venerdì 24 febbraio 2017

Cento stazioni:quando la metropolitana lascia a bocca aperta

La metropolitana di Stoccolma ha cento stazioni.
Mi piace pensare che non sia una scelta casuale, che abbiano fatto tutto apposta per far si che il conto finale desse come risultato cento.
Ad avvallare la mia ipotesi, c'è la questione della stazione i cui lavori di costruzioni sono stati iniziati, ma mai terminati e quella della stazione bella e fatta che è stata poi demolita. 
Io lo so che hanno demolito una stazione e hanno smesso di costruirne un'altra perché volevano avere solo cento stazioni che è un numero tondo e perfetto e non centodue che è un numero né carne né pesce. Io ,davvero, lo so. Bisognerebbe capire se lo sanno anche loro.
In ogni caso, io non amo prendere la metropolitana, né tanto meno gli autobus. 
Stoccolma è piccolina come città quindi, a meno di non dover andare fuori, si gira tranquillamente a piedi.
Per una settimana sono andata tutte le mattine a lavoro a piedi, la distanza hotel-lavoro era di circa 2 km e un pochino, quindi -anche se io guardo le farfalle quando cammino- impiegavo non più di venti minuti. Trenta se proprio c'erano tante farfalle da guardare.
Ad un certo punto, però, le mie colleghe mi hanno consigliato di fare l'abbonamento ai mezzi, cosa che effettivamente si è rivelata utile perché riuscivo a dormire mezzora in più la mattina e soprattutto, a quel punto, riuscivo ad uscire dall'hotel quando il sole era già sorto, non era buio pesto e faceva quindi un po' meno freddo. 
I mezzi di trasporto pubblico a Stoccolma costano. Troppo secondo me.
Poi eh, funzionano benissimo, la metro -che ha tre linee- non chiude praticamente mai e, in ogni caso, c'è sempre un autobus che ti porta a destinazione, ma comunque i mezzi sono costosi.
Un viaggio singolo costa l'equivalente di 4,55€, un abbonamento settimanale 35€ circa, un abbonamento mensile 90€ circa. 
Non troppo tempo fa, Fidanzato aveva trovato -non chiedetemi dove e come che io i suoi metodi per trovare queste cose non li conosco- una foto di una scala mobile multicolore. La didascalia della foto diceva che era stata scattata a Stoccolma. Avevo rimosso completamente questa foto dalla mia mente, finchè -non so come- me ne sono ricordata.
Ho detto questa cosa ad una mia collega che mi ha proposto un tour della linea blu della metro, dicendomi che le stazioni sono tutte molto particolari.
La scala multicolore l'ho trovata da sola per caso il giorno prima del tour, tutte le altre stazioni mi ha portato lei a vederle. Si trova a T-Centralen, ovvero alla stazione centrale. La T sta per Tunnelbana, ovvero metropolitana. Io ero intenta a guardare i murales, mi sono girata ed eccola lì, in tutto il suo splendore, la scala mobile multicolore.



Le stazioni sono tutte diverse tra loro, ognuna è stata realizzata da uno o più artisti e ognuna cerca di far passare un messaggio. Io, probabilmente per il freddo, non li ho capiti tutti questi messaggi, ma le foto credo che in questo caso possano parlare da se.


La foto sopra ritrae degli alberi stilizzati a quanto pare. Così mi è stato detto, quindi fatevelo andare bene.
Le foto sotto -la stazione è la stessa- ritraggono, almeno secondo me, dei segni zodiacali anche loro stilizzati.





In ogni caso, tutte le stazioni sono molto curate e pulite, pure un pochino troppo secondo me, ma io sono abituata alla metro di Roma, non è colpa mia.




In una stazione, alle pareti c'era raccontata la Seconda Guerra Mondiale. Considerate che è un'informazione che mi è stata data, ma essendo tutto scritto in svedese, posso confermarne la veridicità fino ad un certo punto.



La mia stazione preferita, scala mobile multicolore a parte, è stata quella con i pinguini.
No davvero, quando ho visto le statue-pinguino sono impazzita. Sono o non sono bellissime?










