lunedì 26 marzo 2018

Allergie alimentari: perché a volte ho paura di morire

Ieri pomeriggio ho avuto un'anafilassi.
Il punto non è questo però, se lo sto scrivendo vuol dire che sono viva e vegeta, come diceva mia nonna l'erba tinta non muore mai (dove tinta sta per cattiva, non colorata) e a me sta anche bene essere tinta, se serve a qualcosa.
Forse una contaminazione non dichiarata, sulla carta era tutto ok, non sono pazza e non corro rischio volontariamente.

Sono sola a Milano, non c'era nessuno a tenermi la mano.
Nessuno nel senso che marito e genitori sono lontani, mi hanno tenuto la mano attraverso le loro parole al telefono, ma io -soprattutto in questi casi- ho bisogno di loro.
Una sera, sette mesi fa, eravamo in pronto soccorso: mi ero addormentata sfinita con la testa sulle gambe di mia madre e il marito che mi accarezzava le gambe, mentre mio padre mi guardava, controllava che respirassi (qui per saperne di più).

Una cosa che faccio spesso, in questi casi, è mandare foto del primo piano delle mie labbra a chi di loro non è con me. Ho un repertorio infinito di foto delle labbra, mi servono per capire quanto si gonfia il labbro, in che tempi si sgonfia, se si sgonfia. E loro, genitori e marito, sono chiamati ad esprimere il proprio parere.

Quando avevo circa vent'anni, dopo un episodio molto brutto, la mia famiglia è stata affiancata in ospedale da una psicologa, niente di che, ma esiste il supporto psicologico per chi è gravemente allergico ed è -se vogliamo- una bella cosa. E questo dovrebbe fare riflettere sui risvolti che le allergie possono avere sulla psiche umana.
Io, di mio, ho sempre affrontato il problema prendendomi in giro, cercando di sdrammatizzare e con una forza, mi dicono, invidiabile.
Sulla forza avrei qualche dubbio, anche più di uno, semplicemente non ho grossa scelta. 

Ieri notte, intorno all'una, mi sono svegliata angosciata e ho chiamato mia madre piangendo disperata e chiedendole "perché proprio a me?".
"Mamma, sono stanca" ho detto.
"Amore mio, sei sempre stata forte"
"Mamma, non voglio morire"
A volte mi prende la paura di morire, credo sia fisiologico, il mio terrore più grande è morire da sola, lontana da casa, soffocando perché non sono riuscita a prendere in tempo l'adrenalina dalla borsa, a chiedere aiuto, a fare qualcosa. E poi penso al fatto che l'erba tinta non muore mai, quindi perché dovrei morire?
Insomma, ieri sera ho pianto un'ora al telefono con mia madre, disperata, stanca perché, a volte, non ne posso più.

