pianto liberatorio e infinito.
Poi ho tagliato i capelli cortissimi che ancora mi chiedo come io, che senza capelli lunghi mi sono sempre sentita spiazzata, abbia potuto fare una cosa del genere. 
Quella stessa sera ero a Roma, a casa mia, con un aereo trovato all'ultimo momento e il cuore pieno di felicità.
La mattina dopo, mentre firmavo il contratto, la signora delle risorse umane mi ha detto che mi ricordava con i capelli molto lunghi. Ho sorriso, ho firmato, sono scesa al piano operation, ho abbracciato persone che mi erano rimaste nel cuore, ho chiesto dove fosse l'unica persona che avevo veramente odiato e mi hanno risposto che aveva deciso di andare a fare il pompiere.
"Ci vediamo domani"
"A domani allora".
E da un po' che ogni sera dico "a domani" e lo faccio sempre con la felicità nel cuore.
Sono solo più stanca di prima, più oberata, con meno tempo, ma sto bene e sono felice.
E chiedo scusa al blog e a tutti voi se sono sparita, ma devo solo riprendere il ritmo di un lavoro impegnativo, ma che amo. Tutto qui.
Ho percorso una strada lunga e tortuosa, ma alla fine ho trovato la quadra.


Ah, e nel caso in cui ve lo stiate chiedendo: credo che i capelli li terrò corti fino alla fine dei miei giorni. Per dire, eh.
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martedì 16 ottobre 2018

La fine di un incubo

Gli ultimi mesi sono stati estremamente pesanti.
Mi ero ripromessa di raccontare l'incubo -non mi viene un termine migliore- non appena fosse finito, nonostante fossi consapevole che la fine non dipendesse da me.
Dovevo aspettare, avere pazienza e -come spesso mi capita di fare- vedere il bicchiere mezzo pieno. In realtà, in tutti questi mesi, io il bicchiere l'ho sempre visto pieno fino all'orlo con me che galleggiavo sopra perché di affogare non ne volevo sapere.
Ho alzato le spalle a chiunque si è interessato al mio stato d'animo, dicendo che prima o poi sarebbe passato.
Poco meno di un anno fa ero felice per un nuovo traguardo lavorativo (ne avevo parlato qui) che poi si è rivelato l'incubo di cui parlavo sopra: in tutti questi mesi non ho mai preso lo stipendio per intero e quando ho chiesto spiegazioni sul perché mi venissero trattenuti soldi a caso -tasse a parte- mi sono sentita dire che servivano per ripagare un prestito che avevo chiesto all'azienda. Prestito che, giusto per gradire, io non avevo mai chiesto a nessuno, anche perché -ecco- i prestiti si chiedono alla banca, mica al datore di lavoro. 
Nessuno ha mai avuto il coraggio di mettere queste parole per iscritto né in risposta alle mie numerose mail, né in risposta alla diffida di un avvocato. 
Il risultato è stato però che mi sono sentita dire che in ventitré anni ero la prima che, udite udite, si lamentava per il mancato pagamento di tutte le competenze. Che io non so voi, ma io lavoro si perché mi piace, ma essenzialmente mi servono i soldi. Non che mi muoia di fame, fortunatamente ho un marito e due genitori meravigliosi che si toglierebbero letteralmente il pane di bocca per me, ma ecco, mi servono.
Ad un certo punto, complici una serie di atteggiamenti non esattamente consoni ad un ambiente lavorativo, sono stata a casa in malattia e ho scoperto che, ebbene si, le visite fiscali inviate dal datore di lavoro esistono.
Considerato però che io stavo male davvero, i medici non hanno potuto fare altro che constatare che non solo ero a casa durante le ore di reperibilità previste dall'Inps, ma avevo appunto quello che era dichiarato dai certificati della Asl.

Quello che ho scelto di fare in questi mesi è stato di non lamentarmi. 
Non ho mai emesso un fiato, ho sempre sorriso e sono andata avanti.
Quando finalmente ho messo fine all'incubo, in preda ad una felicità indescrivibile, pronta ad iniziare più o meno da capo, mi è arrivata -in modo orribile- la notizia che un mio amico era morto.
Un amico con cui sono cresciuta, che avevo sentito fino a pochi giorni prima.
Non mi dilungherò sulla causa della morte perché non è un argomento di cui mi fa piacere parlare, ma è stato un colpo durissimo.
Il giorno in cui l'ho saputo ho cercato qualcuno che mi dicesse che era un errore, ma così non è stato.
Ho pianto. Non ho saputo fare altro che piangere, ho mollato il sorriso di questi mesi, e ho pensato che era assurdo. Poi sono andata a nuotare, ho fatto quaranta vasche di fila, sono rientrata a casa e ho dormito. Male eh, ma ho dormito.


Se invece devo raccontare la fine dell'incubo, ecco, diciamo che in tutti questi mesi in cui ho immaginato un lieto fine, non avrei mai potuto immaginare che sarebbe stato così lieto, ma questa è un'altra lunghissima storia.

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martedì 10 luglio 2018

Lavorare su turni: chi, come, quando e perché

Lavorare su turni a me è sempre piaciuto da morire.
No, non sto scherzando.
Ho sempre avuto la sensazione di avere molto più tempo libero, una vita meno frenetica e -senza troppi giri di parole- più soldi a fine mese.

Ho lavorato sia su turni H24, sia su turni non H24 ovvero in una fascia oraria compresa tra le 8 del mattino all'1 di notte. Sempre sette giorni su sette, 365 giorni l'anno, 366 nei bisestili.
E non c'è un solo giorno in cui non abbia pensato che preferisco di gran lunga i turni che non il classico orario d'ufficio con il week-end e i festivi a casa.
Il lavoro su turni che viene considerato logorante, ma per quanto mi riguarda -l'ho già detto mi sa- è rigenerante ,va gestito in modo sano e sensato, eh.
Non è che il primo che passa si sveglia la mattina e si improvvisa a fare dei turni.
Ci sono un sacco di cose da considerare, prima tra tutte -almeno così mi hanno sempre insegnato i miei capi- il benessere e il rispetto della vita privata del lavoratore.


Ho fatto turni di mattina che iniziavano alle 6 o alle 7, più raramente alle 8.
Ho fatto turni intermedi che iniziavano alle 11 o alle 11.30.
Ho fatto turni pomeridiani che iniziavano alle 15, alle 15.30 o alle 16.30.
Ho fatto un turno ibrido, chiamato nottino, che iniziava alle 17.30.
E ho fatto il turno di notte che iniziava alle 00.00.
A tutti gli orari di inizio aggiungete otto ore e mezza, di cui otto lavorative e mezza di pausa.
Al turno di notte non aggiungete un bel niente, la pausa non c'è, che non significa lavorare otto ore filate senza mai fare la pipì o prendere un caffè, ma che esiste una normativa (cercatevela, io sono pigra) per cui nel turno di notte -per farlo terminare prima- può essere omessa la pausa visto che di fatto non si pranza e non si cena, fermo restando che vale il buon senso per cui prendere un caffè, fumare una sigaretta, andare in bagno o semplicemente prendere una boccata d'aria può essere fatto in qualsiasi momento. E questo vale per qualsiasi turno.
Il lavoratore -almeno nel mio settore- è perfettamente in grado di capire quando può lasciare e concedersi una pausa, fermo restando che, fatta eccezione per una parte del turno di notte, non si è mai da soli, a meno che non si sia verificato un cataclisma tipo un'invasione di cavallette o la caduta di un meteorite, cose che indubbiamente non vanno escluse.

