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venerdì 5 giugno 2020

Claudia, ventidue anni dopo

Claudia é la mia amica di sempre, questo lo sanno più o meno tutti.
E io volevo assolutamente scrivere di lei, di noi, di come abbiamo vissuto questa quarantena, però mi sembrava riduttivo parlare di amicizia in generale con riferimenti a fatti, cose e persone che in realtà non sono puramente casuali, quindi questo post si chiama Claudia perché parla -appunto- di lei, di noi, di come abbiamo vissuto questa quarantena, ma non solo.

Claudia ed io siamo il giorno e la notte, basta guardarci.
Molto bionda lei, molto mora io (al netto delle mèches).
Io i piercing e i tatuaggi, lei manco un brufolo. Giuro, sono seria.
Cosmpolitan lei, Sprite io.
Odiosa io, antipatica lei (che forse queste sono cose affini, non so).
Sempre perfetta e impeccabile lei, mentre io la mattina neppure mi pettino perché non ho tempo e comunque non mi va.
Make-up artist mancata lei, mentre io sto ancora cercando di capire come si mette la matita sopra l'occhio.
Insomma, siamo molto diverse, estremamente diverse.


Siamo cresciute insieme, condividendo più o meno qualsiasi cosa, dalle cose belle a quelle molto brutte.
E adesso potremo dire di avere condiviso anche la quarantena durante la pandemia, che -voglio dire- non é mica da tutti. Sempre insieme, non ci siamo mai lasciate.
No, non abbiamo violato il lockdown, considerato che tra casa mia e casa sua ci sono esattamente 940 di distanza (ho guardato su Maps perché va bene tutto, ma il chilometraggio esatto non lo sapevo).

Credo di poter affermare che se non avessi avuto Claudia probabilmente non sarei stata così bene durante questi tre mesi.
Entrambe felicissime di stare a casa e incredule all'idea che ci fosse qualcuno che volesse uscire a tutti i costi, abbiamo suddiviso le nostre giornate in momento allenamento, momento consulenza, momento gestione alimentazione, momento pettegolezzo, momento pettegolezzo stronzo (ammettetelo, lo fate tutti con le vostre amiche del cuore, provate a dire di no), momento qualsiasi cosa vi venga in mente scambiando consigli, pareri, qualsiasi cosa come non facevamo -perché non avevamo il tempo di farlo- da anni, credo più o meno quindici.
Quando Claudia é tornata al lavoro, più o meno una settimana prima di me, io mi sono trasformata nella moglie paranoica che allo scattare della fine del turno chiedeva se era tutto ok. Giuro però che l'ho fatto perché lei lavora a contatto con il pubblico e questa cosa mi metteva ansia perché la mia fiducia nei confronti del prossimo, quando si parla di gestione delle regole durante una pandemia, é più o meno pari allo zero.

Ma soprattutto: Claudia ha capito tante cose, alcune addirittura prima che gliele dicessi, ha capito me, i miei stati d'animo in un periodo che sarebbe potuto essere orribile (qui e un po' anche qua si capisce perché) e che invece é stato felice, probabilmente anche perché avevo lei.
Abbiamo riso di cose di cui altri probabilmente avrebbero pianto o quanto meno si sarebbero arrabbiati, abbiamo trovato la forza di fare cose che non avremmo fatto (banalmente gli stacchi rumeni con gli zaini riempiti di bottiglie d'acqua, per dirne una).

L'amicizia a trent'anni é diversa da com'era a sedici anni.
A trent'anni si é amiche nonostante le diversità ed é in quella diversità che, alla fine, trovi milioni di punti in comune.
A trent'anni non importa più avere tutte lo stesso reggiseno, comprato rigorosamente identico, il sabato sera (si, é una storia vera e, nello specifico il reggiseno in questione era un WonderBra nero che non so manco se esiste ancora), né importa più avere lo stesso motorino (nel caso specifico, lo Scarabeo, anche quello non so mica se esiste ancora, in giro non ne ho più visti).
A dire il vero, a trent'anni non importa manco più uscire il sabato sera, almeno nel nostro caso.
A trent'anni si può essere amiche anche se non ci si vede tutti i giorni, anche se non vedi l'ora di riabracciarti. E, mentre aspetti quel momento, puoi permetterti di frantumare le gonadi perché vuoi andare proprio in quel ristorante a 80 km da casa, anche se l'ultima volta che siete andate in quel paesello insieme avete vissuto un'avventura ai limiti dell'assurdo (qui per saperne di più).
A trent'anni segui i consigli delle amiche, ma puoi comunque insultarle per questo (bevo Aloe pura ogni mattina perché me lo ha detto Claudia e farà anche bene come dice lei, ma fa schifo, fa veramente tanto schifo e io sento il bisogno di farglielo sapere).
A trent'anni dovremmo avere tutti un'amica che sa che hai pianto, sofferto, che non é sempre stato facile, ma che é lì mentre ti rimetti in piedi, asciugandoti la lacrime prima ed esultando dei tuoi successi dopo.
E io ho Claudia, voi non so.
E questo post se lo meritava. Per la quarantena, perché ogni mattina ci svegliamo insieme e ogni sera ci addormentiamo insieme nonostante i 940 km, per quando ci siamo laureate, per quando abbiamo festeggiato i compleanni, per quando le riempivo l'armadio di scritte (che, per la cronaca, esistono ancora), per quando mi sono sposata e per quando é morto mio padre, per quando ho fermato per strada un tizio dicendogli "stasera esci con la mia amica, vedi che puoi fare" solo perché mi stava antipatico dieci anni prima e per un sacco di altre cose.



Ps. Di Claudia avevo già parlato cinque anni fa, trovate qui il post.
Avrei voluto mettere molte più foto nel post, ma Claudia é della vergine, in questo momento non può approvarle, quindi meglio di no.



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venerdì 24 aprile 2020

Compleanno in quarantena: Rainbow Cake e palloncini colorati

Se qualche mese fa mi avessero detto che avrei festeggiato il compleanno in quarantena non ci avrei mai creduto.
Così come, se mi avessero detto che avrei festeggiato il compleanno subito dopo aver subito una seconda operazione nel giro di quaranta giorni, non ci avrei creduto.

Sono stata operata, di nuovo, due giorni prima il mio compleanno: ho avuto un rigetto, quindi é stato necessario e anche abbastanza urgente. Questa volta l'intervento l'ho accusato, ma é normale considerato che il secondo intervento nel giro di così poco tempo. 
Sono stata dimessa praticamente subito, con mille raccomandazioni, mille controlli previsti e mille dolori e gonfiori. E, appena tornata a casa, era il mio compleanno.

Ho sempre amato festeggiare (qui vi fate un'idea), ho sempre amato le grandi feste, possibilmente a tema, ho sempre amato essere circondata dalle persone a cui voglio bene.
Quest'anno é andata diversamente a causa della quarantena. Che poi, se non ci fosse stata la quarantena, non so quanto sarei stata in grado di festeggiare considerato che sono un rottame dolorante e febbricitante, con i punti che tirano, i dolori al viso e una quantità di farmaci in corpo che sono arrivata al punto di mettermi le sveglie per ricordarmi quando devo prendere cosa (e si che io di solito ho buona memoria). Però, é stato bello comunque.
È stato bello perché ho ricevuto un'infinità di auguri, sotto forma di messaggi, chiamate e soprattutto videochiamate. È curioso come tutte le persone che di solito festeggiano con me mi abbiano videochiamato (e no, non sono una che di solito fa videochiamate, ma stavolta ci stavano).
Ho ricevuto due buone notizie, di quelle che ti svoltano la giornata, e che ho considerato due regaloni di compleanno inaspettati.
Ho ricevuto una composizione di palloncini rosa e gialla, io che ho sempre detto che prima o poi me la sarei fatta fare e ovviamente non lo avevo mai fatto.
E poi c'era lei, sua maestà la Rainbow Cake che credo sia la torta più adatta a me. Bella come il sole. Praticamente ho atteso tutto il giorno in momento della torta solo per lei.




