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venerdì 7 agosto 2020

Scegliere l'università: perché studiare fuori é (sempre) una buona idea

Scegliere l'università é una cosa che ormai non mi riguarda più di un pezzo.

Ormai non ho praticamente più amici che si trovano a dover scegliere l'università, ma ho figli di amici e colleghi che lo fanno, cosa che significa che sono invecchiata, ma questa é un'altra storia.

Scegliere l’università però è una cosa che ho fatto, ormai quasi vent’anni fa -mi fa impressione solo a dirlo- e, ad oggi, posso dire che scegliere bene è una delle cose più importanti della vita perché inevitabilmente è una scelta che condizionerà parecchi anni a venire.

Quando parlo di scegliere bene non intendo scegliere qualcosa che piace davvero, per cui si è portati, non scegliere solo in base al lavoro che si pensa di trovare una volta laureati. Se io avessi studiato ingegneria forse avrei avuto il doppio delle possibilità, ma probabilmente mi sarebbe venuta una crisi isterica al ventesimo tentativo di dare analisi matematica. E altrettanto probabilmente non mi sarei mai laureata, ma anche questa è un’altra storia.

 

Quando ho scelto la triennale, a diciotto anni (si, ho fatto la primina) mi era sembrato naturale frequentare l’università della mia città. Ai tempi, della mia compagnia storica, furono solo in due a scegliere di studiare fuori, entrambi a Milano: uno lasciò l’università dopo poco per dedicarsi all’attività di famiglia e l’altro  -che adesso non c’è più- è rimasto lì dopo gli studi.

Ai tempi ero indecisa tra due corsi di laurea, feci i test di ingresso per entrambi e -siccome sono nata sfigata- li passai entrambi, quindi l’indecisione regnò sovrana fino all’ultimo: un giorno pensavo di iscrivermi da una parte, il giorno dopo dall’altra e andò avanti così per un mese. Alla fine scelsi il Dams e no, non me ne sono pentita.

Finita la triennale, ho deciso di frequentare la specialistica fuori sede, ovvero in una città che non era mia, considerato che la specialistica in cinema -nella mia citta- non c"era.

All’epoca incise moltissimo nella scelta dell’università -o meglio della città- il fatto che il mio allora ragazzo vivesse a 100 km da lì e, dopo parecchio tempo a distanza, non mi sembrava vero. Qualora ve lo stiate chiedendo ci siamo lasciati dopo neanche un anno dal mio trasferimento, ma siamo ancora oggi in ottimi rapporti e ogni tanto ci sentiamo.

In ogni caso, mai scelta fu più azzeccata.

Nonostante siano passati tanti anni e nonostante io dica da una vita che se rinascessi non farei l’università, studiare fuori sede è stata una delle cose migliori che io abbia mai fatto.

Io ho studiato cinema, mi piaceva quello che studiavo e, fermo restando che se rinasco l’università non la faccio, se mai -in questa fantomatica altra vita- fossi costretta a frequentare l’università, il Dams resta una delle opzioni più accreditate.


Il punto comunque non è questo, il punto è la questione fuori sede.

Io ho studiato a più di 1200 km da casa e, quando mi sono trasferita, avevo 21 anni.

Quando frequentavo la triennale lavoravo ed ero già abituata a gestire le mie cose da sola, ma non ero ovviamente abituata a gestire una casa, visto che vivevo con i miei genitori.

La vita da fuori sede ti insegna tante cose, ma proprio tante.


Ho imparato a gestire casa, sia da un punto di vista economico, sia per quanto riguarda pulizia e cose da sbrigare, visto che n’era sempre una.

Io pagavo 330€ di affitto per una stanza singola, spese escluse. A questa cifra si aggiungevano circa 80€ mensili di condominio e riscaldamento centralizzato e circa 40€ per luce, gas e internet. Poi bisognava fare la spesa, pagare i libri e, in generale, tutto quello che mi serviva dai vestiti alle uscite con gli amici. C’è da dire che facevamo tante cene e feste in casa, raramente si cenava fuori, più frequentemente si usciva dopo cena per andare a bere qualcosa a prezzi più che popolari.

In una città come Bologna, universitaria per antonomasia, non mancava la possibilità -per gli studenti- di lavorare, prevalentemente nella ristorazione, ma anche nei negozi e roba del genere. Io ho avuto fortuna perché ero riuscita a lavorare nei set cinematografici (e studiavo cinema, quindi era fighissimo), oltre a lavorare come hostess. Ai tempi, funzionava benissimo Bologna Fiere, c’erano cose abbastanza importanti (mi vengono in mente il Motor Show e Il Cosmoprof, ma c’era anche dell’altro) e non era difficile riuscire a lavorare. Non credo che, nel caso specifico di Bologna, sia cambiato qualcosa.

Di sicuro non sono mai morta di fame, anche se è capitato che con le mie amiche uscissimo con 2€ in quattro. E fidatevi che ci divertivamo tantissimo comunque.

 

Ho  avuto modo di stare in mezzo a gente che veniva davvero da qualsiasi parte del mondo. Non solo italiani quindi, ma anche stranieri che erano lì non come studenti Erasmus, ma perché avevano deciso di iscriversi all’università di Bologna che comunque era -ed è- rinomatissima.

