sabato 21 gennaio 2017

Due anni di fatti, persone e cose che non possono essere vere

Sono passati esattamente due anni da quel giorno -che sembra lontanissimo- in cui ho deciso di aprire un blog.
Ci ho pensato un attimo e subito l' ho fatto, scrivendo il primo post (che trovate qui). A rileggerlo adesso mi sembra un post un pò stupido, ma da qualche parte bisognava pur cominciare, no?
Il nome del blog mi è balenato in mente, non ricordo neppure bene come, e quello è stato: non può essere vero era una frase che in quel periodo ripetevo spesso.
Me lo ricordo bene quel periodo, mi ricordo bene che avevo bisogno di occupare le mie nottate passate sveglia, sul divano, ad accudire Milly che si stava trascinando inesorabilmente verso la fine.
Mi mettevo a letto, poi lei mi svegliava muggendo (si, la mia Milly muggiva) e io mi alzavo, la prendevo in braccio (pesava 21 kg, povera schiena mia), la mettevo sul divano dopo aver controllato il pannolino (ed eventualmente lo cambiavo pure), mi sedevo accanto a lei che poggiava il muso sulle mie gambe e scrivevo. Scrivevo perchè non sapevo come far passare le ore.
Quando non scrivevo cercavo di rendere presentabile il layout, anche se per un anno e mezzo è stato abbastanza brutto, ma proprio brutto brutto. La prima versione -per la quale ricevetti persino dei complimenti che mi sorge il dubbio non fossero sincerissimi- era inguardabile, la seconda era già un pò migliore, quella definitiva è arrivata soltanto quattro mesi fa.
Poi una notte di quasi un mese dopo, Milly ci ha lasciato e per giorni io mi sono limitata a consumare tutte le mie lacrime pensando che il blog ormai non servisse più a nulla.
Qualcuno mi ha convinto a non mollarlo, erano i tempi in cui i Mercoledì della Ginnastica -cominciati per caso con questo post, il mio primo post che superò i 10.000 lettori- andavano forte (adesso non esiste più quella "rubrica" purtroppo) e gli altri post - quelli che parlavano della mia vita-facevano appassionare e divertire amici e conoscenti. Così ho ripreso a scrivere, raccontando banali episodi di vita quotidiana: la mia vita quotidiana. Ho scoperto che quello che piaceva di questo blog era l'ironia, dopo anni e anni in cui tutti mi hanno sempre ripetuto che io il senso dell'umorismo non so neppure cosa sia. Scusate eh, ma è una grande soddisfazione questa.