Non ho ricevuto, per la seconda volta di fila, gli auguri di compleanno di mio papà, lui era sempre il primo, a mezzanotte spaccata i primi auguri erano sempre i suoi. Per essere preciso, si sintonizzava sul televideo e appena scattava la mezzanotte il mio telefono stava già squillando.
So comunque che in qualche modo papà era presente.
È stato un compleanno atipico, l'ho detto, ma tutto sommato ero contenta di essere a casa e non in ospedale: se già gli ospedali non sono il posto più bello del mondo, posso assicurare che in questo momento é davvero brutto essere ricoverati ed operati. Io ero sola, nessuno poteva (giustamente) entrare in reparto per nessun motivo. E se non é facile per chi é in ospedale, é probabilmente peggio per chi é a casa ad aspettare. Mia madre mi ha poi detto che tutte quelle ore in cui non ha avuto notizie (perché io ero in sala operatoria) sono state molto pesanti.

Mi sono comunque ripromessa di festeggiare come si deve quando sarà possibile, dovessi aspettare mesi.
E quindi, tanti auguri a me, per questi trentaquattro anni che boh, non so come sia possibile avere già trentaquattro anni, ma questo é.
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lunedì 22 aprile 2019

Domani saranno trentatré

Domani saranno trentatré.
Trentatré anni e sentirne sedici.
Trentatré anni e fare ancora un mare di cazzate.
Trentatré anni e, per la prima volta in vita mia, non avere voglia di festeggiare.
Trentatré anni e, per la prima volta, non avere voglia di scartare regali, di spegnere candeline, di fare le facce buffe davanti ad una macchina fotografica.
All'alba dei trentatré anni mi piacerebbe fare un bilancio, anche perché -si sa- trentatré anni è un'età in cui qualcuno è morto e magari è anche risorto, quindi non un'età a caso.

Ogni anno, il primo a farmi gli auguri è sempre stato mio padre. 
Mio padre ha sempre avuto la fissa del televideo, lo guardava sempre, di continuo, senza un vero motivo. Credo gli piacesse e basta.
Ho sempre pensato che alle 23.59.59, controllando l'orario sul televideo, preparasse la chiamata perché è incredibile pensare che riuscisse sempre ad essere il primo a mezzanotte spaccata.
Quest'anno non so chi sarà il primo, non so chi si prenderà la briga di prendere il posto di mio padre, ma spero sia qualcuno di speciale.

Quando ero bambina, organizzavamo sempre una festa di compleanno in giardino.
Alla fine, nella maggior parte dei casi, pioveva e dovevamo spostarci all'interno. Ringrazierò sempre i miei genitori per avermi fatto crescere in una villa in cui c'era tanto spazio.
C'erano gli animatori, i palloncini, i mignon di rosticceria, la torta.
La torta che volevo sempre era la Devil, una torta che ho capito troppo tardi esistere solo a Palermo.
Invitavamo tutta la classe, le compagne di pallavolo, figli di amici dei miei genitori.
Mia madre mi dava sempre un numero di amici massimo da invitare e io sforavo sempre.
Uno dei regali più belli che io abbia mai ricevuto era il camper di Barbie, probabilmente già a quel tempo ero fissata con il rosa e non lo sapevo.
Il giorno del mio compleanno è sempre stato il primo giorno dell'anno in cui mettevo la gonna senza collant, qualsiasi temperatura ci fosse.
Poi, crescendo, sono andata in fissa con il Gilda Day, tre giorni di festeggiamenti senza fine.
Ho sempre avuto la fortuna di avere amici che assecondavano la mia follia e questo mio voler essere sempre la protagonista.


Il giorno che ho compiuto diciotto anni non ero andata a scuola, mi avevano sospesa, non ricordo manco più il motivo, forse era per la storia del giornalino scolastico (qui per saperne di più). Ho collezionato più sospensioni e sette in condotta che altro nella mia carriera scolastica, ma tant'è.
Il pomeriggio lo avevo passato con mio padre, a ritirare torta, cena e alcolici. Mio padre mi aveva anche portata di peso a iscrivermi scuola guida perché dovevo prendere la patente.
Era stata una bella festa, con litri di rum scuro e un sacco di cibo. Avevo stappato la mia prima bottiglia di champagne, la seconda è di qualche mese fa ed era lo stesso champagne dei miei diciotto anni, lo avevo scelto apposta.
Il giorno che ho compiuto ventitré anni ero andata a fare un esame scritto la mattina, poi mi ero regalata il piercing sulla lingua che ho ancora oggi e che credo che, insieme a quello che ho sul labbro inferiore, non toglierò mai.
Il giorno che ho compiuto trent'anni invece ho festeggiato in modo meraviglioso, con una bellissima festa a Palermo. Avevo preparato un sacco di cose e c'era la Devil a piani. Ero felice.
Il giorno che ho compiuto trentuno anni avevo le stampelle ed è stato il mio ultimo compleanno da fidanzata perché dopo dodici giorni mi sono sposata.
Il giorno che ho compiuto trentadue anni ho festeggiato al Circeo, con un vestito rosso fuoco e un sorriso stampato sulle labbra, quel sorriso che -dicono tutti- è la parte migliore di me.

Domani saranno trentatré e io non so cosa ne sarà di questo compleanno, ma spero solo che -nonostante tutto- sia bellissimo, come i precedenti trentadue. Tutto qui.
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domenica 22 aprile 2018

Come festeggiare il compleanno

Domani compio trentadue anni.
A me sembrano tantissimi, ieri ne avevo ventitré e domani saranno trentadue, non so neanche come possa essere successo.

Ai trentadue anni del Marito avevo dedicato un post (che trovate qui) bullandomi del fatto che io ne avevo ancora ventinove quindi ero giovane e fresca, mentre lui era ormai vecchio, ma sempre bello.
Io chiaramente oltre ad essere sempre bella sono anche giovane e fresca. Più o meno, eh.

Ho sempre dato un'importanza pazzesca al mio compleanno tanto che domani saremo in ferie, andremo al mare, spegnerò le candeline e scarterò i regali. Tanti regali possibilmente.
Per comprendere a pieno quanto sia importante il giorno del mio compleanno basta sapere che l'ho ribattezzato -ormai un decennio fa- Gilda Day (dal mio nome, qui per saperne di più) perché è il mio giorno senza se e senza ma, anche se ho accettato di buon grado l'idea di dividerlo con un'amica che, oltre ad avermi rubato parte della scena (anche se, a rigor di logica, dovrebbe essere il contrario visto che è nata qualche annetto prima) è anche catanese.
Prima che vi venga il dubbio, si sto scherzando, ma dovete capire che sto ancora ridendo per una coltissima citazione che era più o meno così: "ci sono gli extracomunitari, i rumeni e i catanesi" uscita dalla bocca di un palermitano. Per dire, eh.

Quest'anno non ci sarà una festa.
E io ho sempre organizzato una festa per il compleanno, sono anche arrivata al punto di organizzarne due per i miei trent'anni, rinunciando però a quella dei ventinove che io quando stavo per compiere ventinove anni ero disperata all'idea che l'anno dopo avrei definitivamente tolto il numero due come primo numero della mia età, immaginando un futuro -a soli 365 giorni di distanza- decadente.
Che poi magari è un caso, ma io a trent'anni mi sono spezzata una rotula camminando
Fortunatamente non ho ancora la rughe, ma quelle mia madre non le ha a quasi settant'anni, quindi magari è genetico.