Il messaggio che volevano fare passare credo fosse quello di pace e fraternità perché ovunque, in questa stazione, c'erano messaggi d'amore, pace, uguaglianza, scritti in tutte le lingue possibili e immaginabili. Tranne l'italiano ovviamente. O quanto meno io la scritta in italiano, anche se l'ho cercata, non l'ho trovata.
In un'altra stazione, c'erano un sacco di incisioni e sculture in bronzo. Color bronzo. Ho idea che non fosse proprio bronzo bronzo, ma comunque ho reso l'idea.


E infine, ho trovato la stazione romana. Mi pare giusto: a Roma ci sono i Fori Imperiali e a Stoccolma  li riproducono -in piccolo- dentro ad una stazione della metro.
Il tutto era un po' particolare, diciamo così, perché alle pareti c'erano dei murales geometrici a tratti inquietanti.










 Notevoli le lunghissime scale mobili, presenti praticamente ovunque. A salire non ci si accorgeva neppure di quanto fossero lunghe, ma  a scendere non è che trasmettessero poca ansia.


Devo dire che la metro mi ha stupita, eccome se mi ha stupita.
Merita un giro, magari non inserirei il tour della linea blu nella Top 5, ma vederla non è affatto male, credetemi.
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giovedì 23 febbraio 2017

Il più grande Ikea del mondo

Lo so che almeno una volta nella vita avete pensato che in Svezia hanno solo l'Ikea.
E sapete perché lo so? Perché ovviamente l'ho pensato anche io, almeno una volta sicuramente, ma probabilmente anche due o tre, per non dire dieci, venti.
Ad un certo punto, mi sono resa conto che non hanno solo l'Ikea, ma anche H&M e la Volvo (che però, se ho ben capito, è stata venduta ai cinesi), ma ecco: Ikea sa proprio di Svezia, probabilmente saranno le polpette o il fatto che i colori dei negozi sono quelli della bandiera svedese, ma questo è.
Una mia amica, quando le ho detto che stavo sostenendo dei colloqui per un'azienda svedese, ha iniziato a cantarmi una canzoncina il cui ritornello diceva più o meno: "C'avete solo l'Ikea, soooolo l'Ikea, c'avete solo l'Ikea" che penso sia un coro da stadio cantato ad Ibra (anche lui è-diciamo- svedese).
L'unica volta che ho visto giocare Ibra dal vivo in occasione di un Palermo-Milan di qualche anno fa, per altro, dietro di me c'era seduto un signore che urlava in dialetto in direzione del povero Zatlan: "Hai dimenticato di quando avvitavi lampadine all'Ikea?".
Al gentile signore oggi vorrei far sapere che le lampadine all'Ikea non si avvitano e basta. Prima si costruiscono.
Comunque, io non sono mai stata un'assidua frequentatrice di Ikea, solo l'idea di andarci mi provoca i crampi allo stomaco perché, non so nelle vostre città, ma a Roma c'è confusione anche il lunedì mattina alle 8, non si cammina, c'è gente che ti viene addosso con l'anta Pax mentre stai cercando di scegliere se comprare una libreria Billy o una cassettiera Malm che oh, sono scelte impegnative, soprattutto da quando hanno iniziato a produrre i loro mobili truciolosi in tutti colori dell'arcobaleno più uno.
Prima di partire per Stoccolma, ho cercato informazioni sulla città, per capire cosa poter vedere durante il (poco) tempo libero, giusto per avere qualcosa da raccontare e qualche foto da pubblicare che sarebbe stato un attimino triste vedere solo l'ufficio, l'hotel e due strade in croce. Ad un certo punto, ho trovato informazioni sul primo Ikea del mondo che, stando a quanto era scritto, sembrava essere una delle più grandi attrazioni di Svezia, altro che Skansen e Pitonessa.
Io chiaramente, ricordando il periodo molto lungo della mia vita (praticamente fino all'altro ieri) in cui la Svezia l'associavo quasi solo ed esclusivamente all'Ikea, mi sono gasata tantissimo e si, volevo assolutamente andarci. Non era al primo posto della lista delle cose da vedere, ma occupava comunque una posizione di rilievo nella Top 10.
Le mie colleghe, chiacchierando del più e del meno, mi hanno chiesto se intendessi visitare qualcosa ed è stato lì che ho sciorinato la mia lista, nonché il mio piano da turista fai-da-te e ovviamente ci ho messo in mezzo anche l'Ikea. Il giorno dopo, una mia biondissima e svedesissima collega mi ha detto che mi avrebbe portato lei da Ikea, con la sua macchina, dopo il lavoro. Io ero sempre più gasata, anche perché è sicuramente più semplice andare da qualche parte con qualcuno che conosce la strada che non da sola con i mezzi pubblici e il freddo polare.
Ed è stato così che un lunedì, dopo il lavoro, abbiamo preso la metro -nel frattempo, per altro, avevo in dotazione un meraviglioso e costosissimo abbonamento ai mezzi- fino al capolinea della linea rossa, dove abbiamo trovato ad attenderci la sua macchina che ci ha portato fino all'Ikea di Kungens Kurva, che non è un'Ikea qualsiasi, ma l'Ikea più grande del mondo. E in effetti, è un tantino grande, forse un po' troppo.
Quando eravamo quasi arrivate, la mia collega mi ha spiegato il motivo per qui quella zona si chiama Kungens Kurva: c'è una curva -e fin qui era abbastanza semplice da intuire- che è un po' pericolosa e un giorno la Cadillac reale andò fuori strada proprio lì, a quanto pare proprio per colpa del re che si era messo alla guida. O forse non guidava lui, ma comunque aveva incitato l'autista dicendogli di accelerare. Sono un po' indecisi sulla versione ufficiale.
In questa zona, oggi sorge un giga centro commerciale, ci sono tantissimi negozi, moltissimi concessionario giganti d'auto (forse proprio in onore al re, chi lo sa) e ovviamente l'Ikea.
In realtà, ho scoperto solo lì che quello che avevo trovato online non era esattamente corretto: Kungens Kurva non è il primo Ikea del mondo, che in realtà si trova ad Älmhult, quindi non a Stoccolma, e ha aperto nel 1958.
L'Ikea dove sono stata io ha aperto ne 1965 ed è, appunto, il più grande al mondo. Non che a loro manchino i negozi Ikea comunque.