Ho conosciuto usanze, piatti tipici, modi di dire di paesi che -fino a quel momento- non sapevo neanche che esistessero. Ok, magari lo sapevo, ma ecco: non avrei mai immaginato di conoscere usi e costumi dell’Iran (che gli iraniani che ho conosciuto io chiamavano comunque Persia) o dell’entroterra polacco.

Sono stata a contatto con gente di qualsiasi tipo e ho imparato tanto, tantissimo.

 

Ho creato legami indissolubili, che si mantengono ancora oggi che sono trascorsi più di dieci anni dalla laurea.

Avevo un gruppo di amici con cui ho condiviso davvero tutto, formato essenzialmente dai miei compagni di corso. Adesso, che siamo sparsi per il mondo, cerchiamo comunque di vederci quando possibile e se uno passa nella città in cui si trova l’altro un caffè, una cena, quello che si può, è d’obbligo.

Sono stata al Salone del Mobile con un mio compagno di corso che vive a Milano, a fare aperitivo a base di tapas con una che vive a Madrid, visto film alla Festa del Cinema di Roma con due che vivono rispettivamente a Parma e a Palermo, girato Firenze con uno che vive lì e potrei continuare all’infinito.

Due anni fa mi sono presentata senza avvisare in un locale di Bologna che frequentavo ai tempi dell’università e che adesso è di un mio compagno di corso (lui allora in questo locale ci lavorava nel week-end) e dei suoi amici -che ovviamente mi conoscevano da allora- mi sono messa davanti al bancone e l’ho guardato, esattamente come facevo dieci anni prima. “Che ti faccio Gi?” “Fai te, va”. Come se non avessimo più di trent’anni, se non fosse cambiato tutto, io quella sera al Macondo mi sono sentita la studentessa fuori sede che sono stata perché certe cose, certi legami, non cambiano.

 La verità è che quando sei lontano dalla famiglia e hai vent’anni, gli amici diventano la tua famiglia, ci si aiuta, si sta insieme sempre e comunque, si condividono tante cose.

Era abitudine, quando una di noi usciva con un ragazzo, avvisare le altre e dire esattamente dove eravamo di modo che se dopo un tot. non si avevano notizie, ci si regolava di conseguenza. Una volta un’amica si addormentò e non ci avvisò e si creò il panico. Fortunatamente dormiva e non era stata uccisa e smembrata, cosa che ad un certo punto avevamo ipotizzato.

 

Ho imparato a cavarmela da sola.

Si lo so che ho detto che gli amici diventano famiglia e lo ribadisco e sottoscrivo, ma quando non ci sono mamma e papà, si impara a gestirsi.

Non c’è nessuno che ti prepara il pranzo o la cena (ammetto che a ridosso della consegna della tesi se la mia coinquilina e il suo allora fidanzato non mi avessero sfamata, sarei probabilmente morta di stenti e privazioni), nessuno che ti lava i panni o ti rifà il letto, nessuno che va a pagare le bollette e probabilmente, se ci penso tre minuti, mi vengono in mente altre cento cose.

 

Ho imparato ad adattarmi.

Fino a quel momento, ero abituata a viaggiare in aereo, solo in aereo.

Poi ho scoperto la Freccia del Sud perché i voli da Bologna non erano frequenti all’epoca, era tutto un po’ un casino e quindi di necessità virtù. E fidatevi che la Freccia del Sud era una roba abominevole, non a caso non esiste più.

Ci volevano qualcosa come venti ore, si viaggiava in cuccette da sei e il ritardo minimo era di quattro ore.

Ho imparato che dove ci sono tre letti si può dormire in otto se c’è un’emergenza, che si può studiare durante un festino, che se fai una festa verrà chiamata quasi sicuramente la polizia che ti darà torto a prescindere perché se sei uno studente fuori sede fai casino per principio pure se stai bisbigliando.

Ho incontrato e mi sono incontrata (come Licia con Andrea e Giuliano) con abitudini, parole, cibi diversi da quelli a cui ero abituata. Ho imparato cosa fosse il tiro e cosa il rusco, che la mollica si chiama pangrattato e che il pesto bolognese -che non è il pesto che pensate voi- è la cosa più buona del mondo.


Ho imparato a fregarmene di tante cose e l'ho imparato cercando casa a Bologna. A quei tempi, non so se adesso sia cambiato qualcosa, cercare casa a Bologna era una missione impossibile. Si passavano giorni, settimane, a guardare gli annunci attaccati alle bacheche di Via Zamboni, a chiamare e a vedere stanze. Stanze per le quali c'era una fila pazzesca e per le quali, spesso e volentieri, bisognava avere dei requisiti: per esempio non essere studenti del Dams e poter fare la settimana corta, cosa che non puoi fare se vieni dal sud. Ho quindi imparato cosa vuol dire essere discriminati, anche se non l'ho mai vissuta davvero coma una discriminazione, e a fregarmene dei pregiudizi e dei giudizi, cosa che mi porto dietro ancora oggi.



Ho vissuto momenti indimenticabili e dico davvero.