Ci ho messo dentro la vita di coppia, il lavoro in televisione, la permanenza a Milano, il mio amore per Roma -la città che ormai è diventata casa mia- e per  Palermo dove sono nata e dove ancora vivono i miei. E non solo.
Ci ho messo dentro amici, alcuni dei quali ormai amici non sono più (e magari chissà, non lo sono mai stati) e amici storici. Ci ho messo dentro persone che mi stavano sulle gonadi, persone che stimavo e stimo e persone a cui voglio bene Altre persone non sono mai neppure state nominate perchè ho preferito -almeno fino ad adesso- tenerle per me, per un motivo o per un altro. 
Tante cose non le ho mai raccontate e probabilmente mai le racconterò.
Ho scritto un post dopo l' altro, a volte ho messo da parte il blog, un pò per mancanza di tempo, un pò per mancanza di voglia.
Ad un certo punto, ci ho messo la faccia, non più solo NonPuòEssereVero, ma Gilda.
Sono arrivate delle richieste di collaborazione che mi hanno resa fiera e orgogliosa di questo blog.
Sono arrivati lettori che non erano solo genitori, Fidanzato e amici. Qualcuno mi ha scritto, qualcuno non so ancora neppure che esista.
Ho conosciuto, grazie a questo blog, persone che non avrei mai conosciuto. Alcune di queste persone oggi vengono annoverate nel club degli amici, quelli con la A maiuscola.
Ho conosciuto decine e decine di persone che hanno anche loro un blog, che vivono a km e km da me e che forse non riuscirò mai ad incontrare di persona, ma che sono presenti. Qualcuno sono riusciuta a conoscerlo, a prenderci un caffè o un gelato al Mc Donald's.
Mi hanno anche chiesto un autografo fuori ad un palazzetto che ospitava una gara di ginnastica artistica.
"Ma sei tu quella del blog? Mi fai un autografo?"
"Ehm, no, mi spiace, non so di che blog parli".
(State sereni, non sono io ad essere una star, sono le bimbe che seguono la ginnastica che in alcuni casi chiedono autografi anche ai muri).
C'è stata quella volta in cui sulla mail del lavoro di Fidanzato, un collega ha girato a lui e ad altri un link di un post di questo blog perchè questa persona ci teneva che tutti i colleghi lo leggessero. Fidanzato, che è un timido, non l'ha mica detto: "Guardate che è il blog della mia fidanzata".
E' successo anche che in qualche messa in onda televisiva hanno parlato di me e di questo blog e qualcuno mi ha poi riferito di aver detto: "Io la conosco".
Oh, lo so, sono stupidaggini, ma mi rendono felice. Si, proprio così: felice.
Ho fatto incazzare un sacco di gente con le mie parole, qualcuno voleva anche querelarmi.
Ho ricevuto sostegno quando attraversavo momenti complicati da perfetti sconosciuti. Qualche volta ho generato ansia, vi ho fatto stare in pensiero per me, ma altre volte vi ho fatto esultare per un mio successo (i successi sono ancora pochi rispetto ai problemi, ma ci accontentiamo). E ne sono stata felice, felicissima.
Sono arrivati, in alcuni casi, i numeri. Post stra letti e stra condivisi che sembrerà una cazzata, ma quando vedi il contatore dei lettori aumentare è tanta roba. Tantissima roba. Credetemi sulla parola.
Mi hanno chiesto di scrivere qualcosa per dei giornali e l' ho fatto. Non chissà che giornali, ma per me era già tanto.
Ultimamente, mi hanno chiesto di potermi intervistare. INTERVISTARE. Mi sono gasata, sarei ipocrita a negarlo.
Che poi forse ora vi sembrerà che me la sto tirando, ma giuro che l'unica cosa che sto tirando sono le somme di questi due anni di blog.
Mi sono anche prefissata un obiettivo che è quello di far crescere le pagine social che ancora fanno un pò cagare non mi soddisfano a pieno. Se ci riuscirò, solo il tempo potrò dirlo.
Sono passati due anni da quel giorno in cui ho deciso di aprire questo blog e se mi ha già regalato tutte queste cose meravigliose, chissà cosa potrà riservarmi il futuro. 
Buon compleanno blog e grazie di tutto. 
Grazie a voi che mi leggete, che ci siete.
Grazie a chi ha contribuito a rendere NonPuòEssereVero bello com' è. E si, è proprio vero che ogni scarrafone è bello a mamma sua. Questo blog per me è uno scarraffone molto molto bello.


Nb. Avete presente quelle parole o frasi che vedete sottolineate in questo post? Ecco, cliccandoci sopra vi si apriranno i link ai post che sono stata nominati.
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mercoledì 18 gennaio 2017

Bastava ascoltare

Ho chiesto brioche e cappuccino al bar.
Sono una che si adatta e se il cornetto viene chiamato brioche, io chiedo una brioche.
Oh certo, dentro di me resta un cornetto, mi pare ovvio.