Tra un turno e l'altro devono -si, devono, non è un'opinione- trascorrere almeno undici ore, ma di norma sono di più, almeno quando i turni vengono fatti da persone dotato di buon senso e rispetto del prossimo. Diciamo che le undici ore vengono considerate in caso di emergenza o di cambio turno.
I turni (parliamo sempre nel caso di buon senso) vengono fatti con anticipo di modo che ci si possa organizzare la vita, fermo restando che esistono gli imprevisti: malattie, incidenti, impegni improvvisi di qualsiasi tipo. Ho visto cambiare i turni per bimbi che stavano male e andavano recuperati a scuola, per familiari che si sono sentiti male all'improvviso, per qualsiasi cosa.
E comunque il cambio turno esiste sia per esigenze reali che per mero piacere.
Io ad esempio sono una che ha sempre odiato il turno di mattina perché non mi piace svegliarmi troppo presto, ma ho avuto colleghi che li preferiscono, quindi mi sono stati chiesti cambi turno solo in virtù di una preferenza. Cambi turno che, per la cronaca, ho sempre concesso, anche a chi mi stava palesemente antipatico.
Così come è possibile chiederli per impegni, visite mediche, qualsiasi cosa.
L'unica condizione è che entrambi gli scambisti (di turno, eh) fossero d'accordo, poi è sempre stato sufficiente comunicare al responsabile il cambio senza tanti salamelecchi.

Perché i turnisti hanno più tempo libero?
Premesso che è una sensazione da turnista, condivisa da altri turnisti che, come me, hanno provato almeno una volta nella vita l'orario d'ufficio, la motivazione è banale.
Immaginate di iniziare a lavorare alle 6, quindi di timbrare l'uscita alle 14,30: a quel punto avrete tutto il pomeriggio e la sera liberi per fare quello che vi pare, tipo andare a sbrigare qualche commissione o semplicemente per andare a fare un giro per negozi, andare in palestra, vedere un amico.
Immaginate ora di iniziare a lavorare alle 16 o, meglio ancora, alle 17.30: avrete tutta la mattina e parte del pomeriggio per fare quello che vi pare.
Sul turno di notte posso solo dire cose belle: tutto la mattina, il pomeriggio e la sera liberi, anche se -dopo la prima notte- magari la mattina si dorme che è meglio. Io una volta ho dormito fino alle 19, ma di base l'orario in cui mi sono sempre svegliata è l'ora di pranzo, cosa che -per la cronaca- faccio anche se vado a dormire alle 3 di notte.
Io, facendo orario d'ufficio, non ho mai avuto tutto questo tempo libero, vuoi anche perché bisogna calcolare molto più tempo per andare e tornare dal lavoro considerato che a ora di punta c'è il triplo del traffico.

Perché più soldi in busta paga?
Perché esistono le maggiorazioni e, prima che qualcuno faccia polemica, sappiate che esistono in qualsiasi ccnl. Se non ve le pagano, vi stanno fregando.
Certo, in alcuni ccnl sono più ricche che in altri, ma di base ci sono.
Esiste la maggiorazione notturna, dalle 22 alle 6, quella domenicale e quella festiva.
Esistono poi i super festivi che credo però non siano uguali ovunque: nel mio caso spesso sono stati Natale, Ferragosto e festa dei lavoratori.
Se si fa la notte dalla domenica, viene da sé che le maggiorazioni applicate saranno quella notturna e quella domenicale.
L'unica fregatura è quando un festivo cade di domenica visto che, tipo a Pasqua, la maggiorazione festiva è sempre stata la differenza con quella domenicale e non la somma delle due, tant'è che la mia frase preferita è sempre stata "a Pasqua non conviene lavorare".
A noi conviene avere le maggiorazioni in busta paga, ma comprendo che possa non essere così per tutti.

Se vi state chiedendo se è pesante lavorare la domenica e i festivi, vi ricordo subito che ho parlato di buon senso. 
I turni vanno fatti con buon senso, sempre. Se manca quello, tutti i benefici (sempre secondo me, eh) del lavoro su turni se ne vanno a quel paese.
I week-end si dividono tra tutti, di base -su una media di otto settimane- quattro si fanno dentro e quattro fuori. In turni concepiti in modo diverso, con matrice di riposo a scalare, c'è una domenica ogni mese circa e il fine settima seguente sia sabato che domenica, quindi due di fila.
I giorni di riposo sono di norma, su un full time da 40 ore settimanali di cui otto lavorative al giorno, sono due, a volte attaccati e a volte staccati (eventualità abbastanza rara, ma succede).
Ho avuto un responsabile illuminato che faceva i turni in questo modo: mercoledì, giovedì e venerdì turno di notte, quindi alle 8 del venerdì mattina eri fuori, con riposo sabato, domenica e lunedì (che conta come giorno di riposo della settimana successiva) e ti faceva rientrare il martedì alle 17.30. Lo amavo profondamente.
Per i festivi, vale come per i week-end: si dividono. Ho avuto un capo illuminato (lo stesso di cui sopra) che ti chiedeva se volevi lavorare nel festivo imminente e comunque di base ci faceva mettere d'accordo tra noi, se proprio non si trovava un accordo interveniva. L'accordo si è sempre trovato, visto che parliamo di persone adulte e vaccinate. Il Natale magari si fa a turno, idem la Pasqua o Ferragosto. In generale, sappiate che c'è sempre qualcuno che ha bisogno di qualche soldo in più perché magari ha spese improvvise o qualsiasi altro motivo.
In ogni caso, durante il week-end e durante i festivi, salvo eventi particolari, in turno si è di meno.
Se mi è mai pesato lavorare la domenica o durante le feste? No, mai. O, in ogni caso, non più di quanto mi sia pesato un martedì mattina o un giovedì sera. Ci sono volte che, dipende da come mi sveglio, preferirei essere ovunque, ma non al lavoro, ma quello -credo- succeda a tutti.

E questo è, niente di più, niente di meno.


Se volete saperne di più sul turno di mattina leggete qui, se invece vi incuriosisce il turno di notte dovete cliccare qua, se infine vi intriga la polemica sul lavoro domenicale è d'obbligo leggere questo post.
Ho anche scritto un post lamentoso sull'orario da ufficio, durato fortunatamente abbastanza poco,  che trovate qui.
Se avete voglia di leggere un post scritto sull'onda delle emozioni qualche tempo fa sulla vita dei turnisti leggete qui.
E prima che chiediate di che lavoro sto parlando nel mio caso specifico, l'ho spiegato qui.
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giovedì 5 aprile 2018

Sono rientrata a Roma per restarci (e ho ricominciato a dormire)

Sono rientrata a Roma. Per restarci.
Avrei dovuto continuare con le trasferte fino a metà Aprile, forse addirittura fino a fine Aprile, ma alla fine un martedì a pranzo mi hanno detto che dovevo rientrare subito.
Gli ultimi giorni prima della partenza sono stati tremendi -c'è stato un problema dietro l'altro- e non ho fatto altro che piangere. Sono seria, eh.
Venerdì scorso, alle nove del mattino, non sapevo ancora se sarei riuscita a partire o no. Genitori e Marito erano in trepidante attesa.
Ad un certo punto, saranno state le dieci, ho mandato un messaggio per dire: "Cerco di capire come si arriva in autostrada e vi chiamo".
Da lì, è iniziato il lunghissimo viaggio verso casa.
Lunghissimo perché, vuoi che era venerdì santo, vuoi che ero stanca e non dormivo da tre giorni, ci ho messo tantissimo.
Che poi, a pranzo, ho anche trovato il simpaticone che mi ha chiesto di lasciargli il posto dove, dopo mezzora a cercare, avevo messo la mia fedele macchina. "Abbiamo fame e dobbiamo andare in bagno" mi ha detto. Io invece mi ero fermata per contare le mattonelle del pavimento dell'autogrill.
Ad un certo punto, ho anche fatto un'altra sosta per chiudere gli occhi mezzora.
Ho la patente da quasi quattordici anni, è più di un decennio che faccio viaggi in macchina da sola guidando per ore e ore, ma stavolta ho sentito la necessità di fermarmi e riposarmi perché, mi sono detta, che a casa non ci sarei arrivata.
Che poi, non so voi, ma quando faccio tanti km in autostrada, ogni volta che leggo il nome di uno svincolo mi vengono in mente tutte le cose che si mangiano in quel determinato posto e mi viene fame. Praticamente ho viaggiato morendo di fame pensando a tutte le cose buonissime che avrei potuto mangiare in Emilia-Romagna e in Toscana.