Mi piacerebbe uscire di casa e andare a cena fuori senza dovere stare lì a chiedere, fare mille domande, seguire con lo sguardo i camerieri, cercare di non avere paura e, alla fine, rinunciare.
Mi piacerebbe che, quando qualcuno mi invita a cena, non debba stare a chiedermi per ore se questo va bene o no, se posso mandargli l'elenco di quello che non posso mangiare.
Mi piacerebbe molto non passare ore a leggere etichette dentro ad un supermercato che, alla fine, fare la spesa è uno dei più grandi stress della mia vita (qui per saperne di più).
Mi piacerebbe anche non condizionare inevitabilmente la vita di chi mi sta vicino perché, anche se nessuno me lo ha mai fatto pesare, so che è una rottura di coglioni incredibile (qui per saperne di più).
Mi piacerebbe non essere un peso per i colleghi che devono rinunciare a mangiare qualcosa nella stessa stanza in cui sono io, che devono andare da un'altra parte e che devono ricordarsi di lavarsi bene le mani e tutta una serie di altre piccole cose. Non me lo fanno pesare neanche loro, ma so che anche questa è un gran rottura di coglioni.
Mi piacerebbe non dover litigare con chi non capisce la gravità del problema, ultimamente lascio spesso perdere o meglio lo faccio da quando una tizia mi ha detto che i musulmani quando entrano in contatto con la carne di maiale non rompono mica le scatole come un allergico grave che entra in contatto con l'allergene. Lì mi sono davvero cadute le braccia e ho pensato, per l'ennesima volta, che la mia vita (e non solo la mia) sarebbe molto più semplice se alle persone non uscissero alla bocca queste cose che, immagino, siano anche frutto di un ragionamento.
Mi piacerebbe anche non aver rovinato momenti che potevano essere belli perché è stato necessario correre in ospedale.
Ho pensato che vorrei che i miei genitori e mio marito non avessero mai dovuto subire il dolore di vedermi intubata perché è una cosa che -anche se loro non lo dicono- non è semplice.
Vorrei che non vivessero con la preoccupazione che mi succeda qualcosa perché ho scelto di non chiudermi in casa. Ed è normale non averlo fatto, ho sempre cercato di vivere una vita normalissima, ma a volte, quando arriva l'anafilassi (o lo shock anafilattico) improvvisa nonostante tutte le accortezze prese, capisco che vivere in un mondo pieno di cibo per una persona il cui sistema immunitario è talmente imbecille da riconoscere come nemici acerrimi un sacco di alimenti non è sempre facile.
Ho paura di morire e, se dovessi scegliere una delle cose che mi fa più venire paura di morire, sceglierei la frutta a guscio. Che è ovunque.
Non dico mai niente di tutto ciò, ma a volte ci penso. E la scorsa notte ci ho pensato, mi ci sono arrovellata e ho iniziato a piangere.


E quindi pensando a tutte queste cose, mi sono sentita stanca, spossata e senza forze. 
Piangevo disperata parlando con mia mamma al telefono.
Alla fine anche mia madre piangeva perché io so che se potesse farebbe qualsiasi cosa per togliermi quello che in certi momenti considero un fardello e se lo prenderebbe lei.
Se potesse, si sarebbe fatta intubare al posto mio, si sarebbe riempita di adrenalina, cortisone, antistaminici e avrebbe guardato lei gli altri mangiare non potendo toccare assolutamente niente che adesso non mi pesa neanche più, ma quindici anni fa, dieci anni fa si, mi pesava.
Mia madre, e immagino anche mio padre, si prenderebbe tutto e toglierebbe qualsiasi problema alla sua unica figlia, come credo farebbe qualsiasi genitore. Perché la mamma è sempre la mamma.

Alla fine, mia madre mi ha fatto ridere, mi ha tranquillizzata, mi è venuto sonno e sono riuscita a dormire.
Stamattina era tutto dimenticato, sono tornata a ridere e sorridere.
Ho abituato chi mi sta intorno a vedermi sempre allegra, a riderci su, ad auto-definirmi gastrodeficiente e no, non voglio suscitare la pena di nessuno.
Sto cercando di spiegare perché a volte ho paura di morire. E quando succede non è facile. Tutto qui.
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sabato 24 marzo 2018

Impariamo ad essere gentili

Oggi è stata una giornata triste.
Niente di che, eh: che sono di cattivo umore ultimamente è cosa nota a tutti, tanto che scrivo poco perché di tediare la gente coi miei melodrammi non ho poi così voglia.

Oggi è stata una giornata triste, sono stanca (da dieci giorni non dico altro), mi manca il marito, mi manca casa, mi manca soprattutto il cane, non avevo voglia di andare al lavoro (ma ci sono andata lo stesso ovviamente) , volevo dormire e alle 8 avevo gli occhi sbarrati.
Però, ecco, c'è una cosa che ho imparato: ci sono tante piccole cose belle fuori e bisogna cercare di vederle. Parlo di piccole cose, niente di enorme.
Tipo quando arriva qualcuno e vi offre un biscotto o un pezzo di cioccolata. 
Io non posso praticamente mai accettare nessuna delle due cose per ovvi motivi, ma avete capito che intendo, no?