Abbiamo organizzato feste a tema con una preparazione pazzesca, aspettato tutta la notte autobus che non sarebbero mai passati fuori porta in mezzo al nulla, festeggiato compleanni al Santuario di San Luca, fatto pigiama party, studiato in modo disperato in piena notte, girato documentari di notte a Gennaio (e credetemi, di notte a Gennaio a Bologna fa freddo), riso fino alle lacrime e pianto consolata da un’amica per motivi che manco ricordo, ho fritto melanzane per un esercito, mi sono svegliata a casa di un amico con il suo coinquilino che in mutande ci offriva l’uva (a me e ad un’altra amica) e potrei davvero andare avanti all’infinito.

 

Non sono mai tornata indietro, non ho mai immaginato di poter tornare a vivere a Palermo, Bologna è rimasta nel mio cuore e ringrazio ogni giorno di aver vissuto quegli anni. Quindi si, studiate fuori sede, fatelo e se vi preoccupano le spese, tornate al punto uno.



Il primo (qui) e il secondo (qua) post di questo blog, scritti ormai cinque anni e mezzo fa, raccontano una parte di quella vita da fuori sede. Sono scritti in modo molto diverso dai post recenti, vi avviso, ma quando li leggo mi commuovo sempre un po'.

Ai miei compagni di corso ho dedicato, invece, questo post.

A Bologna ho dedicato questo post: un post che mi piace da morire e che, proprio perché mi piace da morire, non riesco a rileggere, È il quinto post più letto del blog e qualcosa vorrà pur dire. Tutto il mio amore per Bologna e per quegli anni lo trovate in questo post.

Sull'andare o meno all'università ho invece scritto questo: ci troverete anche la parte in cui dichiaro di voler fare ingegneria, cosa che ho davvero ripetuto per anni (grazie al cielo, poi sono rinsavita).

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martedì 1 maggio 2018

Bologna, prima o poi

L'ultima volta che ho visto Bologna era il 2011.
Era una sera di inizio Gennaio, faceva un freddo cane, per strada non c'era nessuno.
Ero al Pratello, un Pratello deserto, un Pratello che -ancora non lo sapevo- non avrei più rivisto dopo quella volta.
La mattina dopo ero andata in Piazza Maggiore, avevo preso un taxi, ero andata in aeroporto e da lì avevo preso un aereo per Palermo.
Dopo quattro giorni mi ero trasferita a Roma, per restarci.
Quello che non sapevo è che a Roma avrei trovato l'amore, che avrei iniziato a considerarla la mia città e che non mi sarei più mossa da lì (qui per saperne di più).

Bologna l'ho amata da morire, Bologna è stato un turbinio di emozioni, a Bologna non ho mai avuto il coraggio di tornarci.
Ho guardato tante volte San Luca passando dall'autostrada, ho sospirato, ho pensato a tante cose, ma a tornarci no, non ce l'ho mai fatta.
Perché so che non sarebbe più la stessa e non perché è cambiata lei, ma perché sono cambiata io.
E anche perché so che sarebbe una botta troppo forte, non so neanche come spiegarlo.
Rivivrei ricordi, alcuni belli, altri brutti.
Penserei ad amicizie, serate, litigate, esami.
E penserei anche all'infinità di cavolate fatte quando credevo che tutto fosse concesso, quando avrei potuto non dormire per giorni senza accusare il colpo, quando uscivo di casa per una birra e rientravo a pranzo del giorno dopo (quando andava bene).
Non credo esista un angolo di Bologna, almeno dentro le mura, che non sia legato ad un momento o ad un ricordo.


Di Bologna ho tanto sentito parlare in questi anni perché, ecco, il caso ha voluto che i miei suoceri -entrambi- fossero bolognesi.
Certo, trapiantati a Roma da decenni, ma pur sempre bolognesi.
Me n'ero resa conto quando un giorno ero in cucina a casa loro, suonò il citofono e mia suocera disse: "dai il tiro, per favore?". Io andai ad aprire, lei lo aveva detto senza pensarci e io avevo aperto senza pensarci, eppure il tiro sai cosa è solo se hai avuto a che fare con Bologna.
Mia suocera per non fare dimenticare a nessuno la sua bolognesità prepara tortellini, lasagne, crescentine e cotolette alla bolognese come se non esistesse un domani. 
Prepara anche il certosino che io non mangio, quindi non lo considero.
Di Bologna, in questi anni, ho sentito parlare talmente tanto che, alcune volte, mi è sembrato davvero di essere lì. E sono tante le volte che mia suocera mi ha detto che avrei dovuto portarci suo figlio -che poi sarebbe mio marito- a Bologna per fargliela vedere e fargliela amare visto che quel disgraziato non apprezza abbastanza.
Solo che, ve l'ho detto, io a Bologna non sono mai riuscita a tornarci.

Poi un giorno è successo che ero in autostrada, ho alzato gli occhi e ho visto San Luca.