Inizialmente, pare fosse più piccolino, ma un incendio ha distrutto quasi tutto nel 1970 ed è stato rifatto, dopo però che tutta la merce al suo interno è stata svenduta a due soldi (non che normalmente costino tanto le cose da Ikea). Pare che il risarcimento dell'assicurazione sia ancora oggi considerato il più alto mai pagato in Svezia per una cosa del genere.
La forma circolare dovrebbe richiamare il Guggenheim Museum di New York e ha lo scopo di far tornare alla mente l'alto valore culturale dei negozi Ikea. Ehm, va be', se lo dicono loro.
La prima cosa che mi ha colpito appena entrata è la maestosità. No davvero, è gigantesco. Cinque piani di negozio costruito come se fosse una sorta di spirale, di cui ogni piano è grande quanto il mio quartiere.






Non ho mai visto così tanta roba insieme, davvero.
I mobili sono essenzialmente uguali a quelli che si trovano in Italia, confesso di aver guardato sommariamente perché il tempo era quello che era e io volevo dedicarmi al mercato. Sapete che il primo mercato Ikea-quello al piano più basso, dove si trovano tutte le cose che non sono mobili- è stato realizzato proprio a Kungens Kurva nel 1965 ed è diventato piano piano un must dei negozi gialloblu?
Qualcosa di diverso chiaramente c'era, ma considerate che in Svezia alcune cose arrivano -giustamente- prima che nel resto del mondo. Hanno l'anteprima, diciamo così. Alcune cose invece, nel resto del mondo, non ci arrivano proprio, credo che sia una questione di gusti -avranno degli esperti marketing che studiano dove e come piazzare i prodotti immagino- più che per una questione nazionalistica. Parliamo comunque di una quantità davvero limitata di cose.
Inoltre, i loro spazi in cui ti mostrano cosa puoi fare in tot. mq sono più grandi dei nostri. Da noi, prendono come esempio casette di 10 mq, da loro case da 125 mq. E no, non hanno case gigantesche,  anche a Stoccolma -come a Roma- sono molto diffusi i mono e i bilocali.
Quando finalmente sono arrivata al mercato, ho subito notato che i prezzi sono davvero ridicoli.
Oh, so che Ikea costa poco, ma considerate due fattori: che a Stoccolma la vita costa quattro volte più che in Italia e che l'oggettistica costa davvero meno rispetto all'Italia. Non tutto probabilmente, ma molte cose si.
Io mi sono fiondata sulle tazze, scegliendone qualcuna della collezione che non arriverà mai in Italia perché se è vero che sono tonta, non sono ancora così cretina da non considerare che piuttosto che ammazzarmi la vita a portare il servizio di tazze da thè dalla Svezia in aereo, sarebbe più furbo andare all'Ikea ad Anagnina a Roma.
Ho preso anche dei vassoi multicolore e una tovaglia da tavola pagata davvero due spicci, roba che sono arrivata alla conclusione che a Stoccolma è più conveniente acquistare roba inutile da Ikea che non mangiare un panino.
La cosa più figa era il portatazze in cartone, non so se ci sia anche in Italia, non mi pare di averlo mai visto, è un aggeggio inutile per portare le tazze che ti regalano e che ho dovuto sacrificare. Sono certa che mi sta aspettando a Stoccolma perché sa che tornerò a prenderlo.
Finito il giro, dopo essermi disperata perché lo spazio in valigia era poco, molto poco e quindi ho dovuto rinunciare ad acquistare tutto quello che effettivamente avrei voluto acquistare, siamo andate a cena.
Ho mangiato il loro pane con i gamberi che è buonissimo, condito da una maionese molto leggera e prezzemolo. Oh, avrei mangiato anche una trentina di polpette in effetti, ma sono uguali a quelle che si trovano in Italia.
Ho fatto una capatina alla bottega che vende cibo, ma ho preso solo i cioccolatini Marabou che in Svezia pare siano un must e le caramelle gommose a forma di alce che pare siano molto diffuse. Io non mangio queste cose a dir la verità, ma Fidanzato si. E poi la mia collega sosteneva fossero cose svedesi svedesi svedesi che fai, non le riporti le cose svedesi svedesi svedesi?
Ho scoperto che l'Ikea Family vale ovunque, non importa che sia stata fatta in Italia, si può usare in tutto il mondo.
Il giorno dopo, a lavoro, tutti i miei colleghi avevano visto le foto che la mia bionda collega aveva pubblicato su Facebook -me ne ha fatte parecchie- e mi hanno anche un po' presa in giro perché in loro il primo Ikea del mondo, piuttosto che il più grande Ikea del mondo non suscita tutto questo entusiasmo. Chissà perché poi.


Mi hanno chiesto se da noi ci fosse Ikea e ho risposto che si, a Roma ce ne sono due e che comunque ce ne sono vari sparsi per l'Italia, ma che non sono così grandi, non hanno tutte queste cose e comunque oh, Ikea sa di Svezia.
E questo è tutto, niente di più, niente di meno.
Volevo andare da Ikea in Svezia e ci sono andata. Adesso vorrei visitare il primo Mc Donald's del mondo se possibile.


