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venerdì 14 febbraio 2020

San Valentino: orsacchiotti che abbracciano cuori e cuori che abbracciano orsacchiotti

San Valentino.
La festa degli innamorati.
I Baci Perugina.
Cuori.
Orsacchiotti che abbracciano cuori.
Cuori che abbracciano orsacchiotti.
Rose rosse a forma di cuore.
Pasta -corta, che a me manco piace- a forma di cuore.
Cene di coppia, percorsi benessere di coppia, abbonamenti in palestra di coppia (giuro, è vero).
Lanci con il paracadute di coppia, tatuaggi di coppia.
Il compleanno di mia nonna.


San Valentino mi fa pensare al compleanno di mia nonna.
Lei era innamorata della vita, nonostante la vita fosse stata davvero stronza con lei.
Era rimasta vedova giovanissima, con due figli e un'attività da mandare avanti. Aveva fatto le valigie e si era trasferita dal paesello alla città.
Mia nonna ha sempre lavorato, come segretaria, sapeva fare di conto molto bene e aveva la cosiddetta bella grafia, quella che adesso non insegnano più.
Ad un certo punto, era morto pure suo figlio -il suo figlio preferito perché non è vero che i genitori non hanno figli preferiti e mia nonna ne era la prova- all'improvviso, alla stessa età, della stessa cosa e lo stesso giorno, anche se di un mese diverso, di suo marito.
Era talmente innamorata della vita che si era rialzata di fronte all'ennesima battaglia che la vita le aveva messo davanti, finché -cinque anni dopo- non aveva perso la guerra, una guerra atroce che se l'era portata via in cinque mesi e diciassette giorni.
Era follemente innamorata di suo marito, non ha mai smesso un attimo di parlarne, anche se ha trascorso più di metà della sua vita senza di lui.
Ho un anello con un rubino enorme, rosso come i cuori di San Valentino, che era di mia nonna. L'ho praticamente sempre al dito, insieme alla sua fede nuziale.

Se penso all'amore penso a mia nonna, che era nata il giorno degli innamorati e che amava follemente la vita.
Io, al suo posto, avrei mollato per molto meno.
Io, in effetti, ho mollato spesso per molto meno.
L'amore, per lei, era cucinarti il tuo piatto preferito, togliere la buccia alle melanzane, tagliare sottili le patate per fare la frittata perché se sono troppo grosse non sono buone allo stesso modo, era farti un regalo che tanto desideravi all'improvviso, era cederti il suo letto e dormire sul divano, era farti trovare un regalo da parte di qualcuno che non c'era più per non farti sentire la mancanza, era sferruzzare per farti una sciarpa e stirarti i calzini, che -insomma- chi è che stira i calzini ormai?
Niente orsacchiotti che abbracciano cuori e cuori che abbracciano orsacchiotti insomma.


Su San Valentino ho scritto un altro post che si chiama 50 Sfumature di San Valentino e che trovate qui.



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martedì 3 luglio 2018

Potrebbe piovere

Questo è un periodo difficile.
Un periodo che sembra non finire mai, senza una data di scadenza o meglio, con una data di scadenza a lungo termine, una vera e propria prigionia.
Esistono però dei periodi difficili che non possono essere affidati ad un blog che, mio malgrado, potrebbe essere letto da chiunque, anche da chi, un domani, potrebbe usare le mie parole contro di me.
No, non ho ucciso nessuno, se è questo che vi state chiedendo.
Non ho commesso reati, il fatto di essere una sanguinaria appassionata di documentari sui delitti non fa di me una che quei reati li commette.
Niente di grave, solo un periodo difficile che so che prima o poi troverà sfogo sulle pagine di questo blog, come in fondo ha trovato sfogo tutto -o quasi- quello che è successo nella mia vita negli ultimi tre anni e mezzo.

Sono sette anni e mezzo che divido la casa -e la vita- con mio marito.
No, nessuna crisi del settimo anno se è questo che vi state chiedendo.
Sebbene non sia mai stata una persona particolarmente sdolcinata, chiunque ci conosca può rendersi conto di quanto io sia profondamente innamorata di lui, di quanto sia il mio primo pensiero appena mi sveglio e l'ultimo prima di andare a dormire
Sono tante le cose belle che abbiamo condiviso, mi viene in mente il giorno del nostro matrimonio che è stato indubbiamente uno dei giorni più emozionanti della nostra vita, ma ce ne sono infinite altre ognuna delle quali ha un posto nel mio cuore e nella mia mente.
Ma più di tutto quello che fa una famiglia sono le cose brutte.
Si, avete letto bene, le cose brutte. Perché è nei momenti difficili che si capisce davvero, almeno secondo me, quanto può essere forte l'amore nei confronti di una persona.

Io i momenti difficili me li ricordo tutti, uno per uno.
Ricordo esattamente cosa è successo, cosa ho fatto, cosa ho detto.
Ho perfettamente chiaro nella mia testa il giorno che mio marito è entrato in sala operatoria per restarci sette ore, le sette ore più lunghe della mia vita (qui).
Ricordo quando ne è uscito e che la prima cosa che mi ha detto è stata che aveva visto tutto (poi ha chiarito la questione, no non l'hanno operato a vivo facendogli guardare il momento in cui con un bisturi gli aprivano le gambe). Ricordo di aver pensato che fosse troppo giallo, talmente giallo che manco i cinesi.
Ricordo quando l'ho riportato a casa con i pantaloni del pigiama perché ero talmente stanca da aver scordato una tuta o un paio di jeans e e ricordo bene quei terribili mesi in cui non penso di aver dormito più di due ore di fila.
Ricordo quando l'hanno operato al naso (qui): ero seduta per terra davanti la porta del blocco operatorio senza alcuna intenzione di muovermi da lì senza di lui. Era Febbraio e mi si erano congelate le chiappe.
Ricordo perfettamente ogni corsa in ospedale a causa delle mie allergie, ho imparato che, oltre ad ascoltare il mio corpo come dico sempre, mi basta vedere se lui comincia a correre verso lo sgabuzzino delle scarpe. Lì significa che ho la faccia deformata dall'anafilassi e che gli è presa la paura.
Ricordo bene quando mi è venuto a prendere a Milano perché mi ero rotta il ginocchio, la prima cosa che mi aveva detto era stata: "Ma come cazzo ti sei ridotta?" mentre io, con un gesso che partiva dall'inguine e finiva alla caviglia, continuavo a dire che non era niente.
Non è mai stato facile, mai.

Ricordo quando è morta Milly, il nostro cane (qui). Le lacrime, la disperazione.
Ricordo bene quando mi ha chiamato -ero al lavoro e lui a casa- per dirmi che era morto suo padre, la fatica, il dolore nell'accettare una cosa del genere.
Ricordo le difficoltà nell'avere due lavori pagati di fatto poco rispetto a quello che erano (ma questo lo avrei scoperto dopo tempo), il voler fare quadrare tutto e spesso non riuscirci.
E ricordo anche le mie frasi che erano più o meno: "Prima o poi andrà meglio", cosa che effettivamente è stata con impegno, sacrificio, scelte a volte sbagliate.
Ricordo quando ha chiuso Mtv (qui) e io mi sono trovata senza un lavoro e con una tristezza dentro che mi ha accompagnata per un sacco di tempo nella paura di tornare a quella situazione precaria di qualche anno prima.