Stamattina sono andata a ritirare la macchina dal meccanico ed ero disturbata dal fatto che stavo per lasciargli un sacco di soldi, però -ecco- non potevo farne a meno perché forse non farla sistemare e rischiare di morire in autostrada non è una brillante idea. Forse però.
Il proprietario dell'officina, che non avevo mai visto prima di due giorno fa, è stato molto gentile.
Poteva essere mio padre e mi parlava con fare paterno.
Poi si è avvicinato un signore, anche lui poteva essere mio padre, e mi ha detto: "Ho visto che avevi il paraurti anteriore uscito fuori".
"Si, l'ho trovato così una mattina davanti casa, ero arrabbiatissima"
"Te l'ho sistemato" mi ha detto.
"Ma grazie, quanto vi devo?"
"Ma scherzi? Non ci devi nulla, è davvero una cosa di un attimo".
Quello che questo signore non sapeva è che a me, notoriamente fissata con i dettagli, questo paraurti sporgente (di poco eh, ma io lo vedevo) dava molto fastidio, lo guardavo ogni volta, maledicendo lo stronzo (o stronza che sia) che non si era degnato neanche di lasciarmi un biglietto di scuse.
Uscita di là ho telefonato a mia mamma per darla la lieta novella, dopo che per due mesi ogni santo giorno le avevo sfrantato le palle con sta storia del paraurti. Sorridendo.
Che io lo so che al signore meccanico rimettere a posto un paraurti non è costato nulla, ma mi ha fatto piacere. Molto.

Ho parcheggiato la macchina, ho preso la metro, sono andata al lavoro, ma era troppo presto, quindi ho fatto un giro.
Sono andata al mio negozio del cuore di sigarette elettroniche che è una delle poche cose di Milano che mi mancherà.
Lo gestisce un signore di cinquant'anni, si chiama Cristian e sa che sono qui in trasferta e che al massimo il venerdì dopo pranzo vado via.
Oggi è sabato, il negozio era stranamente vuoto e mi ha chiesto perché non fossi a Roma.
Abbiamo chiacchierato un po', è stato mezzora dietro a me e alle mie richieste strane, gli ho detto che a breve non tornerò più. Ha degli ottimi prezzi, sa fare il suo lavoro e ha un assortimento incredibile.
É il miglior negozio di sigarette elettroniche in cui io sia mai stata e mi piace comprare da lui.
Lui era lì a cercare di rincuorarmi perché mi ha vista triste e lo dico davvero, eh.
Poi è squillato il telefono e mi ha detto che doveva rispondere perché la sua mamma era in ospedale, stava molto male ed era la sorella con le notizie.
E io pensato che quest'uomo, con un problema molto più grande di quelli che ho io, stava lì a cercare di consolarmi mentre aveva cose più importanti a cui pensare. 

E infine sulla metro, di ritorno dal lavoro, ho rischiato di restarci secca perché le porte erano difettose e si sono chiuse subito dopo essersi aperte.
É una metro automatica, non ha neanche il conducente, quindi non c'è verso di farle riaprire se resti incastrata. 
Devo dire che io sono anche stata fortunata -ad una signora è finita peggio- visto che al massimo probabilmente mi sarei rotta una mano o un polso , lei ha rischiato di fare una brutta fine.
Però sono intervenute delle persone per evitare che restassimo incastrate e oh, io non lo so mica quanti rischierebbero qualcosa per evitare che altre due persone, sconosciute, si facciano male.
"Come stai? Tutto bene?" mi hanno chiesto dei perfetti sconosciuti.
"Si, grazie".
Che a questa gente di me in fondo non sarebbe dovuto fregare niente, però il fatto che in fondo c'è ancora qualcuno che si preoccupa degli altri è bello.

