domenica 19 novembre 2017

L'Amsterdam Arena che presto diventerà la Johann Crujff Arena

"Amore, sai che nella I Amsterdam Card è compreso il tour dell'Amsterdam Arena?"
"Si, ma tanto ci andavamo lo stesso, no?"
"Certo amore!"

Sono anni che io e il Marito giriamo per stadi e, se in Italia l'unico stadio concepito come gli stadi europei è lo Juventus Stadium (che però è, al momento, l'unico stadio di proprietà della società), nel resto d'Europa gli stadi sono quasi sempre visitabili grazie a veri e proprio tour.


L'Amsterdam Arena, che a breve si chiamerà  Johann Crujff Arena, è lo stadio della Ajax, la squadra di calcio di Amsterdam che credo non abbia bisogno di grosse presentazioni.
Lo stadio è raggiungibile con la metro 54 che si prende alla stazione centrale di Amsterdam, la fermata è Bijlmer-Arena. In ogni caso, se avete dubbi chiedete e vi indicheranno la metro corretta da prendere (noi eravamo un po' confusi perché dalla stessa banchina si prendono varie linee di metro).

Il tour dell'Amsterdam Arena dura un'ora abbondante, ci sono tour ad orari precisi e si viene accompagnati da una guida che parla inglese.
Il costo è di 14,50€, ma -come ho anticipato- nel nostro caso era compreso nella I Amsterdam Card (qui trovate qualche info al riguardo).
Avevo letto in giro che all'interno dello stadio non è possibile fare fotografie, ma in realtà la guida -gentilissima e molto disponibile- ha detto che non c'erano problemi e che potevamo fare tutte le foto e i video che volevamo.

Il tour dello stadio parte dalla mixed zone in cui ci sono i due loghi dell'Ajax: la prima versione rappresenta una figura della mitologia greca -Aiace Telamonio- mentre la seconda rappresenta sempre lui, ma in versione stilizzata. Gli undici tratti che compongono il disegno rappresentano gli undici giocatori in campo (a me questa cosa ha affascinato parecchio, non so a voi).


Sul pavimento ci sono tre stelle giganti visto che l'Ajax ha vinto, ad oggi, 33 campionati e, per ogni dieci vinti, ha preso una stella.

L'Amsterdam Arena è divisa in piani, collegati da un sistema di scale mobili futuristiche (si lo so, forse non è il termine migliore, ma mi piaceva), ovunque sulle pareti fotografie dei giocatori che hanno fatto la storia dell'Ajax. I più fotografati sono indubbiamente Crujff, Van Basten e Ibrahimovic. O forse è il figlio piccolo di Ibrahimovic (si, è una battuta per pochi e forse non fa nemmeno ridere, me ne rendo conto).

Quando siamo entrati nel campo, con in sottofondo l'inno dellAjax, è stato bellissimo.


Se siete frequentatori dello stadio, in particolar modo dello Stadio Olimpico di Roma che è quello dove vado io, potrete immaginare l'emozione di vedere uno stadio in cui gli spalti sono attaccati al campo e non è necessario portarsi dietro il binocolo per vedere qualcosa, oltre alla bellezza di uno stadio senza barriere.
Gli spalti sono tutti rossi, fatta eccezione per la tribuna vip che è blu (che magari è un dettaglio inutile, ma mi piace osservare gli accostamenti cromatici, non prendetemi in giro).


Negli spalti, all'altezza dei corner, ci sono le famose tre croci di Amsterdam che simboleggiano i tre eventi nefasti della città: peste, alluvione e incendio. È stato proprio allo stadio che ho imparato la storia delle tre croci, salvo poi fare caso che queste tre croci sono praticamente ovunque.
La cosa più spettacolare dell'Amsterdam Arena è il tetto. Si, il tetto che si apre e si chiude in base alle varie esigenze. La struttura del tetto secondo me è bellissima e trovo geniale il fatto che si possa chiudere ed aprire a piacimento.
Noi l'abbiamo trovato chiuso, considerato che la temperatura non era delle migliori e il freddo, l'umidità ed eventualmente la pioggia potrebbero rovinare il campo.