Questo è un periodo difficile, uno di quelli che prima o poi aggiungerò alla lista delle cose brutte che abbiamo affrontato.
Ma ecco, io ho una certezza indissolubile: i periodi difficili passano. A volte ci vuole più tempo, a volte meno, ma passano. E quando passano, l'unica cosa che vi chiederete è come avete fatto a resistere, ad affrontarli, ma passano. Giuro.
So che mio marito è preoccupato -o forse più dispiaciuto- per me perché non sono contenta di questa situazione. Anche se non me lo dice ogni cinque minuti, io lo so perché lo conosco. 


Ieri sera eravamo in terrazza a prendere il fresco, lui fumava e io guardavo le stelle, come facciamo sempre in queste sere d'estate, e ho pensato: "ma sti cazzi, passerà, che mi frega, abbiamo una casa, ci vogliamo bene, le bollette sono tutte pagate, al massimo potrebbe piovere".
Oggi piove. E niente, ritento la prossima volta.

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mercoledì 11 aprile 2018

Ho sposato un romanista (e non lo odierò mai abbastanza per questo)

Mio marito è romano di Roma. E romanista.
Per quest'ultima cosa non lo odierò mai abbastanza.
Perché, ecco, mio marito mi ha insegnato ad amare la Roma all'urlo di "la Roma non si discute, si ama". 
Mio marito, sempre lui, mi ha trasformata nella prima delle tifose.
Non lo dice, ma so che è felice di avere una moglie con cui discutere di calciomercato e che dice frasi tipo: "non leggo i nomi sulle maglie, ma so come sono messi in campo, per questo li riconosco".
É un po' meno fiero di me quando dichiaro ai quattro venti che Nainggolan è l'unico uomo al mondo per cui lo lascerei e non tanto perché teme di ritrovarsi senza moglie, ma perché sostiene -ovviamente sbagliando- che non è possibile che mi piaccia così tanto proprio quello lì. 
Per correre corre, per essere forte è forte, ma secondo lui non è bello.
Mi sembra evidente che non capisce un tubo.

Comunque il punto non è questo.
Il punto è che non odierò mai abbastanza mio marito perché mi ha fatto amare una squadra che, nella maggior parte del tempo, ti fa venire voglia di prendere a pizze in faccia i giocatori uno per uno.
E che ti fa soffrire. Perché la Roma ti fa soffrire quasi sempre, sarà che è l'eterna seconda, saranno i dieci pareggi di fila di qualche tempo fa in campionato, sarà la finale di Coppa Italia persa con la Lazio che va bene tutto, ma perdere con la Lazio no.
O forse sarà anche che certe volte scendono in campo (i giocatori, eh) con una supponenza che ti fa arrabbiare, chi lo sa, però essere romanisti è difficile. Molto difficile.
Si soffre senza se e senza ma. Si soffre e basta.

Ma ecco, ci sono serate come quelle di ieri sera per cui vale la pena tifare Roma.
Quello che non sapete è che il Marito, quello romano di Roma, ieri sera era allo stadio a vedere il quarto di finale di ritorno di Champions League: Roma- Barcelona.
Lo stesso marito mi aveva rincoglionita dicendo che era ingiusto e immorale che avessero messo in vendita i biglietti prima della gara di andata che tanto sarebbe stata miseramente persa e che per i blaugrana sarebbe stata una partita di allenamento, quindi al massimo dovevano regalarli. 
Gli ho spiegato decine di volte il motivo per cui il suo discorso non aveva senso e, serafica, gli ripetevo "Non succede, ma se succede che fai? Non vai a vedere la semifinale immagino visto che fai questi dicorsi".
Mi ha mandata a quel paese. No davvero, mio marito mi ha mandata a quel paese.
Lui intanto aveva il biglietto e io no visto che gli avevo detto: "Sarò a Milano per lavoro, inutile che lo prendi anche per me".
Poi invece ero a Roma, arrabbiata come una biscia perché il quarto di finale contro il Barcelona meritavo anche io di vederlo, solo che quando ho saputo che ci sarei stata i biglietti erano solo un lontano ricordo.

Ieri sera io sono rientrata a casa, ho fatto una doccia, ho preparato la cena e mi sono piazzata sul divano con cane al seguito. 
Che poi eh, quando io ci sono partite con andata e ritorno non so fare i conti. É la triste storia della mia vita. Quindi mi ritrovo a chiedere sempre e comunque quanti gol servono con elenco dei risultati possibili. Una povera cretina insomma.

Quello che non avevo previsto è che sarebbe stata una notte magica, come la Roma, e forse voi che non seguite il calcio  e non siete romanisti penserete che sono una matta, ma questo è.
Adesso capisco il mio amico Dario, siamo amici da una vita, siamo nati a distanza di tredici giorni l'uno dall'altra e lui è romanista da sempre che, ecco, un romanista a Palermo non si era mai visto prima, ma lui è sempre stato fedele, fedelissimo e innamorato della Roma. Ha il cuore mezzo giallo e mezzo rosso lui. Dario, sappi che io il caso del motorino che ti eri fatto dipingere di giallorosso quando avevamo diciassette anni me lo ricordo bene.
Comunque, ecco, è stata una notte magica, ve l'ho detto: sola a casa, col cane a pois bianchi e neri che mi azzannava le caviglie ad ogni urlo e il mio amico Max con cui parlare tramite Whatsapp. Delirando.
Ad un certo punto mi ha detto che se non ci fosse stato quel mangialumache di Gonalons forse ci avrebbe creduto. Poi al rigore mi ha detto che si stava sentendo male. A Max ho mandato un messaggio vocale urlando al fischio finale dell'arbitro. Ed era di Max il primo messaggio che ho letto stamattina, inviato ieri sera quando io dormivo già da un pezzo, in cui mi diceva che stava andando a Trigoria. 

Mentre la Roma batteva il rigore, quello che ha aperto le speranze (perché ecco, non ditemi che a quel punto non ci avete sperato anche voi) io ero in ginocchio con la testa tra le mani spalle al televisore con il cane che mi guardava perplesso. Molto perplesso.
Gli ultimi cinque minuti che poi sono diventati nove avevamo tutti una crisi d'ansia pazzesca perché la Roma è così. La Roma può distruggere tutti i tuoi sogni al 94'. O anche al 98' quando c'è (98' senza supplementari, sia chiaro) e un romanista lo sa. 
Al fischio finale ho iniziato a urlare, mi ha chiamato il marito piangendo. Si piangendo, roba che non ha pianto neanche il giorno del nostro matrimonio mentre io non smettevo di lacrimare copiosamente.
Sono partiti i fuochi d'artificio sotto casa e considerate che io abito a più di venti km dallo stadio.

Io lo so che sembra una cazzata, eh. Me ne rendo conto, ma vorrei farvi notare che io sono la stessa persona che ha pianto disperata quando Vanessa Ferrari ha perso la medaglia di bronzo alle Olimpiadi di Rio de Janeiro (qui per saperne di più). E non c'è stato verso di farmi calmare per ore.

Ho pianto per l'ultima partita di Totti, anche se -lo ammetto- sono una di quelle che ha detto che era diventato un peso per la squadra. Scusa Francè, davvero. 

E comunque non me l'aspettavo. Non avrei mai potuto pensare che la Roma battesse una delle squadre più forti del mondo in rimonta e che andasse in semifinale di Champions League.
No, non me l'aspettavo proprio.
Sarebbe stato un sogno, eh, ma i sogni non sempre di realizzano.