Tra i compleanni più belli ricordo sicuramente il diciottesimo, ancora oggi ogni tanto mi vengono in mente quelle cose buonissime da mangiare e la torta -gigantesca- a forma di mucca.
Oppure il ventitreesimo festeggiato a Bologna. O il ventiquattresimo, festeggiato sempre a Bologna con un meraviglioso Multicolor Party.
O il venticinquesimo, il primo passato con il Marito che mi portò a mangiare in una pizzeria a Viterbo che fa la pizza doppia. Qualche giorno fa gli ho ricordato quel posto e mi ha detto che non gli capisce come faccia a piacermi.
"Ma amore, mi ci hai portato tu!"
"Si, ma non mi è mai piaciuto, però era un posto particolare"
Ah. E quando pensavi di dirmelo amore mio stupendo?
Mi aveva regalato una G piena di brillantini che io ho perso tutti, uno per uno, dal primo all'ultimo.

Sono tante le persone che pensano che non valga la pena sprecare energie perché tanto il compleanno arriva ogni anno e in realtà si invecchia, quindi non c'è niente da festeggiare.
Il compleanno è uno dei pochi giorni solo miei, direi l'unico durante l'anno.
Mi avevano detto l'anno scorso "ma perché non vi sposate il giorno del tuo compleanno?" ed ero inorridita.
Prendere un giorno di ferie, cosa che fino a poco tempo non facevo, fa bene: svegliarsi un po' più tardi, fare colazione a letto, prendere la giornata con calma, mangiare qualcosa di diverso, andare al mare o in piscina o al lago o dove vi pare, che sia qualcosa di speciale.
Che non so voi, ma a me l'idea di svegliarmi alle 6, prendere la metro, andare al lavoro, mangiare qualcosa di triste (come il 90% dei miei pranzi al lavoro), tornare a casa stanca morta dopo aver lottato per un posto vista ascella del vicino in metro non è che mi entusiasma particolarmente, quindi se posso farne a meno perché no?
Il Marito non prende mai un giorno di ferie per il suo compleanno, ma lo prende sempre per il mio, non so se mi spiego.
Farsi un regalo e riceverne idem: perché è una coccola, perché è bello scartare qualcosa.
Spegnere le candeline e conservarle, dopo averle spezzate (io mi dimentico sempre di farlo), è un momento che amo. Oh, sarò matto, che vi devo dire?
Oggi il Marito si è ricordato che abbiamo scordato le candeline e io ho detto che non importava.
"Amò non mi dire cazzate che se non c'hai le candeline piangi come una bambina di due anni" mi ha detto serio. Che poi ha ragione, io alle candeline ci tengo. Il mio regno per delle candeline, possibilmente gialle.


E infine: in fondo celebro anche mia madre che mi ha dato la vita qualche decennio fa, quindi sono anche generosa, lo faccio per lei.
E anche mio padre che mi ripete di continuo, quando telefono a casa e dico "passami mamma", che sono anche sua figlia. 
Sono una persona generosa in fondo.


Nb. Non auguri, ma opere di bene. O meglio, non auguri il giorno prima che porta male e io sono scaramantica.
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sabato 21 ottobre 2017

A 30 anni quando arriva il sabato

Il sabato, a trent'anni. Punto, respiro profondissimo, a capo.
Quando arriva il sabato, per il trentenne medio, ci sono due opzioni: o si lavora (si, succede anche questo, ma tranquilli: la nostra generazione andava a scuola il sabato, quindi siamo temprati) o si sta a casa dal lavoro, quindi si fanno tutte quelle cose che non si sono riuscite a fare durante la settimana a causa del lavoro.

Il sabato mattina, a trent'anni, ci si sveglia presto che se si resta troppo a letto poi viene il mal di schiena che, si sa, a trent'anni cominciamo i primi acciacchi.
E la schiena, non si sa perché, è la prima parte del corpo che mostra segni di cedimento.

E se ci si sveglia presto qualcosa si dovrà pur fare, mica si può restare con le mani in mano.
Che si sa, a trent'anni si hanno tanti buoni propositi
E allora si va in palestra o in piscina o magari addirittura a correre che l'esercizio fisico ritempra la mente e il fisico (ma occhio alla schiena, eh).
A trent'anni l'abbonamento in palestra dovrebbe passarlo il servizio sanitario nazionale, in ottica preventiva. Prevenire oggi per non curare domani. 
Potrebbe essere un'idea, eh. A chi si può proporre?
Dopo l'attività fisica, ammesso e non concesso che siate ancor vivi e bloccati a letto in seguito ad uno sforzo eccessivo che sai mai cosa può succedere, bisogna occuparsi della spesa e delle faccende domestiche.

A trent'anni il sabato si va a fare la spesa o si va da Ikea, a comprare una libreria Billy o un tavolino Lack, che servono sempre. Perché a trent'anni, se non hai una Billy, un Pax o un Lack o magari un Malm non sei nessuno.


In caso di gita all'Ikea, dopo aver mangiato le polpette, quel che resta del sabato si passerà a montare Billy, Lack o quello che è e la sera a contare le viti avanzate, da conservare rigorosamente nella scatola con su scritto "viti Ikea" contenente 85609 viti e 3747 brugole.
Se non avete a casa la scatola con brugole e viti di Ikea non siete trentenni, ma cinquantenni che vogliono sentirsi giovani, sia chiaro.
Oppure c'è lo shopping, se proprio da Ikea ci siete stati il sabato precedente.
Lo shopping quello programmato da tutta la settimana, quello che "questa botta mi sparo uno stipendio intero" e poi si torna a casa con due paia di calzini e una scorta di mutande per i prossimi due anni.

Che poi, eh, si può anche restare a casa il sabato.
A trent'anni, il sabato a casa è tanta roba.
A fare il cambio di stagione, ad esempio. 
O, se come me il cambio di stagione non lo fate, a mettere in ordine l'armadio, guardando quei jeans meravigliosi di dieci anni prima in cui forse prima o poi rientrerete.
Devo darvi una notizia orribile: nel 90% dei casi in quei jeans meravigliosi non ci entrerete mai più, ma mica è perché siete ingrassati, eh. È perché il fisico cambia, non necessariamente in peggio.
In ogni caso, quei jeans meglio darli via, insieme al top di paillettes con la pancia e la schiena scoperte che a trent'anni, uscire con un top del genere significa solo una cosa: prendersi un malanno.
I reni, a trent'anni, devono stare caldi sempre. L'unica eccezione è la spiaggia.

Un'altra opzione è il giardinaggio, se avete un giardino.
Se non lo avete, può essere sufficiente un terrazzo, un balcone, una mensola.
Saranno quindici sabati che rimando il travaso del mio albero di limoni le cui radici ormai urlano pietà ogni volta che ci passo davanti.

O le pulizie di primavera che, non so perché, si chiamano pulizie di primavera anche se vengono fatte il 15 Dicembre.
Le pulizie sono una costante nella vita di un trentenne, insieme alle lavatrici.
Ecco, a trent'anni il sabato è il giorno delle lavatrici che, si sa, il sabato la corrente costa meno se non si ha la tariffa mono oraria.
E a trent'anni, le bollette sono una cosa con cui bisogna fare i conti almeno un mese si e uno no.
Insieme all'affitto o al mutuo, la caldaia che si rompe (c'è sempre una caldaia che si rompe nella vita di una persona), il dentista o qualsiasi altra cosa vi venga in mente.
Il sabato a trent'anni si può anche decidere di piazzarsi davanti il pc, con la pagina dell'home banking davanti, per pagare le bollette, eh. È un'opzione anche questa.

A trent'anni, il sabato si fanno anche le torte. O la pizza. O i biscotti, rigorosamente con la sparabiscotti.