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mercoledì 22 febbraio 2017

24 ore di melodramma

Mi sono arrabbiata tanto, credo non mi succedesse da anni di arrabbiarmi così tanto. Di solito, al massimo, rimango male per qualcosa, ci penso un paio d' ore e poi me ne dimentico. Sono fatta così,forse male, ma cerco di farmi scivolare addosso tutto, ma proprio tutto tutto.
Invece stavolta ho preso una porta in faccia grande quanto una casa, un secchio d' acqua gelata addosso mentre stai dormendo sul lettino in spiaggia, un pizzicotto dietro al collo mentre sei spaparanzato sul divano.
Credo che la mia faccia parlasse per me: le guancie rosse, gli occhi tristi, la voce arrabbiata. Mia madre mi ha sgamata subito.
In un primo momento, in realtà, ho smesso di pensarci dopo qualche ora, ma la mattina dopo il pensiero era lì. Solo che dovevo lavorare e anche di brutto e ho cercato di non pensarci, finchè non è tornato tutto su in modo prepotente.
Per farla brava, è successo che qualcuno dicesse a me una cosa e dopo tre giorni ne dicesse un' altra completamente diversa a qualcun altro. Le affermazioni date a quest'ultima persona cozzavano tra loro, completamente contraddittorie, tremendamente dolorose.
C' è stato un attimo in cui mi sono sentita mancare la terra sotto ai piedi. Mi sono detta che non era possibile.
La verità è che è un periodo particolarmente felice, che ci sta ripagando di tutti i sacrifici fatti in questi anni. Non c' è una cosa che va per il verso sbagliato: famiglia, lavoro, salute, amici stanno tutti lì, perfettamente incastrati come in un puzzle da (oltre) un milione di pezzi.
A volte, in questi mesi, ho chiesto a Fidanzato: "Ma sarà tutto vero?" e lui, più spesso di quanto pensiate mi ha risposto: "Pare di si, ma a volte non ci credo".
E poi sbam, porta in faccia, secchio gelato, pizzicotto.
E io mi sono detta che me lo dovevo aspettare, che non potevano essere vere tutte le cose belle. No, non potevano, avrei dovuto immaginarlo. 
Stavo già pensando a come avrei raccolto i cocci e poi, beh, poi è successo che qualcuno si è battuto per me, qualcun altro ha alzato la voce e forse si é lasciato sfuggire parole non troppo carine. No, non nei miei confronti.
Io mi limitavo ad assistere, con la solita bocca spalancata che non mi lascia mai in queste situazioni.
Mi è stato detto: "Io per te ci metto la faccia, ma tu tira fuori le palle, tu puoi farcela, lo dimostri ogni giorno". Ed effettivamente, la faccia ce l' ha messa e io una palla l' ho tirata fuori, devo solo tirare fuori anche l' altra che, si sa, io sono un pò lenta a fare le cose e due palle insieme mica ce la potevo fare a tirarle fuori.
Dopo un' oretta ho trovato la mail di quel qualcuno che aveva detto a me una cosa e a qualcun altro un'altra cosa. Una mail di quelle per cui hai bisogno di tempo per rispondere perchè non sai che dire, ci devi ragionare e poi la risposta va anche scritta in inglese, quindi la faccenda si complica.
Una mail grazie alla quale mi sono resa conto ancora una volta che prima o poi i sacrifici tornano indietro, nel nostro caso ci hanno messo un pò di tempo, ma posso accontentarmi.