Insomma, a casa nostra siamo romanisti, di quelli che vanno allo stadio, di quello che amano profondamente la propria squadra. Abbiamo il cane a pois bianchi e neri che abbiamo sempre chiamato lo juventino, ma questa è un'altra storia.
A casa nostra ieri sera è stata una serata pazzesca, dal rigore in poi perché prima, ecco, non è che ci avessimo creduto molto, eh.
Ho un padre che prima di ogni partita della Roma mi scrive che dovremmo chiuderci in casa con le tapparelle abbassate e che, durante la partita, mi chiama per chiedermi se il marito è ancora vivo. 
Ho un marito che è un disfattista incredibile.
Ho un marito che ieri sera ho sentito felice come un bambino. E tanto mi basta.
E forse, dico forse, mi ha fatto un grande regalo, quindi non posso odiarlo: mi ha regalato l'amore per la Roma che è una delle cose più belle che potesse fare. Si, anche se si soffre sempre.


Ah no, non mi basta, c'è qualcosa da aggiungere, prima che lo diciate voi ve lo dico io: ci sono sicuramente cose molto più importanti di una partita di calcio, avete ragione, ma io tutta la vita a piangere perché il mondo fa schifo non la posso passare, quindi gioisco per queste cose. E lo farò per sempre.
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venerdì 9 febbraio 2018

Oggi il mio cane avrebbe compiuto nove anni (e a me manca terribilmente)

Voi lo sapete com'è nato questo blog?
Cosa stavo facendo e dov'ero quando ho cliccato su crea blog?
Io me lo ricordo come fosse ieri: ero sul divano della nostra vecchia casa, era notte e avevo il muso di Milly poggiato sulle mie gambe.
Lei un po' dormiva e un po' mi guardava. 
Ci amavamo noi due, eravamo inseparabili.
Eppure non era scattata subito la scintilla: a volerla era stato il Marito, l'aveva scelta tra due cagnoline. Io volevo l'altra, lui voleva lei.
Aveva vinto lui, aveva vinto la ragione: l'altra era troppo paurosa e nascondeva la coda in mezzo alle gambe alla vista di Fuffi.

Oggi la mia Milly avrebbe compiuto nove anni.
La data di nascita sul suo libretto sanitario era fittizia, assegnata d'ufficio dal canile, ma io ho sempre pensato fosse quello il giorno del suo compleanno.


Mi manca ancora molto nonostante siano passati quasi tre anni dalla sua morte.
Mi manca come il primo giorno.
A lei penso spesso, troppo spesso.
Io e il Marito, forse stupidamente, ce la immaginiamo sotto un albero a ringhiare agli altri cani con il suo collare di cuoio.
Mi sono chiesta per mesi se a lei sarebbe piaciuta casa nostra, dove avremmo potuto mettere il suo cuscinone, se ci sarebbe stato abbastanza spazio tra il letto e la finestra -rigorosamente dalla mia parte- per la sua cuccia. 
Io avrei fatto penzolare la mano e lei l'avrebbe presa a musate, per poi abbandonare la cuccia e andarsene a dormire sul divano. Da sola, che lei -in fondo- era un cane asociale.




L'educatrice del canile diceva che lei non mi staccava mai gli occhi di dosso.
E io non li staccavo mai da lei.
Quando era già malata, una sera eravamo a casa, il Marito non c'era.
Le avevo cambiato il pannolino, l'avevo messa sul suo cuscino con vicino le ciotole dell'acqua e del cibo e le avevo detto: "Vado a farmi una doccia, se hai bisogno chiama".
Avevo socchiuso la porta per sentirla, lei muggiva quando voleva chiamarmi, già non camminava più.
Ero uscita dal bagno e l'avevo trovata davanti la porta -non so neanche come ci fosse arrivata- e mi guardava con i suoi occhioni neri.
"Adesso ti metto sul divano, dammi cinque minuti".
Passavamo così le nostre serate e le nostre nottate. Sul divano, io e lei.
Quando cercavo di dormire lei mi svegliava, ho sempre pensato che lo facesse per avere cambiato il pannolino, ma forse la verità è che non voleva perdere neanche un secondo insieme a me. Ad oggi mi piace pensare così.
La mattina invece ce ne andavamo al parco: le toglievo il pannolino, la portavo in braccio, nonostante non fosse esattamente leggera, e la portavo fino al prato, la mettevo lì, io mi sedevo sulla panchina e lei stava esattamente sotto ai miei piedi. Non camminava, quindi stavamo lì a prendere il sole per un'ora, due, tre, in base al tempo che avevo a disposizione. E di tempo cercavo sempre di averne più possibile.


Milly prendeva undici pillole al giorno, avevo un quadernino in cui segnavo tutto.
Milly faceva la chemioterapia, era stata la nostra speranza, ci avevamo creduto davvero che l'avremmo salvata. Io ci credevo e il Marito ci credeva.
Quando ci avevano dato la diagnosi mio padre piangeva, mentre io e il Marito non avevamo versato una lacrima.
Era mattina, eravamo a Palermo e pioveva. Quella sera eravamo usciti, i cani erano rimasti con i miei genitori e, mentre eravamo per strada, il Marito era scoppiato a piangere e aveva detto due parole: "è tremendo". Mi aveva detto che non era giusto e mi aveva promesso che ti avremmo salvata.
Quando ci eravamo messi insieme, lui non aveva mai avuto animali, fatta eccezione per una tartaruga d'acqua, io invece ero cresciuta con cani, gatti e cavalli. Soprattutto cavalli, tanto che da bambina ero convinta che tutti avessero una scuderia di cavalli.

Quando Milly ancora stava bene, una notte era scoppiato un temporale.
Dormivamo, finché ad un certo punto girandomi avevo sentito qualcosa di peloso, avevo aperto gli occhi e l'avevo trovata sotto le coperte, con la testa sul mio cuscino. Ero scoppiata a ridere, non mi ero neanche accorta che fosse salita sul letto, lei invece era terrorizzata.
Aveva paura dei tuoni, della pioggia, di qualsiasi rumore.
E aveva fame, sempre fame.
C'è stata la volta in cui ha rubato un panino con l'hamburger dalle mani del Marito che le aveva urlato "restituiscimelo" mentre lei aveva già iniziato il processo di digestione.
O la volta in cui avevo diviso un pezzo di pane tra lei e Fuffi: lui aveva finito il suo, mentre lei lo teneva in mezzo alle zampe. A lei non piaceva il pane, ma io ho sempre dato ad uno quello che davo all'altra. Fuffi provava a prenderglielo e lei ringhiava, finché non avevo barattato il pane con un biscotto con somma gioia di tutti, memore di un'altra volta -lei era appena arrivata- in cui aveva rubato un osso dalla bocca di Fuffi ed era scoppiata la rissa, io avevo rimediato una dentata sulla gamba ed era finita con Milly che si era auto messa in punizione e Fuffi che gongolava.
Quando li portavamo in  area cani a correre, lui andava avanti e indietro, mentre lei si sedeva vicina a noi e cominciava a saltare solo quando prendevamo il guinzaglio per tornare a casa.
E quando la portavamo a fare i vaccini piantava le zampe per terra, si metteva sdraiata e non c'era verso di farla muovere, mentre il suo fratellino scemo saltellava felice a farsi pungere.
Milly e Fuffi si completavano a vicenda, l'uno apposto all'altra, ma sempre insieme, sempre vicini vicini.

Mi manca tanto Milly. Mi manca averla vicino, mi manca abbracciarla, mi manca coccolarla.
Mi piacerebbe sapere se Fuffi se la ricorda, se sa ancora di avere avuto una sorellina che gli somigliava tantissimo. A volte mi chiedo anche se si ricorda anche il giorno in cui è morta, tra le mie braccia. Lui era nascosto sotto al letto.
Erano diventati inseparabili e, quando li guardavo, pensavo a quando Milly era arrivata a casa: Fuffi aveva abbagliato per cinque ore di fila indispettito dalla presenza di quell'ingombrante cane nero.