E poi eh, ecco che arriva il sabato sera.
A trent'anni, il sabato sera è una cosa preziosa, molto preziosa. 
Si può andare a fare un aperitivo con gli amici o a cena fuori, ma non a ballare.
Che il sabato sera, in discoteca, c'è la gente, c'è il rumore, c'è il buio.
Oppure, si può optare per il sabato sera dei trentenni, quello vero, quello che ti fa capire che si, hai proprio trent'anni.
Il sabato sera dei trentenni è quello che comincia con una pizza fumante, fatta in casa o portata a domicilio, due fritti, magari una birra. E anche un dolce o due.
Anche se, il metabolismo, a trent'anni, non è più veloce come a venti e la pizza, i fritti e i due dolci si pagano con gli interessi (ma tanto c'è sempre la palestra per lenire i sensi di colpa).
E dopo la pizza? Film, divano e plaid. 
Perché a trent'anni non c'è niente di più bello di passare il sabato sera a casa, sul proprio divano, con una copertina profumata guardando un film, dormicchiando tra una scena importante e l'altra, magari con il cane acciambellato sui propri piedi e un marito/fidanzato la cui spalla può essere molto utile per poggiare la testolina.
E a trent'anni, il sabato sera, ad un certo punto potreste ricevere la telefonata della mamma che vi dirà: "Ma sei sempre stanca? Sei proprio nata vecchia, io sto uscendo".
"Ma mamma, sono le undici, non è tardi? Io mi preoccupo"
"E quindi? Anche tu uscivi alle undici qualche anno fa e per colpa tua io non riuscivo a dormire finché non eri rientrata. E comunque non sono sola, esco con tuo padre."
"Ma mamma!!"
"Buonanotte, ci sentiamo domani"
"Buona serata mamma, divertitevi".


Qui se volete sapere cosa fa un trentenne quando esce la sera e qua per la differenza tra i sabati sera a diciasette anni e a trenta.
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giovedì 31 agosto 2017

A 30 anni quando esci la sera

A trent'anni quando esci la sera scegli bene le persone con cui passare il tuo tempo perché voglia di stare con chi non ti è particolarmente simpatico non ne hai più.
A trent'anni quando esci la sera scegli anche con attenzione anche il posto dove andare. Molta attenzione perché a trent'anni sopporti meno cose di prima. Molte meno cose.
A trent'anni quando esci la sera preferisci andare al ristorante e non sia mai che ci sia la musica perché tu esci per parlare, mica per sentire qualcuno che strilla da una cassa troppo alta.
A trent'anni quando esci la sera telefoni al ristorante per prenotare che non sia mai che ti tocca aspettare o, peggio, che non ci sia posto manco a pagarlo oro.
A trent'anni, al ristorante, ci vai per mangiare bene e per bere dell'ottimo vino e poco importa se il conto sarà salato. A trent'anni non puoi permettere di mangiare pesante, altrimenti la mattina dopo avrai il cagotto o, nella migliore delle ipotesi, il senso di pesantezza ti accompagnerà per tutto il giorno.
A trent'anni quando esci la sera se ti propongono di andare in discoteca fai no con la testa e poi con il dito e piuttosto stai a casa che, si sa, in discoteca c'è confusione, c'è la musica, c'è troppa gente e poi le serate iniziano troppo tardi.
A trent'anni quando esci la sera la prima cosa che dici è che tornerai a casa presto, solo che poi ti perdi nei discorsi, guardi l'orologio ed è mezzanotte, poi li riguardi ed è l'una e così via fino alle tre. E ogni volta che lo guardi, questo benedetto orologio, soffri tremendamente perché sai che la pagherai: il sonno, le occhiaie, la stanchezza, l'incapacità di collegare pensiero e parola e poi sempre lui: il cagotto.

A trent'anni, quando esci la sera, ci sarà sempre almeno un bambino e con lui un gatto di nome Bibì o un cane di nome Bobò -e guai a non fare sedere Bibì e Bobò al tavolo con voi. E, alla fine, ti ritroverai anche a corrergli dietro a quel bambino -poco importa che non sia figlio tuo- e a chiederti dove le trova tutte quelle energie a quell'ora. Ti ritroverai quindi a domandare al pargolo se per caso, giusto per curiosità, non ha sonno e lui ti urlerà un sonoro no. E tu lo invidierai moltissimo.
A trent'anni quando esci la sera forse ad un certo punto ti ritroverai a fare affari con quel bambino offrendogli il tuo smartphone in cambio del suo passeggino per poi renderti conto che i trent'anni li hai messi tutti sul culo e nel passeggino non ci entri senza se e senza ma.
A trent'anni quando esci la sera, forse ad un certo punto ti legherai il palloncino a forma di pijamino al polso e lo proteggerai a costo della vita.
A trent'anni quando esci la sera, vuoi stare seduto. La voglia di stare davanti ad un locale, in piedi, per vedere chi c'è ti è già passata da un pezzo e la sedia deve anche essere comoda. Molto comoda.
A trent'anni quando esci la sera starai ben attento a non mischiare gli alcolici perché puoi reggere tutto (forse), ma non una sbornia e ormai hai imparato che ci sono delle regole da seguire per non stare male -che dico male, malissimo- per i tre giorni successivi.


A trent'anni quando esci la sera, non ti creerai problemi a chiedere a chi è con te dove ha comprato quella bellissima collana e probabilmente te l'andrai anche a prendere uguale il giorno dopo perché la regola che nessuno deve avere quello che hai tu addosso te la sei dimenticata da un pezzo. E forse, pensandoci bene, non te n'è mai importato un granché, ma guai a dirlo a diciotto anni.
A trent'anni quando esci la sera opti spesso sempre per le scarpe basse che sono molto più comode e anche molto più eleganti. E più fighe. Facciamo che l'importante è che siano comode e tutte il resto non conta.

A trent'anni quando esci la sera non vai più alle serate alla moda, super gettonate, ma ti diverti molto di più perché hai capito che l'unica cosa che conta è la compagnia. Oltre al buon cibo, al buon vino e ad una sedia comoda, ovviamente.
A trent'anni quando esci la sera ad un certo punto ti ritrovi a parlare del lavoro, della casa, di tutte quelle cose che fino a qualche anno prima ti annoiavano da morire, ma che adesso ti interessano e non sai neppure tu come sia successo.
A trent'anni quando esci la sera, ad un certo punto, le donne avranno ragione e gli uomini torto. Non importa quale sia il discorso, sarà così senza possibilità di appello.
A trent'anni, quando ti fermi un attimo a pensare, ti rendi conto che avevano ragione e che avere 
trent'anni è bellissimo, molto più bello di quello che pensavi, e indietro forse forse non ci torneresti mai.

Che poi, a volerla dire tutta, a trent'anni sono più le sere che preferisci il divano che quelle in cui esci, ma questa è un'altra storia.



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domenica 30 aprile 2017

Babi&Step: avevo diciassette anni e cantavo "Ai cheeeen flaiiiii"

