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venerdì 7 agosto 2020

Scegliere l'università: perché studiare fuori é (sempre) una buona idea

Scegliere l'università é una cosa che ormai non mi riguarda più di un pezzo.

Ormai non ho praticamente più amici che si trovano a dover scegliere l'università, ma ho figli di amici e colleghi che lo fanno, cosa che significa che sono invecchiata, ma questa é un'altra storia.

Scegliere l’università però è una cosa che ho fatto, ormai quasi vent’anni fa -mi fa impressione solo a dirlo- e, ad oggi, posso dire che scegliere bene è una delle cose più importanti della vita perché inevitabilmente è una scelta che condizionerà parecchi anni a venire.

Quando parlo di scegliere bene non intendo scegliere qualcosa che piace davvero, per cui si è portati, non scegliere solo in base al lavoro che si pensa di trovare una volta laureati. Se io avessi studiato ingegneria forse avrei avuto il doppio delle possibilità, ma probabilmente mi sarebbe venuta una crisi isterica al ventesimo tentativo di dare analisi matematica. E altrettanto probabilmente non mi sarei mai laureata, ma anche questa è un’altra storia.

 

Quando ho scelto la triennale, a diciotto anni (si, ho fatto la primina) mi era sembrato naturale frequentare l’università della mia città. Ai tempi, della mia compagnia storica, furono solo in due a scegliere di studiare fuori, entrambi a Milano: uno lasciò l’università dopo poco per dedicarsi all’attività di famiglia e l’altro  -che adesso non c’è più- è rimasto lì dopo gli studi.

Ai tempi ero indecisa tra due corsi di laurea, feci i test di ingresso per entrambi e -siccome sono nata sfigata- li passai entrambi, quindi l’indecisione regnò sovrana fino all’ultimo: un giorno pensavo di iscrivermi da una parte, il giorno dopo dall’altra e andò avanti così per un mese. Alla fine scelsi il Dams e no, non me ne sono pentita.

Finita la triennale, ho deciso di frequentare la specialistica fuori sede, ovvero in una città che non era mia, considerato che la specialistica in cinema -nella mia citta- non c"era.

All’epoca incise moltissimo nella scelta dell’università -o meglio della città- il fatto che il mio allora ragazzo vivesse a 100 km da lì e, dopo parecchio tempo a distanza, non mi sembrava vero. Qualora ve lo stiate chiedendo ci siamo lasciati dopo neanche un anno dal mio trasferimento, ma siamo ancora oggi in ottimi rapporti e ogni tanto ci sentiamo.

In ogni caso, mai scelta fu più azzeccata.

Nonostante siano passati tanti anni e nonostante io dica da una vita che se rinascessi non farei l’università, studiare fuori sede è stata una delle cose migliori che io abbia mai fatto.

Io ho studiato cinema, mi piaceva quello che studiavo e, fermo restando che se rinasco l’università non la faccio, se mai -in questa fantomatica altra vita- fossi costretta a frequentare l’università, il Dams resta una delle opzioni più accreditate.


Il punto comunque non è questo, il punto è la questione fuori sede.

Io ho studiato a più di 1200 km da casa e, quando mi sono trasferita, avevo 21 anni.

Quando frequentavo la triennale lavoravo ed ero già abituata a gestire le mie cose da sola, ma non ero ovviamente abituata a gestire una casa, visto che vivevo con i miei genitori.

La vita da fuori sede ti insegna tante cose, ma proprio tante.


Ho imparato a gestire casa, sia da un punto di vista economico, sia per quanto riguarda pulizia e cose da sbrigare, visto che n’era sempre una.

Io pagavo 330€ di affitto per una stanza singola, spese escluse. A questa cifra si aggiungevano circa 80€ mensili di condominio e riscaldamento centralizzato e circa 40€ per luce, gas e internet. Poi bisognava fare la spesa, pagare i libri e, in generale, tutto quello che mi serviva dai vestiti alle uscite con gli amici. C’è da dire che facevamo tante cene e feste in casa, raramente si cenava fuori, più frequentemente si usciva dopo cena per andare a bere qualcosa a prezzi più che popolari.

In una città come Bologna, universitaria per antonomasia, non mancava la possibilità -per gli studenti- di lavorare, prevalentemente nella ristorazione, ma anche nei negozi e roba del genere. Io ho avuto fortuna perché ero riuscita a lavorare nei set cinematografici (e studiavo cinema, quindi era fighissimo), oltre a lavorare come hostess. Ai tempi, funzionava benissimo Bologna Fiere, c’erano cose abbastanza importanti (mi vengono in mente il Motor Show e Il Cosmoprof, ma c’era anche dell’altro) e non era difficile riuscire a lavorare. Non credo che, nel caso specifico di Bologna, sia cambiato qualcosa.

Di sicuro non sono mai morta di fame, anche se è capitato che con le mie amiche uscissimo con 2€ in quattro. E fidatevi che ci divertivamo tantissimo comunque.

 

Ho  avuto modo di stare in mezzo a gente che veniva davvero da qualsiasi parte del mondo. Non solo italiani quindi, ma anche stranieri che erano lì non come studenti Erasmus, ma perché avevano deciso di iscriversi all’università di Bologna che comunque era -ed è- rinomatissima.

Ho conosciuto usanze, piatti tipici, modi di dire di paesi che -fino a quel momento- non sapevo neanche che esistessero. Ok, magari lo sapevo, ma ecco: non avrei mai immaginato di conoscere usi e costumi dell’Iran (che gli iraniani che ho conosciuto io chiamavano comunque Persia) o dell’entroterra polacco.

Sono stata a contatto con gente di qualsiasi tipo e ho imparato tanto, tantissimo.

 

Ho creato legami indissolubili, che si mantengono ancora oggi che sono trascorsi più di dieci anni dalla laurea.

Avevo un gruppo di amici con cui ho condiviso davvero tutto, formato essenzialmente dai miei compagni di corso. Adesso, che siamo sparsi per il mondo, cerchiamo comunque di vederci quando possibile e se uno passa nella città in cui si trova l’altro un caffè, una cena, quello che si può, è d’obbligo.

Sono stata al Salone del Mobile con un mio compagno di corso che vive a Milano, a fare aperitivo a base di tapas con una che vive a Madrid, visto film alla Festa del Cinema di Roma con due che vivono rispettivamente a Parma e a Palermo, girato Firenze con uno che vive lì e potrei continuare all’infinito.

Due anni fa mi sono presentata senza avvisare in un locale di Bologna che frequentavo ai tempi dell’università e che adesso è di un mio compagno di corso (lui allora in questo locale ci lavorava nel week-end) e dei suoi amici -che ovviamente mi conoscevano da allora- mi sono messa davanti al bancone e l’ho guardato, esattamente come facevo dieci anni prima. “Che ti faccio Gi?” “Fai te, va”. Come se non avessimo più di trent’anni, se non fosse cambiato tutto, io quella sera al Macondo mi sono sentita la studentessa fuori sede che sono stata perché certe cose, certi legami, non cambiano.

 La verità è che quando sei lontano dalla famiglia e hai vent’anni, gli amici diventano la tua famiglia, ci si aiuta, si sta insieme sempre e comunque, si condividono tante cose.

Era abitudine, quando una di noi usciva con un ragazzo, avvisare le altre e dire esattamente dove eravamo di modo che se dopo un tot. non si avevano notizie, ci si regolava di conseguenza. Una volta un’amica si addormentò e non ci avvisò e si creò il panico. Fortunatamente dormiva e non era stata uccisa e smembrata, cosa che ad un certo punto avevamo ipotizzato.