E lo so, sono tutte cavolate probabilmente, ma forse -e sottolineo il forse- se imparassimo ad essere gentili con gli altri, a fare e dire delle piccole cose che non ci costano nulla, a chiedere "come stai?" a qualcuno senza pensare sempre a "io, io, io" sarebbe tutto più bello. 
Perché credetemi io oggi sono triste, ma lo sono un po' meno di stamattina.

Questo post è particolarmente melenso, ma queste piccole cose fanno stare bene, giuro.
Sullo stesso argomento, più o meno, potete leggere anche questo.
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giovedì 22 marzo 2018

Ho l'ascendente in leone, quindi sono incline al melodramma

Ieri sera ho trovato una gomma della macchina completamente squarciata.
L'unica volta in vita mia che ho cambiato una gomma ero insieme al Marito, alle quattro di mattina, a San Giovanni (non so se avete presente, è dove fanno il mega concerto del 1° Maggio) e ci avevamo messo delle ore solo per capire come si aprisse il cric.
Ho mollato la macchina lì e ho deciso che ci avrei pensato stamattina.
Quello che non sapete è che una delle mie amiche più amiche è figlia d'arte nel mondo delle gomme, visto che la sua famiglia ha da secoli un'azienda che si occupa di questo, quindi -siccome sono notoriamente intelligente- l'ho chiamata per chiederle cosa dovevo fare, scoprendo -a distanza di dieci anni dalla prima volta che l'ho vista- che non sa cambiare una gomma. 
La notizia è stata destabilizzante, eh. Lei non credo abbia ancora capito il dolore che mi ha arrecato dicendomi questa cosa.
Tutti nella sua famiglia si occupano di gomme: nonno, padre, zii, trisavoli (sono seria, eh) e lei non sa cambiare una gomma. 

Stamattina mi sono svegliata alle 5.30 per prepararmi e risolvere il problema gomma, scoprendo che in realtà non è l'unico che ha la mia amata macchina, comprata con sudore e sacrificio quasi dieci anni fa e che difendo sempre a spada tratta quando genitori e marito mi fanno presente che questa macchina va cambiata e anche di corsa, solo perché ha un milione di chilometri e forse -sottolineo il forse- non l'ho trattata benissimo.
Ieri sera ci hanno provato di nuovo: "Devi comprare la macchina nuova".
"Ma cosa ha la mia che non va?"
"Ti serve una macchina nuova"
"Ma per una gomma?"
"Non è solo la gomma, lo sai"
Alla fine ho ceduto, dopo aver tirato fuori la storia strappalacrime di quando la mia macchinetta rossa ha sorretto l'intera famiglia quando ci hanno rubato la macchina del marito (qui per saperne di più).
Compreremo una macchina nuova.
Ho sottolineato però che il primo che osa dire qualcosa sul colore che sceglierò verrà insultato perché io ho necessità di avere una macchina di un colore che esprima al meglio il mio io interiore. Tipo giallo limone. O azzurro puffo.

Il punto comunque è che ieri, quando ho trovato la gomma squarciata, ero disperata.
Non per la gomma, eh.
La gomma si cambia o, alle brutte, si paga qualcuno per cambiarla.
A mia madre, al telefono, ho detto: "Ma possibile che quando si sta avvicinando qualcosa di bello devo sempre trovare un milione di ostacoli nel mio percorso?"
Ho l'ascendente in leone, quindi sono incline -molto- al melodramma.

Questo è un periodo di attesa, l'avevo già detto qui, un attesa stancante più psicologicamente che fisicamente perché io, quando aspetto divento impaziente. E anche un po' nervosa se proprio vogliamo dirla tutta.