Ho chiesto, per favore, mentre pagavo,  di avere prima la brioche perchè preferisco prima mangiare e poi bere. 
Sono stata ignorata.
Il mio cappuccino è stato preparato e quando era pronto ho chiesto educatamente se potevo avere prima la brioche, per la seconda volta.
Una donna di circa cinquant'anni mi ha mandato a cagare, lei il cappuccino l'aveva fatto e dovevo berlo subito.
"Guardi, avevo chiesto prima la brioche".
E' una cazzata e io ne sono pienamente consapevole. Sono abituata così. non amo bere il cappuccino e poi mangiare qualcosa, faccio così da anni. Mai una volta -che io ricordi- ho fatto in modo diverso. E' un'abitudine.
"E che ci faccio col cappuccino se non lo bevi subito?"
E' intervenuto un collega dicendo che effettivamente avevo chiesto educatamente di avere prima la brioche e che lui non mi aveva dato retta.
Mi ha dato la brioche. 
La barista, quella cinquantenne, bofonchiava,che noi giovani siamo maleducati perchè se lei aveva preparato il cappuccino, mica potevo farglielo buttare e che dovevo adattarmi.
Eppure avevo chiesto una cosa per due volte, educatamente. Di avere prima la brioche e poi il cappuccino, tutto qui. 
Non ho detto di buttare il cappuccino, piuttosto magari di scaldarlo dopo. 
Dico per favore, grazie, prego. Sorrido, anche quando vorrei uccidere tutti.
Lei bofonchiava e io ho vomitato fuori una frase che a quell'ora, di norma, non avrei detto: "Signora, bastava ascoltarmi, io ho chiesto educatamente".
Ho cercato su TripAdvisor il bar in questione e ho trovato solo recensioni negative.
"Personale scortese e maleducato" recitavano la maggior parte.
Eppure il barista, l'uomo, era educato e ha cercato di frenare la sua collega.
E si è preso anche lui le recensioni negative. 
Magari è stato scortese anche lui qualche volta, ma con me è stato gentile.
Ho pensato e ripensato alla mia frase. "Bastava ascoltare".
Tante volte non sono stata ascoltata e tante volte non ho ascoltato.
Alcune volte ho dimenticato, anche se avevo ascoltato. E probabilmente, quello che ho detto è stato dimenticato.
E mi sono chiesta cosa cambierebbe se tutti ascoltassimo gli altri quando ci chiedono una cosa, quando ci consigliano qualcosa o semplicemente quando rispondono ad una nostra domanda della quale, in realtà, non ci interessa la risposta.
Ho cercato la risposta a questa domanda per un pò, ma non l'ho trovata.
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lunedì 16 gennaio 2017

Quindicenni

Le ho osservate a lungo, sui mezzi pubblici.
Le ho osservate e ho ascoltato i loro discorsi. Mi sono sentita un pò matta, magari qualcuno avrà anche pensato fossi un soggetto pericoloso. Eppure io ho continuato ad osservare perchè sono curiosa e le quindicenni di oggi mi incuriosiscono.
Io avevo 15 anni nel 2001, sedici anni fa. Alla fine degli anni '90, quelli delle Spice Girls, dei Backstreet Boys, di Cioè e delle magliette Onyx con le bamboline.
Dicono che tra una generazione e l'altra passino quindici anni, quindi loro sono la nuova generazione. Loro, le quindicenni di oggi.
Sui mezzi, dirette a scuola. Io non andavo a scuola con i mezzi pubblici, andavo con mia madre o in motorino, il mio meraviglioso Scarabeo 50 abbandonato a 18 anni e mezzo, in favore di un'Alfa Romeo 146. Mai errore fu più grande.
I capelli perfettamente piastrati. So riconoscere un capello piastrato da uno naturalmente liscio, io che convivo da sempre con la mia riccitudine e ho speso più soldi in piastre che in automobili. 