 

Ho imparato a cavarmela da sola.

Si lo so che ho detto che gli amici diventano famiglia e lo ribadisco e sottoscrivo, ma quando non ci sono mamma e papà, si impara a gestirsi.

Non c’è nessuno che ti prepara il pranzo o la cena (ammetto che a ridosso della consegna della tesi se la mia coinquilina e il suo allora fidanzato non mi avessero sfamata, sarei probabilmente morta di stenti e privazioni), nessuno che ti lava i panni o ti rifà il letto, nessuno che va a pagare le bollette e probabilmente, se ci penso tre minuti, mi vengono in mente altre cento cose.

 

Ho imparato ad adattarmi.

Fino a quel momento, ero abituata a viaggiare in aereo, solo in aereo.

Poi ho scoperto la Freccia del Sud perché i voli da Bologna non erano frequenti all’epoca, era tutto un po’ un casino e quindi di necessità virtù. E fidatevi che la Freccia del Sud era una roba abominevole, non a caso non esiste più.

Ci volevano qualcosa come venti ore, si viaggiava in cuccette da sei e il ritardo minimo era di quattro ore.

Ho imparato che dove ci sono tre letti si può dormire in otto se c’è un’emergenza, che si può studiare durante un festino, che se fai una festa verrà chiamata quasi sicuramente la polizia che ti darà torto a prescindere perché se sei uno studente fuori sede fai casino per principio pure se stai bisbigliando.

Ho incontrato e mi sono incontrata (come Licia con Andrea e Giuliano) con abitudini, parole, cibi diversi da quelli a cui ero abituata. Ho imparato cosa fosse il tiro e cosa il rusco, che la mollica si chiama pangrattato e che il pesto bolognese -che non è il pesto che pensate voi- è la cosa più buona del mondo.


Ho imparato a fregarmene di tante cose e l'ho imparato cercando casa a Bologna. A quei tempi, non so se adesso sia cambiato qualcosa, cercare casa a Bologna era una missione impossibile. Si passavano giorni, settimane, a guardare gli annunci attaccati alle bacheche di Via Zamboni, a chiamare e a vedere stanze. Stanze per le quali c'era una fila pazzesca e per le quali, spesso e volentieri, bisognava avere dei requisiti: per esempio non essere studenti del Dams e poter fare la settimana corta, cosa che non puoi fare se vieni dal sud. Ho quindi imparato cosa vuol dire essere discriminati, anche se non l'ho mai vissuta davvero coma una discriminazione, e a fregarmene dei pregiudizi e dei giudizi, cosa che mi porto dietro ancora oggi.



Ho vissuto momenti indimenticabili e dico davvero.

Abbiamo organizzato feste a tema con una preparazione pazzesca, aspettato tutta la notte autobus che non sarebbero mai passati fuori porta in mezzo al nulla, festeggiato compleanni al Santuario di San Luca, fatto pigiama party, studiato in modo disperato in piena notte, girato documentari di notte a Gennaio (e credetemi, di notte a Gennaio a Bologna fa freddo), riso fino alle lacrime e pianto consolata da un’amica per motivi che manco ricordo, ho fritto melanzane per un esercito, mi sono svegliata a casa di un amico con il suo coinquilino che in mutande ci offriva l’uva (a me e ad un’altra amica) e potrei davvero andare avanti all’infinito.

 

Non sono mai tornata indietro, non ho mai immaginato di poter tornare a vivere a Palermo, Bologna è rimasta nel mio cuore e ringrazio ogni giorno di aver vissuto quegli anni. Quindi si, studiate fuori sede, fatelo e se vi preoccupano le spese, tornate al punto uno.



Il primo (qui) e il secondo (qua) post di questo blog, scritti ormai cinque anni e mezzo fa, raccontano una parte di quella vita da fuori sede. Sono scritti in modo molto diverso dai post recenti, vi avviso, ma quando li leggo mi commuovo sempre un po'.

Ai miei compagni di corso ho dedicato, invece, questo post.

A Bologna ho dedicato questo post: un post che mi piace da morire e che, proprio perché mi piace da morire, non riesco a rileggere, È il quinto post più letto del blog e qualcosa vorrà pur dire. Tutto il mio amore per Bologna e per quegli anni lo trovate in questo post.

Sull'andare o meno all'università ho invece scritto questo: ci troverete anche la parte in cui dichiaro di voler fare ingegneria, cosa che ho davvero ripetuto per anni (grazie al cielo, poi sono rinsavita).

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sabato 3 febbraio 2018

Ho frequentato il Dams (e non me ne sono pentita)

Ho frequentato il Dams, per cinque lunghi anni.
Tre anni di triennale in scienze e tecnologie dell'arte, dello spettacolo e della moda e due anni di specialistica in cinema, televisione e produzione multimediale.
All'ultimo anno di università ci sono arrivata non potendone più, per anni ho consigliato alle mie amiche di evitare come la peste la specialistica. Ero stanca, stanchissima, per cinque anni non ho fatto altro che studiare, studiare e ancora studiare.
Alla faccia di chi ha sempre pensato che al Dams si guardano film e si fumano le canne.
Cioè, si guardano i film e potenzialmente si fumano anche le canne, ma non solo quello.
Si studia anche e si imparano delle cose.
Non mi sono comunque pentita della mia scelta, semmai ho sempre pensato che forse tornando indietro l'università non l'avrei proprio fatta perché non reggevo la tensione, perché studiavo troppo, perché tanto avrei fatto lo stesso percorso lavorativo pure senza università.
Ad oggi, non sono più tanto sicura sia così, ma ci ho messo otto anni per arrivare a questa conclusione.

Comunque, partiamo dall'inizio.
Non ricordo perché ho scelto il Dams, proprio non ne ho idea.
Probabilmente mia madre se lo ricorda, ma non ho il coraggio di chiederglielo.
So solo che ho pagato il bollettino per fare il test di ammissione (si, ai miei tempi era a numero chiuso, adesso non saprei) e ho sperato di passarlo senza studiare. Di fatto, quel test non l'ho mai fatto visto che per 300 posti a disposizione c'erano soltanto 280 iscritti al test. Tutti ammessi, insomma.
A quel punto, dovevo scegliere il curriculum: arte, moda o spettacolo.
In tutti i Dams d'Italia esiste il curriculum musica, a Palermo no. Il corso di laurea in musica era a parte.
Alla fine, avevo scelto spettacolo perché ero abbastanza certa che sarei diventata una critica cinematografica di fama mondiale che si sa, a me piace volare basso.
Di fatto ho sostenuto quattro o cinque esami attinenti o quasi attinenti a quella scelta: storia e critica del cinema, storia del teatro, drammaturgia, storia del costume e storia e tecnica della fotografia.
Un esame che ricordo con immenso affetto è stato quello di elaborazioni di immagini e suoni, riconoscimento e visioni artificiali, tant'è che ci ho fatto anche la tesi (qui per saperne di più).
Tutto il resto era roba che mi ha fatto vedere i sorci verdi: ho ancora gli incubi se penso agli esami di psicologia delle arti, estetica, antropologia culturale e via dicendo. Bellissime materie, eh, ma per quasi tre anni io sono stata sempre chiusa in casa a studiare. Quando non studiavo, andavo a lavorare.
Dell'ultimo esame in particolare ho un ricordo drammatico (qui per saperne di più), per anni ho sognato la professoressa svegliandomi di soprassalto.
Bella vita, bellissima.
Ho imparato un sacco di cose. Cultura generale la chiamano.
Delle cose che ho imparato ho dimenticato quasi tutto, ma tant'è.