Le mie trasferte a Milano sono finite, non c'è un altro modo per dirlo.
Cioè a dire il vero, sono quasi finite, non finite.
Ho una data che è quella in cui rientrerò dall'ultima trasferta e non ne farò più. Perché? Semplicemente perché si sono resi conto che avevo la lingua di fuori, ero (e sono) stanca, stanchissima, che stare sempre su un treno è devastante e che stare lontana da casa si può fare, ma non per sempre.
Quando me lo hanno detto, ho chiamato il Marito piangendo. Non mi ha creduta, o meglio non è che non ha creduto a me, non ha creduto alla notizia. "Non può essere vero" ha detto, l'ho educato bene.
Il prezzo da pagare è un periodo lungo ventidue giorni di fila a Milano che solo chi sa quanto io poco sopporti Milano (nessuno me ne voglia), può capire.
Ventidue giorni nell'arco di una vita sono decisamente niente, ma io accuso la lontananza da marito, cane e casa. L'accuso tantissimo.
Ma ecco, questa attesa che è tremenda (no, non per la ruota squarciata), in realtà porterà ad una cosa bella che mi porterà. di fatto, ad essere più felice e meno stanca, mica pizza e fichi, però il melodramma fa parte di me e non posso assolutamente rinunciarci.
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mercoledì 14 marzo 2018

L'attesa del piacere (non) è essa stessa il piacere

Sono in attesa.
No, non nel senso che sono incinta, ma nel senso che sto aspettando delle cose.
Sono cose belle, buone notizie che devo attendere solo che vengano messe in atto e sono abbastanza certa che sono cose da cui trarrò piacere. No, non sto parlando di sesso.
Sto parlando di novità lavorative, niente di particolarmente entusiasmante probabilmente, ma per me sono cose abbastanza importanti.
No, non ho neanche intenzione di cambiare lavoro. E no, non è che sto nascondendo qualcosa, che me la tiro, che voglio fare la figa. Non è mia intenzione, è solo che sono molto scaramantica e poi oh, mi hanno insegnato (o meglio, sono stata costretta ad imparare, ormai qualche anno fa) che se dici A, in automatico si verificherà B e non posso assolutamente correre il rischio.
Comunque sono in attesa. In attesa del piacere.
Dicono che l'attesa del piacere è essa stessa il piacere e sapete che vi dico? Manco per niente, non è vero.
A me non sta più passando. 
Un mese fa era lunedì e oggi è solo mercoledì, il tempo non sta più scorrendo in modo normale -deve essere successo qualcosa- e io sono sempre più insofferente. E stanca.


Avevo ammesso di essere stanca già qualche mese fa (qui per saperne di più), ma stavolta mi sembra sia peggio.
Passerà mi dico e mi dicono. Succede, no? Succede praticamente a tutti, giusto?

Mi sono sempre chiesta come si potesse dire la frase "non ho tempo", io che ho sempre trovato il tempo per un sacco di cose, tanto che qualcuno mi prende(va) in giro dicendomi che l'unica spiegazione era che non dormivo la notte.
Adesso mi trovo spesso e volentieri a dire che non ho tempo, vergognandomi come una ladra per questa cosa (quanto meno in alcuni casi).
E mi ritrovo anche a pensare che sono davvero tanto stanca, ma mi guardo bene dal dirlo ad alta voce (no, il blog non fa testo, mi riferisco alla vita reale) che poi becco quello che è cento volte più stanco di me e non è giusto.

Nell'attesa di questo piacere -sperando che poi non si riveli una sòla che con me non si sa mai- vado al lavoro, vado in palestra, sto sul treno, rientro dalle trasferte sfinita e dormo sedici ore di fila, roba che sabato scorso mia madre ha chiamato il marito per chiedergli se fossi ancora viva e lui, serafico, ha risposto che stavo dormendo da ore.
Per intenderci, mi sono svegliata sentendomi osservata e, in effetti, il cane mi guardava tenendo il muso ad un centimetro di distanza dal mio viso.
Siccome non si sa mai, gli ho chiesto qualcosa tipo: "Fuffi, ma non è che volevi mangiarmi?" e sono ancora in attesa di risposta, anche se probabilmente doveva solo fare la cacca. Tanta cacca.