Quando ho iniziato a vedere i cartelli per Roma mi sono sentita sollevata, quando ho visto il casello di Roma nord ho pensato "è fatta", anche se non era fatta manco per niente visto che da quel casello a casa mia ci sono più di 50 km, con tanto di G.R.A. nel mezzo. 
Stavolta non ho pianto come tre anni fa perché in fondo era tutto completamente diverso. Lì ero molto provata per una serie di motivi, non ultimo il mio primo switch e il famoso licenziamento collettivo per chiusura ramo d'azienda (qui per saperne di più, ma occhio che questo post ha un carico emotivo non indifferente). Sta botta il rientro a casa ha segnato solo la fine delle trasferte.
Quello che so, ora come allora, è che Milano non fa per me.
Non so se è un caso, ma a me Milano ha sempre creato problemi, magari il problema sono io, chi lo sa, ma ecco: sto meglio a casa mia.

Insomma, sono arrivata a casa, il Marito non c'era e ho scaricato le valigie (due trolley di cui uno praticamente vuoto) e ho pensato che ero finalmente felice.
Il Marito -ve l'ho detto- non era a casa, ma al lavoro e l'unica cosa che gli avevo detto era stata: "Amore, io non credo riuscirò a preparare la cena".
Mi ha risposto: "Sti c***i della cena, io voglio te". E lì, come mi succede spesso, ho pensato che ho sposato l'uomo giusto, quanto meno per me.
Ho aperto la porta di casa e il cane è impazzito, giustamente erano tre settimane che non mi vedeva.
Da quel momento in poi, non sono più riuscita a scollarmelo di dosso, ad un certo punto me lo sono ritrovata che mi fissava mentre facevo la pipì.
"Nano, io ti amo, ma potrei almeno fare la pipì in pace? Io mica ti guardo mentre inondi di liquido giallognolo gli alberi del quartiere, eh".

Una delle cose più belle di quella giornata, casello di Roma nord a parte, è stato sicuramente riabbracciare il marito.
Lo stesso marito che per giorni ha esaudito ogni mio desiderio, non che normalmente non lo faccia eh, ma davvero mi sono sentita una principessa.
E quella sera, finalmente, ho dormito come un sasso. E lo stesso ho fatto la sera dopo, svegliandomi solo perché cane e marito mi hanno portato la colazione a letto (si lo so, il cane non ha il pollice opponibile quindi di fatto non può avermi preparato il caffellatte, ma insieme alla colazione è arrivato anche lui a svegliarmi, quindi merita di essere nominato).
Casa mia, le mie abitudini, il Marito, il cane, Roma. 
Ho fatto lunghe passeggiate per Roma insieme al Marito, mi sono guardata intorno e ho pensato che è bellissima e che profuma di casa come nessun altro posto al mondo.


Ieri sono tornata anche in piscina, la mia piscina, con il fondo chiaro come piace a me (qui per saperne di più) e mi sono sentita davvero felice. Che poi, in realtà, non sarei dovuta andare in piscina, ma avrei dovuto seguire un corso in palestra, poi ho visto l'acqua, ho sentito il profumo del cloro, ho pensato a quanto mi piace quella piscina e non ho resistito a farmi una lunga nuotata rigenerante.

E insomma, è ricominciata la routine romana che, al momento, prevede la sveglia alle 6 e l'uscita da casa entro e non oltre le 6.50: a me che ho sempre odiato il turno di mattina pare un crimine contro l'umanità uscire di casa a notte fonda, ma l'importante è che io sia a casa. Tutto il resto è rumore bianco.

Che poi, sembra quasi che io sia andata in guerra, ma sarà che è stato un periodo difficile, sarà che ultimamente non sono stata benissimo, ero davvero stremata e tornare a casa per restarci mi ha davvero resa felice.
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giovedì 22 marzo 2018

Ho l'ascendente in leone, quindi sono incline al melodramma

Ieri sera ho trovato una gomma della macchina completamente squarciata.
L'unica volta in vita mia che ho cambiato una gomma ero insieme al Marito, alle quattro di mattina, a San Giovanni (non so se avete presente, è dove fanno il mega concerto del 1° Maggio) e ci avevamo messo delle ore solo per capire come si aprisse il cric.
Ho mollato la macchina lì e ho deciso che ci avrei pensato stamattina.
Quello che non sapete è che una delle mie amiche più amiche è figlia d'arte nel mondo delle gomme, visto che la sua famiglia ha da secoli un'azienda che si occupa di questo, quindi -siccome sono notoriamente intelligente- l'ho chiamata per chiederle cosa dovevo fare, scoprendo -a distanza di dieci anni dalla prima volta che l'ho vista- che non sa cambiare una gomma. 
La notizia è stata destabilizzante, eh. Lei non credo abbia ancora capito il dolore che mi ha arrecato dicendomi questa cosa.
Tutti nella sua famiglia si occupano di gomme: nonno, padre, zii, trisavoli (sono seria, eh) e lei non sa cambiare una gomma. 

Stamattina mi sono svegliata alle 5.30 per prepararmi e risolvere il problema gomma, scoprendo che in realtà non è l'unico che ha la mia amata macchina, comprata con sudore e sacrificio quasi dieci anni fa e che difendo sempre a spada tratta quando genitori e marito mi fanno presente che questa macchina va cambiata e anche di corsa, solo perché ha un milione di chilometri e forse -sottolineo il forse- non l'ho trattata benissimo.
Ieri sera ci hanno provato di nuovo: "Devi comprare la macchina nuova".
"Ma cosa ha la mia che non va?"
"Ti serve una macchina nuova"
"Ma per una gomma?"
"Non è solo la gomma, lo sai"
Alla fine ho ceduto, dopo aver tirato fuori la storia strappalacrime di quando la mia macchinetta rossa ha sorretto l'intera famiglia quando ci hanno rubato la macchina del marito (qui per saperne di più).
Compreremo una macchina nuova.
Ho sottolineato però che il primo che osa dire qualcosa sul colore che sceglierò verrà insultato perché io ho necessità di avere una macchina di un colore che esprima al meglio il mio io interiore. Tipo giallo limone. O azzurro puffo.

Il punto comunque è che ieri, quando ho trovato la gomma squarciata, ero disperata.
Non per la gomma, eh.
La gomma si cambia o, alle brutte, si paga qualcuno per cambiarla.
A mia madre, al telefono, ho detto: "Ma possibile che quando si sta avvicinando qualcosa di bello devo sempre trovare un milione di ostacoli nel mio percorso?"
Ho l'ascendente in leone, quindi sono incline -molto- al melodramma.

Questo è un periodo di attesa, l'avevo già detto qui, un attesa stancante più psicologicamente che fisicamente perché io, quando aspetto divento impaziente. E anche un po' nervosa se proprio vogliamo dirla tutta.


Le mie trasferte a Milano sono finite, non c'è un altro modo per dirlo.
Cioè a dire il vero, sono quasi finite, non finite.
Ho una data che è quella in cui rientrerò dall'ultima trasferta e non ne farò più. Perché? Semplicemente perché si sono resi conto che avevo la lingua di fuori, ero (e sono) stanca, stanchissima, che stare sempre su un treno è devastante e che stare lontana da casa si può fare, ma non per sempre.
Quando me lo hanno detto, ho chiamato il Marito piangendo. Non mi ha creduta, o meglio non è che non ha creduto a me, non ha creduto alla notizia. "Non può essere vero" ha detto, l'ho educato bene.
Il prezzo da pagare è un periodo lungo ventidue giorni di fila a Milano che solo chi sa quanto io poco sopporti Milano (nessuno me ne voglia), può capire.
Ventidue giorni nell'arco di una vita sono decisamente niente, ma io accuso la lontananza da marito, cane e casa. L'accuso tantissimo.
Ma ecco, questa attesa che è tremenda (no, non per la ruota squarciata), in realtà porterà ad una cosa bella che mi porterà. di fatto, ad essere più felice e meno stanca, mica pizza e fichi, però il melodramma fa parte di me e non posso assolutamente rinunciarci.
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giovedì 8 febbraio 2018

Non mi piace sbagliare (ma a volte succede)

Non mi piace sbagliare e mi piace avere ragione.
Roba che se devo dire o fare una cosa, se non sono sicura, preferisco tacere. E credetemi che tacere è una cosa che mi viene molto molto difficile.
E comunque non mi piace sbagliare, l'ho già detto.
Un paio di giorno fa ho fatto un errore. O meglio, l'errore non l'ho fatto un paio di giorni fa.
Un paio di giorni fa è quando me ne sono resa conto dopo undici ore di lavoro, quando la testa mi fumava, ero stanca e volevo solo andarmi a fare una nuotata.
Ed era ovviamente un errore di quelli che creano un problema. E non solo a me.