La triennale quindi non si può dire che mi sia servita, però senza triennale non avrei potuto fare la specialistica. E la specialistica in cinema è uno dei ricordi più belli della mia vita.
Sarà che ho studiato a Bologna, che è la patria del Dams e degli studenti (qui per saperne di più), chi lo sa.
Il Dams a Bologna è una cosa seria, la specialistica in cinema lo è ancora di più.
Tutti grandi amanti del cinema, tutti grandi conoscitori di film che molti probabilmente non hanno mai sentito nominare. Io ricordo benissimo il giorno in cui ci venne prospettato di vedere, a lezione, Nosferatu di Murnau e si alzò un coro di disapprovazione perché tutti lo avevamo visto almeno cinque volte a testa.
Quando frequentavo il Dams a Bologna andavo al cinema quasi tutte le sere, frequentavo la Cineteca e avevo un sacco di amici e conoscenti che lavoravano nel cinema indipendente, cosa che ai tempi mi sembrava molto figa.
Studiavo cinema e come fare cinema. Era bello.
Erano gli anni in cui al Dams di Bologna si associava ancora Andrea Pazienza, non so se sia ancora così.
Guardavo decine e decine di film per poter sostenere un esame, parlavo di cinema, amavo il cinema.
Ho sostenuto esami studiando poco e facendo tanto: ho scritto la sceneggiatura di una serie televisiva, ho creato una campagna di marketing di quella sceneggiatura, ho realizzato un videoclip musicale e un documentario su Bologna facendo le riprese in piena notte con un freddo pazzesco.
Ho presentato il progetto di un festival cinematografico e sono stata mandata a lavorare alla Mostra del Cinema di Venezia, una delle cose più belle che abbia mai fatto in vita mia.
Ho lavorato alla biblioteca del dipartimento di spettacolo, ho frequentato lezioni di cui non capivo un tubo, ma che amavo comunque profondamente.
Ho lavorato anche sui set cinematografici.
Ho respirato aria di cinema e ho vissuto tante, troppe cose belle.
Ho vissuto a pieno il clima universitario, ho scritto una tesi che non stava né in cielo né in terra che avevo chiamato God Save the Drag Queen, in principio era un lui.
Quando mi hanno chiesto perché avevo dato proprio questo nome alla tesi avevo risposto "perché se ce la fa Dio ce la facciamo tutti", roba che ancora oggi mi chiedo cosa cavolo significasse quella frase.
Il Dams a Bologna mi ha reso felice, mi ha insegnato tante cose di cui ancora oggi faccio tesoro, mi ha fatto amare il cinema e successivamente me lo ha fatto odiare.

Il Dams, quindi, serve a qualcosa o è completamente inutile? Si studia? Non si studia?
Alla triennale io ho studiato tantissimo, alla specialistica meno, ma ho avuto in cambio tantissimo.
Non mi sono pentita della scelta che ho fatto. Sono passati otto anni dalla laurea specialistica e posso dire di aver fatto la scelta giusta per me.
Se serve non lo so, posso dirvi però che io ho una laurea specialistica in cinema, televisione e produzione multimediale e lavoro nel settore televisivo da anni ormai. 
E, con mio sommo rammarico, mi chiamano anche dottoressa.

Se volete sapete cosa fare per lavorare in televisione, qui vi racconto come ho fatto io.
Se volete sapere, invece, se mi piace lavorare in televisione la risposta è si, è un lavoro che sembra mi sia stato cucito addosso.
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venerdì 15 dicembre 2017

Quando mi sono fratturata l'osso sacro mentre studiavo per il mio ultimo esame universitario

Anni fa, tanti anni fa, troppi anni fa, ero una studentessa universitaria.
Ho frequentato all'università Palermo il corso di laurea in Scienze e Tecnologie dell'Arte, dello Spettacolo e della Moda ovvero il Dams solo che continuare a chiamarlo Dams sapeva di punkabbestia sballato con il cane feroce e quindi hanno trovato un nome altisonante che solo per pronunciarlo tutto ci voleva mezzora.
Insomma, ero una studentessa universitaria. Lavoravo anche a dire il vero, ma la mia missione principale era studiare. E lo facevo anche con serietà.
Contrariamente a quello che molti pensano, io -e non solo io- mi sono ammazzata di studio per (quasi) tre lunghissimi anni.
Ho frequentato poche lezioni, praticamente solo i laboratori per cui era obbligatorio esserci e poco altro, ma studiavo. Tanto, tantissimo.
E sono sempre stata perfettamente in regola con gli esami.
Cioè non sempre in realtà: l'esame di psicologia delle arti, materia del primo anno, me lo sono portata dietro fino al secondo anno, quando, dopo mesi in cui avevo studiato tantissimo senza capire assolutamente niente, supplicai di scrivermi quel benedetto 23 -che secondo la professoressa non era abbastanza- sul libretto.
Il voto più basso della mia intera carriera universitaria, nonché quello di cui vado più fiera.
Ho festeggiato per una settimana, giusto per farvi capire il livello di degrado mentale dopo aver studiato quella roba per otto lunghissimi mesi senza riuscire a capire nulla.

Insomma, io avevo un metodo preciso per dare gli esami: una volta che uscivano le date dell'appello successivo, cercavo di incastrare almeno due esami a sessione lasciando un margine di almeno due settimane tra un esame e l'altro.
La sessione di Giugno/Luglio era quella in cui cercavo sempre di dare tre esami, ma anche lì: dovevano esserci almeno due settimane tra un esame e l'altro perché va bene studiare durante tutto l'anno, ma avevo bisogno di rivedere tutto e di ripetere perché io -cosa di cui adesso mi pento e mi dolgo perché ho rischiato l'esaurimento nervoso- se non sapevo tutto, compreso il numero esatto dei peli del sedere dell'autore del libro, a fare l'esame non ci andavo.
Una pazza, insomma.

Il mio terzo anno di università -parliamo della triennale- era quello più semplice, avevo solo sei materie e pensavo di gestirmela in modo semplice.
Ovviamente sbagliavo perché, quando era uscito il calendario delle lezioni, avevo scoperto che solo una di queste materie era prevista durante il primo semestre.
Tutte le altre erano materie del secondo semestre che mi sarei dovuta gestire tra la sessione di Giugno/Luglio e quella di Settembre perché io a Dicembre mi sarei dovuta laureare. Tesi già chiesta mesi prima, bibliografia già pronta, filmografia pure (ho fatto il Dams, curriculum spettacolo, non dimenticatelo), bisognava scriverla sta benedetta tesi  e finire gli esami.

E qui arriva il bello: io dovevo dare tre esami di arte scegliendo da un gruppo di sei.
Il mio curriculum era spettacolo, ma io avevo scelto le tre storie dell'arte: contemporanea, moderna e medievale che io di studiare oreficeria o quella roba lì non avevo voglia. E poi, secondo me la me ventenne, così era più sensato.
Storia dell'arte contemporanea l'avevo inserita al secondo anno, le altre due al terzo.
Storia dell'arte moderna era la famosa unica materia del primo semestre del terzo anno.
Storia dell'arte medievale era una materia del secondo semestre del terzo anno.