Quindi sono in attesa e conto i giorni, sfanculando mentalmente ogni tre minuti (che ovviamente sembrano tre settimane) quello che per primo si è inventato sta minchiata dell'attesa del piacere che è essa stessa il piacere.

Il vero punto di tutta sta manfrina comunque lo sapete qual'è?
Che guardo il blog, lo apro, mi leggo qualcosa, ma non ho voglia di scrivere, non ho voglia di raccontare nulla, probabilmente perché non succede niente che valga la pena di essere raccontato (a parte che la fissa della Sprite sta diventando sempre più invadente nella mia vita) e, ad un certo punto non posso tediare la gente con il mio personalissimo conto alla rovescia e con sta insofferenza da attesa che bene probabilmente non fa bene né a me né a chi mi sta vicino.
Quindi insomma, se non mi sentite, se non mi leggete è perché non ho voglia quindi -tutto quello che faccio per tenere viva la mia creatura- è pubblicare sporadici aggiornamenti degli episodi che non possono essere veri che mi accadono (quelli sempre, è una costante della mia vita, non so se riderne o piangerne) sulla pagina Facebook legata al blog (che trovate cliccando qui, qualora vi interessasse).

E quindi niente, questo non è un post mi sa.
Questa è tipo una comunicazione di servizio, ma siate fiduciosi: questa mia attesa finirà e io già sto gustando i meravigliosi post che scriverò . Spero. Un giorno.

(Che poi magari non frega niente a nessuno di tutto ciò, ma sai mai).

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venerdì 2 marzo 2018

Guardarsi allo specchio e non piacersi abbastanza

Un anno fa -più o meno- scoprivo di avere un ginocchio rotto con mio sommo stupore visto che probabilmente sono l'unica persona al mondo che è stata in grado di rompersi un ginocchio camminando.
Credo che il Marito, per altro, non dimenticherà mai quel sabato sera in cui l'ho chiamato per chiedergli se poteva venirmi a prendere a Milano, dove ero  per lavoro.
Voi immaginate la scena:
"Pronto? Amore? Senti c'è un problema, mi hanno ingessata dalla caviglia all'inguine, potresti venirmi a prendere?"
Quel santo uomo che all'epoca non aveva ancora sposato, mi è venuto a prendere e, nonostante avessi provveduto a mandargli documentazione fotografica del gesso, appena mi ha guardata indeciso se ridere o compatirmi.
Il gesso è stata una delle cose più invadenti della mia vita, la fisioterapia una delle cose più pesanti (e costose), quello che ne è seguito dopo un incubo.
Quando ero ancora ingessata, ero salita sulla bilancia, non si sa esattamente bene come, e avevo scoperto di pesare meno con il gesso che senza (qui per saperne di più), cosa che poi si è rilevata un grande bluff.
Il giorno che mi hanno tolto il gesso ero scoppiata a piangere disperata quando la simpatica dottoressa mi ha detto che in fondo non era niente di che e potevo alzarmi e camminare senza problemi, cosa che dopo un mese di gesso mi sembra alquanto improbabile.
Quando mi hanno visitata, è venuto fuori che i quadricipiti a quel punto non li avevo praticamente più, motivo per cui sembravo essere dimagrita. Avevo perso completamente la massa muscolare.
Ho tolto le stampelle due giorni prima di sposarmi (qui per saperne di più), ma ecco non camminavo esattamente benissimo.
Poi ho cominciato ad andare in piscina e piano piano la situazione è migliorata.

Poi però, qualche settimana fa, è successo che mi sono guardata allo specchio e mi sono detta che qualcosa non andava, non mi piacevo abbastanza, non ero soddisfatta, mi sentivo gonfia e un sacco di altre cose che magari alla fine erano paranoie mie, chi lo sa, ma non riuscivo di certo a fare finta di niente. Sono fatta così.