Le alternative erano due a quel punto: o addossare la colpa a chi mi aveva passato un'informazione sbagliata o assumermene la responsabilità.
"Scusatemi, ho fatto un errore, non ho verificato l'informazione che mi era stata data, adesso troviamo una soluzione".
Ho vagliato, non da sola in realtà, dieci possibili soluzioni diverse o giù di lì e ovviamente nessuna era fattibile perché, ecco, io non sono esattamente famosa per essere fortunata.
Praticamente io presentavo una soluzione, sentendomi in colpa, e ognuna mi veniva bocciata con argomentazioni che non potevo smontare in nessun modo. Giustamente, eh.
"Scusate ancora, l'errore è mio, ora cerco di risolvere il problema in qualche modo, fatemici pensare".
L'unica soluzione -se così si può chiamare- che ho trovato in quel momento è stata quella di andarmi a buttare in piscina. No, davvero: la piscina può essere la soluzione a tutti i mali.

Mi piace andare in piscina, mi rilassa, mi rigenera e anche lì, non mi piace fare errori. Questo almeno quando faccio i corsi.
E difatti, l'istruttore mi ha corretto quasi tutti gli esercizi. No, non ho rosicato, però non mi piace fare errori, l'ho già detto.
Ok facciamo che ho rosicato, ma ecco: due errori in un giorno comunque sono troppi. E non erano mica solo due, quelli in piscina non si contano.
È che è stato una concatenazione di eventi., eh: Il primo errore ha causato gli errori in piscina perché ero concentrata su quello.

Piscina a parte, qualche anno fa non so se mi sarei assunta la responsabilità di un errore con questa facilità. Forse avrei negato, forse avrei cercato giustificazioni assurde, forse avrei cercato un capro espiatorio. 
Di sicuro non avrei ribadito che si, l'errore era il mio e avrei cercato di risolverlo.
Forse avrei sperato che fosse qualcun altro a risolverlo, non lo so.

Un tempo credo di essere stata molto meno sicura di me, almeno in ambito lavorativo.
Come se, nel caso in cui avessi fatto un errore, qualcuno avesse potuto cacciarmi mettendo le mie cose dentro uno scatolone o magari anche qualcosa di molto peggiore. Non so, forse immaginavo cinghiate sulla schiena, chi lo sa. Ero giovane, inesperta e forse anche un po' scema.
È curioso vedere come si cambia, come si cresce, come si imparano ad affrontare anche questi piccoli inconvenienti.
Ed è curioso vedere come a volte vorremmo essere -o almeno io vorrei essere- infallibile, non sbagliare mai. Non mi piace fare errori, questo l'ho già detto, vero?

Però c'è un però: sbagliando si impara, è proprio vero.
Io, da questo errore, ho imparato una cosa che in realtà già sapevo, ma che evidentemente non avevo considerato: devo verificare le informazioni, non mi devo fidare senza se e senza ma di quello che mi viene detto.
Un altro però è che solo chi non fa non sbaglia mai. Sbagliare è normale quando si fanno tante cose, mica possono andare tutte bene, no?

La sera dell'errore  sono rientrata a casa alle 11 di sera, stanca e affamata.
Avrei mangiato un bue intero se solo se ne avessi avuto uno a disposizione.
Oppure avrei mangiato volentieri l'intera produzione di salmoni del mondo, sotto forma di sushi possibilmente.
Avevo anche sonno. Era stata una di quelle giornate in cui ero rimasta al lavoro per dodici ore di fila (si, mi pagano gli straordinari) passando da una cosa all'altra senza fermarmi mai.
Ci sono giornate così, particolarmente pesanti. Niente di eclatante, eh le abbiamo tutti e credo non sia mai morto nessuno, però ecco: accorgersi di un errore quasi alla fine di una giornata del genere è stato un quasi disastro. Sarà per quello -o forse per la piscina- che avevo fame.
Alla fine, alle 11 di sera, dopo essermi nutrita, sono andata a dormire e chi si è visto si è visto.

L'errore ha causato un problema, ve l'ho detto.
Il problema, alla fine, è stato risolto la mattina dopo.
La soluzione mi è venuta in mente dopo una notte di sonno profondo, segno che la mia mente lavora anche di notte. No dai, questo non è vero: la mia mente fa già fatica a lavorare di giorno, figuriamoci di notte. Io la notte dormo e basta che si sa che se non si dorme si è più brutti e a me piace essere bella. Oltre a piacermi l'avere sempre ragione e il non fare errori ovviamente.
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martedì 9 gennaio 2018

Storia delle mie trasferte di lavoro a Milano

Scrivo in diretta dalla mia stanza d'hotel a Milano, ho un letto gigante a mia disposizione, la mia roba è sparsa ovunque come sempre in questi casi e ho appena scritto un messaggio al Marito per chiedergli di mandarmi una foto del cane. 
Mi ha mandato una delle foto più divertenti di sempre, appena scattata, precisando che il cane è offeso perché non gli ha dato il permesso di andare in camera da letto, ma fuori pioveva e le zampe, nonostante le abbia pulite, non erano ancora abbastanza asciutte.
Conosco il mio cane fin troppo bene e me lo sono immaginata davanti la porta della camera da letto, salvo poi andare vicino al divano per esprimere il suo disappunto per il torto subito.
Sono rientrata in hotel alle 21, dopo una giornata di lavoro massacrante in cui non mi sono mai fermata.
Ho cenato a letto, parlando al telefono con il Marito.
Mi piace cenare a letto, mi è sempre piaciuto tantissimo, più che mangiare seduta a tavola.
Anche se tra ieri e oggi ho avuto difficoltà a reperire una cena adatta a me (qui per saperne di più), con in testa le parole di quel santo dell'uomo che ho sposato che mi ha detto, prima che partissi, di stare attenta. "Mi raccomando a quello che mangi, le hai preparate le medicine, vero?".
A volte è dura, mi piacerebbe andare fuori e scegliere di mangiare quello che mi piace, che mi va, senza fare mille domande, senza dover sempre adattarmi -se non addirittura digiunare- e le trasferte mi mettono a dura prova.
Io ho fame, ho sempre fame, ho proprio una fissa con la fame e il Marito sostiene che sono così perché, di fatto, il cibo è la causa di tutti i miei problemi. E non poter mangiare serenamente è un sacrificio.
Questo sacrificio sarebbe indubbiamente più sopportabile se avessi almeno due taglie in meno, ma niente, non c'è verso, sarà il cortisone, che vi devo dire?

Mi mancano i miei due amori, sono tre anni (qui la mia prima volta a Milano per lavoro) che sono spesso via per lavoro, ma mi mancano sempre come se fosse la prima volta e sto sempre lì a pensare che non vedo l'ora di rivederli, riabbracciarli, averli vicino.
Piccola sentimentale che non sono altro.
E poi a me Milano non piace, ho sempre avuto sentimenti ambivalenti nei confronti di questa città, non è mai scattata la scintilla e non scorderò mai il giorno in cui, dopo sette lunghi mesi passati qui, sono scoppiata a piangere quando ho visto il Grande Raccordo Anulare, rischiando per altro di andarmi ad ammazzare (qui per saperne di più).