Mi è venuto da ridere pensando che quando frequentavo l' università, i miei compagni di corso dicevano che ero incline al melodramma in modo quasi spaventoso.  Io davo la colpa all' ascendente in leone.
Mi sono sparata 24 ore di melodramma, non succedeva da un pò e adesso mi viene quasi da ridere.


Ho pensato che meglio di così non potrebbe andare, mi succedono solo cose belle che rendono felice anche chi mi vuole bene e io -maledetto ascendente- creo tragedie a caso per l' unica cosa che va un pò più storta delle altre. Poi mi passa, eh, ma intanto lo faccio.
Nella prossima vita, giuro, faccio l' attrice che almeno sfogo lì questa inclinazione melodrammatica e non rompo le palle al prossimo.


La foto del post è di Laura Cometa.


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sabato 18 febbraio 2017

Cronaca di un rientro turbolento

Io sono tonta e non sto scherzando.
Ho sicuramente tante qualità -anche se in questo momento non me ne viene in mente nessuna in particolare- ma sono tonta. Faccio disastri continuamente, roba che uno penserebbe quasi che me le preparo prima, ma no: accade tutto per caso.
Stamattina ho avuto una riunione con il mio capo svedese,  una di quelle riunioni in cui ci si sente dire cose che ti fanno sentire tre metri sopra il cielo, ma anche dieci o venti metri sopra il cielo. Della serie Babi e Step levatevi proprio. Insomma, una di quelle giornate che iniziano bene e che uno spera sempre che finiscano meglio.
Ho salutati tutti, trattenendo le lacrime perché, insomma, loro pensano che io sia un piccolo genio dalle sorprendenti capacità di apprendimento, mica potevo scoppiare a piangere.
E poi sono andata in aeroporto
Prima di lasciare l’ufficio avevo messo il mio pc nella tasca esterna valigia da imbarcare, al sicuro, pensando che tanto lo avrei recuperato un attimo prima di imbarcarla.
Il pc è aziendale e, a parte il fatto che probabilmente è costato quanto uno dei miei organi a scelta, dentro ci sono custoditi il segreto del Santo Graal, la lista della P2, le confessioni di Andreotti redatte in punto di morte e c’è anche un pulsante per fare esplodere la terra.
Mentre guardava la mia valigia scomparire sul nastro trasportatore ho avuto l’illuminazione: il pc.
Ho iniziato a urlare “wait, wait” finchè non hanno fermato tutto e solo quando ho recuperato il mio piccolo tesoro, mi sono scusata anche in cirillico . Mi hanno detto di non preoccuparmi, che può succedere, ma confesso che mi sono guardata le spalle per almeno un’ora pensando che sarebbero arrivati per arrestarmi.
E mentre già immaginavo la prigione svedese,  fantasticando sul kit che ti consegnano all’ingresso per costruirti la cella e sulle punizioni corporali che ti potrebbero infliggere qualora avanzasse qualche vite, consumavo il mio delicatissimo pranzo. Alla decima fetta di salmone chiaramente la prigione me la ero bella che dimenticata, quindi mi sono avviata verso il gate, ho messo il cellulare in carica e ho aspettato che chiamassero il volo.