E allora ho deciso di mettermi a dieta, cosa che è meno semplice del previsto nel mio caso perché significa escludere ancora più cose di quelle che già normalmente son costretta ad escludere (qui per saperne di più), e ho già tante carenze, quindi non posso rischiare di averne altre.
E poi teoricamente chi sta a dieta mangia tanta frutta e verdura (ma non solo, ne sono consapevole) e io ho talmente poca scelta al riguardo che prima o poi, probabilmente, diventerò un broccolo. O una zucchina.
Scherzi a parte, seguo una dieta bilanciata, ma di sicuro è meno bilanciata di quelle di una qualsiasi persona normale. Ce ne faremo una ragione.

Ho messo un po' da parte la piscina in favore di quei corsi faticosi e impegnativi che ti tonificano, ti snelliscono, fanno un sacco di cose belle al corpo, ma sono tremendi e richiedono delle energie che non sono sicura di avere, però mi piacciono molto.
La mia paura più grande -sembrerò scema- è quella di rompere di nuovo la rotula.
Ho scoperto che non riesco a stare in equilibrio sulla gamba sinistra e che anche quella destra, che si era danneggiata irrimediabilmente dopo aver fatto le veci anche dell'altra gamba per mesi, non è esattamente stabile.
Qualche sera fa, uno degli istruttori si è avvicinato e mi ha chiesto: "Ma hai problemi al ginocchio?"
"Ehm, perché?"
"Perché noto che fai fatica a piegarlo e a mantenere l'equilibrio"
"Ehm, questo ginocchio l'ho rotto quasi un anno fa"
Gli ho visto perdere colore. No davvero, non scherzo.
Per tutta la lezione non ha smesso di guardare il mio ginocchio e di chiedermi di stare attenta.
Io non so se vi siete mai rotti qualcosa in vita vostra, ma quello che ho capito è che -quando entri a far parte del club dei fratturati- la paura che quel pezzo si spacchi di nuovo non ti abbandona facilmente.
Io vivo con la costante paura di rompermi il ginocchio un'altra volta. E anche di morire soffocata, ma quella è un'altra storia.
Però ci provo. Sto cercando di prendermi cura di me stessa perché mi piace guardarmi allo specchio ed essere soddisfatta. E questo significa mangiare bene, fare tanta attività fisica, rimpiangere il metabolismo di quando avevo vent'anni, arrendermi al fatto che ne ho quasi trentadue e persino l'aria che respiro si va a posizionare sui fianchi e li allarga.

Ogni volta che faccio un piegamento sulle braccia mi chiedo quando riuscirò a piegarle davvero queste benedette braccia e non solo un pochino (ma proprio pochino pochino, eh).
Ogni volta che faccio uno squat mi domando, invece, quando i quadricipiti smetteranno di urlare pietà. Accadrà prima o poi, vero?
Gli addominali invece mi riescono bene, ma quello è perché mi hanno sempre fatto particolare simpatia.

Lo scopo di tutto ciò è quello di migliorare, di piacermi di più, di stare sempre meglio con me stessa.
Ieri sera, però, è successo: ultimo esercizio dopo due ore di allenamento, un po' faticoso, ma sto imparando -giorno dopo giorno- a farlo sempre meglio. E ho sentito crack.
Cioè io pensavo di avere sentito crack, in realtà ho solo preso una storta. Dolorosa, fastidiosa, ma pur sempre solo una storta.
Mi sono rimessa in piedi, ma ammetto che mi sono spaventata.
Dopo poco non avevo più nulla, domani torno in palestra e continuo con le mie due ore giornaliere di allenamento che ecco, l'obiettivo non va perso di vista.
Che poi, a dire il vero, un obiettivo non ce l'ho, ma c'è una persona a cui voglio molto bene, ma proprio molto molto, che mi ha insegnato a vedere tutto con ottimismo, a sorridere, a non mollare il colpo mai. E io ci provo, altro non fosse che per far si che questa persona sia sempre fiera di me.

E poi posso dire una cosa? Prendersi cura di se stessi fa bene al cuore, tanto bene al cuore.

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