La verità è che questa vita, tutto sommato, l'abbiamo scelta, ma non senza fatica, non senza difficoltà, non senza il magone. 
Certi giorni è più difficile che altri.
Certi giorni mi viene voglia di mollare tutto, altri sono talmente soddisfatta che mi chiedo come potrei vivere in modo diverso.
Ma la verità, quella più profonda, è che ho sposato qualcuno che mi appoggia sempre e comunque, che ha sempre saputo che io al lavoro ci tengo -non quanto tengo a lui- e che voglio essere realizzata da questo punto di vista. E lui fa di tutto per vedermi felice, per vedermi sorridere.
Lui condivide con me ogni successo, ogni traguardo raggiunto e -ebbene si- anche le sconfitte perché ci sono anche quelle e, a volte, sono difficili da mandare giù (qui trovate il rospo più grande che io abbia dovuto ingoiare).
E condivide con me i miei disastri, tipo quella volta che è dovuto correre a Milano per recuperare un'allora fidanzata con un ginocchio rotto (qui per saperne di più) e un gesso che partiva dall'inguine e arrivava alla caviglia.
E mi ricorda le cose: ieri sera, senza lui a ricordarmelo prima di andare a letto, ho dimenticato di mettere l'apparecchio. E se non metto l'apparecchio la notte, il giorno dopo mi fanno male i denti.
Sono sentimenti ambivalenti quelli che mi vengono quando sono lontana da casa, da sola.
Ad esempio, a volte ho paura di morire che vi chiederete se non forse scema, ma io la sensazione che si prova quando stai soffocando dopo aver mangiato qualcosa la conosco troppo bene. E stare lontana da casa, a volte mi fa pensare a quello.
Ho paura di perdermi dei momenti belli.
Ho paura di perdermi anche quelli brutti.
Ho paura di fare soffrire qualcuno, so che i miei genitori sono più contenti di sapermi vicina al Marito perché, ecco, quando hai una figlia con una salute cagionevole, diciamo così, non stai mai tranquillo. E io non voglio che si preoccupino.
Ho paura di perdermi pezzi per strada.

Poi però mi passa. 
Mi passa quando vedo che tutti i sacrifici vengono ripagati, in un modo o nell'altro perché la vita in fondo è un dare e avere. E in realtà credo di avere più di quanto dia.
Mi passa quando mi incanto a guardare qualcosa che attira la mia attenzione.

Davanti al mio hotel, a Milano, c'è una rimessa di tram.
I tram di Milano mi piacciono da morire, quasi quanto il palazzo Unicredit di Piazza Gae Aulenti.
Mi sono bloccata a guardare i tram per qualche minuto, da fuori, e ne ero incantata.


Se qualcuno mi ha visto, avrà pensato "guarda questa quanto è scema". Alla fine, come sempre, ho cercato di trovare qualcosa di bello.

E poi stasera, mi sono anche procurata una lattina di Sprite, alla faccia del tipo dell'hotel che ieri, quando l'ho chiesta al bar, mi ha detto che non la tengono perché non piace a nessuno.
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mercoledì 3 gennaio 2018

Storia di un nuovo anno iniziato col botto

Questo nuovo anno mi sta già un po' antipatico.
Sarà che ho trovato una copia esatta di questo blog in rete e che mi sono arrabbiata tantissimo.
Si, mi hanno clonato il blog, roba che non può essere vero, ma invece lo è e io mi sarei quasi rotta le palle di tutte queste cose che non possono essere vere.
Me ne sono accorta due sere fa, mentre controllavo dei dati e non l'ho presa benissimo.
Dopo un post di denuncia su Facebook il clone è stato rimosso, ma ovviamente -visto che sono una persona pacifica- la questione non finisce qui.
Quindi insomma, questo 2018 è iniziato con una me arrabbiata per la scoperta di essere stata -ancora una volta- copiata. Solo che stavolta non mi avevano copiato un solo post (cosa che, per la cronaca, mi fa diventare una bestia comunque), ma tutto il blog. Persino la mia amata immagine copertina, realizzata su misura per me, era stata rubata.
Ammetto però che grazie al potere calmante del santo Marito e all'aiuto di un gruppo di blogger meraviglioso sono riuscita ad affrontare la questione nel modo giusto, prendendo tutti i provvedimenti del caso.


Soprassiedo su tutti gli inconvenienti casalinghi di questi primi tre giorni dell'anno, vi basta sapere che ho chiamato l'idraulico di mia suocera praticamente in lacrime disposta a pagare, per il suo intervento, qualsiasi cifra. 

E sono anche tornata dalle vacanze di Natale con la ciccia che ormai gode di vita propria perché, ecco, mia madre ci vede sempre troppo magri e quindi ci prepara da mangiare come se fossimo dodici invece che tre, cane compreso.
Il cane, per dire, ha una pancia spaventosa e giustamente ci odia perché noi gli diamo croccantini e non pesce fresco, carne e pollo cucinati apposta che "poverino, ha fame, si vede che non gli date abbastanza da mangiare".

Questo nuovo anno però inizia con un cambiamento importante che mi fa sentire gratificata come poche volte mi è successo. Ne avevo già parlato a dire il vero (qui per saperne di più), però ogni promessa è debito, almeno a casa mia.
Lunedì inizia una nuova avventura lavorativa.
No, non ho cambiato lavoro, continuerò a fare quello che faccio da sempre, solo in un contesto un po' diverso. 
Il giorno che mi hanno detto "Benvenuta tra noi", detto per altro da una persona che ha anche una pagina su Wikipedia (prima o poi anche io l'avrò, me lo sento) è stato bello, ho avuto la sensazione di avere finalmente messo un punto ad una situazione di stallo che durava dai tempi della chiusura del canale che ho amato di più in vita mia (qui per saperne di più).
Ne avrei di cose da raccontare su questo nuovo lavoro, potrei parlarne per ore.
Potrei descrivere il modo in cui mi hanno accolta, quello che mi hanno dato, quanto belle sono le sedi, ma finirei per diventare pesante.

Così insomma è iniziato questo nuovo anno che si, mi è già antipatico, ma sono fiduciosa all'idea che potrebbe essere un anno meraviglioso.
In fondo è un anno pari e gli anni pari sono sempre i più belli.

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sabato 9 dicembre 2017

Il mio primo (e per il momento unico) switch

Noi lo chiamavano Italia.
Italia era diverso dagli altri canali che avevamo, il suo palinsesto poteva essere lungo o corto di massimo 15 secondi, gli altri invece avevano una tolleranza di due minuti.
La playlist di Italia si chiudeva la sera dopo cena, poi a mezzanotte arrivava la persona che faceva il turno di notte, lo riguardava, controllava che tutto fosse a posto e solo dopo ci si dedicava agli altri canali. Questi dettagli lasciavano intendere quanto Italia fosse più importante degli altri.
Italia in realtà era un secondo nome, ma i nostri canali avevano tutti lo stesso nome, cambiava solo il secondo nome appunto. Italia era il più importante.
Prima di lavorare lì non lo chiamavo Italia, non sapevo neanche avesse questo secondo nome credo.