La guida ha chiesto se qualcuno avesse domande, nessuno dei nostri compagni di tour (quasi tutti italiani, manco a dirlo) ne aveva, ma ovviamente io ero pronta con la mia domanda da un milione di dollari, domanda nata dopo ampia discussione sulla questione con il Marito che ha una grande fortuna: una moglie che ama il calcio quasi quanto lui.
"Scusami, non capisco se l'erba è sintetica o meno, sembra finta, ma ho dei dubbi che qui abbiano messo l'erba finta"
"È ibrida"
"In che senso?"
"90% vera, 10% sintetica" e a seguire super spiegazione su come funziona la manutenzione del campo con me con gli occhi a cuoricino che pensavo "oh, come siete avanti voi olandesi su queste cose, noi in Italia abbiamo le zolle d'erba che saltano nei campi di calcio e, ogni tanto, si gioca anche nei campi di patate".

Da lì ci siamo spostati poi nella sala regia, io e il Marito ovviamente guadavamo estasiati per ovvi motivi (qui per saperne di più). È stato qui che abbiamo scoperto alcune cose interessanti: in primis che oltre alle telecamere per le dirette delle partite di calcio, hanno un sistema di controllo con telecamere piazzate nei punti nevralgici della città per evitare che eventuali tifosi facciano casino in giro. Questa cosa mi ha fatto sorridere pensando ad un episodio di un po' di tempo fa in cui dei tifosi olandesi hanno praticamente distrutto Roma (qui per saperne di più). Non erano tifosi dell'Ajax però.


Infine, abbiamo scoperto che il settore ospiti è collegato ad una galleria che porta direttamente alla metro e da lì ti accompagnano in aeroporto o in stazione di modo che dopo l'eventuale partita ti levi subito dalle scatole e non te ne vai in giro a fare danni.
La guida ha però precisato che la galleria è stata usata solo tre volte in occasione di partite della Uefa (non ricordo se Europa League o Champions League, non me ne vogliate).

Abbiamo poi visitato la sala stampa, in cui si fanno le conferenze pre e post partita, con tanto di spiegazione su chi si siede dove.


E infine, la parte che a me ha commosso di più: gli spogliatoio. Si, commosso e adesso vi spiego di più.
Al di là dell'ordine che regna sovrano, la guida ha richiamato la nostra attenzione sulla sedia di Abdelhak Nouri, un centrocampista ventenne dell'Ajax che io non conoscevo, è stato considerato a lungo una promessa.


Nouri, qualche mese fa, durante una partita amichevole, ha avuto un'aritmia cardiaca. È stato soccorso, poi portato in ospedale, ma ha riportato danni gravi e permanenti.
Nouri, a vent'anni, non solo non tornerà a giocare a calcio, ma le sue condizioni non miglioreranno mai.
Aveva scelto il numero 34 per la sua maglia perché voleva vincere il trentaquattresimo scudetto dell'Ajax.
Il suo posto è ancora lì, anche se lui non tornerà. E questo è il calcio che mi piace, anche se so che  su quella sedia non ci sarà il suo nome per sempre.

Prima di andare via, abbiamo fatto ancora anche una visita alla sala dei trofei, con coppe, maglie, articoli di giornale. Io però pensavo ancora alla storia di Nouri.


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venerdì 17 novembre 2017

Casa di Anna Frank ad Amsterdam: come farsi venire la pelle d'oca

Non è facile raccontare della visita alla casa di Anna Frank ad Amsterdam.
Non lo è per niente, è stata una visita complessa e piena di sentimenti contrastanti.
La prima volta che ho letto il Diario di Anna Frank ero una ragazzina, avevo undici anni.
L'ho riletto altre volte, ho sempre avuto bisogno di rileggere i libri a distanza di tempo per capire meglio, per approfondire qualcosa che magari mi era sfuggita o semplicemente perché ne avevo voglia. Ormai sono anni che non riprendo in mano quel libro, ma la storia la conosco, me la ricordo bene.
Quando abbiamo deciso di andare ad Amsterdam, eravamo indecisi se andare o meno a visitare la casa di Anna Frank -o Anna Frank Huis in olandese- perché immaginavano che sarebbe stato emotivamente complesso.
Poi ci siamo detti che visto che eravamo lì, volevamo vederla.