Quel giorno, quello in cui Milly se n'è andata, mentre firmavo alla Asl veterinaria -che è annessa al canile- i documenti che dicevano che era morta, la cagnolina che aveva la coda in mezzo alle gambe alla vista di Fuffi -quella che avrei scelto io al posto della mia Milly- stava uscendo dal canile, adottata. Esattamente nello stesso momento, non un secondo prima, non uno dopo.
"Te la ricordi?" mi aveva chiesto l'educatrice.
"Si, me la ricordo"
"L'hanno adottata".
É una coincidenza che mi fa sorridere, nonostante tutto.

Mio padre mi dice sempre che non devo essere triste, che le abbiamo regalato un po' di felicità che in canile non avrebbe avuto. "Lei con voi era felice".
Milly non era mia figlia. Milly era un cane. Io però ero la sua mamma, il suo mondo, il suo tutto.
E ovunque sia, io so che si ricorda di me, di quanto l'ho amata, di quanto ci ho provato fino alla fine a salvarla. E spero sappia che non esserci riuscita è una cosa che mi ha fatto stare molto male.

Buon compleanno Milly, ovunque tu sia.


Nb. Non è la prima volta che scrivo un post simile, non è colpa mia, è più forte di me: a volte ho proprio bisogno di parlare di lei. Qui trovate un altro post in cui racconto la sua storia, praticamente uguale (o quasi) a questo.


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domenica 28 gennaio 2018

Mio marito ha perso la fede

Mio marito ha perso la fede.
No, non la fede religiosa, quella credo che non ce l'abbia proprio mai avuta. 
Sto parlando della fede nuziale, quella che ci siamo scambiati neanche otto mesi fa e che, di fatto, era una delle due cose -marito a parte- a cui tenevamo di più quando ci siamo sposati.
L'altra cosa era la torta. Per dire, eh.


Ma facciamo un passo indietro: giovedì mi è arrivato un messaggio vocale su Whatsapp del marito che diceva "Amore, sono disperato".
Io ero a Milano (qui per saperne di più), stavo lavorando ed ero anche abbastanza oberata.
Cioè, se vogliamo essere sinceri quando ho sentito il messaggio ero in bagno, ma questo è solo un dettaglio.
La mia mente ha iniziato a viaggiare e già immaginavo il cane spappolato sotto ad una macchina, la casa allagata o qualche altra tragedia simile.
"Ho perso la fede" mi ha detto.
"Ma come hai perso la fede?"
Mi ha spiegato che era sicuro di averla messa, la notte prima appena rientrato di lavoro, sul piatto svuota tasche che abbiamo in salotto; lo stesso piatto in cui entrambi da ormai quasi otto mesi mettiamo ognuno la propria fede quando ce la togliamo la sera, insieme agli orologi.
É partita, a quel punto, la ricerca folle della fede con me che, da Milano, davo suggerimenti su dove cercare.
Dopo che il Marito ha spostato tutti i mobili di casa -per fortuna che abitiamo in una casa che è un buco- a me sono iniziate a venire le ideone con la i maiuscola.
"Ma non è che l'ha mangiata il cane? Prova ad esaminare la sua cacca che se l'ha mangiata l'avrà anche buttata fuori in qualche modo".
"Ma non è che per sbaglio è finita nell'immondizia? Prova a cercare nel sacchetto".
"Fai una cosa, magari è finita sul pavimento, passa l'aspirapolvere e dopo prova a cercare dentro al sacchetto".
"Ma non è che finita dentro il gabinetto? Prova a metterci una mano dentro".
Tutte soluzioni pulite e soprattutto igieniche, insomma.
Com'è che si dice? Che siamo tutti finocchi col sedere degli altri? Che io non lo so mica se avrei cercato tra la cacca del cane, eh. E non so neanche se avrei anche solo lontanamente pensato di infilare la mia mano santa dentro il gabinetto, ma tant'è.
Dopo aver smontato tutta casa per cercare sta benedetta fede e cercato ovunque, sono partiti i piani B, C e D.
Ha cercato in macchina, ha percorso a piedi tutta la strada fatta con il cane (tanto è sempre la stessa da anni), poi ha cercato al lavoro e ha anche interrogato i colleghi che magari potevano fornire indizi utili al ritrovamento della fede scomparsa.
"Ma voi avete fatto caso se avevo la fede?"
Perché ecco, lì la sua certezza di averla messa dentro il famoso piatto svuota tasche cominciava a vacillare.
Una collega però gli ha detto di avergliela vista al dito mentre era al pc, quindi è stata smontata anche la messa in onda (qui per saperne di più) dove lavora, ma della fede ancora nessuna traccia.

Le ricerche sono proseguite anche il giorno dopo, a quel punto le sue certezze non vacillavano più, ma erano proprio sparite.
"Ma se per caso quando sono andato a cena, qualcuno me l'ha rubata togliendomela dal dito?"
"Ehm, amore, credo che te ne saresti accorto"
"E se qualcuno è entrato in casa e l'ha presa mentre dormivo?"
"Ehm, ma la porta è chiusa dall'interno e poi, dai, quale ladro entrerebbe solo per una fede?"

Io nel frattempo ho anche avuto un paio di crisi di pianto pensando alla fede perduta.
Cercate di capirmi: io ero lontana, non potevo aiutarlo in nessun modo se non facendo da supporto morale al telefono (oltre a dare suggerimenti su dove cercare che forse avrebbe preferito non ricevere) e mi disperavo. Le mie amiche e le mie colleghe ringraziano intanto davano supporto morale a me.
Poi ho scritto al gioielliere per dirgli quello che era successo e comunicargli che avremmo dovuto rifare la fede perduta.
"Certo, non sarà mai la stessa cosa" ho detto al Marito.
Quando ho smesso di piangere, mi è partita la demenza e ho iniziato a mandare messaggi al Marito da parte del cane (si lo so, non mi fa onore): "Ehi papà ho trovato un tondino d'oro sul pavimento, posso mangiarlo?"
Insomma, nella vita bisogna anche prendersi in giro quando succedono queste cose, no?

Della fede comunque nessuna traccia (l'ho già detto, vero?), quindi ci siamo rassegnati, anche se dentro di me io pensavo che una volta tornata a Roma  avrei cercato io e magari sarebbe saltata fuori.
La prima cosa che ho fatto una volta arrivata a casa nostra infatti ho cominciato a spostare mobili, a guardare nei posti più impensabili, a chiedere al cane se per caso non l'avesse presa lui.
Dopo ore di ricerca mi sono completamente arresa anche io: la fede è sparita, il marito ha perso la fede e tocca ricomprarla.
Ad un certo punto sono anche partita con un discorso molto lungo e profondo sul fatto che se effettivamente l'avesse persa fuori casa se ne sarebbe accorto la sera, appena rientrato dal lavoro, perché lui di fatto ogni sera fa lo stesso gesto automatico e se facendolo non si fosse ritrovato la fede al dito si sarebbe allarmato subito, quindi -secondo me- l'aveva poggiata in un posto diverso dal solito e non si ricordava dove, ma la fede era sicuramente dentro casa.
É seguito trattato orale della sottoscritta sulla psicologia umana  -non so neanche da dove mi sia uscito- incentrato sul fatto che tutti noi facciamo dei gesti automatici di cui in realtà non ci rendiamo neanche conto e che, se per caso, facciamo qualcosa di diverso per una volta non ce lo ricordiamo neanche.
Comunque, a quel punto avevamo davvero cercato ovunque e quando dico ovunque intendo ovunque.
E ci siamo rassegnati davvero perché va bene che la speranza è l'ultima a morire, ma ecco più di quello che abbiamo fatto non potevamo fare. E lo dico davvero.