Ho pensato ad una sera di tanti anni fa -credo fosse la sera de mio ventitreesimo compleanno- in cui, dopo la festa, eravamo andati su per goderci il panorama. In realtà, era buio e non si vedeva nulla, ma tant'è.
Ho pensato a quando a San Luca ci ero salita con i miei genitori perché mio padre -appassionato di ciclismo- voleva vedere bene l'arrivo del Giro d'Italia di quell'anno.
Ho pensato al fatto che alla fine degli esami universitari era di buon auspicio fare la salita di San Luca a piedi, partendo dall'Arco del Meloncello.
Ho pensato ad un sacco di cose. Era un momento delicato quello lì, stavo rientrando a Roma, a casa, dopo un periodo pesante (qui per saperne di più) e vedere San Luca mi aveva messo di buon umore.
Ho anche pensato che forse a Bologna ci sarei dovuta tornare, prima o poi.
Dopo più di sette anni, per la prima volta, non ho pensato che vedere Bologna sarebbe stato un macigno legato ai troppi ricordi.
"Amore, senti ho pensato che potremmo andare a Bologna"
"Vuoi davvero andare a Bologna?"
"Si, amore, davvero"
Quel prima o poi è vicino, pure troppo, e più si avvicina più penso che non vedo l'ora di rivederla la mia Bologna.
"Amore, ti porto a vedere dov'era la mia università. E dove mi sono laureata. E dove abitavo. E dove ho fatto la festa di laurea. E dove ho fatto i piercing. E i tatuaggi. E anche dove andavo a bere. E dove andavo a cena. E dove andavo a ballare. E ti porto anche a vedere San Luca. E saliamo sulla Torre degli Asinelli. E ti porto alla Montagnola. E all'Osteria dell'Orsa. E a vedere la finestrella di Via Piella. E da Bombo Crepes. E alla Nutelleria".
"Ma che ci andiamo a fare alla Nutelleria? Io mangio e tu mi guardi?"
Che poi, se ho visto bene, la Nutelleria non esiste neanche più, ma tant'è.

Una mia amica mi ha riportato sulla terra: "Guarda che sarà una botta, io ti conosco".
Lo so anche io, non so se sia normale che una città faccia questo effetto, ma è così. E sarà sempre così, credo.

Se volete leggere il post che ho scritto qualche mese fa su Bologna lo trovate qui.
Ad oggi, è uno dei post più letti di questo blog, nonché uno di quelli che a me piace di più.


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venerdì 6 ottobre 2017

Bologna è un punto a capo

Bologna è un punto e a capo.
Il più grande punto e a capo della mia vita.
Il punto e a capo che segna il passaggio dalla vita spensierata a quella adulta. 
Non ci ho più messo piede a Bologna da quando me ne sono andata definitivamente, non ne ho avuto il coraggio e non credo ce lo avrò mai.
Sarebbe strano, sarebbe diverso, non troverei più la mia Bologna.

Era il 27 Luglio 2007, faceva caldo e io dovevo sostenere il colloquio di ammissione alla specialistica che detta così sembra chissà che cosa, ma in realtà era una formalità.
Non mi fece una bella impressione Bologna: faceva caldo e per strada non c'era nessuno.
C'era la ztl ovunque -Sirio, che negli anni a seguire avrei nominato centinaia di volte- e mi sembrava così strana, Bologna.
La prima volta che ho messo piede in Via Barberia 4 -sede del dipartimento di musica e spettacolo dell'Alma Mater- ero stupita da quanto fosse bello quel dipartimento, mi guardavo intorno e forse sembravo anche scema.
Bologna forse non sarebbe stata la prima scelta se non avessi avuto un ragazzo a Firenze, a soli 100 km da lì (si, c'era vita prima del Marito).
Eppure l'ho amata. Un amore viscerale, vero, profondo.
Non tornerei indietro per nulla al mondo.
Pensavo che non sarei mai andata via da Bologna, sarei voluta restare a tutti i costi, eppure le cose sono andate diversamente. E oggi, ringrazio che siano andate diversamente.

Sono passati quasi sette anni dal giorno che l'ho vista per l'ultima volta la mia Bologna, faceva freddo, ma a quel punto io avevo imparato a vestirmi in modo adeguato per non morire assiderata.
Il mio ultimo ricordo di Bologna è a Via del Pratello, davanti il Macondo. Lo stesso Macondo che adesso è gestito da un mio ex compagno di università e a proposito andateci al Macondo, chiedete di Peppe e ditegli che mi conoscete. Vi insulterà probabilmente, ma in realtà ci vogliamo bene.
Ci ho passato milioni di serate al Pratello, tra il Macondo e l'AltoTasso.
Milioni di bellissime serate.
Perché ecco, le serate che ho passato a Bologna erano speciali.
Ci si divertiva con poco, si usciva senza un reale motivo, magari per fare due chiacchiere.
Capitava di conoscere gente per caso, di mettersi a parlare e trovarsi ad una festa di perfetti sconosciuti.

Bologna e le feste.
Bologna e l'imbucarsi alle feste. Me ne ricordo una, in Via Parigi, dove ci siamo imbucati e ad un certo punto hanno chiamato la polizia.
Chiamavano sempre la polizia a Bologna, ma era davvero una cosa continua e, col senno di poi, avevano anche ragione.
In ogni caso non ho idea di chi fossero i proprietari di quella casa in Via Parigi.

Bologna e la cineteca, il cinema in piazza Maggiore d'estate, il Capitol e il cinema Nosadella.
Bologna e i portici, Piazza Verdi e Via Zamboni, Piazza San Francesco e Piazza Santo Stefano, i Giardini Margherita e la finestra di Via Piella.



Bologna e il Soda Pops, il Locomotiv, il Kinder Garten, il Covo, l'Arteria, il Cafè de Paris, l'Irish e l'Empire, il Transilvania, il College, il Cassero, il vicolo Bolognetti, Miki & Max.