Quando uscì il calendario degli esami di Giugno/Luglio del mio terzo anno avevo diviso in questo modo: tre adesso e due a Settembre.
Storia dell'arte medievale era finita a Settembre per poi in realtà essere piazzata il 4 Ottobre visto che quella era la data del secondo appello. Al primo appello ne avevo un'altra da dare, mi ricordo bene anche qual era (che a ripensarci adesso, con il lavoro che faccio, era forse la più utile) e l'inversione dei due esami sarebbe stata scomoda perché non c'erano le due settimane canoniche nel mezzo.
Si lo so, sembrano discorsi di una squilibrata, me ne rendo conto, ma io sono così: estremamente precisa. E a quei tempi, era pure peggio. Crescendo sono migliorata molto.

Il caso ha però disgraziatamente voluto che, nel periodo tra i due esami, succedesse una di quelle cose che non possono essere vere che da sempre caratterizzano la mia vita.
Era domenica mattina presto e suonavano al campanello, io stavo studiando in camera mia, ma mia mamma non aveva sentito, quindi -piccolo genio che non sono altro- mi ero fatta una corsa pazzesca per andare ad aprire. A piedi scalzi, che io sto sempre a piedi scalzi, anche a Gennaio.
Il pavimento era bagnato, ma non c'era nessun cartello che avvisava del pericolo (avete presente i cartelli gialli dei bagni pubblici?) e io ero atterrata, con tutta la mia maestria, di culo.
Frattura dell'osso sacro. No, non scherzo. È tutto vero. Dopo due anni mi sono anche dovuta operare a causa di questa frattura, ma quella è un'altra storia.
Io comunque ci scommetto che tutti voi siete atterrati di culo almeno una volta nella vita e non vi siete fratturati l'osso sacro, ma io sono un caso a parte.

Pronto soccorso, pianti, urla.
"Signora, sua figlia deve sedersi sulla ciambella medica" dissero.
E mia madre -o forse ci era andato mio padre, non ricordo- giustamente  andò a comprare la santa ciambella medica che però non era disponibile, bisognava ordinarla, aspettare e nel frattempo io non potevo mica stare in piedi.
E li arrivo l'ideona: quando vivi in un posto di mare, che ci vuole a trovare una ciambella salvagente per bambini?
Peccato che era fine stagione, quindi l'unica ciambella salvagente disponibile fosse dei Gormiti (che fino a quel momento non sapevo manco chi fossero).
Ho poggiato il mio nobile culo su una ciambella dei Gormiti per quasi un mese, rovinando per altro il 25esimo anniversario di nozze dei miei genitori che non potevano certo organizzare grandi festeggiamenti con una figlia cretina che scivola sul pavimento bagnato e si frattura l'osso sacro, quindi alla fine avevamo festeggiato con me seduta sul trono blu e rosso con questi mostri stampati sopra (si, sempre i Gormiti) e loro a ridere della situazione assurda. Giustamente oserei dire.

Seduta sulla ciambella, io studiavo per il mio ultimo esame che era appunto storia dell'arte medievale.
Considerate che non sono mai stata bocciata ad un esame, eh.
Consideratelo che è un dettaglio importante, non sto facendo la sborona.

Avevo chiamato la segreteria qualche giorno prima spiegando che ero scivolata, l'osso sacro, la ciambella dei Gormiti e avevo chiesto di poter fare l'esame per prima.
"Mai sfidare la sorte" mi ero ripetuta in quei tre anni.
"Mai chiedere di passare prima ad un esame che porta male" avevo sempre aggiunto, tanto che ci facevo le notti all'università visto che interrogavano in ordine alfabetico e il mio cognome inizia con la S, ma tant'è.

Il 4 Ottobre, accompagnata da mio padre (che casualità mi aveva accompagnata anche a fare il primo esame, cosa che non era mai più successa), accompagnata da un cuscino enorme a forma di mucca (le collezioni da quando avevo 14 anni), mi ero seduta non senza fatica e avevo iniziato il mio esame.
"Posso avere il libretto?"
"Si, eccolo"
"Ma è l'ultimo esame?"
"Si"
"E come mai ha dato prima contemporanea e moderna lasciando per ultima medievale?"
"È stato un caso" e parte il pippone con la spiegazione del mio sistema di organizzazione esami, le due settimane almeno tra uno e l'altro, bla bla bla.
"Capisco, comunque torni la prossima volta"
"Eh?"
"Si, perché bla bla bla".

La prossima volta non c'era.
Dovevo finire gli esami entro il 12 Novembre, data ultima anche per la consegna della tesi, ma non c'erano più appelli prima di Dicembre perché per quell'anno non avevano previsto appelli straordinari per laureandi.
Io avevo già pagato la prima rata della specialistica, mi ero iscritta sotto condizione (quella di laurearmi) e dovevo laurearmi.
Avevo pianto tutte le mie lacrime, mio padre ha probabilmente rischiato l'infarto, mia madre non ci credeva.

Quando mi sono ripresa dalla disperazione, insieme ad altri compagni di università, avevamo sfrantato le palle ogni giorno in facoltà finché non avevano inserito l'appello straordinario.
Mi sarei presa la materia anche con 18.
Avevo studiato di nuovo, avevo finito la tesi, mancava l'impaginazione e il cortometraggio e avevo l'ansia.
Ai tempi, se durante il percorso universitario avevi preso almeno quattro lodi ti riconoscevano un punto in più per il voto finale di laurea. Io ovviamente ne avevo tre.

Mi aveva interrogato l'assistente, davanti alla professoressa.
"Signorina, lei che curriculum è?"
"Spettacolo"
"Che strano, non ho mai visto qualcuno che non è del curriculum arte esaminare le immagini così bene".
"Grazie"
"Per me è un 30 e lode, ma deve valutare la professoressa".
Lei prese il libretto e scrisse il trenta e lode.

Ed è così che, tra un osso sacro fratturato, una ciambella dei Gormiti e una croce lignea di Giotto, ho concluso in modo folle i miei esami.

Sotto l'albero di Natale quell'anno ho messo la laurea triennale, dopo per altro essermi fatta anche due settimane di ricovero causa appendicite, non senza la sofferenza di ritrovarmi la professoressa di storia dell'arte medievale in commissione di laurea. E mi fece anche una domanda.



Vi siete mai chiesto come nasce un post?
Ieri sera ero a cena con la mia amica Giorgia e, davanti ad una quantità di sashimi che sarebbe bastata per sfamare l'intera popolazione dell'India, lei mi ha raccontato del suo esame di analisi matematica. E io le ho raccontato questa storia.
Alla fine, ci siamo dette che avremmo raccontato ciascuna il suo episodio nei rispettivi blog (qui trovate il suo) e quindi, eccomi qua.
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lunedì 12 dicembre 2016