L'ultima notte di Italia me la ricordo benissimo, sembra ieri, eppure sono passati già due anni e mezzo.
Facevo il turno di notte. Una notte d'estate a cavallo tra venerdì e sabato.
Non ricordo chi ho trovato quando sono arrivata, ma ricordo bene che, come sempre, ho controllato Italia e poi sono passata agli altri canali. Caffè, sigaretta, spegnimento luci, controllo file, altro caffè, altra sigaretta, controllo dei canali.  
A fare il turno di notte io ci sono andata sempre con la tuta e le Converse, una sciarpa di cotone che la notte fa freddo anche se è piena estate, struccata.
Le notti lì erano tranquille, non succedeva mai niente, al massimo veniva la guardia a chiedere un caffè -noi avevamo la nostra macchinetta a capsule- oppure passava qualche collega che non era in turno a fare due chiacchiere. Prima di venire lì di notte però si avvisava con un messaggio o con una telefonata perché se si apre la porta di notte all'improvviso si rischia un infarto.
Quella notte non era passato nessuno né per il caffè né per fare due chiacchiere, ma la porta si era aperta all'improvviso alle 4.45 e io avevo cacciato un urlo. Prima delle 7 non sarebbe dovuto arrivare il cambio e comunque con chi sarebbe arrivato a fare il turno di mattina io non ci parlavo. No, non sto scherzando, c'era un clima così teso lì dentro che a pensarci oggi, che sono passati più di due anni dall'ultima volta che ci ho messo piede, mi viene da ridere. All'epoca però non faceva ridere, faceva piangere.
"Buongiorno"
"Ma buongiorno che? Non mi potevi mandare un messaggio? E soprattutto: ma che ci fai tu qui di sabato mattina alle 4.45?".
Non era il collega che sarebbe dovuto arrivare alle 7.
"Dobbiamo spegnere Italia".
Era la notte tra il 31 Luglio e il 1 Agosto 2015, sono passati due anni e mezzo e a me vengono ancora i brividi a scrivere "dobbiamo spegnere Italia".
"L'hai mai fatto uno switch?"
"No, mai"
"Sai come si fa?"
"No, cioè si, cioè me lo immagino, penso di si, non lo so"
"Prepariamo, dobbiamo aspettare una persona".
Era già tutto pronto, non si fa uno switch all'improvviso.
Dovevamo passare il canale ad altri, non sarebbe morto così. Dovevamo spegnerlo lì da noi, poi piano piano sarebbe stato accompagnato verso la sua fine. 
"Blocca lo streaming"
"Blocco lo streaming"
"Ok, facciamo lo switch".
Erano le 5.45 e delle tre persone presenti ero quella con lo stipendio più basso.
E sono anche stata quella che col mio indice storto ha swichato il canale.
"Non siamo più in onda"
"Ah"
"Dobbiamo spegnerne altri due"
Avevamo quattro canali, uno era Italia, spegnerne altri due significava restare con un solo canale.
"Ma spegniamo spegniamo?"
"Si, spegniamo"
"E cosa esce in onda?"
"Il cartello"
Il cartello, capite? Il cartello è il male, il cartello indica un problema, il cartello non va bene. L'ho sentito ripetere per anni che non si va in onda con un cartello se non in casi disperati.
"Spegniamo".
Spegnere per sempre gli altri due non è stato come switchare Italia. 
Alle 6.20 era tutto finito.
Italia non c'era più. Ero affezionata a quel canale.


Non è il canale per cui ho lavorato più a lungo, ma gli volevo bene. E capisco che detta così suona estremamente stupido, ma è vero.
I titoli di coda col mio nome su Italia sono una delle cose di cui vado più fiera in vita mia.
Lì non ho imparato a fare il tecnico di messa in onda (qui per saperne di più), ma ho capito cosa volevo essere da grande.
Lì ho gestito il disservizio più lungo della mia vita, 50 secondi di nero non su un contenuto qualsiasi, ma sulla pubblicità che ancora mi risuonano nelle orecchie le parole dello scheduler più simpatico che abbia mai conosciuto in vita mia: "Dobbiamo risarcire il cliente". 
"Siamo fuori di dieci secondi sull'affollamento" è un'altra frase che risuona nelle mie orecchie quando penso a quel posto. Era una diretta importante su tre canali in contemporanea, avevamo fatto i test dei ponti il giorno prima, ma quel giorno pioveva. "Secondo me, dobbiamo andare con la fibra" avevo detto quella sera. Ore di test buttati al secchio.
Quella era stata l'ultima diretta che avevamo fatto.

Alle 8 avevo finito il mio turno di notte e avevo guardato il cellulare: erano in tanti ad essersi accorti che avevamo spento due canali, in particolare uno che a quanto pare piaceva alla gente.
Piaceva anche a me a dire il vero, c'era bella musica su quel canale.
Lo switch di Italia, invece, era passato inosservato perché di fatto era ancora in onda. 
Piano piano è morto, è stata una fine più lenta la sua, ma per me è morto quella notte.
Non ho mai più voluto guardarlo. Mai più. E dico davvero.

L'8 Ottobre di quell'anno abbiamo fatto lo switch del quarto canale, l'ultimo che ci era rimasto.
Il 14 Ottobre ho firmato la messa in aspettativa retribuita e non sono stata l'unica.
Ad oggi, quella voce del mio curriculum si chiama "cessione di ramo d'azienda". 
Sono andate a casa diverse persone, tra cui qualcuno che non aveva l'età per trovarsi un nuovo lavoro e che ha sofferto tanto per la chiusura di quei canali.

Nella cucina di casa mia c'è una bacheca di sughero, appeso c'è il badge di quel posto lì. 
Ho buttato persino il badge della mia prima televisione, quella in cui ho conosciuto il Marito, ma ho tenuto questo. Sta lì, appeso, a ricordarmi di quando col mio dito storto ho swichato un canale simbolo per un sacco di gente che oggi ha almeno trent'anni.

Qualche mese fa, durante una riunione, una ragazza ha detto, davanti ad almeno altre quindici persone, che come conosceva lei quello che era successo quella notte, non lo sapeva nessuno. 
Non ho detto nulla e chi mi conosce sa quanta fatica faccio a stare zitta in certi casi.
"Eravamo in tre e tu non c'eri, quindi tu non puoi sapere proprio niente" avrei dovuto dirle, ma è una ferita ancora aperta per tanti motivi, chi c'era e chi mi conosceva già allora sa perché.
A tutti gli altri posso solo dire che è già stato abbastanza faticoso scrivere questo post.


Nb. Subito dopo aver fatto lo switch avevo scritto un post per raccontare le sensazioni a caldo, avevo dovuto rimuoverlo e non ne avevo salvato una copia, mi piacerebbe averlo fatto.
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martedì 28 novembre 2017

Questa, se permettete, la dedico a me

Oggi è stata una giornata importante.
Mi sono svegliata presto, ho scaldato il latte -io non posso cominciare la giornata se non prendo il latte- e ho messo su il caffè.
Il cane mi ha seguita, mi ha guardata, avrà pensato che era troppo presto per lui ed è tornato a dormire.
Ho fatto la doccia, con calma, senza guardare l'orologio tanto sapevo di essere in anticipo sulla tabella di marcia.
Mi sono vestita con un abito elegante, ma non troppo, di quelli che vanno bene per alcuni contesti.
Trucco, piega ai capelli.
Non faccio mai la piega ai capelli, ci ho rinunciato: ho troppi capelli, vivono di vita propria e il nostro rapporto è fatto di compromessi: io li accetto per quello che sono e loro cercano di darmi meno fastidio possibile.
Ho svegliato il Marito: "Amò sono pronta, devo solo mettermi il profumo".
Il mio profumo è Hypnotic Poison di Dior, ma dimentico sempre di metterlo. Non so neanche se è caso definirlo il mio profumo, in realtà, visto che sono più i giorni che non lo metto che quelli in cui me lo spruzzo addosso.
"Sei bellissima amore e stai benissimo"
"Dici?"
"Si, stai proprio bene vestita così".


Non ho avuto il tempo di prepararmi mentalmente a questa giornata, è successo tutto  in modo talmente veloce che non sono stata neanche in grado di rendermene conto, ma forse è stato meglio così.
Il Marito mi ha accompagnata alla metro, dove avevo appuntamento con una persona per raggiungere la mia meta dall'altra parte della città.
Sono solo riuscita a capire che oggi è stata una giornata particolarmente fredda a Roma, non credo di aver mai visto una fine di Novembre così fredda in tanti anni che vivo qui.
"Amò, ma possibile che ci sia solo 1°?"
"Ce l'hai il cappello e i guanti?"
"No amore, non li ho presi"
"Cerca comunque di coprirti, mi raccomando"
"Si, amore".

Un viaggio infinito.
Non so se avete idea del traffico che ci può essere a Roma la mattina e delle persone che si riversano praticamente ovunque. Un'ora a mezza di traffico. UN'ORA E MEZZA, capite?
Quando siamo arrivati a destinazione, ho pensato a quando il Marito si è operato, alle sette ore e mezza che ho aspettato fuori dalla sala operatoria fissando il vuoto e sperando che tutto andasse bene (qui per saperne di più).
Ho pensato alla paura enorme che avevo, in un secondo mi sono tornati in mente tutti quei mesi difficili che abbiamo affrontato.
No, non sono pazza: è che il posto in cui stavo per entrare è a circa 50 metri di distanza dalla clinica che per tutto quel tempo è stata praticamente casa nostra.
Non tornavo da quelle parti da allora, ma a quei tempi davanti l'ingresso di questo posto -dove pensavo che non sarei mai entrata in vita mia- ci passavo tutti i giorni, più volte al giorno.
Io stavo per entrare lì, vestita bene, truccata bene, con i capelli pettinati bene e pensavo a tutto questo.