La casa di Anna Frank si trova in Prinsengracht, a Westermarkt, proprio alle spalle della Westerkerk, una chiesa protestante molto bella.


Il palazzo, che oggi appartiene alla Fondazione Anna Frank, un tempo era la sede della ditta del papà di Anna. Sul retro fu costruito questo alloggio segreto dove la famiglia Frank e altre quattro persone si nascosero per due anni.
Il biglietto d'ingresso costa 9€ e, al momento, si può acquistare solo online  poiché la biglietteria è chiusa a causa di alcuni lavori di ristrutturazione.
Noi abbiamo acquistato i nostri biglietti prima di partire, scegliendo l'orario di visita.
Considerate che, facendo i biglietti una settimana prima, abbiamo trovato poca disponibilità.
Solo quando abbiamo controllato dove si trovava la casa di Anna Frank abbiamo scoperto che Prinsengracht era a pochi metri a piedi dal nostro hotel.

Faceva molto freddo quando siamo andati all'Anna Frank Huis, un freddo davvero gelido, credo la serata più fredda durante la nostra permanenza ad Amsterdam.
Siamo arrivati, ci siamo messi in fila seguendo le istruzioni dei ragazzi che lavorano lì e siamo stati subito avvisati che all'interno della casa museo non è possibile scattare fotografie.
Quando siamo entrati, ci è stata consegnata un' audio guida, disponibile in tantissime lingue italiano compreso, e ci è stato detto che c'è un percorso da seguire, ma che si può restare all'interno della casa museo quanto si vuole, nessuno ti caccia via, ci si può prendere il tempo che si vuole per guardare, pensare, riflettere, qualsiasi cosa.
Sono entrata lì conoscendo la storia di Anna Frank e della sua famiglia, come credo un po' tutti, avendo letto le sue parole, avendo studiato l'olocausto in tutte le salse, ma mi è venuta comunque la pelle d'oca. È difficile da spiegare, molto difficile.

Le prime stanze del museo, in quella che un tempo era la sede della ditta di Otto Frank, sono piene di fotografie e documenti, l'audio guida racconta cosa è successo, chi erano, come la famiglia Frank era arrivata in Olanda dalla Germania e come mai Otto Frank aveva deciso, ad un certo punto, di allestire questo rifugio segreto.
Spiegano anche il motivo per cui decisero di nascondersi prima del previsto: la sorella di Anna, Margot, aveva ricevuto una lettera di comparizione per andare in un campo di lavoro, se non si fosse presentata sarebbero stati arrestati tutti i membri della famiglia e, considerato che non avevano nessuna intenzione di consegnare la figlia, iniziò la loro reclusione.
Alle pareti, c'è anche la lettera ricevuta da Margot, vicino agli elenchi degli studenti ebrei della scuola che frequentava con il suo nome.
Sono documenti originali e, sebbene possa sembrare stupido, vederli fa impressione perché la mente li collega automaticamente al periodo in cui sono stati scritti. È difficile non pensare a cosa stava succedendo mentre documenti del genere venivano redatti.
Un banale elenco di studenti, una banale lettera sono in realtà documenti di morte.

Ad un certo punto, dopo aver visitato le prima stanze del museo, è arrivato il momento di accedere all'alloggio segreto, attraverso il passaggio  nascosto dietro la libreria che oggi è ovviamente sempre aperto. Sulla libreria ci sono alcuni dei documenti che c'erano allora o quanto meno quelli che si sono salvati dopo la perquisizione da parte della polizia il giorno dell'arresto.


La parte della casa museo che porta all'alloggio segreto è impraticabile per chi ha problemi di deambulazione, le scale sono strette e abbastanza ripide.