Nulla è possibile finchè non viene fatto

Il 12 Dicembre 2007, il professor Tomasino mi proclamava Dottore in Scienze e Tecnologie dell'Arte, dello Spettacolo e della Moda con voti 110 su 110 e la lode.
In quel preciso momento, sentendo quella frase, sono scoppiata a piangere. Ho abbracciato il mio relatore che, quando dovette presentare me e la mia tesi, aveva detto: "Gilda si è immedesimata in questo lavoro, ha vissuto mangiando carote per sentirsi più vicina a Bugs Bunny".
Quarantacinque minuti di discussione. 
L'attesa di quella discussione era stata tremenda, seduta in un'aula magna stracolma di gente. Tremavo, avevo paura.
Ho pensato di tirarmi indietro, mi ero svegliata alle 10 e avevo fissato il vuoto per ore. Avevo un tailleur nero, l'unico tailleur che io abbia mai avuto, una camicia verde smeraldo, una collana così bella che stento a credere che sia davvero mia. Sono ancora dentro l'armadio questi vestiti, anche se non li metto più. Stanno lì a ricordarmi di quando ero magra perché mangiavo carote per immedesimarmi in un coniglio antipatico.
Io e Bugs Bunny avevamo sofferto insieme, passato notti intere faccia a faccia dicendoci che nulla è possibile finchè non viene fatto. Noi ce l'avevamo fatta. Io con la voce tremante e lui con quella sua faccia da cazzo. Che vi pare che non lo so che è odioso?
Era stato proiettato un video, ero stata la regista di Bugs e del mio giorno, avevo creduto in quel coniglio antipatico e lui aveva creduto in me. Era scoppiata a ridere la gente, il video era stato montato ad arte. Mi avevano detto che lo avrebbero tagliato perché c'era poco tempo e invece era stato proiettato tutto.
C'era stato un applauso, un lungo applauso. Non perché io fossi un genio credo, ma perché non è da tutti presentarsi di fronte ad un commissione e mettersi a parlare di un coniglio per quarantacinque minuti, senza mai prendere fiato. Non ci credeva nessuno che avrei trovato il coraggio di parlare davvero di un coniglio, pensavano che scherzassi.
Sono sempre stata orgogliosa di quel lavoro, è la cosa più mia che esista. 
Alla fine, avevo tagliato il traguardo, avevo la casa invasa dai fiori, mio padre aveva pianto.

Il 12 Dicembre 2016, in una calda mattinata invernale, ho discusso per quarantacinque minuti di broadcasting. L'ho fatto in videoconferenza. In inglese.
Io che odio l'inglese, che tremo al solo pensiero di spiccicare due parole. Io che ho paura di non capire e di non essere capita.
Ho studiato per giorni, ho ripassato l'inglese, ho parlato con lo specchio, con il cane, con il muro e con la porta di casa di broadcasting. In inglese.
Ho esordito dicendo che il mio inglese fa schifo, di essere comprensivi, ma che volevo fare questa cosa, la desideravo.
Ho pensato di tirarmi indietro, mi sono svegliata alle sette, ho portato fuori il cane, io che fino a due giorni fa potevo stare solo sul letto o sul divano. "Cammina piano, Fuffi che mamma non ce la fa".
Ho iniziato a tremare: mi tremava la voce, la gambe, le braccia. "Non ce la faccio" ho pensato.
Mi è venuta la cacarella e non in senso letterale.
Si è bloccato il pc, era sparita la connessione, io ho cominciato a dare di matto.
Poi ho digitato un messaggio che diceva: "I am ready. Let me know when you are ready".
Non è vero, non sono pronta manco per niente.
"I am ready" mi hanno risposto dall'altra parte.
E sono partita. Quarantacinque minuti, come nove anni fa, non un minuto di meno, non uno di più.
A parlare di broadcasting. In inglese.
A rispondere alla domande, a cercare di essere chiara, comprensibile.
Non c'è stato un applauso, ma dei complimenti. Non lo so se erano complimenti sinceri, ma voglio credere di si.
Stavolta ci credevano tutti che ne sarei stata capace, ma non ci credevo io. E sbagliavo. Sbaglio spesso, sono una che fa un sacco di errori.
Non so ancora se ho tagliato il traguardo, non ho la casa invasa di fiori, ma mio padre mi ha detto che sono stata brava.

Stamattina ho preso Bugs, gli ho scattato una foto e gli ho detto che non c'è mai stato un giorno in cui non ho pensato che quello che sono oggi lo devo anche a lui.
Si è chiuso un cerchio. Il 12 Dicembre 2007 iniziavo la lunga strada verso quel mondo che sento mio, quella della televisione, solo che ancora non lo sapevo.
Il 12 Dicembre 2016 sono stata in grado di parlare in una lingua non mia di quel mondo. E Bugs era accanto a me.
Perchè nulla è possibile finchè non viene fatto.


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sabato 9 aprile 2016

Università si o università no? Questo è il problema

Io vorrei iscrivermi all'università: da un paio d'anni sono tentata di mettermi a studiare ingegneria, anche se so che analisi mi renderebbe la vita un inferno.
Mi piacerebbe anche fare un master in giornalismo, d'altronde a diciotto anni la mia prima scelta era stata l'Istituto superiore di Giornalismo che poi avevo miseramente abbandonato per iscrivermi alla triennale in Scienze e Tecnologie dell'Arte, della Moda e dello Spettacolo, ovvero il famigerato Dams.
Non so se studierò mai ingegneria o se farò sto benedetto master, io d'altronde sono quella che dice che l'università -fatta eccezione per pochi, pochissimi corsi di laurea- non serve a una beneamata mazza (e sono stata educata, non era mazza la parola giusta) e rabbrividisco quando qualcuno mi dice che -ebbene si- dopo la triennale vuole fare anche la specialistica.
Io ho preso sia la laurea triennale, sia quella specialistica.
A 23 anni mi ero tolta dalle scatole l'una e l'altra, ma non perché sono un genio, ho fatto la primina, quindi l'università l'ho iniziata a diciotto anni spaccati e, si insomma, 18 + 5 =  23.
Era il 2004, la crisi non c'era, iscriversi all'università era il minimo richiesto per spaccare il mondo. O almeno così dicevano. Chi lo diceva non me lo ricordo.
La scuola non mi piaceva, l'idea di svegliarmi all'alba, andare lì, stare seduta cinque ore, con professori che manco mi facevano simpatia, mi pesava. Tantissimo.
L'università, invece, era bella.
Io, alla triennale, ho frequentato pochissimo le lezioni: storia e critica del cinema e drammaturgia al secondo anno; organizzazione ed economia dello spettacolo, elaborazioni di immagini e suoni riconoscimento e visioni artificiali e legislazione dei beni culturali al terzo.
Il primo semestre del primo anno me lo ricordo come un continuo conoscere gente, chiacchiera di qua, chiacchiera di là. Poi mi sono chiusa in casa a studiare, davo esami come un treno, ma studiavo tantissimo. Mi sedevo alle 8 del mattino, facevo pausa per pranzare e finivo alle 8 di sera.
Per qualche esame, al secondo e terzo anno, ho cominciato a svegliarmi alle 5 del mattino.
Qualche furbata l'ho fatta: per l'esame di lingua e traduzione inglese non avevo toccato libero, andai lì con quello che mi ricordavo dal liceo -d'altronde ho pur sempre fatto il liceo linguistico- e presi 28; per storia contemporanea ripassai qualcosa dal libro delle superiori, non comprai mai il libro richiesto dal professore, d'altronde la storia quella è, ma lessi il libro sul fascismo che parlava praticamente solo delle amanti di Mussolini e così mi feci una cultura su chi andava a letto con  chi durante il ventennio e presi 30.
L'esame per cui studiai di più fu anche quello in cui presi un voto più basso, nonchè l'unico che diedi in ritardo al secondo anno anche se era materia del primo: psicologia delle arti, una materia che ancora adesso non so di cosa tratti. L'assistente voleva convincermi a tornare un'altra volta, non aveva senso accettare un voto basso con una media alta, ma io quasi mi misi a piangere supplicandolo di scrivere quel 23 sul libretto e lasciarmi andare a casa. Non ho mai festeggiato tanto in vita mia per un esame.
Io sono una persona ansiosa e il culmine dell'ansia l'ho raggiunto durante quei tre anni, stavo sempre male, mi veniva un malanno dietro l'altro: dormivo poco, lavoravo per mantenermi e studiavo. Studiavo tanto, tantissimo.