Poi ho iniziato a guardarmi intorno, cercavo di non farmi sfuggire neanche un dettaglio di quel mondo così distante da me. E mi sono sentita perfettamente a mio agio.
"Vai e giocatela, provaci e se non va come deve andare, almeno saprai di averci provato".

Sono mesi che non sono soddisfatta del lavoro e non sono riuscita a cambiare le cose.
È da quando mi sono rotta il ginocchio (qui per saperne di più) che non sono soddisfatta a dire il vero e se penso all'entusiasmo che avevo un anno fa (qui per saperne di più) mi prenderei a schiaffi.
Come ho potuto non capire, non vedere?

Abbiamo aspettato qualche minuto prima di essere ricevuti da questa persona.
Sapevo fosse importante, ma probabilmente non avevo capito quanto.
Sapevo dov'ero, ma probabilmente non mi ero resa conto fino in fondo.
E credo sia stato bene non avere capito fino in fondo.

"Benvenuta tra noi" ha detto alla fine.
No, non è vero. Ha detto "Benvenuta" seguito dal nome di questo posto che non è solo un posto, è un'istituzione, è una cosa enorme, grandissima, importantissima.
È uno di quei posti in cui pensavo che non sarei mai entrata in vita mia, anzi non ho proprio mai pensato di entrarci, non mi sono mai posta il problema, almeno fino a ieri. E no, non c'è stato il tempo di realizzare.

Un altro incontro, un altro benvenuta, i dettagli li sapevo, i tempi tecnici pure.
Ogni minimo dettaglio è stato discusso, concordato, stabilito, siglato.
Bisogna solo aspettare i tempi tecnici che non saranno lunghi, ma neanche brevissimi.
Non è domani, insomma.
E stavolta devo dire grazie a me stessa, a questi quasi dieci anni in cui ogni giorno ho costruito un pezzetto di curriculum, ai tanti bocconi amari buttati giù, a tutto quello che ho imparato e a tutto quello che ancora ho da imparare, a ogni pulsante premuto, a ogni cavo, ad ogni decisione presa in meno di otto secondi.
Questa, se permettete, la dedico a me.
Non al Marito, non ai miei genitori, non al cane. La dedico a me stessa.
E mi dico grazie perché, per la prima volta in vita mia, non ho pensato che fosse troppo, che non fossi all'altezza.
Ho messo un bel vestito, mi sono truccata, mi sono pettinata e ci ho creduto. Il resto è venuto da sé.


Nb. Non posso scrivere di chi o di cosa sto parlando, questo lo avrete intuito, ma dopo le feste natalizie non sarà più un segreto, giuro. Sappiate solo che no, non è la Rai.

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martedì 21 novembre 2017

Io viaggio da sola (e non per questo tradisco mio marito)

Qualche tempo fa, ho programmato -praticamente in dieci minuti, dopo aver ricevuto una telefonata- un viaggio a Sofia, capitale della Bulgaria.
Il Marito ha pensato fossi pazza, visto che il piano prevedeva l'atterraggio a Roma da Amsterdam alle 00.30 della notte tra venerdì e sabato e la partenza per Sofia la mattina del sabato alle 8. In mezzo, dovevo piazzare il passaggio a casa per svuotare la valigia olandese e riempire quella bulgara.
Come sempre in questi casi il Marito, che si preoccupa sempre della mia eventuale stanchezza, ha detto: "Sicura che ce la fai e poi non ti viene sonno?" che detta così sembra che io abbia sette anni e sia narcolettica, ma tant'è.


Sono quasi sette anni che io e il Marito stiamo insieme, quasi sette anni che viviamo insieme, quasi sette mesi che siamo sposati. Torna sempre sto benedetto sette.
Ed è da almeno la metà degli anni che mi sento chiedere se ho abbordato, conquistato, ammaliato qualcuno che non sia il Marito.

La verità, neanche troppo segreta, è che io viaggio da sola: non sempre, perché quando posso scegliere scelgo sempre di viaggiare con lui, ma resta il fatto che, ebbene si, spesso mi muovo da sola. 
Per lavoro e per passione, a volte sola senza se e senza ma, a volte con delle amiche o dei colleghi. Dipende dai casi, insomma.
Mi capita anche di andare a Palermo, dove sono nata e dove vivono i miei genitori, senza di lui. Succede di rado, ma succede.
A volte sto fuori due giorni, altre volte sono rimasta fuori mesi, cercando -in questo caso- di tornare a casa più spesso possibile e di far si che il Marito venisse da me quando io proprio non potevo tornare a casa (qui per saperne di più).
E non è tutto: esco anche da sola, ho delle amiche e degli amici e se il Marito non c'è -non dimentichiamo che è un turnista- io prendo e vado.

E questo lascia spesso presupporre che io vada in giro ad abbordare sedicenti uomini che, manco a dirlo, non aspettano altro che me.
Eppure a me di questi sedicenti uomini non importa un fico secco, anzi più spesso di quanto crediate io vorrei con me il Marito, mi piacerebbe che vedesse i posti che vedo io insieme a me, mi piacerebbe non dovergli fare vedere determinate cose che mi piacciono solo tramite foto e video.
Lo avrei voluto a Stoccolma ad esempio (qui per saperne di più), quando sono rimasta lì quasi un mese al buio e al freddo (no dai, il freddo non era poi cosi insopportabile). Gli piacerebbe Stoccolma, ne sono praticamente sicura.
Vorrei anche che venisse con me alle gare di ginnastica, una volta a dire il vero mi ha accompagnata, e credo non si sia tagliato le vene solo perché mi ama profondamente. Non gli piace la ginnastica, non gli piacerà mai, non capirà mai come sia possibile questo mio amore e si annoierebbe, anche se probabilmente mi ama troppo per ammettere che l'unica cosa che gli suscita un tsukahara avvitato è la noia.

Qualche giorno fa, mentre lui era a Roma e io a Sofia, gli ho detto: "Amore ad Aprile mi sa che dovrò fare una capatina in Azeirbaijan", non ha fatto una piega e mi ha semplicemente risposto: "Ma sai almeno dov'è?"
Credo che sia ancora turbato da quella volta che, guardando il mappamondo che (mi) ha comprato, cercavo il Vietnam sotto New York. Credo eh, magari mi sbaglio.

Ero così, mi ha conosciuto che ero perennemente in giro e sono rimasta così. Non ha provato un solo attimo a cambiarmi, non ha mai pensato di chiudermi in casa, ed è il motivo per cui la nostra storia funziona.
Eppure, quando sono fuori, ogni mio pensiero è per lui, ogni attimo libero è buono per mandargli una foto, per compargli un regalo, per chiamarlo anche solo  per dirgli ciao. 
Certo, lo chiamo anche per chiedergli se il cane ha fatto la cacca, dovete capire che abbiamo un cane con l'intestino problematico, ma questa è un'altra storia.
La verità è che sono follemente innamorata dell'uomo che ho sposato, lo dico poco forse, ma è così. 
E i viaggi, le serate con le amiche non sono un modo per conquistare altri uomini. No, non lo sono affatto, non riuscirei neanche ad immaginarla una cosa del genere, neanche per un secondo.

Non avrei sposato una persona che mi impedisce di essere me stessa.
Non avrei sposato qualcuno che mi vieta le trasferte di lavoro, il sushi con le amiche e le gare di ginnastica. 
Non ci avrei costruito una casa coloratissima, non avrei preso un cane con lui. Non dividerei con lui ogni singolo euro che entra in casa nostra senza mai pensare che quello che è mio è mio, e quello che è tuo è tuo (a parte il cibo, si intende).
E so che si fida, so che sa quanto amore c'è e quanto sia la cosa più importante della mia vita. Come io mi fido di lui. Sbaglio? Chi lo sa, noi però stiamo bene così.