Avevo diciassette anni quando scoppiò il fenomeno Tre metri sopra il cielo, mi preparavo ad affrontare la maturità, era un periodo felice.
Avevo la stessa età di Babi, ma nessuno con cui fare le corse in moto -credo comunque che mia madre sarebbe morta- né tanto meno con cui sfondare finestre di castelli sul mare.
Anche io volevo un amore, possibilmente da film, come quello.
Il tormentone, almeno nel mio gruppo di amici, durò per un bel po', addirittura ci riunivamo la sera per vedere il film -maschi e femmine, nessuno escluso- e poi in macchina, visto che qualcuno di noi aveva già la patente (ma quel qualcuno non ero io) cantavamo a squarciagola Ai Cheeeen Flaaaaaai.
Quanto mi piaceva quella canzone, mi faceva piangere, mi commuoveva, era proprio bella. Mi faceva anche incazzare, a dire il vero, perché mi ricordava che Babi aveva lasciato Step. 
Non so quante volte avrò letto il libro e visto il film, lo conoscevo a memoria, ogni singola frase, ogni singola battuta, ogni singolo capitolo.
Avrò avuto vent'anni quando uscì il seguito, già troppo grande per appassionarsi in modo così drammaticamente romantico alla storia, ma lo vidi comunque, in fondo dai, ero convinta che Babi e Step sarebbero tornati insieme. E invece no.
Moccia, ma come ti sei permesso? Babi e Step sono l'amore, tu dovevi farli tornare insieme e invece che fai? Un disastro insomma, un disastro per tutti, meno che per i negozi di ferramenta di Roma che hanno visto impennarsi la vendita dei lucchetti da attaccare a Ponte Milvio.
Ci rimasi malissimo e mi dimenticai Tre metri sopra il cielo, il colpo subito era stato troppo forte, non doveva andare così.
Ci penso spesso all'estate della maturità, accompagnata da quella storia d'amore e dall'immagine di Scamarcio disperato sotto la pioggia.
Io sono cresciuta, ho trovato l'amore, quello vero, ma niente corse a Via dei Mercati Generali pinnando la moto. 
Nel frattempo sono diventata polemica. E mi sono anche trasferita a Roma, l'amore di cui sopra è romano de Roma, la città eterna mi ha adottata rendendomi più romanaccia di tanti altri e sono iniziato i dubbi esistenziali tipo: "Ma perché se siete di Roma nord venivate a correre con le moto a Roma sud?".
La grande guerra tra Roma sud e Roma nord io l'ho fatta subito mia, molto più del fidanzato romano.
Finché un giorno è successo: eravamo a Talenti, non so neppure perché: "Amore, lo Zio d'America, guarda".
"Ma tu come lo conosci questo posto che qui non ci siamo mai venuti?"
"Amore, ma come? Qui c'era venuto Step a picchiare non so chi"
"Chi?
"Step, amore. Quello di Babi e Step".
Era parecchio tempo fa.
"Amore, guarda gira di qua che prendiamo da Pizza Jacini".
"Ma tu come le conosci queste strade che a Corso Francia ci veniamo una volta ogni due anni e ci serve anche il passaporto per passare da Roma sud a Roma nord?"
"Ma amore, lo sai, io Roma la conosco meglio di te"
"Confessa"
"Sai, ci abitava Babi".
Silenzio. Minuti interminabili di silenzio.
Lui non può dire nulla, siamo andati a cercare a Portonaccio il bar dove hanno girato Romanzo Criminale, quindi insomma, meglio che taccia.
Ho anche individuato il ponte dove Step aveva scritto "Io e te tre metri sopra il cielo", a dire il vero.
A diciassette anni spesso si sogna il grande amore, non si è abbastanza intelligenti da capire che è meglio aspettare, che certi momenti non tornano più.
E' il pieno dell'adolescenza, si è travolti da mille cose, ci si emoziona per cose che dieci anni dopo non faranno più nessun effetto. E io, insieme a tutte le mie amiche, fui travolta da Babi e Step, non fa nessuna piega.
Certo, se avessi saputo dal principio che erano di Roma nord e che Step era tifoso della Lazio forse le cose sarebbero cambiate, ma con i se e con i ma non si va da nessuna parte.
Uno Step che abita all'Eur e tifa Roma mi sarebbe piaciuto di più.
Qualche mese fa ho scoperto che sarebbe uscita la terza e ultima parte di quella storia e mi è subito balenata in mente una cosa: "Devo sapere assolutamente come va a finire".
Ho aspettato, atteso e a trentuno anni suonati, in due giorni, ho scoperto tutto. Ho letto 718 pagine in un attimo.


Ho evitato di ascoltare Sere Nere di Tiziano Ferro mentre lo leggevo solo perché tutti sostengono che l'amore di cui parlavo sopra, quello romano de Roma, sia identico a lui e, a furia di sentirlo dire, a me che questa somiglianza non la noto proprio per nulla, è cominciato a stare antipatico. Scusa Tiziano, non me ne volere.
Non vi dico come va a finire perché magari non è corretto, io ho sempre sperato che Gin si levasse dalle palle e che l'amore tra Babi e Step trionfasse, ma ecco: non vi spoilero com'è andata davvero e se sono stata accontentata.
Ho letto il libro sentendomi dare della cretina per averlo comprato, ma in fondo non mi dispiace per un paio di giorni essere tornata una diciassettenne senza pensieri, magari anche un po' cretina.
E poi, ecco, Moccia ci ha messo la mia Roma che a differenza di quattordici anni fa conosco tanto bene.
Lo sanno in pochi di quella stradina, io lo so perché La7 è il mio grande amore, grandissimo, il posto migliore dove abbia mai lavorato. Ci torno spesso e mi fa sentire bene.


Invece in tanti sanno che quella è una clinica ottima, io l'ho scelta quando Fidanzato si è dovuto operare. Avevo voluto anche io la piccola suite ed ero passata sopra al fatto di dover arrivare fino a Roma nord.



Potrei continuare all'infinito a pensare a Babi e Step, ma ho trentuno anni, loro sono cresciuti e anche io, quindi la faccio finita. Però era bello avere diciassette anni, molto bello.
Che poi magari Moccia non sarà il miglior scrittore del mondo, ma stavolta -che ci crediate o no- si è superato. Solo solo perché mi ha fatto tornare indietro nel tempo.

E adesso si può avere il film?
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mercoledì 19 aprile 2017

Genitori Vs figli quindicenni e Vs figli trentenni

A quindici anni:
"Papà va bene, accompagnami tu, ma mi lasci almeno 100 metri prima che non posso di certo fare vedere che arrivo con un vecchio"
A trenta:
"Papi, potresti avvicinarti ancora un po' all'entrata che non ho voglia di fare strada a piedi? O meglio, potresti direttamente entrare dentro al locale con la macchina per favore?

A quindici anni:
"Papà, le 2 è troppo presto, tutti i miei amici tornano a casa non prima delle 3 e non ti preoccupare che ho chi mi accompagna. Certo, è il papà dell'amica, ci mancherebbe che torno a casa con un neo patentato"
A trenta:
"Papi, potresti venirmi a prendere alle 23.30? Per favore non fare tardi. Anzi, facciamo 23,15 va. Se arrivi prima chiamami così torniamo a casa ancora più presto".

A quindici anni:
"Voglio essere autonoma e indipendente, esco con il mio motorino, non ho bisogno di nessuno io"
A trenta:
"Si lo so che ho la patente da quasi quindici anni e una macchina nuova fiammante, ma fare prima seconda mi mette di cattivo umore, quindi preferisco fare il (tuo) passeggero"

A quindici anni:
"Certo che stasera esco, è sabato, perché dovrei stare a casa come i vecchi?"
A trenta:
"Si lo so che è sabato, ma perché dovrei uscire? Sul mio divano si sta così bene. E poi metti che prendo freddo e mi viene il cagotto?"

A quindici anni:
"Mamma, io voglio uscire con le mie amiche a fare shopping, non con te"
A trenta:
"Mami, mi accompagneresti a provare quel vestito che ho visto in quel negozio? Mi fido solo del tuo parere"

A quindici anni:
"Mamma, ho bisogno di vestiti nuovi, non ho niente da mettere. Le mie amiche hanno tutte dei bellissimi vestiti e io solo stracci"
A trenta:
"Mamma, grazie per avermi comprato dei vestiti nuovi, ma dici che quella maglia che adoro ha i buchi? Non ci avevo fatto caso"

A quindici anni:
"Sono perfettamente in grado di badare a me stessa se andate via qualche giorno, datemi fiducia"
A trenta:
"Mamma, perché il mio bucato non è pulito e profumato come il tuo? E perché la mia salsa di pomodoro non ha lo stesso sapore della tua? E' un complotto contro di me?"

A quindici anni:
"Non vedo l'ora di diventare maggiorenne per andarmene di casa"
A trenta:
"Certo che non sarebbe male vivere ancora con voi"


A quindici anni (brutto, ma vero):
"Mamma, papà, vi odio"
A trenta:
"Mamma, Papà vi amo: siete la cosa più bella mia vita".