A Luglio 2006, chiesi la tesi -un anno e mezzo prima la sessione prevista per la laurea, a  Luglio 2007 ero a Bologna per fare il colloquio d'ammissione alla specialistica, a Dicembre 2007 mi sono laureata e a Gennaio 2008 stavo già frequentando la specialistica, con gli esami del primo semestre da recuperare perché mentre io finivo la triennale, i miei compagni di corso già seguivano le lezioni.
L'ansia, a quel punto mi era passata.
Il periodo più bello della mia vita, ad oggi, è quello da studentessa fuori sede: studiavo, davo esami come un treno, ma ero rilassata. Ero anche felice.
L'estate non studiavo, quella era fatta per tornare a casa e divertirsi, a Natale non studiavo e frequentavo le lezioni. Mi divertivo pure a frequentarle, eravamo pochi ed eravamo tutti -più o meno- amici. Dopo le lezioni, uscivamo, andavamo in giro.
Erano i tempi in cui facevamo serata con 2€ in tasca e andava bene così. A volte, i 2€ erano da dividere in tre o in quattro.
Lavoravo, ma nemmeno troppo.
In un anno e mezzo ho dato ventuno materie, ho finito gli esami a Luglio 2009  e poi mi sono riposata. Ho lavorato alla tesi, con molta calma, ed è venuto fuori anche un bel lavoro, ho fatto i conti e ho deciso di laurearmi l'ultima sessione utile per non finire fuori corso, ovvero Marzo 2010 perché di correre e vivere d'ansia mi ero rotta le scatole.
Il giorno della laurea, mi chiesero -dopo una discussione durata una mezzora- come mai la tesi l'avessi intitolata God Save The Drag Queen e io, con la faccia da schiaffi che mi porto dietro da sempre (e che non potrei cambiare nemmeno volendo) risposi: "Perché se ce la Dio, ce la facciamo tutti".
Mi fecero l'applauso. No davvero, non sto scherzando. Deve essergli piaciuta quella risposta.


E poi niente, subito dopo la laurea, ho trovato il lavoro che sarebbe diventato il mio lavoro, quello di tecnico televisivo, per il quale la laurea non serve a niente.
Ho avuto colleghi con la terza media, non per questo meno bravi di me a svolgere quel lavoro.
Ho avuto colleghi con il diploma, anche loro non per questo meno bravi di me a svolgere quel lavoro.
Ho avuto colleghi laureati, non per questo più bravi di quelli con la terza media e il diploma.
A nessuno gli è mai importato della laurea. 
Una volta sola, un capo mi ha chiesto:"Ah, ma tu sei laureata?"
"Si"
"E in cosa?"
"Cinema, Televisione e Produzione Multimediale"
"Ma dai, che bello, non lo sapevo".
E' scritto sul curriculum. Lo stesso curriculum che lui aveva in mano -e che guardava continuamente- il giorno che feci tre ore di colloquio.

Nb. Io il tocco non l'ho mai avuto. Ho avuto una corona d'alloro con il nastro bianco, visto che bianco era il colore della facoltà. Mia madre ha da poco trasferito la mia corona nella parte del balcone di casa sua adibito a lavanderia e quando ho fatto le mie rimostranze mi ha detto che perde foglie e che comunque, essendo il balcone quello della cucina, se le serve qualche foglia per cucinare, le è più comodo prenderla.

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sabato 28 novembre 2015

Ecco a cosa serve il 110 e lode

"Ehm, che succede amico?"

Io mi sono laureata con 110 e lode. Avevo ventuno anni, era una triennale che oggi probabilmente non serve a nulla. E forse non serviva a nulla nemmeno a quei tempi. Tra due settimane saranno passati otto anni da quel giorno, praticamente una vita.
Ho chiesto la tesi un anno e mezzo prima, alcuni professori non erano disponibili perché volevano chiesta la tesi almeno due anni prima. Io scelsi accuratamente il mio relatore e mi presentai al suo studio con la mia idea, un po' bislacca, ma che a me piaceva tanto.
La materia in cui chiesi la tesi aveva un nome altisonante, si chiamava Elaborazioni di immagini e suoni. Riconoscimento e visioni artificiali. Era una materia da 12 crediti, nemmeno troppo difficile rispetto ad altre materie da 9 crediti, un esame per cui avevo studiato durante il Mondiale di calcio del 2006, quello che ci vide diventare Campioni del Mondo. Studiavo durante le partite, preparavo i progetti da presentare mentre i miei amici uscivano a festeggiare le vittorie dell'Italia.


Avevo iniziato a scrivere la tesi mesi prima, avevo comprato un sacco di libri, di cui uno mi era arrivato dagli Stati Uniti. Era un libro vecchio di anni, di cui esistevano tre copie in tutto il mondo e una di queste tre copie, pagata profumatamente, ce l'ho io.
Avevo visto decine e decine di cortometraggi animati, ovvero quelli che comunemente si chiamano cartoni animati, ma io no, dovevo chiamarli cortometraggi animati. Alcuni di questi cortometraggi avevo fatto una fatica incredibile a trovarli perché erano degli anni '30  e '40, ma io non mi ero arresa.
La tesi si chiama Bugs Bunny: un mito dimenticato e, ai tempi, era l'unico testo italiano completo su Bugs Bunny. Vita morte e miracoli, con una serie di analisi folli, su un coniglio che sta sulle scatole alla maggior parte delle persone.