Mi sono alzata dal divano, con le lacrime agli occhi, ripensando alle parole di mio cugino che mi ha detto che in fondo è solo un oggetto, che si ricompra, che l'importante è il nostro amore.
Mi sono avvicinata alla scrivania dove il Marito tiene il suo pc, ho passato la mano sotto il coperchio del vassoio della carta della stampante e ho trovato la fede.
No, davvero, ho trovato la fede.
La stampante l'avevamo spostata dieci volte per cercarla, eh.
E lì, al Marito è partita la risata isterica, a me invece è partito l'insulto facile verso di lui.
"Amore, sai cosa? Effettivamente io quando sono rientrato dal lavoro, ho portato fuori il cane e poi ho messo il guinzaglio dietro la stampante perché mi sono messo al pc a fare delle cose".
"Ah".
Quindi possiamo affermare che abbiamo spostato mobili, rovistato nei rifiuti, analizzato la cacca del cane e la fede è sempre stata sotto il nostro naso. 


Cosa ci ha insegnato questa storia? Ovviamente che io ho sempre ragione, che sono una psicologa mancata e che dovrei passare il mio tempo ad analizzare la psiche umana.
No dai, facciamo la persone serie: ci ha insegnato che è proprio vero che la soluzione spesso ce l'abbiamo davanti agli occhi e non la vediamo, ma tant'è.
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lunedì 22 gennaio 2018

Curiosità e aneddoti sul (mio) matrimonio

Dal giorno del nostro matrimonio sono passati quasi otto mesi.
A ricordarmi quel giorno ci sono due foto giganti, una scelta da me e l'altra dal Marito, appese in salotto.
Il Marito si è mangiato la bomboniera, a cui io sono allergica e che comunque volevo conservare, ma la fede è ancora come nuova.
Mi sono abituata a dire marito e lui si è abituato a dire moglie.
Tutto bellissimo, meraviglioso, non che sia cambiato chissà cosa, però ecco, mi è piaciuto sposarmi.
Mi è piaciuto talmente tanto che ho fatto una super proposta al Marito: "Amore, ci risposiamo?"
"Eh no piccolina, non si può"
"In che senso?"
"Nel senso che siamo già sposati, non possiamo risposarci"
"Ma io voglio farlo di nuovo, mi è piaciuto un sacco"
Questa cosa che non ci si può risposare con la stessa persona a distanza di qualche mese non l'ho presa molto bene.
"Amore scusa, posso fare un'altra domanda?"
"Si, dimmi"
"Ma adesso festeggiamo l'anniversario di matrimonio o quello in cui ci siamo messi insieme?"
"Quello di matrimonio, l'altro non lo festeggiamo più"
Panico, paura, disperazione.
"Ma io non voglio barattare sette anni con uno, non vale, non lo trovo giusto"
"E allora festeggiamo entrambi"
"Ma ci risposiamo?"
"Non si può"

A distanza di mesi, quando penso al nostro matrimonio, sorrido sempre.
Non c'è una sola cosa che è andata storta, un solo momento che non mi sia piaciuto.
Quando ci siamo detti, seduti sul divano di casa che forse era arrivato il momento di sposarsi, io avevo un gesso che partiva dalla caviglia e arrivava all'inguine (qui per saperne di più) e l'unica cosa che sognavo era di farmi una doccia.
Dieci giorni prima, il Marito mi era venuto a recuperare a Milano, dopo che gli avevo telefonato dicendogli qualcosa tipo: "Ho un problema, mi hanno ingessata perché mi sono rotta un ginocchio"
"In che senso? Avevi detto che ti faceva solo un po' male e che andavi al pronto soccorso giusto per scrupolo"
"Eh si lo so, ma dicono che è rotto, mi vieni a prendere?"
"Fammi sistemare Fuffi e arrivo".
Ci eravamo fermati a dormire a Casal Pusterlengo e avevamo mangiato gnocco fritto in quantità. 
Io non avevo mai smesso di ridere, saltellando qua e là con le mie stampelle.
A fare le pubblicazioni di matrimonio ci ero andata con le stampelle, quattro giorni prima che ci sposassimo  ero finita in ospedale in anafilassi da lenticchie -che per la cronaca avevo sempre mangiato fino a quel momento- e lui, come sempre, era corso in ospedale (qui per saperne di più).
Nonostante tutto, mi ha sposata lo stesso. É stato coraggioso, credo.
Io invece, quando riguardo le foto del matrimonio, che sono bellissime, vedo la mia faccia gonfia come una zampogna, ma tant'è.

La sera prima di sposarci, quando ormai era tutto pronto, eravamo andati in stazione a prendere la mia testimone e, prima di tornare a casa, ci eravamo fermati ad un bar davanti il laghetto dell'Eur che a me sta cordialmente sulle palle (no, non il laghetto, il bar). Eravamo io, il quasi Marito, mia madre e mio padre.
Io avevo preso la Sprite. Io prendo sempre la Sprite, bevo solo quella praticamente. Ho una fissazione per la Sprite.

Tutte le spose normali soffrono d'insonnia la notte prima del matrimonio, io invece volevo dormire.
Credo che mia madre mi abbia chiamata almeno dieci volte prima di riuscire a convincermi ad alzarmi. Svegliare il Marito è stata un'impresa ancora più ardua, ma tra i cento motivi su cui abbiamo basato la nostra storia c'è quello che ci piace dormire, ci piace proprio tanto, quindi ci sta.
Mio padre, quando mi ha visto truccata e pettinata mi ha detto che sembravo una prostituta giapponese.

Ho pianto il giorno del mio matrimonio, non riuscivo a smettere, il Marito rideva, gli ho lasciato tinta per labbra ovunque.
Non credo di essere mai stata così felice come il giorno in cui ho sposato Alessandro (si, il Marito ha un nome, lo so, sembra incredibile) ed è per questo che lo risposerei altre cento, mille volte.

Abbiamo avuto il matrimonio che volevamo, rifarei tutto uguale, anzi no, qualcosa cambierei: meno cibo e una torta più grande che io l'ho fatta fare per circa ottanta persone, eravamo poco più di trenta e non ne è avanzato neanche un pezzettino. E io che volevo farci colazione la mattina dopo con la mia amata torta.
Anche a scegliere la torta c'ero andata in stampelle, ho fatto tutto con le stampelle, le ho tolte due giorni prima del matrimonio, non si sa neanche come ho fatto a toglierle, praticamente un miracolo dei fisioterapisti.
Per scegliere il ripieno della torta, mi sono presa dieci giorni di tempo, dei venti totali che ci abbiamo messo per organizzare un intero matrimonio (qui per saperne di più)

Abbiamo detto a tutti gli invitati -pochi, ma buoni- che non volevamo nessun regalo perché abbiamo tutto, cosa che in realtà, a conti fatti, è vera. 
Alla fine, abbiamo ricevuto una quantità di regali spropositata, persino da gente che non avevamo invitato, nonché da gente che non so neppure che faccia abbia.
Mia suocera mi ha fatto ringraziare gente di cui mi sono dovuta segnare il nome su un foglietto perché non avevo idea di chi fosse.