Nell'alloggio segreto, per volontà di Otto Frank, non ci sono mobili, ma sono rimasti intatti il bagno, con i sanitari dell'epoca, e la cucina.
Sembra assurdo, ma davanti la cucina, sono rimasta a fissare il lavello pensando: "Questo lo usavano delle persone che sono rimaste nascoste per un sacco di tempo con la paura di essere scoperte".  Esattamente davanti a quel lavello, in cui in quel momento ero io, c'erano stati loro più di settant'anni fa.
Fa impressione e non sto scherzando. Fa pensare molto.
Erano lì, cucinavano lì, mangiavano lì. E lo facevano in silenzio perché se li sentivano erano guai.
Alle pareti di quella che era la stanza di Anna ci sono delle cartoline di attrici famose e niente altro.
Otto Frank, una volta tornato dal campo di concentramento alla fine della guerra, ha appunto fatto portare via tutto.
È difficile, quando si è lì, pensare che una ragazzina di tredici anni -e non solo lei- abbia vissuto due anni in quelle stanze senza mai uscire e senza fare nessun rumore. L'alloggio segreto è molto più grande di quello che pensavo, ma e comunque un posto dal quale non si poteva uscire.

Quando abbiamo finito di visitare l'alloggio segreto, c'è una stanza molto grande in cui sono custoditi il diario originale di Anna Frank e altri documenti, tra cui l'elenco dei prigionieri del campo di concentramento di Auschwitz, in cui furono portate Anna Frank, la madre e la sorella. 
Anna Frank e la sorella furono poi portate al campo di concentramento Bergen-Belsen dove morirono.
Un elenco di gente destinata a morire, insomma.

Pare che poco prima che venissero scoperti, Anna Frank avesse sentito alla radio che tutti gli scritti di quel periodo, una volta che la guerra sarebbe finita, sarebbero stati raccolti. È in quest'ottica che Anna ha ricopiato il diario in bella. Io questo, ad esempio, non lo sapevo, l'ho scoperto lì.

Siamo usciti dalla casa di Anna Frank e ci siamo seduti su una panchina, cercando di capire perché qualcuno li abbia traditi, denunciando la presenza di ebrei all'interno del rifugio segreto.
Ci siamo chiesti -cosa su cui mi è capitato di riflettere altre volte- come sia possibile che una mente concepisca una cosa come la deportazione nei campi di concentramento e tutte le atrocità di quel periodo.
Se non sapessi che è successo davvero, e neanche troppo tempo fa, mi verrebbe davvero complicato credere ad una cosa del genere perché è tutto troppo atroce.
Abbiamo pensato a quali sentimenti possa provare una ragazzina in una situazione del genere, come possa essere complicato venire privati della propria libertà, come possa essere vivere nascosti in compagnia della paura di essere scoperti.
La casa di Anna Frank a me ha fatto venire la pelle d'oca. E no, non avevo provato le stesse sensazioni leggendo il libro: essere lì è una cosa completamente diversa dal leggere il diario di Anna Frank.
Non vi consiglio di andare a visitare la Anna Frank Huis, non sono cose che si consigliano queste.
Fatelo se lo ritenete opportuno, considerate che non è un museo e basta, ma che quello che sentirete e vedrete vi farà riflettere molto e che le sensazioni non saranno le stesse che si hanno dopo aver visitato una galleria d'arte. Siatene consapevoli, io non avevo pensato a cosa avrei potuto provare una volta uscita di là.

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giovedì 16 novembre 2017

Amsterdam: allergici in viaggio

Sono abituata a viaggiare e, nonostante le allergie, non ho mai avuto grosse difficoltà a mangiare come un bue all'estero.
Certo, ho sempre dovuto fare molta attenzione, chiedere, consultare liste di ingredienti, spiegare e, per scrupolo, imparare nella lingua del paese di destinazione il nome di tutti i cibi proibiti (e sono tanti), però non ho mai avuto problemi.
Solo una volta a Lucerna, in Svizzera, sono finita in ospedale, ma era tanto tempo fa e non ricordo neanche cosa era successo esattamente.
Paradossalmente, ho sempre avuto più problemi in Italia che all'estero.
In generale, ho sempre pensato che le allergie sono una parte di me, un po' seccante a dire il vero, ma che però non devono condizionare più del dovuto la mia vita.
Conosco persone che non escono, non viaggiano, non si muovono da casa perché hanno delle allergie alimentari, ma ecco: io non sono così, giusto o sbagliato che sia.
Il giorno che deciderò di chiudermi in casa per le allergie credo che sarà la fine.