A 15 anni non avevo una piastra che io ricordi e se ce l'avevo di sicuro non me la passavo la mattina prima di andare a scuola. 
Visi perfettamente truccati. Occhi neri neri, la linea della matita tracciata perfettamente, mascara grondante. Fondotinta e fard. I rossetti matte, viola o rossi.
Se io avessi messo un rossetto matte viola per andare a scuola, mia madre mi avrebbe presa a calci in culo per tutta la via che separava casa mia dal liceo linguistico di Via Fattori. Calci in culo ben piazzati, non credo le sarebbe importato granchè del gatto che non potessi sedermi.
Non potevo nemmeno uscire la sera truccata così. Non che potessi uscire chissà quanto la sera, ma questa è un'altra storia. Non di certo durante la settimana, in ogni caso, al massimo il sabato sera. Struccata.
Parka come se non esistesse un domani, quasi tutti dello stesso verde militare, un pò di nero, un pò di rosso. Ai miei tempi si usava il Belstaff che io -per la cronaca- non avevo. Credo comunque che nella mia classe avessimo tutti giubbotti diversi.
Le sciarpone avvolte intorno al giubbotto invece che intorno al collo, forse si usa così. Io la sciarpa non la portavo, tiravo fuori sciarpone, cappelli e guanti solo in occasione dei viaggi d'istruzione in paesi freddi e le mie sciarpe erano state tutte fatte a mano da mia nonna. Le conservo ancora.
Tutte lo stesso zaino North Face che a me fa pensare ad uno zaino da trekking. E comunque, con il rossetto matte non ci si può abbinare sto coso brutto. Io  a scuola ci andavo con la borsa Kookai o, al massimo, con lo zaino Eastpak. La Kookai credo che nel frattempo sia fallita o comunque io in Italia non la vedo più.
Le caviglie scoperte, i jeans lunghi fin sopra la caviglia, modello skinny, strappati, le calze corte. LE CAVIGLIE SCOPERTE.
Io usavo i jeans a zampa di elefante, i pantaloni a campana, roba molto brutta. Forse meglio le caviglie scoperte, anche se a trent'anni so che lasciare parti del corpo esposte alle intemperie  in inverno prima o poi si paga. Eccome se si paga. Parola di una cresciuta quando le caviglie venivano coperte, ma la pancia (e i reni) andava scoperta, ma non a scuola, altrimenti erano anche lì calci in culo.
Le Converse. Non so se avrei avuto il fegato di indossare le Converse di tela a Milano d'inverno neppure a quindici anni.
Non ricordo che scarpe si usavano quando andavo a scuola io, Hogan a parte. Forse le Camper o le New Balance.
Le ho viste fumare, fuori dalla metro.
Ai miei tempi, si fumava nel cortile di scuola, le sigarette costavano poco meno di 5.000£, non so se esisteva già il tabacco da rollare.
Le ho viste armeggiare con il cellulare, parlare tra di loro di messaggi Whatsapp e di notifiche Facebook. Noi non avevamo nè whatsapp nè facebook, ma c'erano gli squilli che valevano molto più di un mi piace e i messaggi che si pagavano. E se qualcuno ti mandava un messaggio pur pagandolo era tanta roba.
Ho ascoltato i loro discorsi, inevitabile in un autobus o una metropolitana affollata.
"Mi sono assunta le mie responsabilità, gli ho detto che sto attraversando un periodo molto difficile"
"Ormai dovrebbe essere maturo, ha sedici anni, mica è più un ragazzino"
"Quella stronza mi ha messo cinque, anche se avevo quattro allo scritto e sette all'orale"
"Entro a seconda ora, non ho studiato per l'interrogazione"
"Se arriviamo un pò prima, magari becco il (segue soprannome)".
"Quando compio 18 anni, sarà tutto diverso"