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giovedì 6 ottobre 2016

Oggi piove senza vento: storia di un concorso che non potrò mai fare

Oggi piove e io amo la pioggia.
Mi piace guardarla dalla finestra, mi piace il suono dei tuoni e la luce dei lampi. Mi piace anche lo scroscio dell'acqua che cade.
Mi piace un pò meno quando la pioggia è accompagnata dal vento e il mio terrazzo diventa un campo di battaglia con vasi rovesciati, tavoli e tavolini capovolti e tende da sole spaccate, ma non è questo il caso. Oggi piove senza vento.
Oggi, in questa giornata di pioggia battente, mi sono accorta che è uscito un concorso che aspettavo da anni. 
No davvero, io aspetto questo concorso da sempre, controllo in modo maniacale il sito in questione quasi ogni giorno in attesa di vederlo lì quel concorso.
In realtà, se vogliamo essere sinceri, ne sono usciti due.


Di solito, i requisiti del concorso in questione prevedendo un'età massima di 29 anni e 364 giorni o quanto meno, quelli usciti in precedenza, erano così.
Il giorno che ho compiuto trent'anni ero disperata pensando che per me non ci sarebbe stata più speranza di partecipare a sto benedetto concorso, qualora fosse uscito.
Stavolta invece è uscito e non c'è un'età massima per partecipare, c'è solo un'età minima, ovvero diciotto anni, ed è comprensibile.
Ho chiamato mia madre commossa, ho scritto a Fidanzato e ho preparato i documenti.
E' un concorso per il quale serve allegare un sacco di roba- come immagino succeda per tutti i concorsi- compresi tutti i contratti di lavoro e le buste paga del settore di riferimento.
Servono per provare che effettivamente si ha l'esperienza richiesta e ci  può stare.
Poi oh, parliamoci chiaro: io per questo concorso sono disposta a passare un'ora a creare un unico file Pdf che racchiude tutti questi documenti, conservati gelosamente proprio per occasioni simili.
Serve anche attestare la conoscenza della lingua inglese tramite certificazione e io ho anche quella: benedetta certificazione presa ai tempi della scuola e mai utilizzata.
Bisogna anche allegare una copia della patente e un curriculum vitae aggiornato con una fotografia.
Nel mio curriculum, non c'è la foto perché non ho una foto tessera decente. Carta d'identità e patente hanno rispettivamente due foto in cui sono un cesso a pedali, non sembro nemmeno io probabilmente, ma me ne sono fatta una ragione.
Ho comunque recuperato una foto tessera in cui, per carità, sembra che ho venti kg in più e la faccia gonfia oltre ad un taglio di capelli osceno che non ricordo di avere mai avuto, ma va bene così. Per loro, questo e altro.
Non serve la laurea, ma bisogna essere diplomati per questo concorso. Ho chiesto a mia madre di mandarmi una copia del mio diploma perché va allegata anche quella e la poverina, che a quest'ora di solito è sulla poltrona a sonnecchiare, si è attivata subito per trovare un qualcosa che attestasse che ben dodici anni fa, mi sono effettivamente diplomata.
"Ma ti serve anche il certificato di laurea?"
"No, non lo vogliono"
"E perchè?"
"E che ne so io"
Mentre attendevo che arrivasse il diploma, ho contato i giorni di ogni singolo contratto di lavoro e il minimo richiesto lo superavo abbondantemente di qualche anno. E stavo già camminando a tre metri da terra.
Perchè davvero, lo aspetto da anni questo concorso. E' il mio chiodo fisso, lo è davvero.
E quando ho finito di preparare tutti i documenti, di compilare accuratamente ogni singolo campo, mi sono finalmente accorta che si, serve solo il diploma per questo concorso, ma deve essere un diploma di istituto tecnico o professionale. Se hai un diploma di liceo non puoi fare il concorso.
E mi sono maledetta per aver scelto, nel Gennaio del 1999, il liceo invece che -per dirne uno a caso- l'istituto tecnico industriale.
E per carità, ho imparato tanto nel mio liceo che tanto odiavo, ma oggi piove senza vento e io ho una bufera dentro che non ve lo dico neanche.
Mi manca un requisito. Non posso presentare nemmeno la domanda.
Fidanzato, invece, al quale del concorso in questione gliene frega il giusto, ha tutti i requisiti, quindi iscriverò lui.

Aggiornamento di qualche ora dopo: ce n' è un altro di concorso, destinato a chi ha la terza media: per questo ho inoltrato la domanda, in barba a diploma e laurea. Sempre detto io che studiare non serve a niente.

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martedì 24 maggio 2016

Avevo vent'anni, dieci anni fa.

Avevo vent'anni nel 2006.
Frequentavo l'università e lavoravo: uno stipendio piccolino, non arrivavo a 1000€, ma vivevo a casa con mamma e papà e mi sembravano un'infinità di soldi.
Non ho mai contribuito alle spese di casa, mi pagavo le mie di spese -probabilmente nemmeno tutte- ma i miei genitori non mi hanno mai chiesto di pagare l'affitto della mia stanza, né tanto meno mi hanno assegnato un ripiano del frigorifero dicendomi:" Bene, adesso vai a fare la spesa se vuoi mangiare".  Di genitori che chiedono queste cose ce ne sono sul serio, eh.
Dormivo poco, uscivo parecchio, all'epoca avevo un ragazzo che non era Fidanzato. Lo so, non si fa, ma tutti fanno degli errori.
Il 2006 è l'anno in cui l'Italia vinse il Mondiale, io studiavo e guardavo le partite, poi la sera del 9 Luglio -si, proprio quella sera- feci un incidente e la mia schiena mi abbandonò definitivamente. Era un ragazzo della nostra età quello che ci venne addosso, i freni avevano smesso di funzionare all'improvviso, non smise di scusarsi sia quella sera che nei giorni a venire, io passai l'estate a fare fisioterapia, ma avevamo vinto il Mondiale e poco importava.
Il 2006 è anche l'anno in cui la nazionale femminile di ginnastica artistica vinse l'oro a squadre agli Europei, nonché l'anno in cui Vanessa Ferrari vinse l'oro mondiale individuale sui quattro attrezzi, prima e unica ginnasta italiana di sempre e io ancora oggi, se guardo il video, mi commuovo, nonostante siano passati dieci anni.
È l'anno in cui aprii il conto in banca, lo stesso da sempre, perché mi liquidarono l'incidente: credo di non aver mai più visto tutti quei soldi insieme. Non avevo mai visto neppure un assegno intestato a me se per questo.
Il 2006 è l'anno in cui chiesi la tesi triennale, nonché  l'ultimo anno in cui ho vissuto a casa dei miei genitori, l'anno dopo me ne sono andata e non sono più tornata.
A vent'anni non cucinavo e non rifacevo neppure il letto non perché non volessi, ma mia madre, ancora oggi, sostiene che io non sia in grado di rifarlo sto benedetto letto. 
È l'anno in cui la Asl mi riconobbe il diritto a ricevere la fornitura gratuita di adrenalina auto iniettante, diritto per il quale i miei genitori hanno fatto una guerra all'Assessorato a non so cosa, in seguito ad uno choc anafilattico. E' l'anno in cui mio padre sfondò la guardiola del pronto soccorso dicendo che sua figlia stava morendo e nessuno gli dava retta. In quell'occasione dubitarono che fosse davvero mio padre perché tanto era spaventato che quando gli chiesero la mia data di nascita non se la ricordò.
Avevo vent'anni, mi truccavo poco e portavo ancora i tacchi, ci camminavo addirittura sui sampietrini. Portavo le minigonne e non avevo i capelli bianchi. Utilizzavo le pochette, ci mettevo dentro la patente, i soldi e il cellulare che, a quei tempi, più piccolo era più figo era.
Andavo tanto al cinema e volevo diventare un critico cinematografico, ero ancora convinta che di critica cinematografica ci si potesse vivere.
Quell'anno lo ricordo come un anno spensierato, l'ultimo della mia vita. Poi sono andata a vivere da sola, dividendomi tra studio e lavoro prima, poi tra lavoro e Fidanzato. Ad un certo punto, sono diventata grande, non so neanche quando. Mi fa ancora male la schiena, ho cominciato a tingere i capelli e ho smetto di portare i tacchi, non ho più il fisico per le minigonne e ho la testa piena di pensieri. 
Esco ancora, mi diverto, ma ho pochi amici rispetto a dieci anni fa, si contano nelle dita di una mano.
Pochi, ma buoni.
Ho sempre lo stesso conto corrente, non sempre pieno come vorrei, ho anche lo stesso numero di cellulare, anche se adesso ho una micro sim perchè la vecchia sim, nel cellulare che per quanto costa dovrebbe fare anche il caffè, non ci entra.
Oggi mi hanno detto che sono la manager di me stessa -non ho ancora capito se prenderlo come un complimento o no- perchè non mi fermo mai, corro avanti e indietro e come Wolf, risolvo problemi.