La lista degli invitati l'avevo scritta su un foglio di carta, poi quando era stata ora di contare per comunicare il numero esatto al catering, mi ero scordata di includere due persone, ovvero gli sposi.
Avevo voluto giallo ovunque, era tutto giallo limone, non credo di aver mai visto così tanto giallo in vita mia.
E avevo voluto un bouquet bellissimo che non ho lanciato perché sia mai che se le tenga qualcuno che non sono io. Mia madre, in effetti, dice sempre che sono molto altruista.


Ogni volta che ci penso, a questo matrimonio, mi scappa un sorriso, anche due, anche tre.
Perché ecco, è una delle cose più belle che io e il Marito abbiamo fatto insieme.
Per le prossime due cose belle, invece, dovrete aspettare ancora un pochino.

Qui trovate il resoconto a caldo del nostro matrimonio.
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martedì 21 novembre 2017

Io viaggio da sola (e non per questo tradisco mio marito)

Qualche tempo fa, ho programmato -praticamente in dieci minuti, dopo aver ricevuto una telefonata- un viaggio a Sofia, capitale della Bulgaria.
Il Marito ha pensato fossi pazza, visto che il piano prevedeva l'atterraggio a Roma da Amsterdam alle 00.30 della notte tra venerdì e sabato e la partenza per Sofia la mattina del sabato alle 8. In mezzo, dovevo piazzare il passaggio a casa per svuotare la valigia olandese e riempire quella bulgara.
Come sempre in questi casi il Marito, che si preoccupa sempre della mia eventuale stanchezza, ha detto: "Sicura che ce la fai e poi non ti viene sonno?" che detta così sembra che io abbia sette anni e sia narcolettica, ma tant'è.


Sono quasi sette anni che io e il Marito stiamo insieme, quasi sette anni che viviamo insieme, quasi sette mesi che siamo sposati. Torna sempre sto benedetto sette.
Ed è da almeno la metà degli anni che mi sento chiedere se ho abbordato, conquistato, ammaliato qualcuno che non sia il Marito.

La verità, neanche troppo segreta, è che io viaggio da sola: non sempre, perché quando posso scegliere scelgo sempre di viaggiare con lui, ma resta il fatto che, ebbene si, spesso mi muovo da sola. 
Per lavoro e per passione, a volte sola senza se e senza ma, a volte con delle amiche o dei colleghi. Dipende dai casi, insomma.
Mi capita anche di andare a Palermo, dove sono nata e dove vivono i miei genitori, senza di lui. Succede di rado, ma succede.
A volte sto fuori due giorni, altre volte sono rimasta fuori mesi, cercando -in questo caso- di tornare a casa più spesso possibile e di far si che il Marito venisse da me quando io proprio non potevo tornare a casa (qui per saperne di più).
E non è tutto: esco anche da sola, ho delle amiche e degli amici e se il Marito non c'è -non dimentichiamo che è un turnista- io prendo e vado.

E questo lascia spesso presupporre che io vada in giro ad abbordare sedicenti uomini che, manco a dirlo, non aspettano altro che me.
Eppure a me di questi sedicenti uomini non importa un fico secco, anzi più spesso di quanto crediate io vorrei con me il Marito, mi piacerebbe che vedesse i posti che vedo io insieme a me, mi piacerebbe non dovergli fare vedere determinate cose che mi piacciono solo tramite foto e video.
Lo avrei voluto a Stoccolma ad esempio (qui per saperne di più), quando sono rimasta lì quasi un mese al buio e al freddo (no dai, il freddo non era poi cosi insopportabile). Gli piacerebbe Stoccolma, ne sono praticamente sicura.
Vorrei anche che venisse con me alle gare di ginnastica, una volta a dire il vero mi ha accompagnata, e credo non si sia tagliato le vene solo perché mi ama profondamente. Non gli piace la ginnastica, non gli piacerà mai, non capirà mai come sia possibile questo mio amore e si annoierebbe, anche se probabilmente mi ama troppo per ammettere che l'unica cosa che gli suscita un tsukahara avvitato è la noia.

Qualche giorno fa, mentre lui era a Roma e io a Sofia, gli ho detto: "Amore ad Aprile mi sa che dovrò fare una capatina in Azeirbaijan", non ha fatto una piega e mi ha semplicemente risposto: "Ma sai almeno dov'è?"
Credo che sia ancora turbato da quella volta che, guardando il mappamondo che (mi) ha comprato, cercavo il Vietnam sotto New York. Credo eh, magari mi sbaglio.

Ero così, mi ha conosciuto che ero perennemente in giro e sono rimasta così. Non ha provato un solo attimo a cambiarmi, non ha mai pensato di chiudermi in casa, ed è il motivo per cui la nostra storia funziona.
Eppure, quando sono fuori, ogni mio pensiero è per lui, ogni attimo libero è buono per mandargli una foto, per compargli un regalo, per chiamarlo anche solo  per dirgli ciao. 
Certo, lo chiamo anche per chiedergli se il cane ha fatto la cacca, dovete capire che abbiamo un cane con l'intestino problematico, ma questa è un'altra storia.
La verità è che sono follemente innamorata dell'uomo che ho sposato, lo dico poco forse, ma è così. 
E i viaggi, le serate con le amiche non sono un modo per conquistare altri uomini. No, non lo sono affatto, non riuscirei neanche ad immaginarla una cosa del genere, neanche per un secondo.

Non avrei sposato una persona che mi impedisce di essere me stessa.
Non avrei sposato qualcuno che mi vieta le trasferte di lavoro, il sushi con le amiche e le gare di ginnastica. 
Non ci avrei costruito una casa coloratissima, non avrei preso un cane con lui. Non dividerei con lui ogni singolo euro che entra in casa nostra senza mai pensare che quello che è mio è mio, e quello che è tuo è tuo (a parte il cibo, si intende).
E so che si fida, so che sa quanto amore c'è e quanto sia la cosa più importante della mia vita. Come io mi fido di lui. Sbaglio? Chi lo sa, noi però stiamo bene così.

E no, avere una vita non significa darla via al primo che capita. Credetemi sulla parola.
E sappiate anche che, qualsiasi cosa accada, casa mia e la mia famiglia saranno sempre e comunque il posto più bello del mondo.

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mercoledì 25 ottobre 2017

Innamorarsi di un collega

Io e il marito eravamo colleghi.
Abbiamo lavorato insieme per un anno e mezzo, forse un po' di più.
Era tanto tempo fa, la prima televisione per entrambi, quando sembrava molto figo, quando chiedevano "che lavoro fai?", rispondere: "il tecnico di regia televisiva".
Io avevo ventiquattro anni, lui ventisette. Ed eravamo colleghi, ma questo l'ho già detto.
Di quella emittente televisiva ho un ricordo dolce amaro, sono passati anni e le cose sono cambiate: sono cambiata io che nel frattempo ho visto emittenti televisive nazionali ed internazionali, è cambiato il mondo del lavoro (almeno in questo settore), è cambiato il mio modo di lavorare e di approcciarmi ai colleghi. Praticamente è cambiato tutto.
A dire il vero ho anche sette anni in più e sono diventata, invecchiando, sempre più rompiscatole e pignola (giusto per non dire cagacazzi che fa brutto), prima ero più accomodante.


Comunque, andiamo al punto che, come al solito mi perdo: innamorarsi di un collega. Vi è mai successo? A me si, come avrete intuito.
Mi sono innamorata di un collega, NON ci siamo messi insieme, siamo andati subito a convivere e, alla fine, ci siamo anche sposati.
Quando dico che non ci siamo messi insieme è vero: non esiste traccia di uno dei due che dica all'altro "Ehi, ti vuoi mettere con me?" con tanto di quadratini per la risposta con opzione si o no.
Contiamo come data di inizio di tutto quella della, ehm, prima volta.