Bologna e l'Osteria dell'Orsa, il Mi Furner, il Bounty e Bombo Crep.
Bologna e tutti quei posti di cui non ricordo più il nome.

Bologna e il mercato della Montagnola, fonte inesauribile di abbigliamento per feste a tema (e non solo).
Credo di averci comprato centinaia di cose, compreso un abito da prom americano che è ancora lì custodito dentro il mio armadio. E anche un boa di piume. 
Era il periodo che andavo in giro con i fiori in testa quello perché a Bologna vestitevi come vi pare, andate in giro come vi pare e nessuno vi giudicherà. A nessuno fregherà un tubo di come apparite. O almeno ai miei tempi era così.

Bologna e le Torri. Ho dovuto aspettare la laurea per salire sulla Torre degli Asinelli, se lo avessi fatto prima non mi sarei mai laureata.
Non si poteva neanche attraversare in diagonale Piazza Maggiore.
E neanche Piazza Scaravilli che per me è sempre stata la piazza di Economia. Non so se valesse per tutti o solo per gli studenti di Economia, ma nel dubbio io non l'ho mai attraversata prima di laurearmi.
E non si poteva neanche fermarsi sotto il lunghissimo portico che porta a San Luca con un amore o prima di fare un esame, ma una volta finiti gli esami la salita a San Luca era d'obbligo. A piedi, senza barare.
Ho dovuto aspettare la laurea per fare un sacco di cose, a dire il vero.

Bologna che adesso non guarderei più con gli stessi occhi.
Perché Bologna, da studente fuori sede, è un posto magico, un posto che ti da tanto, che ti permette di creare rapporti speciali con le persone perché a Bologna siamo tutti soli e gli amici, i coinquilini, i compagni di università diventano famiglia, ma poi si cresce e le cose cambiano.
Bologna che mi ha insegnato che studiare, lavorare e gestire una casa è una cosa che si può fare.
Bologna che è troppo bella per essere vera, che è il mio grande amore e che si è presa il mio cuore.
Bologna dove non torno perché ho paura di trovarla troppo diversa, troppo cambiata. O forse sono io che sono cambiata, sono cresciuta, sono diventata grande.
Bologna che è il mio punto e a capo, da dove sono ripartita per costruire tutto quello che ho oggi, ma dove ho lasciato una me diversa da quella che sono oggi.
E se ci ripenso, mi viene la nostalgia perché Bologna è così: fa sentire la sua mancanza.

E infine Bologna che ogni volta che vado da Roma a Milano in macchina, quando vedo San Luca dall'autostrada, mi sento a casa.

E ci sarebbe anche da dire Bologna dove mi sono riempita di piercing che, ebbene si, ho ancora, uno più bello dell'altro (per la gioia di mia madre). Un giorno li toglierò, quando sarà completato il processo diventare grandi.


Qui trovate un video. Guardatelo.
É il video del mio esame per il laboratorio di cinema documentario.
Era Gennaio, faceva freddo, ma noi andammo per strada a girare, di giorno e di notte, senza pensarci due volte. 

Questo video ha otto anni, ci sono un sacco di persone che nella mia vita hanno avuto un ruolo  più o meno importante e ci sono anche io con i capelli cortissimi. E soprattutto c'è Bologna.

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lunedì 24 agosto 2015

Studiare fuori sede: istruzioni per l'uso

Doverosa premessa: io ho finito la specialistica a Marzo 2010, quindi più di cinque anni fa, quindi è possibile che qualcosa sia cambiato.

Di recente, qualcuno  arrivato qui cercando figlio fuori sede Bologna Dams costi. Io di costi non ho mai parlato, ma colgo l'occasione per farlo, così giusto per rendere l'idea.
Io, ai tempi, era il lontano 2007, scelsi l'università di Bologna perché era l'unica università pubblica che aveva il corso di laurea specialistica come lo volevo io. L'altra opzione ero lo Iulm di Milano, che però è stata bocciata sin da subito. Inoltre, mi permetteva di iscrivermi sotto condizione, ovvero di iscrivermi a Settembre e laurearmi a Dicembre in triennale, perdendo di fatto tre mesi di lezione (che se le due università fossero state vicine non avrei perso, ma tant'è), che però ho recuperato praticamente subito.
Il costo della retta era di circa 2000€, suddiviso in due rate (che poi, l'anno seguente, sono diventate tre). Da quale che so, il costo è aumentato un po' e comunque varia da facoltà a facoltà, in base ai laboratori e altre cose simili.
Per dire, mio cugino, che fa veterinaria nella stessa università, pagava un pò più di me.
Ci sono comunque le borse di studio, che vengono erogate in base al reddito e che vanno mantenute, dando esami pari a un determinato numeri di crediti entro una determinata data. L'importo delle borse di studio è variabile, io per esempio avevo una compagna di università che prendeva circa 8000€ annue e aveva diritto allo studentato, che si paga (per chi usufruisce di borsa di studio costa davvero poco), ma che di fatto si può pagare con i soldi ricevuti dalla borsa di studio. Lo studentato fa risparmiare un bel pò, non solo perché costa meno di una stanza, ma perché è tutto compreso e non bisogna pensare alle bollette, alla manutenzione e via dicendo.
Il costo di una stanza singola va dai 300€ ai 380€ circa, mentre quello di una stanza doppia va dai 200€ ai 280€ circa (ci sono le eccezioni chiaramente): il costo ovviamente dipende dalla zona, dalla stanza e da una serie di altri fattori.