Torno a casa la sera che sono stanca e ho ancora tante cose da fare. Ho un'agenda, altrimenti mi dimentico cosa devo fare, che bolletta devo pagare, la spesa da fare. 
Oggi, quando finalmente sono riuscita a tornare a casa, invece di comprare online una borsa nuova, ho ordinato una fornitura decennale di olio per la macchina. Poi ho chiamato il medico che ha operato Fidanzato per fissare un appuntamento urgente. Alle 22 volevo morire sul divano e invece ho acceso il pc per finire di lavorare ad un progetto, poi ho scritto questo post.

Mi sono guardata intorno, ho visto casa nostra che mi piace proprio tanto, ho incrociato lo sguardo di Fidanzato, poi quello di Cane Gnappo e ho pensato che sono un pò più stanca di dieci anni fa, ma sono felice. Molto felice.

Una ventenne, estetista, venerdì mi ha dato buca. Per giustificarsi mi ha scritto:"Sono io quella impegnata".
Ho pensato a quanto ero spensierata a vent'anni, a quanto tempo avessi nonostante lo studio e il lavoro. Non so dove lo trovassi il tempo, ma fatto sta che ne avevo tanto e soprattutto non avevo i pensieri che sono quelli che mi fanno stancare davvero.
E poi niente, ho pensato che io gli appuntamenti li ho sempre rispettati, anche a vent'anni.

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martedì 3 maggio 2016

Ma non eravamo choosy?

Quando la mia amata azienda ha venduto il canale di punta, io, vecchia volpe, ho iniziato a mandare in giro curriculum vitae. Con calma, senza aspettative.
Ho fatto una cernita dei vari annunci presenti sul web, ho selezionato le aziende e no, non mi sono messa a mandare curriculum a casaccio. Per ogni annuncio o azienda, ho scritto una lettera di presentazione mirata perché le letterine copia incolla non hanno senso. Ho detto chi ero, cosa facevo, quale era la mia esperienza fino a quel momento.
Ho scelto di rispondere solo ad annunci che corrispondessero al mio profilo professionale perché non sono stupida e so che se da tutta la vita faccio lo stesso lavoro, difficilmente mi chiamerebbero anche solo  per un colloquio conoscitivo per un lavoro per il quale non ho né esperienza né tanto meno competenze.
Difficilmente nella vita mi è capitato di inviare un curriculum vitae ed essere ricontattata subito, anzi spesso mi hanno chiamata aziende a cui non ricordavo nemmeno di averlo mandato sto benedetto curriculum. 
Una volta, mi chiamò un'azienda che aveva ricevuto il mio curriculum tre anni e mezzo prima. Non andai nemmeno a fare il colloquio perché nel frattempo avevo cambiato città e l'offerta non era poi così allettante.
Per il resto, sono dell'idea che è sempre il caso di andare a sentire, sai mai che possano migliorare le condizioni contrattuali (si, sto parlando di soldi), che si possa fare un salto di qualità (si, sto aspettando il momento in cui mi offrano una posizione di Mega Direttore Galattico a capo di una Mega Ditta ItalPetrolCemeTermoTessilFarmoMetalChimica) o qualsiasi altra cosa vi venga in mente.
Comunque, dicevamo: l'azienda ha venduto il canale di punta e io ho mandato svariati curriculum, sai mai questi decidano di chiudere e ci mandano per strada dall'oggi al domani e poi non so più né come comprare borse e scarpe, né come comprare i croccantini al tartufo salmonato con aroma di pollo al forno per il cane.


Qualche tempo fa mi contatta un'azienda che è in possesso del mio curriculum.
"Buongiorno Dottoressa, vorremmo invitarla per un colloquio il giorno X all'ora Y"
Diffidate sempre di quelli che vi chiamano dottoressa o dottore per invitarvi -manco fosse una festa- ad un colloquio.
Colloquio fissato alle 9.30 del mattino.
Arrivo, come sempre, con mezzora di anticipo e aspetto fuori. Cinque minuti prima dell'orario previsto, mi paleso e mi fanno accomodare in una grande stanza con altre persone.
La tizia, capa delle risorse umane che se la tira come nemmeno Madonna potrebbe fare, arriva con un'ora abbondante di ritardo.
"Adesso facciamo un gioco di ruolo". Eh? È uno scherzo, vero?
Comunque, facciamo sto gioco di ruolo.
Finito questo tristissimo gioco di ruolo senza soluzione, in cui i presenti si accingevano ad abbandonare una nave in procinto di affondare e dovevano decidere cosa portare con se, ci viene comunicato che seguiranno i colloqui individuali in ordine alfabetico.
Io odio l'ordine alfabetico. Ho un cognome che inizia con la lettera S e, da sempre, in questi casi, passo più tempo ad aspettare che a fare quello che devo fare.
Iniziano a passare le ore, arriva l'ora di pranzo, nella struttura non c'è nemmeno una macchinetta, quindi esco, insieme ad altri tre ragazzi, per cercare un posto per prendere un panino o qualcosa di simile, ma niente, probabilmente avrei avuto più possibilità di trovare un chioschetto nel deserto. Tutto chiuso e io muoio di fame. 
Quando l'incazzatura per gli stenti e le privazioni che sto subendo a causa della mancanza di un bar mi è passata, aspetto altre tre ore. No, non sto scherzando.
Finalmente, mi accomodo per questo colloquio individuale.
Ovviamente, trattandosi di quelli degli uffici non avevano la più pallida idea di quello che io stessi dicendo e quando ho fatto delle domande (me l'hanno detto loro, eh, se avevo qualche domanda) non sapevano rispondere, ma succede sempre, quindi va bene così.
"Le faremo sapere".
Mi richiamano dopo qualche tempo:"Ti assumiamo da dopodomani".
Ehm, un attimo: sono felicissima, ma ho bisogno di qualche giorno, come vi avevo detto per ovvi motivi.
"Qual'è il contratto?"
"Non lo sappiamo"
Mi richiamano. 
"Ti assumiamo con un contratto per under 30".
La firma di questo contratto, però, era prevista per dopo il mio trentesimo compleanno.
Io sono una che chiede, che deve avere sempre tutto chiaro, che deve valutare se lasciare il vecchio per il nuovo. Posso anche valutare in mezzora, ma mi devi fornire gli elementi per farlo. E poi, insomma, io compio trent'anni, quindi come fai a farmi un contratto per under 30?
E quindi viene fuori che si, in effetti non possono farlo, ma magari troviamo un altro tipo di contratto, intanto vieni con un contratto di un giorno (UN GIORNO!!!) a tre euro lorde l'ora.
Ah. Si aspettatemi, arrivo. Di corsa.