Il Marito è il primo collega che ha interagito con me il mio primo giorno di lavoro in quel posto, lui stava lì da due anni e mi ha chiesto -udite, udite- se avessi il pranzo. Una romanticheria degna di nota, insomma (qui avevo raccontato qualcosa).
Per due mesi non abbiamo praticamente più parlato, quello era un posto con tre regie diverse e lui stava in una regia diversa dalla mia -quella per chi sapeva fare più cose (compreso giocare a poker, ma questa è un'altra storia)- e l'interazione era praticamente nulla.
Poi per una serie di eventi, è successo che io gli portassi dei dolci giunti fino a Roma grazie alla mamma (si, dolci di giù, un tripudio di ricotta di pecora che se ci penso mi viene fame), che qualcuno sparlasse e che io lo aspettassi all'uscita dal lavoro per picchiarlo.
Picchiarlo nel vero senso della parola, volevo dargli un destro in faccia, credo di averlo anche minacciato di morte.
Lui, pacifico e paziente, invece di farsi picchiare, mi ha stesa con due informazioni chiave: "sono l'ultimo di sei figli" e "sono nato a Pescasseroli perché i miei andavano lì in vacanza d'estate". Poi mi ha portata al ristorante, dove ho scoperto che non mangia salumi. No, neanche il prosciutto crudo.
Ho sposato un uomo che sostiene che il prosciutto crudo puzzi. Si anche il Parma e si, l'ho sposato lo stesso.
Siamo usciti insieme altre due volte e poi si è trasferito a casa mia.
Una di queste due volte, eravamo rimasti a chiacchierare fino alle 5 del mattino e la mattina dopo appena arrivati al lavoro, quando ci eravamo incontrati per caso nel balcone dei fumatori -io che parlavo con una collega e lui con un altro collega- c'era stato un po' di imbarazzo.

Perché sapete che succede quando ti innamori -o stai frequentando- un collega?
Che vuoi tenerti il segreto, che preferisci non dire nulla.
E difatti, tempo una settimana, un altro collega, lo seguì nella stanza per accedere al balcone dei fumatori e gli chiese se stavamo uscendo insieme. Il collega curioso, per la cronaca, non fuma ed è lo stesso che, quando ci siamo sposati, ci ha portati a cena fuori per festeggiare, nonostante siano anni che nessuno dei tre lavori più in quel posto.

Comunque, dopo un paio di settimane di relazione, mi hanno spostato nella sua regia.
Ai tempi, per altro, sapevo anche giocare a poker, adesso ho completamente dimenticato come si fa.
Il Marito faceva da referente, non sempre per fortuna, e non mi faceva andare in pausa. Non sto scherzando ,eh. Mi faceva i dispetti.
Però, sempre il Marito mi ha insegnato buona parte di quello che oggi so fare, compreso l'utilizzo di uno strumento ostico che si chiama BLT e che, ad oggi, credo che nessuna emittente televisiva lo utilizzi più.
Uno dei miei ultimi responsabili un giorno ha scoperto per caso che sapevo usare il BLT e ha sentito la necessità di chiamare non so quante persone per dirgli che aveva trovato una persona che ancora sapeva usare quell'arnese. Giusto per dire: se adesso ne vedessi uno credo che andrei in panico.

Nel giro di poco tutti sapevano.
Il capo ci chiamò in disparte per chiederci discrezione. No davvero, ci chiese discrezione.
Considerate che in quel posto lì succedevano le peggiori cose che vi possano venire in mente. E lui ci chiese discrezione.
Noi praticamente non pranzavamo neanche insieme, al massimo andavamo insieme in macchina se avevamo turni uguali, ma ci chiese discrezione.
I primi tempi, avevamo anche una differente matrice di riposi, quindi non ci vedevamo né a casa né al lavoro. Per dire, eh.

Poi iniziarono a dire a lui le comunicazioni per me e viceversa.
Se avevano bisogno che io facessi un'ora di straordinario chiedevano a lui se potessi farla, idem per i cambi turno. Praticamente eravamo diventati un'entità sola, per me, che ho una personalità estremamente ingombrante non era il massimo. Manco per lui, eh.

Però, c'è un però.
Spiegato a tutti che eravamo due persone distinte e separate, fidanzati fuori e colleghi dentro la regia, la situazione si è ribaltata a nostro favore.
Un giorno il capo venne a dirci che aveva deciso di darci la matrice di riposo uguale dopo quasi un anno in cui non ci vedevamo mai. Fui io a prendere la sua matrice di riposo ed ero anche un po' triste perché mi ero abituata alla mia.
Dopo poco decisi di fare una sorpresa all'allora Fidanzato e di portarlo a Parigi e la cosa fu molto semplice: "Capo, mi dai le ferie per entrambi? Però non gli dire nulla, eh". E così fu.
Quando è morto mio suocero -e questa è una cosa che non dimenticherò mai- io ero al lavoro e lui no.
Mi ricordo la sua telefonata, tutti lì sapevano cosa stava succedendo, mio suocero era in ospedale da un po' di tempo e non era un periodo facile. Andai a chiedere di andare via e nessuno mi disse di no.
Il capo mi chiamò dopo un paio d'ore: "Come sta Ale?"
"Eh Capo, come vuoi che stia?"
"Senti, fai una cosa: lui ha diritto a tre giorni di congedo, tu ovviamente no, ma te li metto di ferie che lui ha bisogno di te"
"Grazie Capo, ma se è un problema non voglio creare casini"
"Non è un problema, non ti preoccupare, stai vicino a lui e salutamelo".

Poi ecco, io dopo qualche mese ho iniziato ad avvertire conati di vomito ogni volta che dovevo andare a lavoro, il Marito lo sapeva e dopo un po' sono andata via. Dopo qualche mese mi ha seguita anche lui.
Siamo riusciti a migliorare, dal punto di vista professionale, ma anche come coppia.
E, quando dopo qualche tempo, si è ripresentata la possibilità di tornare ad essere colleghi ci siamo guardati in faccia e ci siamo detti: "Per carità, mai più".
Adesso che sono passati anni, non avremmo più problemi a tornare a lavorare insieme, sono passati anni e... forse è proprio perché sono passati anni e ci siamo dimenticati com'era che diciamo che non sarebbe un problema, chi lo sa.



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martedì 9 maggio 2017

Un sorriso è felicità, due sorrisi sono complicità

"Tanti complimenti a Gilda, sposa originale e genuina, 
semplice e sicura di sé, 
per niente formale. 
Brava, eccezionale, mi sei piaciuta, 
si vede che quello che conta veramente per te è la sostanza, 
tanti auguri per questo giorno felice e per tutti gli altri che verranno!"