Essenzialmente, a Bologna c'è la parte dentro le mura e quella fuori le mura: io ho provato entrambe le soluzioni, abitando per un periodo dentro e per un periodo fuori, appena a ridosso della porta e, tornando indietro, sceglierei sicuramente di abitare fuori le mura perché le case sono più nuove, tenute meglio e più grandi. Se si va però troppo fuori, al costo della stanza bisogna aggiungere quello dell'abbonamento ai mezzi pubblici. Io mi muovevo a piedi e molto raramente ho preso i mezzi, quindi non ho mai avuto l'abbonamento.
Al costo della stanza, bisogna aggiungere le spese di condominio e riscaldamento (a meno che non siano comprese) e di solito é una mazzata perché quasi tutte le case che ho visto hanno il riscaldamento centralizzato in modalità caldo africano dal 15 Ottobre al 15 Aprile. Noi non avevamo modo di regolare il riscaldamento da dentro casa in alcun modo, per cui in casa c'erano fissi 32° e, con lo sbalzo di temperatura esterna, ero difatti sempre malata. Poi ci sono le spese di luce, gas, acqua e telefono fisso/internet e anche quelle non sono esattamente basse, visto che, soprattutto le bollette della luce sono quasi sempre altissime, vuoi perché in casa si è in tanti (noi eravamo in tre, ma trattandosi di tre stanze singole le luci erano di fatto sempre accese), vuoi perché magari si è meno attenti ai consumi di quando si diventa grandi.
E poi, bisogna pur mangiare: il mito per il quale gli studenti mangiano solo pasta scondita e scatolette di tonno io vorrei un attimo sfatarlo, visto che io ho mangiato tanto e bene durante i miei anni a Bologna, anche grazie ai pranzi e alle cene organizzati con i miei compagni di università che facevano invidia persino a MasterChef. Vero é che tutti avevamo i pacchi che ci mandavano i genitori (il mio coinquilino riceveva delle salsicce dalle Marche che me le sogno ancora la notte) e comunque tornavamo belli carichi di cibo da casa (per la cronaca, il pacco arriva ancora adesso che non sono più una studentessa).
Ci sono anche le spese relative ai libri. Bologna é piena di copisterie, ma c'è un tetto massimo di pagine che si possono fotocopiare, stabilito per legge, quindi molti testi sarà necessario comprarli e non costano poco.
E infine, ci sono le spese da sostenere per non stare sempre rintanati in casa: vuoi una birra, vuoi una qualsiasi altra cosa. Io ho passato serate bellissime in case altrui (a volte anche imbucandomi insieme ai miei amici) al costo di una bottiglia di vino (chiaramente non esattamente il miglior vino in circolazione) o serate seduta in piazza con la chitarra, tempo permettendo ovviamente.
Una cosa da non sottovalutare sono i costi da sostenere per tornare a casa: io, ai tempi, spesso prendevo la Freccia del Sud, un sudicio carro bestiame che da Bologna mi portava a Palermo in sole venti ore (se andava bene) alla modica cifra di 40€ e due panini portati rigorosamente da casa (l'alternativa era morire di fame). Talvolta, ho preso anche l'aereo, ma visto il poco preavviso con cui decidevo di tornare a casa. il treno rimaneva la soluzione più economica per una studentessa squattrinata.
Ad onor del vero, quasi tutte le persone che ho conosciuto, a Bologna avevano comunque un lavoro, per lo più in ristoranti, bar e pub di modo da non gravare troppo sulla famiglia. È abbastanza facile trovare lavoretti del genere visto il grande ricambio di studenti che c'é e visto il gran numero di locali.


Da un punto di vista umano, studiare a Bologna non ha prezzo: ad oggi credo sia stata una delle esperienze più belle della mia vita e tornando indietro rifarei la stessa scelta altre mille volte.


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venerdì 8 maggio 2015

Sentirsi a casa

Io non ho espatriato.
Sono rimasta in Italia. Per scelta.
Dopo un breve soggiorno a Londra, ho capito che la mia vita io la volevo vivere in Italia.
E dopo quasi dieci anni lontana dalla mia città d'origine, resto ferma della mia convinzione.
L'Italia, soprattutto in questo periodo, non è esattamente il miglior paese dove vivere e non solo perché il lavoro è poco e la situazione contrattuale prospettata da molte aziende è roba da banditi.
L'Italia è il paese dove non c'è nessuna tutela, dove se ti accoltellano, il tuo aggressore verrà premiato con una medaglia, dove la gente è arrabbiata e se la prende con il prossimo, dove ci sono più problemi che altro. Ma è casa mia. E, nonostante tutto, ci sto bene.