Tantissime persone, quando dicevo che la mia tesi era su di lui, mi dicevano che era odioso, antipatico e un milione di altri insulti. Io, però, il mio coniglio l'ho difeso sempre a spada tratta.
Nessuno tocchi Bugs Bunny che non è antipatico affatto, è solo diversamente simpatico.
Mesi passati a scrivere, dodici ore al giorno, mentre preparavo il mio ultimo esame.
A Settembre mi ruppi l'osso sacro, cadendo sul pavimento bagnato di casa e fu un'agonia. Ma io non mi arresi, ancora una volta, e continuai a scrivere la tesi e a studiare per quel maledetto ultimo esame.
Ore e ore passate sui libri, davanti al pc, a montare il video che era obbligatorio nel mio corso di laurea -dieci minuti di storia di Bugs Bunny attraverso i cartoni animati di cui era stato protagonista.
Feci l'ultimo esame e presi 30 e lode, piangendo perché quella lode si andava ad unire alle altre tre lodi che avevo preso durante il mio percorso universitario dandomi un punto bonus. Era un esame difficile, temevo la professoressa, pensavo di non sapere nulla e invece mi fecero addirittura i complimenti.
Una settimana dopo consegnai la tesi in segreteria, correndo dalla facoltà alla segreteria - e no, non era vicino- quando mancavano dieci minuti alla chiusura. La tesi che consegnai non aveva le immagini, andava rifinita e ripulita, un lavoro abbastanza complesso, ma ormai il grosso era fatto.
E difatti mi ricoverarono in ospedale per un attacco di appendicite, che però non era peritonite, quindi perché operarmi quando potevano curarmi con gli antibiotici? Due settimane di ospedale in cui, ogni santo giorno, chiedevo ai medici di dimettermi perché io dovevo laurearmi e loro invece mi tenevano ancora lì. Senza mangiare, tengo a sottolineare.
Quando finalmente si decisero a dimettermi, ultimai la tesi e la mandai in stampa per la versione definitiva. Non so quanto volte fu letta quella tesi, quante volte dovetti sistemare il layout, quante volte dovetti controllare ogni singola immagine e quanto costò ai miei genitori la stampa e la rilegatura con una copertina che ancora oggi la guardo e mi commuovo. Dovetti fare una decina di copie, una per ogni membro della commissione e una, ovviamente, per me.
Nel frattempo, avevo dovuto fare anche cinque copie del video che avrei proiettato, da portare al signore che si occupava di queste cose, solo che il video -e non solo il mio- non era compatibile con i macchinari dell'università, quindi dovetti rifarlo, in una corsa contro il tempo che ancora oggi, se ci penso, mi chiedo come i miei nervi abbiano retto.
Dormivo pochissimo, ero sempre lì a pensare alla tesi o a risolvere problemi con l'università.
Quando finalmente uscì la data di laurea, cominciò la corsa per la consegna delle singole copie ai singoli membri della commissione, molti dei quali non si riuscivano a trovare da nessuna parte. Iniziai a fare avanti e indietro dalla facoltà ad una sede distaccata fuori Palermo in macchina, in treno, con l'elicottero, cercando di beccarli. Alla fine, uno dei professori non riuscì a trovarlo comunque e con alcune compagne di corso che si laureavano il mio stesso giorno decidemmo, l'ultimo giorno utile, di mettere le copie delle varie tesi nella sua buca delle lettere in facoltà. Questo professore fu poi cambiato all'ultimo secondo e le copie non riuscimmo mai più a recuperarle.
Il giorno prima della laurea ero beatamente dal parrucchiere pensando che ormai era fatta, quando ricevetti  una telefonata dalla segreteria della facoltà. Non trovavano tre verbali di esami che avevo sostenuto due anni e mezzo prima, i miei primi tre esami. Altra corsa contro il tempo per arrivare in segreteria prima dell'orario di chiusura nel periodo di Natale, ad ora di punta, abitando dall'altra parte della città.
E questi verbali non saltavano fuori.
"Signorina, lei non si può laureare".
I voti erano scritti sul libretto, il libretto lo avevo consegnato a loro quando avevo presentato la domanda di laurea e terminato gli esami e questi qui a meno di ventiquattro ore dalla seduta di laurea continuavano a dirmi che non mi potevo laureare. Ed io ero anche iscritta alla specialistica con condizione, ovvero se non mi laureavo, avrei perso un anno.
Poi arrivò mia madre con le cinquanta copie del libretto, cartacee e digitali, che aveva fatto, credo che li minacciò di morte, ma il mio cervello non ricorda nulla e improvvisamente i tre verbali saltarono fuori. "In bocca al lupo per domani" mi dissero.
Il giorno dopo mi svegliai alle 10 del mattino, con una telefonata di una mia compagna di corso che mi diceva "Che fai ancora a letto? Oggi è il giorno!!!".
Come arrivai viva alle due di pomeriggio lo sa davvero solo il Signore perché io non me lo ricordo.
Avevo un tailleur nero, una camicetta verde, una collana verde e nera e addirittura i tacchi.
Quando arrivò il mio turno, ero tesa come una corda di violino, anche se io Bugs Bunny lo conoscevo meglio di quanto conosco i  miei genitori.
Prese la parola il relatore che esordì dicendo che in tutti quei mesi io avevo vissuto in simbiosi con il coniglio malefico, avevo mangiato addirittura le carote crude per immedesimarmi ed era uscito fuori un capolavoro. Di recente, ho riletto la tesi a me non sembra un capolavoro, ma tant'è.
Parlai per trenta minuti di Bugs, di come era nato, dei suoi padri, di come il governo Usa lo aveva usato durante la guerra, di tutti i significati nascosti -politici e non solo- di quei cartoni animati, di come Bugs era stato un precursore della Drag Queen moderne, di come era un mito dimenticato, di quanto lo amavo. Amare un coniglio si può, a quanto pare.
Poi mi dissero che era arrivato il momento del video, ma che dovevo sceglierne solo una parte perché non c'era il tempo per farlo vedere tutto. Io dissi che il video non era diviso in parti, ma che potevano fermarlo quando volevano. Fu proiettato tutto, qualcuno scoppiò a ridere, regnava il silenzio, persino i bambini presenti si erano finalmente seduti. Era montato ad arte proprio per farti pensare "voglio vedere come va a finire".
E dopo 45 minuti, mi congedarono.
Attesi altre due discussioni, poi ci fecero uscire tutti.
Quando rientrammo, l'aula magna della facoltà era stra piena di persone, il mio relatore mi fece no col ditino e mi sussurrò "non ce l'abbiamo fatta". Lui sapeva che io volevo il 110 e lode, lo volevo per tutti i sacrifici, i nervi, la stanchezza e per arrivarci non mi servivano nemmeno tutti i punti disponibili.
E poi mi chiamarono lì e il presidente della commissione disse che con i poteri a lui conferiti da non so chi, mi proclamava dottore nel corso di laurea con il nome più lungo della storia giusto per farti morire mentre aspetti il voto con voti 110 su 110, la lode, menzione, bacio accademico, tanti complimenti. E io scoppiai a piangere. E poi fui travolta dalle persone. Il mio relatore mi abbracciò, mia madre e mio padre piangevano, il mio ormai ex ragazzo si presentò con un mazzo di fiori più grande di me. C'erano parenti, amici, i figli della signora che era stata con me in stanza in ospedale, i ragazzi della biblioteca dove avevo lavorato che avevano letto il mio nome nei fogli appesi in facoltà ed erano venuti a vedermi, compagni di corso.
E quel 110 e lode mi è servito. Mi è servito a capire che tutti i sacrifici che avevo fatto erano serviti a qualcosa, che il mio lavoro era stato ripagato, che Bugs in cui avevo creduto e che tutti mi dicevano essere una pazzia era stato apprezzato, che scrivere un testo che nessuno aveva mai scritto era una sfida, ma io quella sfida l'avevo vinta, che chi aveva creduto in me non aveva sbagliato. Mi è servito a rendere orgogliosi i miei genitori che in quei tre anni mi avevano visto studiare a lavorare come una matta, che mi avevano vista con la testa china sui libri per dodici ore al giorno, che mi avevano detto in qualche occasione "Ma non studi un po' troppo?".
Mi aveva ripagato dell'84 alla maturità, dato da professori a cui stavo palesemente sulle scatole e ai quali del fatto che avevo studiato cinque anni e che alla maturità ero arrivata preparata non era fregato un fico secco.
E aveva ripagato Bugs Bunny che antipatico non è affatto e che, nonostante siano passati ottant'anni da quando fece la sua prima comparsa, ha ancora qualcosa da raccontare.
Quando trovai il mio primo lavoro full time, che nulla aveva a che vedere con i lavoretti fatti durante gli studi, quel 110 e lode lo guardavano tutti, anche se dopo avevo anche finito la laurea specialistica (e avevo preso 107 o 108, qualcosa del genere). Io e Bugs siamo anche andati a fare un colloquio alla Warner Bros. per una posizione per cui non avevo assolutamente il curriculum adatto. E secondo voi perché?


Nota: a realizzare il video che portai mi aiutò una persona a cui ero e sono molto affezionata, ricordo che dopo la laurea gli portai una cassa di champagne, anche perchè fu lui l'8 Dicembre a sistemare il formato video, insultando l'università per i macchinari obsoleti che aveva.

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lunedì 24 agosto 2015

Studiare fuori sede: istruzioni per l'uso

Doverosa premessa: io ho finito la specialistica a Marzo 2010, quindi più di cinque anni fa, quindi è possibile che qualcosa sia cambiato.