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venerdì 25 marzo 2016

L'evento dell'anno: il mio trentesimo compleanno

Ho sempre avuto un problema con il trentesimo compleanno, che ormai si avvicina inesorabile.
Sarà che a 29 anni e 365 giorni (che poi, sarebbero trent'anni) non potrò più partecipare ai concorsi Rai -ammesso che escano- che sono sempre stati il mio chiodo fisso da quando ho memoria, sarà che il 2 è un numero che mi è simpatico e abbandonarlo così mi fa soffrire, ma questo problema ce l'ho. E non è un segreto.
Manca meno di un mese, non chiedetemi di contare i giorni che faccio fatica a fare i conti, anche quelli più elementari.
E ho chiaramente cominciato a molestare chiedere in modo gentile, garbato e assolutamente non insistente: "Cosa mi regalate?" allegando liste che i seienni alle prese con la prima letterina a Babbo Natale mi fanno un baffo.
Qualora vi interessasse, ho chiesto le Converse -un nuovo modello uscito un mese fa- che si aggiungerebbero alle novantasei paia già possedute, la bicicletta rosa che chiedo da secoli e nessuno mi regala mai e un albero di limoni, quello che si tiene nel vaso e che starebbe benissimo nel mio terrazzo. L'albero di limoni ha gettato tutti nello sconforto, loro negano, ma io so che si domandano cosa hanno fatto di male per meritarsi una fidanzata o una figlia (a seconda dei casi) che chiede alberi di limoni in dono per il trentesimo compleanno.
Alla lista regali, si aggiunge l'annosa questione festa.
"Non festeggio" ho detto convinta di ciò che stavo affermando.
"Andiamo a cena fuori" ha suggerito il genitore maschio alfa.
"Si, andiamo al ristorante tal de tali" ha suggerito la genitrice.
"Mangiamo la paella che a Fidanzato piace" ha aggiunto il genitore maschio alfa.
L'ultima volta che ho mangiato la paella l'ho vomitata. E comunque, il compleanno sarebbe il mio, non quello di Fidanzato. Per dire, eh.
"Non la voglio la paella"
"Ma è buona"
Sul ristorante non ci siamo messi d'accordo, ho comunicato un laconico le faremo sapere alla genitrice e mi riservo di decidere in seguito.
"Che torta vuoi?" ha domandato quindi la genitrice.
"Voglio la Devil"
"Ma la Devil non piace a nessuno"
A me si, madre, è la mia torta preferita, voglio quella. Se nessuna la mangerà, la finirò io. Tutta.
"Vorrei trenta candeline, non quelle odiose candeline a numero"
"Sono troppe, quindi prendiamo il numero"
Il compleanno sarebbe sempre il mio e io odio le candeline a numero, da sempre.
E comunque, cosa significa esattamente che le candeline sono troppe? Che sono vecchia?
Hai quasi settant'anni madre, attenta a te, che per il prossimo compleanno ti piazzo tutte le candeline una per una sulla torta che non ne basta una grande quanto Piazza del Popolo.
"Vuoi invitare gli amici a casa per brindare e mangiare la torta dopo cena?"
"No, genitrice, non ho voglia di fare una festa"
(A meno che gli invitati non si presentano tutti con un albero di limoni)
"Sicura?"
"Sicura, madre, grazie del pensiero, festeggiamo io, tu, papà, Fidanzato, il cane, il gatto e la iena"
"Lula non è una iena, è una gatta affettuosissima" ha risposto mia madre mentre la gatta la azzannava perchè lei tardava a darle da mangiare.
Poi è passato un giorno, poi due, e niente: sono tornati alla carica con sta benedetta paella.
Io, nel frattempo, ho mandato inviti a centinaia di persone. Perchè sono una persona coerente e soprattutto decisa. Non cambio mai idea.


"Tuo padre per i miei trent'anni mi ha regalato un orologio d'oro" ha concluso la madre, guardando la lista di cose desiderate.
"L'albero di limoni costa meno, quindi, per favore, regalatemelo".
Poi grattugio l'orologio d'oro e glielo metto nel vaso, sai mai che crescano pepite d'oro al posto dei limoni.
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venerdì 20 novembre 2015

Avere trent'anni e farsene una ragione (forse)

Non ho più la voglia di andare davanti ai locali, fare a botte per prendere un cocktail e poi restare in piedi, fuori, alle intemperie (e anche se non ci sono intemperie, non ho voglia comunque).
Io voglio stare seduta comodamente, ordinare dopo aver consultato un menù e soprattutto, d'inverno voglio togliermi il giubbotto che non ha senso che perdo le ore per vestirmi e poi non mi faccio ammirare in tutto il mio splendore, anche perché scegliere i vestiti è diventato complicato che, si sa, dopo una certa età si diventa di gusti difficili.
Non ho nemmeno voglia di uscire a mezzanotte passata -fatta eccezione per la cacca del cane (che non è che abbia molta scelta se non voglio ritrovarmi il tappeto battezzato). Meglio uscire a cena o, al massimo dopo cena. Ma ad un orario ragionevole, se no mi addormento sul divano.
E non posso nemmeno più permettermi di bere due cocktail a stomaco vuoto, a meno che non voglio collassare a letto per i tre giorni successivi. E non posso collassare per tre giorni che bisogna andare a lavorare e guadagnarsi la pagnotta.
Voglio chiacchierare con le mie amiche senza la musica assordante in sottofondo, anche perché vorrei evitare di dover ricorrere ad Amplifon prima del previsto.
Voglio dormire otto ore a notte almeno che se dormo tre ore poi a lavoro non capisco niente, nemmeno come mi chiamo e qual è l' azienda per cui lavoro.
Voglio uscire con chi mi è simpatico e non essere costretta ad uscire con chi prenderei a manganellate sulle gengive solo perché é politically correct. Ma politically correct di cosa, di grazia? 
Voglio passare le serate -non tutte, per carità- seduta in modo non esattamente composto sul mio divano, anche perché ho ancora il trauma di quando mia madre non mi faceva sedere sui divani fighi del suo salotto perché li rovinavo, in compagnia del mio cane e del mio fidanzato. Anche se è venerdì o sabato.
(E va beh, preciso che il divano è nostro e non solo mio).
Voglio andare a fare shopping di mattina, quando non c' è calca e i negozi sono tutti per me (e di qualche altro turnista che può permettersi di andare in giro per negozi il martedì mattina) e non il sabato pomeriggio. 
Voglio fare ginnastica sul tappeto di casa mia, onde evitare che qualcuno scorga la pelle che quasi quasi inizia a cadere. Anche perché -pelle cadente o no- non sono più figa anche sudata, struccata e con i capelli accroccati in testa come dieci anni fa (facciamo anche quindici va).
Voglio emozionarmi alla vista del super mega asse da stiro con presa incorporata che si chiude da solo. E comprarlo anche.

Voglio mangiare cibo sano. E anche se non volessi, se mangio cibo spazzatura i quindici giorni successivi li passo seduta in gabinetto che non ho più lo stomaco forte di una volta. E poi, se mangio schifezze, quelle schifezze malefiche si depositano sui fianchi e brindano alla faccia mia.
Voglio un uomo accanto che mi ami, che voglia costruire con me un sacco di cose belle e non un pincopallo che mi fa impazzire, che non risponde al telefono, che forse frequenta un' altra, che forse il calcetto è più importante.  Non voglio passare il mio tempo ad aspettare telefonate che probabilmente non arriveranno, ma voglio essere libera di alzare il telefono e chiamare il principe azzurro ogni volta che mi va (senza esagerare però, altrimenti lo licenziano).
Voglio che i quindicenni non mi diano del lei, che ogni volta che mi danno del lei, un capello castano muore per fare spazio ad un capello bianco. Un fottuto capello bianco, per essere precisi.

E anche se non le volessi tutte queste cose, a trent'anni va così e tocca farsene una ragione.


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