Le ho guardate, le ho osservate. Non sono riuscita a farne a meno.
E, alla fine, anche se noi non avevamo le caviglie scoperte, nè eravamo truccate, nè avevamo lo zaino Nort Face ho pensato che è tutto esattamente uguale a sedici anni fa.
Anche io credevo che un  sedicenne anni fosse maturo, non parliamo poi dei diciottenni.
Anche io entravo a seconda ora, anche io insultavo le mie professoresse.
Anche io sono arrivata un pò prima a scuola perchè mi piaceva qualcuno e speravo di incontrarlo.
Anche io parlavo per ore con le mie amiche di uno squillo piuttosto che di un messaggio.
Anche io ero convinta di attraversare periodi molto difficili. Pensavo che certe tragedie non sarei mai riuscita a superarle.
Anche noi eravamo vestite tutte uguali o quasi.
Anche noi credevamo che l'amicizia e l'amore di quel periodo fossero per sempre. In alcuni casi, è stato davvero così.
Credevamo tante cose e ci sentivamo invincibili. E anche noi eravamo convinti che a 18 anni sarebbe cambiato il mondo.
Siamo uguali a loro. Ecco tutto.


La foto del post è di Samira El Bouchtaoui.

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venerdì 13 gennaio 2017

Orario d'ufficio

A me hanno sempre raccontato la storia dei turni brutti e cattivi.
Chiaramente questa storia mi è stata raccontata da chi lavora dal lunedì al venerdì,  dalle 9 alle 18, sabati e festivi esclusi e da chi di lavorare la domenica proprio non ne vuole sapere.
Io ho sempre elogiato il lavoro su turni, con una predilezione per i turni pomeridiani/serali/notturni. Ma roba che a me i colleghi cedevano i loro turni serali/notturni perché sapevano che li amavo particolarmente. In cambio, donavo loro odiosi turni di mattina.
La domenica ho sempre lavorato volentieri, idem per le feste comandate, tanto a meno che non abbiate un qualche collega che per tutte le feste è disgraziatamente malato, ci si organizza: oggi a me, domani a te.
Comunque, dallo scorso lunedì sono entrata anche io nel regime del lavoro ad orari d'ufficio che tutti hanno sempre elogiato.
E' vero che è un tantino diverso perchè ho la reperibilità, farò diverse trasferte all'estero, potrò fare home working e, talvolta, gli orari saranno anche serali (ma non notturni), però è stato un grosso cambiamento. Molto grosso. Facciamo enorme va. Enormissimo.
Praticamente dal lunedì al venerdì, si è ostaggio del lavoro h24.  Almeno questa è la mia sensazione.
Facendo i turni, se lavoravo la mattina mi dovevo svegliare molto presto, ma dopo pranzo ero a casa.
Se lavoravo il pomeriggio, avevo mattinata e parte del pomeriggio libero. Certo ero a lavoro fino a mezzanotte o alle 2 e non potevo andare, che ne so, a cena fuori, ma amen.
Se lavoravo la notte, tornavo a casa, dormivo in mattinata e avevo l'intero pomeriggio e tutta la sera a mia disposizione.
I turni erano spesso organizzati di modo da avere quanto più tempo libero possibile: magari finivi di lavorare alle 8 del venerdì mattina e riprendevi alle 17.30 del lunedì pomeriggio, quasi quattro giorni a casa che però di fatto erano due, visto che lavoravi sia il venerdì che il lunedì.
Comunque, non importa: se mi mettessi a spiegare tutti i meccanismi per i quali lavoravo 40 ore settimanali -magari ad orari un pò alternativi- ma sembrava che fossi sempre libera, non ne usciremmo più.
Dicevo: sono entrata anche io nel tunnel regime dell'orario d'ufficio.
Il lavoro mi piace molto, è estremamente tecnico e complesso, ma piano piano tutti i nodi verranno al pettine. Il broadcasting è così: sembra cattivo, ma in fondo non lo è.
Da lunedì a venerdì 9-18, quindi. L'ho già detto, vero?
Facciamo quindi una breve analisi: bisogna svegliarsi molto presto perchè è l'orario in cui esce la maggior parte delle persone c'è traffico. In ogni caso, io al momento vado a lavoro con i mezzi perchè è impossibile raggiungere il posto dove devo andare con l'automobile.
Servirebbe un motorino, ma magari a -2°, con il cielo grigio, il nevischio, i lastroni di ghiaccio per strada e sui marciapiedi ed un'umidità grazie alla quale la temperatura percepita è di -15°, ne faccio anche a meno. Sono vecchia dentro, mi sa.
C'è la gente. Troppa gente. Alla 5 o alle 6 del mattino non c'è tutta questa gente per strada. Neppure a mezzanotte. E la gente, al mattino, è brutta e cattiva, specialmente quella che non si lava.
Anche al ritorno, c'è troppa gente. Ed è brutta e cattiva perchè è un impedimento al mio ritorno a casa: chi cammina troppo lentamente, chi ti viene addosso perchè invece va troppo velocemente, chi ti guarda dalla testa ai piedi e tu sei consapevole di essere un'occhiaia che cammina, eccetera eccetera. Che stia diventando agorafobica?
Si è fuori casa praticamente dodici ore perchè tra gli spostamenti e le nove ore (otto in realtà + una di pausa) di lavoro, quello è, si arriva a casa ad ora di cena (o quasi, ma ci siamo capiti), si cucina, si mangia e ciao, finita la giornata. FINITA.
Poi certo il sabato e la domenica si resta a casa e si ha, oltre alla stanchezza della settimana, tutto quello che non si è riusciti a fare durante la settimana, da fare.
E poi io ho sempre amato il lunedì. Non voglio diventare come quelli che il lunedì lo odiano. Io voglio continuare ad amarlo il lunedì. Suona così bene il nome lunedì.
Me l'avevano spacciato per una cosa un po' più figa sto orario di ufficio.
Se non fosse che che mi piace molto il lavoro, l'azienda e il fatto di avere -per la prima volta- una scrivania tutta mia dove posso mettere quello che voglio, l'avrei presa maluccio.
E ora posso dirvelo: mi avete imbrogliata per anni. I turni sono belli e il 9-18 è brutto, non il contrario.