Di recente, qualcuno  arrivato qui cercando figlio fuori sede Bologna Dams costi. Io di costi non ho mai parlato, ma colgo l'occasione per farlo, così giusto per rendere l'idea.
Io, ai tempi, era il lontano 2007, scelsi l'università di Bologna perché era l'unica università pubblica che aveva il corso di laurea specialistica come lo volevo io. L'altra opzione ero lo Iulm di Milano, che però è stata bocciata sin da subito. Inoltre, mi permetteva di iscrivermi sotto condizione, ovvero di iscrivermi a Settembre e laurearmi a Dicembre in triennale, perdendo di fatto tre mesi di lezione (che se le due università fossero state vicine non avrei perso, ma tant'è), che però ho recuperato praticamente subito.
Il costo della retta era di circa 2000€, suddiviso in due rate (che poi, l'anno seguente, sono diventate tre). Da quale che so, il costo è aumentato un po' e comunque varia da facoltà a facoltà, in base ai laboratori e altre cose simili.
Per dire, mio cugino, che fa veterinaria nella stessa università, pagava un pò più di me.
Ci sono comunque le borse di studio, che vengono erogate in base al reddito e che vanno mantenute, dando esami pari a un determinato numeri di crediti entro una determinata data. L'importo delle borse di studio è variabile, io per esempio avevo una compagna di università che prendeva circa 8000€ annue e aveva diritto allo studentato, che si paga (per chi usufruisce di borsa di studio costa davvero poco), ma che di fatto si può pagare con i soldi ricevuti dalla borsa di studio. Lo studentato fa risparmiare un bel pò, non solo perché costa meno di una stanza, ma perché è tutto compreso e non bisogna pensare alle bollette, alla manutenzione e via dicendo.
Il costo di una stanza singola va dai 300€ ai 380€ circa, mentre quello di una stanza doppia va dai 200€ ai 280€ circa (ci sono le eccezioni chiaramente): il costo ovviamente dipende dalla zona, dalla stanza e da una serie di altri fattori.

Essenzialmente, a Bologna c'è la parte dentro le mura e quella fuori le mura: io ho provato entrambe le soluzioni, abitando per un periodo dentro e per un periodo fuori, appena a ridosso della porta e, tornando indietro, sceglierei sicuramente di abitare fuori le mura perché le case sono più nuove, tenute meglio e più grandi. Se si va però troppo fuori, al costo della stanza bisogna aggiungere quello dell'abbonamento ai mezzi pubblici. Io mi muovevo a piedi e molto raramente ho preso i mezzi, quindi non ho mai avuto l'abbonamento.
Al costo della stanza, bisogna aggiungere le spese di condominio e riscaldamento (a meno che non siano comprese) e di solito é una mazzata perché quasi tutte le case che ho visto hanno il riscaldamento centralizzato in modalità caldo africano dal 15 Ottobre al 15 Aprile. Noi non avevamo modo di regolare il riscaldamento da dentro casa in alcun modo, per cui in casa c'erano fissi 32° e, con lo sbalzo di temperatura esterna, ero difatti sempre malata. Poi ci sono le spese di luce, gas, acqua e telefono fisso/internet e anche quelle non sono esattamente basse, visto che, soprattutto le bollette della luce sono quasi sempre altissime, vuoi perché in casa si è in tanti (noi eravamo in tre, ma trattandosi di tre stanze singole le luci erano di fatto sempre accese), vuoi perché magari si è meno attenti ai consumi di quando si diventa grandi.
E poi, bisogna pur mangiare: il mito per il quale gli studenti mangiano solo pasta scondita e scatolette di tonno io vorrei un attimo sfatarlo, visto che io ho mangiato tanto e bene durante i miei anni a Bologna, anche grazie ai pranzi e alle cene organizzati con i miei compagni di università che facevano invidia persino a MasterChef. Vero é che tutti avevamo i pacchi che ci mandavano i genitori (il mio coinquilino riceveva delle salsicce dalle Marche che me le sogno ancora la notte) e comunque tornavamo belli carichi di cibo da casa (per la cronaca, il pacco arriva ancora adesso che non sono più una studentessa).
Ci sono anche le spese relative ai libri. Bologna é piena di copisterie, ma c'è un tetto massimo di pagine che si possono fotocopiare, stabilito per legge, quindi molti testi sarà necessario comprarli e non costano poco.
E infine, ci sono le spese da sostenere per non stare sempre rintanati in casa: vuoi una birra, vuoi una qualsiasi altra cosa. Io ho passato serate bellissime in case altrui (a volte anche imbucandomi insieme ai miei amici) al costo di una bottiglia di vino (chiaramente non esattamente il miglior vino in circolazione) o serate seduta in piazza con la chitarra, tempo permettendo ovviamente.
Una cosa da non sottovalutare sono i costi da sostenere per tornare a casa: io, ai tempi, spesso prendevo la Freccia del Sud, un sudicio carro bestiame che da Bologna mi portava a Palermo in sole venti ore (se andava bene) alla modica cifra di 40€ e due panini portati rigorosamente da casa (l'alternativa era morire di fame). Talvolta, ho preso anche l'aereo, ma visto il poco preavviso con cui decidevo di tornare a casa. il treno rimaneva la soluzione più economica per una studentessa squattrinata.
Ad onor del vero, quasi tutte le persone che ho conosciuto, a Bologna avevano comunque un lavoro, per lo più in ristoranti, bar e pub di modo da non gravare troppo sulla famiglia. È abbastanza facile trovare lavoretti del genere visto il grande ricambio di studenti che c'é e visto il gran numero di locali.


Da un punto di vista umano, studiare a Bologna non ha prezzo: ad oggi credo sia stata una delle esperienze più belle della mia vita e tornando indietro rifarei la stessa scelta altre mille volte.


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domenica 19 aprile 2015

Gli anni passano e non tornano più ovvero com' erano belli gli anni dell' università

Siamo cresciuti. Siamo diventati grandi, abbiamo tutti trent'anni o quasi. Io sono la più piccola di tutti, ma i trenta arriveranno anche per me.
Lavoriamo tutti, chi è stato più fortunato, chi un po' meno, ma bene o male un lavoro l' abbiamo tutti.
C' è chi si è sposato, chi sta per farlo, chi ha comprato casa, chi ha avuto figli, chi ha perseverato con la carriera universitaria, chi è andato all' estero.

Gli anni a Bologna sono stati i più belli della mia vita. Eravamo una classe molto unita, ci piaceva definirci la classe delle medie.
La leggenda narra che al Dams di Bologna ci siano i punkabbestia, i tossici, gli alcolisti e gente brutta e cattiva da non mettersi in casa. Io i punkabbestia non li ho mai visti, ma piuttosto ho visto tutta gente con un gran cervello, persone normali con una vita abbastanza normale.

Un paio di giorni fa, in una piovosa Milano, ho passato il pomeriggio con un paio di vecchi compagni dell'università. Ed é sempre tutto uguale: si è creato un gran legame, ci si vede poco perché siamo sparsi per il mondo, ma quando ci si vede sembra ieri che ci siamo lasciati.
Sono passati anni da quel periodo, eppure sembra ieri.
E ogni volta che ci penso mi viene la malinconia.

Feste su feste rigorosamente a tema, i Martedì della messaggeria al Transilvania (locale che, per altro, non esiste nemmeno più), le serate al Pratello a non far nulla, ma felici con un bicchiere di vino in mano, il concerto di Little Tony, il viaggio della speranza a Dublino (che poi, non era esattamente un viaggio della speranza, ma il tubercolotico non l' ho mai più dimenticato).
E potrei andare avanti per ore.


Malinconia. Ma sarà che i trenta si avvicinano, sono spuntati i primi capelli bianchi e sono consapevole che quegli anni non torneranno più.
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