Solo che quando hanno chiamato il volo, io mi sono resa conto di non avere più le carte d’imbarco né tanto meno la carta d’identità. Ho cercato un po’, finchè l’ansia non si è impossessata di me per bene due motivi.
Il primo era chiaramente che non mi avrebbero fatto partire, avrei dovuto chiamare l’azienda per spiegare loro che ero prigioniera dell’aeroporto di Arlanda senza alcuna possibilità di tornare in Italia, loro avrebbero capito che nei meandri del mio cervello, oltre a tanta sapienza, c’è anche un quantità non ben definita di tontaggine e sarebbe stata la fine. Oltre al fatto che Fidanzato ha scongelato il ragù fatto con le mie manine prima di partire e gli avrei dovuto dire che ecco, forse non sarei potuta essere lì a cena.
Il secondo motivo era forse un attimo più fantasioso visto che ho immaginato la mia carta d’identità, la cui foto è anche piuttosto bruttina, in mano ad un cattivissimo terrorista che l’avrebbe abbandonata da qualche parte dopo aver fatto chissà cosa e la polizia sarebbe venuta ad arrestarmi facendo 2+2: “Questa qui è la stessa che ci ha fatto fermare il nastro trasportatore, l’avevamo detto che era pericolosa”.
L’ansia vera. Verissima.
In preda all’ansia, sono andata dalla hostess per spiegarle l’accaduto e lei, con immensa tranquillità, mi ha detto che non c’erano problemi e mi avrebbe ristampato le due carte d’imbarco.
Al che le ho detto che non avevo neppure la carta d’identità. Sempre con tranquillità e calma sia interiore che esteriore mi ha chiesto se non avessi un qualsiasi altro documento.
“Ho la patente, ma non credo valga per volare”
“Stai tranquilla, non c’è alcun problema”
A saperlo prima, l’avrei utilizzata anche in altre occasioni la patente considerato che nella foto sono venuta sicuramente meglio che in quella della carta d’identità di cui sopra. E poi è anche più piccola quindi non si vedono né le occhiaie, né le lentiggini.
E quindi insomma, sto scrivendo dall'aereo che da Stoccolma mi sta portando a Monaco dove scoprirò se riuscirò a tornare in Italia o se dovrò restare in terra crucca in attesa di tempi migliori.
Il post verrà pubblicato alla prima connessione internet disponibile, ammesso che riuscirò a non farmi arrestare prima di averla trovata.
Ho cercato per quasi un’ora la carta d’identità e le due carte d’imbarco, ma non le ho trovate, eppure quando ho passato i controlli le avevo sicuramente.
Mi auguro solo che gli svedesi tanto gentili, qualora la trovino (la carta d’identità, le carte d’imbarco se le possono anche tenere), me la spediscano a casa che, per carità, con i tempi delle posta italiana arriverà che sarà già scaduta, ma meglio di niente.

Nb. La prima connessione disponibile l'ho trovata a casa mia. Sono ufficialmente a casa
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giovedì 16 febbraio 2017