Tante volte mi sono sentita dire "ma tanto tu un lavoro ce l'hai", eppure vi assicuro che la mia situazione lavorativa non è sempre stata rose e fiori. Adesso sono particolarmente contenta, ho un lavoro che mi piace (e no, non è il lavoro per cui ho studiato), dei colleghi che tutti vorrebbero avere e sto bene, ma non sempre è stato così. Ho avuto colleghi che avrei volentieri strangolato, contratti che erano al limite del banditaggio per davvero, capi che non erano assolutamente in grado di fare i capi, ma che, grazie al cielo, da quello che so, non fanno più i capi.
Eppure, sono sempre voluta rimanere in Italia.
Sarei banale se dicessi che è per il cibo e per il clima perchè, cibo a parte, se siete nati a Palermo, il clima di buona parte delle altre città d'Italia vi mettere una depressione che altro che Xanax.
Quando abitavo a Bologna, 200 giorni l'anno mi svegliavo e non vedevo oltre il mio naso per la nebbia, eppure io Bologna la amavo e, ad oggi, è la città che ho più nel cuore. Un amore folgorante, grande quasi quanto quello per Fidanzato (e vi assicuro che l'amore per Fidanzato è tanto grande).
Roma è stata più clemente con me e, ad oggi, ritengo che sia una delle città d'Italia con il clima più bello in assoluto.
Adesso che vivo per metà a Milano e il sole l'ho visto un solo giorno in un mese -e non siamo mica a Novembre- sono felice comunque. Sarà che non sono meteoropatica.


Questa è la quarta città per me. E di ogni città italiana dove ho vissuto ho preso il meglio.
Di Milano sto prendendo il mercato del Mercoledì sotto casa con le sciure milanesissime che si ammassano davanti al banco della frutta per accaparrarsi i pomodori migliori, le vie del centro che mi fanno pensare a quanto questa città trasudi ricchezza, i miei milanesissimi colleghi che sono così belli quando dicono un figa ogni due parole (ma non diteglielo, voglio continuare a prenderli in giro).
Di Roma, che ormai è casa mia, ho preso l'accento e quella parlata un po' buffa che fa si che tutti mi chiedano se sono romana e ci rimangono male quando dico che no, non sono romana, sono palermitana e se stanno attenti quando parlo, alla prima vocale larga come la bocca di una rana se n'è accorgono, ho preso il calore delle persone che ti trattano come se fossi loro amica da sempre anche se le hai appena conosciute, ho preso il senso di pace che ti da una passeggiata per i Fori Imperiali.
Di Bologna ho preso quel modo di fare un pò libertino che tanto mi contraddistingue, ho preso quei rapporti d'amicizia profondissimi che in un'altra circostanza non sarei riuscita a costruirmi, ho preso quel senso di protezione che danno i portici.
Della mia Palermo, ho preso il sole, il mare, quel senso di benessere che solo lei ti sa dare.
Ho preso l'amore di chi mi vuole bene, nonostante tutto.

Io lo so che l'Italia non è tutta uguale, ma in fondo noi italiani, a modo nostro, siamo tutti simili.
Qualche giorno ho detto a una persona:"Milano è lontana da tutto"
La risposta è stata:"Lo dici tu che vieni da un'isola?"
Ecco, insomma, nella vita è questione di punti di vista. A me Milano sembra così lontana da tutto, ma ad un milanese è la Sicilia che sembra immensamente lontana.
Eppure io mi sento comunque a casa, che sia Palermo, Roma, Milano o Bologna.
Ecco perché mi piace stare qui.
Ecco l'ho detto: mi piace stare qui. Anche se non vivo più da anni nella città in cui sono nata.
Anche se casa mia adesso è una città che non è davvero mia -almeno sulla carta- ma che un grande amore è riuscito a far diventare mia. Perché, sapete, se io sono così romana è perché qualcuno si è preso la briga di prendermi per mano e mostrarmi tutto, ogni angolo nascosto di Roma e ogni aspetto segreto di quella che io chiamo romanità.
Mi piace pensare che un giorno l'Italia tornerà al suo splendore, che la situazione si sistemerà.
Mi piace immaginare che c'è un futuro per tutti quei piccoli italiani che stanno iniziando adesso a costruire il loro futuro.
Mi piace pensare che se sto qui, nel mio piccolo, posso far si che questo paese si riprenda.
Perchè è vero, io non sono nessuno, ma anche io, in fondo, posso fare qualcosa. O almeno provarci.
Poi, io non so se un domani gli eventi mi porteranno da tutt'altra parte.
Ho imparato che bisogna sapersi adattare a qualsiasi situazione che la vita ti presenta, ma ecco, finché potrò scegliere, io sceglierò di stare qui.


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domenica 19 aprile 2015

Gli anni passano e non tornano più ovvero com' erano belli gli anni dell' università

Siamo cresciuti. Siamo diventati grandi, abbiamo tutti trent'anni o quasi. Io sono la più piccola di tutti, ma i trenta arriveranno anche per me.
Lavoriamo tutti, chi è stato più fortunato, chi un po' meno, ma bene o male un lavoro l' abbiamo tutti.
C' è chi si è sposato, chi sta per farlo, chi ha comprato casa, chi ha avuto figli, chi ha perseverato con la carriera universitaria, chi è andato all' estero.

Gli anni a Bologna sono stati i più belli della mia vita. Eravamo una classe molto unita, ci piaceva definirci la classe delle medie.
La leggenda narra che al Dams di Bologna ci siano i punkabbestia, i tossici, gli alcolisti e gente brutta e cattiva da non mettersi in casa. Io i punkabbestia non li ho mai visti, ma piuttosto ho visto tutta gente con un gran cervello, persone normali con una vita abbastanza normale.