La scrivania -per la cronaca- non è ancora completamente arredata.
Essendo la prima per me, sto impiegando più tempo a scegliere un portapenne da scrivania che l'intero arredamento di casa mia (e, credetemi, di tempo ce ne abbiamo messo).
Però l'angoletto mi pare sia venuto bene, c'è il giusto equilibrio di rosa e paillettes.

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domenica 8 gennaio 2017

La prima sfiga dell'anno

Che vado a Milano l'avete capito tutto.
Quello che sfugge ai più è che vado a Milano, ma poi parto per Stoccolma dove resterò un pochino. 
Contenete i gridolini di gioia che a Stoccolma in questo periodo fa buio alle 14, ci sono sei ore di luce se va bene e fa un freddo che altro che la neve in Sicilia.
Io comunque si, sono entusiasta: andare a Stoccolma per lavoro è tanta roba, vedere come lavorano lì, imparare da chi ne sa sicuramente più di me è una cosa che mi rende orgogliosa. Di cosa ancora non lo so, ma ve lo saprò dire.
Comunque, io non compro vestiti, nel senso che il 90% dei miei vestiti li compra mia madre, altrimenti potrei serenamente andare in giro con i jeans strappati e le Converse per tutto l'anno. Ogni tanto, se mi serve qualcosa, vado, pago e serenamente mi provo il tutto a casa. Ma mi deve servire eh, che proprio non ne posso fare a meno. E possibilmente deve essere qualcosa  a pois che se scelgo io, i pois non possono mancare.
L'unica mania sono le borse, quello è un disturbo ossessivo compulsivo che non riguarda solo me, ma tutta la famiglia visto che abbiamo investito -ormai un paio d'anni fa, se non di più- in una meravigliosa parete attrezzata da salotto atta a contenere le mie borse che sfiorano il centinaio. E chiaramente uso sempre le stesse, ma sai mai. 
Vi starete giustamente chiedendo cosa c' entrano i vestiti con Stoccolma.
Non avevo vestiti adatti per il freddo svedese, quindi una volta avuta la lieta novella del nuovo lavoro con trasferta annessa, mi sono precipitata a comprare maglioni pesanti e altra roba che pare fosse necessaria per sopravvivere alle temperature sotto lo zero.
Precipitata è una parola grossa, visto che da una parte c'era mia madre al telefono che mi intimava di andare in Via del Corso a comprare vestiti, dall'altra Fidanzato che mi ha dovuta letteralmente trascinare. Entrambi all'urlo di "pago io". 
Ad un certo punto, ho trovato un maglione caldo e bellissimo, adatto allo scopo. L'ho persino provato, amandolo da subito. E visto che loro sostenevano che un maglione non era sufficiente, mi sono rivolta al simpatico signore e con nonchalanche  ho domandato: "Ma questo lo avete in altri colori?".
Io so che lui ha pensato che volessi magari vagliare altre possibilità di colore, visto che quello provato era color carta da zucchero (che poi mi dovete spiegare come si può chiamare un colore carta da zucchero). Ha tirato fuori altri colore e io ho affermato: "Li prendo tutti!!"
Fidanzato mi guardava esterrefatto: "Ma tutti uguali?"
"Non sono mica uguali, sono di colori diversi".
Mia madre al telefono mi chiedeva: "Ma li hai presi tutti uguali sul serio?"
"No madre, non sono uguali, sono di colore diverso".
Comunque, alla fine sono tornata con un bottino di roba calda e per me la questione era risolta.
Ho pure comprato tante belle magliette da mettere sotto ai maglioni -tutte uguali, ma di colore diverso anche quelle- ed ero felice e soddisfatta.
Dopo cinque giorni si è aggiunto il tormentone: "Compra anche dei pantaloni".
"Perchè? i miei jeans strappati non vanno bene?"
A quanto pare no. Io ci ho provato, ma non li ho trovati dei pantaloni. Forse non li ho neppure cercati bene, ma ho comunque informato l'intera famiglia che sono munita di jeans non strappati e pantaloni pesanti.
Che poi, detta così sembra che ho l'armadio vuoto, ma in realtà è pieno di vestiti. Sta scoppiando. 