E no, avere una vita non significa darla via al primo che capita. Credetemi sulla parola.
E sappiate anche che, qualsiasi cosa accada, casa mia e la mia famiglia saranno sempre e comunque il posto più bello del mondo.

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mercoledì 25 ottobre 2017

Innamorarsi di un collega

Io e il marito eravamo colleghi.
Abbiamo lavorato insieme per un anno e mezzo, forse un po' di più.
Era tanto tempo fa, la prima televisione per entrambi, quando sembrava molto figo, quando chiedevano "che lavoro fai?", rispondere: "il tecnico di regia televisiva".
Io avevo ventiquattro anni, lui ventisette. Ed eravamo colleghi, ma questo l'ho già detto.
Di quella emittente televisiva ho un ricordo dolce amaro, sono passati anni e le cose sono cambiate: sono cambiata io che nel frattempo ho visto emittenti televisive nazionali ed internazionali, è cambiato il mondo del lavoro (almeno in questo settore), è cambiato il mio modo di lavorare e di approcciarmi ai colleghi. Praticamente è cambiato tutto.
A dire il vero ho anche sette anni in più e sono diventata, invecchiando, sempre più rompiscatole e pignola (giusto per non dire cagacazzi che fa brutto), prima ero più accomodante.


Comunque, andiamo al punto che, come al solito mi perdo: innamorarsi di un collega. Vi è mai successo? A me si, come avrete intuito.
Mi sono innamorata di un collega, NON ci siamo messi insieme, siamo andati subito a convivere e, alla fine, ci siamo anche sposati.
Quando dico che non ci siamo messi insieme è vero: non esiste traccia di uno dei due che dica all'altro "Ehi, ti vuoi mettere con me?" con tanto di quadratini per la risposta con opzione si o no.
Contiamo come data di inizio di tutto quella della, ehm, prima volta.

Il Marito è il primo collega che ha interagito con me il mio primo giorno di lavoro in quel posto, lui stava lì da due anni e mi ha chiesto -udite, udite- se avessi il pranzo. Una romanticheria degna di nota, insomma (qui avevo raccontato qualcosa).
Per due mesi non abbiamo praticamente più parlato, quello era un posto con tre regie diverse e lui stava in una regia diversa dalla mia -quella per chi sapeva fare più cose (compreso giocare a poker, ma questa è un'altra storia)- e l'interazione era praticamente nulla.
Poi per una serie di eventi, è successo che io gli portassi dei dolci giunti fino a Roma grazie alla mamma (si, dolci di giù, un tripudio di ricotta di pecora che se ci penso mi viene fame), che qualcuno sparlasse e che io lo aspettassi all'uscita dal lavoro per picchiarlo.
Picchiarlo nel vero senso della parola, volevo dargli un destro in faccia, credo di averlo anche minacciato di morte.
Lui, pacifico e paziente, invece di farsi picchiare, mi ha stesa con due informazioni chiave: "sono l'ultimo di sei figli" e "sono nato a Pescasseroli perché i miei andavano lì in vacanza d'estate". Poi mi ha portata al ristorante, dove ho scoperto che non mangia salumi. No, neanche il prosciutto crudo.
Ho sposato un uomo che sostiene che il prosciutto crudo puzzi. Si anche il Parma e si, l'ho sposato lo stesso.
Siamo usciti insieme altre due volte e poi si è trasferito a casa mia.
Una di queste due volte, eravamo rimasti a chiacchierare fino alle 5 del mattino e la mattina dopo appena arrivati al lavoro, quando ci eravamo incontrati per caso nel balcone dei fumatori -io che parlavo con una collega e lui con un altro collega- c'era stato un po' di imbarazzo.

Perché sapete che succede quando ti innamori -o stai frequentando- un collega?
Che vuoi tenerti il segreto, che preferisci non dire nulla.
E difatti, tempo una settimana, un altro collega, lo seguì nella stanza per accedere al balcone dei fumatori e gli chiese se stavamo uscendo insieme. Il collega curioso, per la cronaca, non fuma ed è lo stesso che, quando ci siamo sposati, ci ha portati a cena fuori per festeggiare, nonostante siano anni che nessuno dei tre lavori più in quel posto.

Comunque, dopo un paio di settimane di relazione, mi hanno spostato nella sua regia.
Ai tempi, per altro, sapevo anche giocare a poker, adesso ho completamente dimenticato come si fa.
Il Marito faceva da referente, non sempre per fortuna, e non mi faceva andare in pausa. Non sto scherzando ,eh. Mi faceva i dispetti.
Però, sempre il Marito mi ha insegnato buona parte di quello che oggi so fare, compreso l'utilizzo di uno strumento ostico che si chiama BLT e che, ad oggi, credo che nessuna emittente televisiva lo utilizzi più.
Uno dei miei ultimi responsabili un giorno ha scoperto per caso che sapevo usare il BLT e ha sentito la necessità di chiamare non so quante persone per dirgli che aveva trovato una persona che ancora sapeva usare quell'arnese. Giusto per dire: se adesso ne vedessi uno credo che andrei in panico.

Nel giro di poco tutti sapevano.
Il capo ci chiamò in disparte per chiederci discrezione. No davvero, ci chiese discrezione.
Considerate che in quel posto lì succedevano le peggiori cose che vi possano venire in mente. E lui ci chiese discrezione.
Noi praticamente non pranzavamo neanche insieme, al massimo andavamo insieme in macchina se avevamo turni uguali, ma ci chiese discrezione.
I primi tempi, avevamo anche una differente matrice di riposi, quindi non ci vedevamo né a casa né al lavoro. Per dire, eh.

Poi iniziarono a dire a lui le comunicazioni per me e viceversa.
Se avevano bisogno che io facessi un'ora di straordinario chiedevano a lui se potessi farla, idem per i cambi turno. Praticamente eravamo diventati un'entità sola, per me, che ho una personalità estremamente ingombrante non era il massimo. Manco per lui, eh.

Però, c'è un però.
Spiegato a tutti che eravamo due persone distinte e separate, fidanzati fuori e colleghi dentro la regia, la situazione si è ribaltata a nostro favore.
Un giorno il capo venne a dirci che aveva deciso di darci la matrice di riposo uguale dopo quasi un anno in cui non ci vedevamo mai. Fui io a prendere la sua matrice di riposo ed ero anche un po' triste perché mi ero abituata alla mia.
Dopo poco decisi di fare una sorpresa all'allora Fidanzato e di portarlo a Parigi e la cosa fu molto semplice: "Capo, mi dai le ferie per entrambi? Però non gli dire nulla, eh". E così fu.
Quando è morto mio suocero -e questa è una cosa che non dimenticherò mai- io ero al lavoro e lui no.
Mi ricordo la sua telefonata, tutti lì sapevano cosa stava succedendo, mio suocero era in ospedale da un po' di tempo e non era un periodo facile. Andai a chiedere di andare via e nessuno mi disse di no.
Il capo mi chiamò dopo un paio d'ore: "Come sta Ale?"
"Eh Capo, come vuoi che stia?"
"Senti, fai una cosa: lui ha diritto a tre giorni di congedo, tu ovviamente no, ma te li metto di ferie che lui ha bisogno di te"
"Grazie Capo, ma se è un problema non voglio creare casini"
"Non è un problema, non ti preoccupare, stai vicino a lui e salutamelo".

Poi ecco, io dopo qualche mese ho iniziato ad avvertire conati di vomito ogni volta che dovevo andare a lavoro, il Marito lo sapeva e dopo un po' sono andata via. Dopo qualche mese mi ha seguita anche lui.
Siamo riusciti a migliorare, dal punto di vista professionale, ma anche come coppia.
E, quando dopo qualche tempo, si è ripresentata la possibilità di tornare ad essere colleghi ci siamo guardati in faccia e ci siamo detti: "Per carità, mai più".
Adesso che sono passati anni, non avremmo più problemi a tornare a lavorare insieme, sono passati anni e... forse è proprio perché sono passati anni e ci siamo dimenticati com'era che diciamo che non sarebbe un problema, chi lo sa.



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