Un paio di giorni fa, in una piovosa Milano, ho passato il pomeriggio con un paio di vecchi compagni dell'università. Ed é sempre tutto uguale: si è creato un gran legame, ci si vede poco perché siamo sparsi per il mondo, ma quando ci si vede sembra ieri che ci siamo lasciati.
Sono passati anni da quel periodo, eppure sembra ieri.
E ogni volta che ci penso mi viene la malinconia.

Feste su feste rigorosamente a tema, i Martedì della messaggeria al Transilvania (locale che, per altro, non esiste nemmeno più), le serate al Pratello a non far nulla, ma felici con un bicchiere di vino in mano, il concerto di Little Tony, il viaggio della speranza a Dublino (che poi, non era esattamente un viaggio della speranza, ma il tubercolotico non l' ho mai più dimenticato).
E potrei andare avanti per ore.


Malinconia. Ma sarà che i trenta si avvicinano, sono spuntati i primi capelli bianchi e sono consapevole che quegli anni non torneranno più.
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mercoledì 21 gennaio 2015

Io vivo qui

Sono nata a Palermo, città che notoriamente, nelle persone della mia generazione, provoca sentimenti contrastanti di amore e odio.
Amore perché Palermo non puoi non amarla: il clima é fantastico, il cibo ti fa sentire appagata solo a guardarlo, la gente è allegra e cordiale, c'è sempre qualcosa da fare o un posto dove andare e poi c'è il mare, di cui andiamo tanto fieri.


Odio perché purtroppo, a chi ha la mia età,non ha lasciato scelta: sopravvivere arrancando o andarsene. Il lavoro non c'è, non c'era nemmeno quando la crisi non sapevamo nemmeno cosa fosse,figuriamoci adesso, l'università non è esattamente tra le migliori al mondo e c'è poco spazio per chi ha qualche idea innovativa.
Da quando non vivo più a Palermo, spesso mi capita che qualcuno mi chieda cosa fare,dove andare,cosa vedere aggiungendo "certo che costa meno andare in una capitale europea che non in Sicilia". Lo so, belli miei, ne sono consapevole: non penserete mica che a me il biglietto della nave o dell'aereo lo regalino!
A Palermo, però non ci sono rimasta per sempre: ho fatto lì i primi tre anni di università e poi ho dovuto fare una scelta, per cui mi sono iscritta all'Università di Bologna per proseguire i miei studi...


Tutto quello che avete sentito dire su Bologna è vero!
E' una città universitaria, dove il giorno non conosce fine, c'è sempre qualcosa da fare, qualcuno con cui parlare,un posto nuovo da scoprire, amicizie da fare.
Una città dove tutto è permesso. Le cose più folli della mia vita le ho fatte a Bologna e lo ricordo come il periodo più emozionante della mia vita, che mi ha arricchito tantissimo come persona.

All'alba dei miei 24 anni,ho salutato Bologna con il groppo in gola e sono approdata nella città eterna, per lavoro.
L'impatto è stato terrificante. Conoscevo Roma, ma viverci è tutta un'altra cosa.
Vi racconteranno che è una città dove c'è tutto, ma tutto tutto eh;dove c'è la metro che ti fa spostare da un capo all'altro della città in men che non si dica; dove si passa il tempo a mangiare pasta alla carbonara o all'amatriciana e tutti sono felici.


Quello che non vi diranno è che è vero, c'è tutto, ma la città è enorme  e gli spostamenti richiedono tempo; non si può organizzare una serata in dieci minuti perché, se vi va bene, la vostra amica, quella che adorate, abiterà sulla Cassia e voi all'Eur (tempo di percorrenza: 30 minuti senza traffico; tempo di percorrenza reale: 2 ore e 15 minuti, con in mezzo un'infinità di bestemmie).
Ma non c'era la metro? La che? Ah si,l a metro: che copre nemmeno 1/8 della città (o forse la proporzione è diversa, non ne ho idea) e che nel 90% non arriverà dove voi dovete andare e quindi sarete costretti a prendere, oltre alla metro, anche 3 o 4 linee d'autobus che chiaramente non saranno mai puntuali.
E, per la cronaca, i romani non mangiano solo pasta e guanciale in più varianti. Sarebbe come dire che io, palermitana, mangio solo arancine e panelle e poi rotolò giù per Monte Pellegrino per andare di corsa all'ospedale con il fegato e l'intestino che si ribellano. "Fammi uscire da questo corpo" direbbe il caro amico fegato, se solo potesse parlare. "No, fate uscire prima me" risponderebbe l'intestino.

Roma, però, è la città che ho nel cuore, quella che, ora come ora non cambierei con nessun'altra al mondo. Quella in cui, alla fine, ci si crea una propria dimensione, modellata su di se. La città dove non ho scelto di vivere, ma che adesso sceglierei mille volte.
La città dove, appena arrivata in questo nuovo posto di lavoro, ho conosciuto un tipo estremamente carino e, volendo, anche simpatico, che mi ha portato fuori a cena. "Non bevo vino e non mangio salumi" mi ha detto. E chi sei? Un alieno? Passi il vino, ma il salame proprio non ti piace? Il prosciutto crudo? Ah...non ti piace nemmeno la pancetta? Ma non dicevano che i romani mangiavano solo pasta e pancetta? No, è guanciale quello. Quindi, almeno il guanciale ti piace? No, ma sulla pasta posso fare un'eccezione.

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