Vestiti che però non erano abbastanza pesanti.
L'unica certezza che avevo era quella di non aver bisogno di un giubbotto pesante perchè quello ce l'ho e me lo sono comprata spontaneamente lo scorso inverno. Nero, caldo, lungo fino alle ginocchia, bellissimo. 
Solo che ecco, venerdì sera si è rotta la cerniera. La prima sfiga dell'anno. Mi è preso un pò lo sconforto in effetti, il mio giubbotto tanto caldo adatto a Stoccolma.
Fidanzato mi ha cazziato, mia madre si è fatta prendere dalla sindrome della figlia che morirà assiderata.
"La faccio aggiustare". Col piffero che ho trovato qualcuno che sabato 7 Gennaio mi cambiasse la cerniera del piumino nero, caldo, lungo fino alle ginocchia, eccetera eccetera.
Ho anche riesumato un giubbotto pesante e caldo -ma nemmeno poi tanto bello- comprato nel lontano 2003 e usato solo quell'inverno al freddo e al gelo di Montegiorgio che, se non sapete dov'è, tranquilli, non fa niente. Solo che era rovinato completamente, inutilizzabile.
L'intera famiglia si è quindi riunita in un summit per valutare tutti i miei giubbotti invernali stabilendo che non avevo nulla di abbastanza caldo per andare a Stoccolma.
"Va beh, ma che sarà mai, ho quello corto nero col pelo che è caldissimo"
"E' troppo corto e prendi freddo"
"Ho il cappotto beige, quello tanto bello" (comprato anche lui dalla genitrice)
"E' leggero"
Mia madre mi ha intimato di andare a comprare un giubbotto caldo, lungo, pesante. "Pago io" ha detto.
Poi ha chiamato mio padre: "Sei la nostra unica figlia, ci pensiamo noi, ma compralo".
Si è unito il Fidanzato: "Vai a cercare un giubbotto, pago io".
Il cane ha abbaiato qualcosa, probabilmente mi ha offerto i suoi croccantini da barattare con un giubbotto. Non ho avuto cuore di spiegargli che nei negozi vogliono soldi, non croccantini.
Ora, chiariamo una cosa: io al centro commerciale il primo sabato di saldi non ci metto piede.
Mia madre si è giocata la carta di Via del Corso, ma ho ribadito che io non ci andavo manco dopo morta con i mezzi, una valigia (che poi, non è mica solo una) da fare e ancora una serie di cose da sistemare.
"Vado in Viale Europa". Da sola. Non ho trovato niente che fosse di mio gradimento, sono tornata a casa e ho comunicato che su, ci avrei pensato a Milano tanto mica non ho niente da mettere.
"Non morirò congelata, state tranquilli".
Credo siano passate due ore. Forse meno.
Sono arrivate due foto di un piumino esattamente identico a come avevo descritto il mio piumino ideale a mia madre. Gliel'avevo descritto su richiesta, eh. Non è che mi metto a descrivere piumini a caso io.
"Bello mamma, mi piace un sacco, però non lo volevo nero, magari un colore chiaro".
In effetti, mi aveva chiesto di misurarmi le spalle e la circonferenza del seno, però che ne so, ultimamente sono dimagrita, magari voleva solo sapere di quanto in centimetri invece che in chili.
Nel frattempo, sono giunte le foto dello stesso piumino col pelo di mammut scongelato dall'Era Glaciale (Manny si, proprio lui). In effetti, avevo anche detto che volevo una roba pelosa.


"Basta che non sia un animale vero" avevo sottolineato. 
Io però lo avevo detto così. A domanda rispondo, sono educata.
Saranno passati altri dieci minuti: "Dammi un indirizzo a Milano a cui spedire il giubbotto"
Che loro lo sanno che io non sarei mai andata a comprarlo sto benedetto giubbotto.
Mia suocera nel frattempo si è offerta di sistemare la cerniera di quello nero. "Ci dai un indirizzo e te lo spediamo sistemato".
Quindi adesso ho un super mega giubbotto peloso caldo, caldissimo, fighissimo. 
E questi sono i miei genitori che sanno di avere una figlia disastrosa. E li amo anche per questo.
Prima sfiga dell'anno risolta in due ore. 
E vissero tutti felici e contenti.
E io vado a Stoccolma. 

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