Di quando un pochino mi sono intristita

Oggi ho trovato la doccia in ufficio. E' dentro ad un bagno in cui non ero entrata e che oggi sono stata costretta a usare perché quello in cui vado di solito era occupato. Non è un granché questa doccia, ma immagino possa essere utile, anche se, ecco, io non facevo la doccia neppure in palestra nella mia vita precedente -preferivo farla a casa- quindi figuriamoci se riuscirei a farla in ufficio.
Comunque non è questo il punto. La verità è che oggi ho un senso di tristezza che non mi abbandona. 
Mi sono svegliata male stamattina, ho aperto le tende per guardare fuori (serrande e persiane non pervenute), ho controllato la temperatura esterna, ho fatto la doccia, mi sono vestita, colazione e tutte le solite cose che faccio ogni mattina. Le faccio ovunque queste cose, a parte il controllo della temperatura.
Sono uscita di casa col cervello che viaggiava a mille all'ora, ho preso la metro per fare prima che io ho oggettivamente un deficit dell'attenzione e se cammino per fare un chilometro ci metto due giorni perchè mi guardo intorno come una bambina, mi sono sentita tirare il giubbotto e ho visto una mia collega. Lei sorride sempre e adesso so che sorride anche alle 8 del mattino.
Siamo arrivate insieme in ufficio, era particolarmente presto ed eravamo in pochi. 
Ho preparato il mio cappuccino, la macchinetta che dispensa caffè è di italica fattura, più o meno funziona come quelle che ci sono nei bar e il caffè è in chicchi.
Ero seduta da sola in cucina, fissavo il muro davanti a me e ho pensato che mi sarebbero mancati.
Domani si torna in Italia, molti pensavano che sarei rimasta qui a vita, ma no, torno di già.
E in Italia dovrò prepararmi a tornare qui a breve.
Passo la vita a tornare da qualche parte, in pratica.
Oggi tutti mi hanno chiesto a che ora parto domani. 
"Ma vieni in ufficio?"
"Si, vengo, ho da lavorare qualche ora e poi vado direttamente in aeroporto"
"Ah, pensavamo che saresti partita senza passare da qui"
"No, e comunque voglio abbracciarvi e baciarvi tutti".
E' vero, domani ho da lavorare e anche parecchio, ho una riunione e devo anche finire di vedere delle cose con un collega. Che poi, conoscendomi, rischierò di perdere l'aereo.
Oggi ho anche consumato il mio ultimo pranzo svedese e mi sono resa conto che, nella maggior parte dei casi, mi hanno fatto mangiare cibo (più o meno) italiano. E ho scoperto che è un modo gentile per farti stare bene. Ne facevo a meno eh, ma apprezzo il gesto.


Avevo paura prima di questo viaggio, non avevo mai lavorato in un'azienda non italiana in loco perchè se è vero che anche in Italia l'azienda resta svedese, è altrettanto vero che non è la stessa cosa stare qui e stare in ufficio in Italia, si lavora in modo diverso, con ritmi diversi e temevo di non riuscire ad adattarmi in così breve tempo. Temevo che non sarei stata in grado di capire un tubo che come dice la mia amica Giulia io tendo sempre a sottovalutarmi e probabilmente non ho davvero capito un tubo sul serio, ma sono quanto meno stati educati e non me l'hanno detto.
Ero anche spaventata dall'inglese, pensavo che io non avrei capito loro e loro non avrebbero capito me, che non sarei riuscita a comunicare, disperazione e panico . E invece sono diventata una fottuta logorroica. E mi pento e mi dolgo di aver frantumato le orecchie ai miei poveri colleghi, davvero, ma è stato più forte di me.
Che poi eh, oggi un mio collega mi ha detto: "Parlo in svedese quando devo sparlarti perché almeno non capisci tutto quello che dico", quindi è ufficialmente iniziato il mio apprendimento della lingua svedese che, l'ho già detto, non è manco così difficile da capire, il problema è ripetere le parole, fatta eccezione per ciao e grazie.
E quindi insomma, mi sono intristita. 
E siccome mi hanno vista un po' meno vispa del solito, stavano tutti lì a dirmi "dai che torni praticamente domani" e tutte queste cose per non farmi intristire ulteriormente che poi magari eh, domani quando avrò lasciato l'ufficio stapperanno lo champagne, questo non lo so e si toglieranno i tappi invisibili dalle orecchie.
Ci saranno tante cose da raccontare una volta tornata a casa, ma proprio tante tante. Tantissime.
Ho scattato centinaia di fotografie che dovrebbero servirmi da promemoria, ho girato qualche piccolo video, essenzialmente da mandare a Fidanzato, ma anche per me. 
E da qualche parte dovrò pur iniziare a raccontare quello che ho visto, quello che ho fatto e probabilmente anche in che modo cambierà la nostra vita nei prossimi mesi. 
Domani sera ci sarà un Fidanzato da abbracciare, una valigia piena di regalini e cose da mangiare da svuotare e un cane a cui spiegare che l'osso al salmone non l'ho trovato se no glielo avrei portato.
E questo è quanto basta per fare passare la tristezza.

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