Lo riassumo così, con questo messaggio che hanno scritto a mia madre, il giorno del nostro matrimonio. 
Il nostro matrimonio. Mi fa ancora strano scriverlo, sono ancora presa dalle emozioni, dai mille messaggi che abbiamo ricevuto, dallo stupore delle persone che ci hanno visti, dal vivo e in foto.
Se dovessi immaginare un matrimonio perfetto per noi penserei proprio al nostro matrimonio, esattamente come lo volevamo, come lo sognavamo. No, forse neppure la mia immaginazione sarebbe potuta arrivare a tanto.
Vorrei raccontare la cerimonia, informale come avevamo sperato, ma piangevo troppo.
Io, noto mostro insensibile, non ho mai smesso di piangere.
Ho iniziato quando l'ho visto, bello come il sole, bello come la prima volta che mi sono accorta quanto fosse bello.
"Amò ma non me saluti?"
"Ah si, ciao amò"
Ho rivisto il video, io che piangevo, mia madre che mi porge i fazzoletti, la mia tinta per labbra sul suo viso, io che non riesco a parlare.
"Deve dire di si, la devono sentire tutti"
Non ho detto di si, ho fatto si con la testa, io non ce la facevo a parlare. 
Non pensavo fosse possibile emozionarsi così tanto.
Mi sono girata e ho visto tutti asciugarsi le lacrime, eppure guardando il video li ho sentiti ridere. Non siamo riusciti a passare per persone serie neppure il giorno del nostro matrimonio.
"La sposa vuole dire qualcosa?"
"La sposa è timida, di solito parla poco"
Sono scoppiati tutti a ridere a questa mia frase, io che faccio sanguinare le orecchie a chiunque non avevo parole. 
"Vi dichiaro uniti in matrimonio".
Marito e moglie, siamo marito e moglie.


Sono uscita ridendo dalla sala e non ho mai più smesso di farlo, per tutto il giorno.
Ci hanno scattato decine e decine di foto in cui ridiamo e basta. 
Ci siamo sposati come se fossimo usciti da un film, io stessa riguardo le foto e mi chiedo come siamo riusciti ad essere così. Eppure non credo fosse possibile aspettarsi qualcosa di diverso: io che non ho voluto l'abito bianco neppure morta, con le labbra fucsia e un'acconciatura da diva, lui con il suo papillon a pois e la camicia con le iniziali sul polsino.
Volevo un matrimonio giallo ed è stato così.
Non credo di aver mai visto tanto giallo tutto insieme in vita mia.
Volevo accanto le persone che ci vogliono bene, ma proprio tanto bene e a cui ne vogliamo altrettanto.
Ho avuto amiche e amici meravigliosi al mio fianco, che mi hanno presa in giro perché in nessuna foto sono riuscita ad essere seria.
Ho avuto delle cognate eccezionali che hanno curato quei dettagli a cui io non avevo neppure pensato.
Ho avuto dei genitori ed una suocera fantastici che hanno messo la nostra felicità prima di ogni cosa.
E ho avuto una torta bellissima che voi non lo sapete, ma la torta era la chiave di tutto. Quanto ho rotto le palle per questa torta. Ed era anche buona, a dire il vero.


Ho avuto una cameriera che mi ha detto: "Sei una sposa così simpatica, di solito sono tutte incazzate".
Ho visto le facce stupite quando abbiamo tirato fuori le bomboniere, avrei voluto dire "Scusate, siamo fatti così", ma credo abbiano capito che questo siamo.
Ci siamo sposati andando contro qualsiasi regola di un matrimonio classico, cucendoci addosso il nostro giorno. 
E si sono felice, non credo di essere mai stata così felice in vita mia.


La foto del mio bouquet e della mia mano è di Giulia Gabriele.
La foto della torta non ricordo di chi sia.

Nb. Il titolo del post non è farina del mio sacco. É una frase che ha scritto la mia Samira in una foto del nostro matrimonio che ha pubblicato. Mi ha commosso, lei e la foto.
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giovedì 23 marzo 2017

Storia di un amore ipocrita

Il mio poderoso lato B trascorre le sue giornate sul divano: da quando si alza la mattina a quando va a dormire la sera, lui sta lì, sul divano. Ringrazio l'arguta mossa di aver scelto un divano comodo e accogliente che potesse contenerlo in tutta la sua abbondanza.
Il lato B, quando non è sul divano, si riposa sul lettone, faticando non poco a spostarsi anche solo di un centimetro.
E se il lato B magari è anche contento di riposarsi, considerato che di solito le mie giornate sono pienissime di cose da fare, io mi annoio.
Fidanzato è tornato a lavoro dopo un periodo di ferie trascorso a farmi da badante, a volte ho la compagnia di amici, parenti, sconosciuti a cui probabilmente faccio pena con i miei leggins dai colori improponibili che fasciano il culone e con i quali io cerco di nascondere il gesso senza successo, altre volte sono sola. Col cane.
Il mio cane è un ipocrita.
La verità è che io l'ho voluto, io l'ho svezzato, io ho pulito la sua pipì quando era un cucciolo di mezzo kg, io gli compro pettorine e guinzagli fashion, io gli procuro palline e pupazzetti, io compro ossi da sgranocchiare e croccantini prelibati, io cucino per lui, io gli lucido il pelo e gli pulisco le zampe. Magari non sempre, ma comunque a volte lo faccio.
E lui invece di amarmi in modo incondizionato riconoscendo in me la sua mamma umana stupenda, ha sempre preferito Fidanzato. In modo quasi patetico aggiungerei, visto che lo segue ovunque, lo aspetta davanti la porta del bagno, lo abbraccia, lo cerca quando non c'è, disperandosi se non lo trova.
Io vengo quasi sempre ignorata, la mia funziona è praticamente quella di dispenser di cibo.
Tutto questo finché non mi sono rotta il ginocchio e ho depositato -non per scelta- il lato B sul divano. A quel punto, il cane ha deciso di amarmi follemente e di volersi non staccarsi più da me.
Il problema è che lui non ha mezze misure, anzi non sa neanche cosa siano le mezze misure.


Mi sveglia la mattina a zampate in faccia, come se già non facessi abbastanza fatica di mio a dormire la notte e mi fissa. No davvero, inizia a fissarmi finché non ci viene portata la colazione che certe volte ho paura che sia un modo per ipnotizzarmi e farmi sganciare soldi extra per i croccantini da consumare con gli amici cani alla faccia mia. 
Durante la lunghissima operazione di lavaggio -si, ci metto un sacco di tempo a lavarmi, proprio io che la mattina mi faccio la doccia, mi vesto e mi trucco in sette minuti d'orologio- lui mi aspetta davanti la porta del bagno pigolando manco fosse un passerotto.
Poi io mi trasferisco sul divano e lui mi si appiccica: normalmente si stende lungo la gamba ingessata, a volte poggia il muso sul ginocchio evitando la parte dolorante (ancora mi chiedo come diamine faccia a sapere in quale punto può appoggiarsi), altre volte si stende per tutta la mia lunghezza e dorme. Se io provo a spostarmi lui si sposta di conseguenza.
Se mi addormento mi lecca la faccia, se non mi addormento mi lecca il piede.


Oh lo so, a qualcuno farà schifo questa promiscuità con un quadrupede con la fiatella, ma io sono perdutamente innamorata di lui da quasi cinque anni e tutte queste attenzioni mi mandano in brodo di giuggiole. Nonostante la fiatella.
La sera, quando mi trasferisco dal divano al letto, lui mi segue, prendendo a codate le stampelle e quando io finalmente sono sotto le coperte, lui scava un po' e prende posizione sul mio piede, quello della gamba scema, come la chiama affettuosamente Fidanzato.
Il nano, lo stesso nano che ci ha messo tre mesi per imparare che "seduto!" significa che si deve sedere, ha imparato in una settimana a trasportare le stampelle, il telecomando della tv e il cellulare se sono troppo lontani da me. Che poi il fatto che fossero lontani era magari voluto non importa.
E quindi stiamo qui: appiccicati, senza mai staccarci, sul divano.
Chi glielo spiega che prima o poi tornerò a lavoro? Sarà lì che verrà fuori che il nostro era solo un amore ipocrita dettato dalla mia temporanea immobilità?


Nb. Per la prima volta su questo blog, un primo piano con cane del gesso quando ancora la fascia che lo racchiude era bianca. Adesso è diventata giallo.


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