Arrivati ad Amsterdam, siamo andati in hotel, abbiamo sistemato i bagagli e siamo usciti.
Una cosa che abbiamo notato subito è che ovunque ci sono dei negozietti che vendono waffel invitanti da morire, pieni di qualsiasi cosa, forse un po' troppo pieni, ma se penso ad una cosa buonissima e golosissima penso a quel waffel lì.
Siamo entrati in uno di questi negozietti, ho fatto le mie domande di rito, sono stata rassicurata e ho scelto un waffel ricoperto di cioccolata bianca che pare fosse sicuro.
Il Marito -lo fa sempre, eh- mi ha detto: "Amò prima lo assaggio io, poi eventualmente lo mangi tu perché fidarsi è bene, ma non fidarsi è meglio".
Lo ha tagliato ed ecco la sorpresa: l'impasto del waffel era si privo di qualsiasi cosa, così come la cioccolata bianca era non contaminata, ma all'interno c'era un ripieno di crema di pistacchi e crema di nocciole (che secondo me era anche buonissimo, ma tant'è) molto abbondante.
"Ma tu avevi chiesto gli ingredienti del waffel e della copertura, non del ripieno"
Giusto, come ho fatto a non pensarci che, in fondo, la colpa era la mia.
Il Marito alla fine ha mangiato anche il mio waffel (oltre al suo con copertura di crema di fragole e Smarties) e io ho iniziato ad entrare in paranoia.
"Non mangerò, digiunerò, morirò di stenti e privazioni" ho pensato perché, ecco, io e il melodramma siamo molto amici.


Abbiamo notato, girando e rigirando, che il cibo è abbondante. Molto abbondante.
Ovunque, ma davvero ovunque, è pieno di questo negozietti con cibi sia dolci che salati enormi, pieni di cose, grondanti condimenti di tutti i tipi che risplendono nelle vetrine.
Ci è venuto il dubbio che queste splendide creazioni per il palato restassero in vetrina per giorni perché erano sempre lì, sempre uguali, sempre nella stessa posizione, ma magari è solo una supposizione sbagliata, non saprei.
Io comunque mi sono tenuta la voglia di dolce per quasi una settimana (anche di più considerato che da Amsterdam sono andata a Sofia dove è stato pure peggio) e il Marito si è adattato -come sempre- a me. Anche perché voi non avete idea degli occhietti disperati che riesco a fare quando il Marito di strafoga si cose che io non posso mangiare.



Ovunque siamo entrati, la prima domanda che ho fatto è stata: "Scusate, con che olio friggete?".
La risposta è quasi sempre stata: "Normal oil".
Ora, definiamo il concetto di normal oil. No davvero, definiamolo.
Per me, il normal oil è l'olio extravergine di oliva proveniente dal frantoio del cugino di mamma situato in un paese della Sicilia a 60 km da Palermo, per dire.
A casa mia si usa quell'olio per fare qualsiasi cosa, è buono, genuino, forse un tantino pesante in alcuni casi, ma ci piace molto e sull'olio non scendiamo a compromessi.
Ho avuto il sospetto però che il mio concetto di normal oil fosse un tantino distante da quello dei bar e ristoranti olandesi, non che la mia idea di olio sia necessariamente quella giusta, però ecco, è solo per dire che il normal oil magari non è per tutti uguale.
Alla fine è venuto fuori che per normail oil intendevano l'olio di semi di soia. Ho tirato un sospiro di sollievo e superato l'enorme scoglio dell'olio, iniziavo a fare le altre duecento domande di rito.
Immagino che più di una persona abbia pensato che una cliente come me è meglio perderla che trovarla e non posso neanche dargli torto.

La storia del waffel con la crema di pistacchi mi ha comunque un po' turbata, lo ammetto.
Così come mi ha turbata la presenza, oltre al normal oil, dell'olio di semi di arachidi venduto come se fosse acqua. Presenza che è assolutamente normale, ma che preferirei non lo fosse.
Abbiamo mangiato diverse volte da Mc Donald's e da Burger King per sopravvivenza: in entrambi i fast-food erano appesi in bella vista le tabelle con gli allergeni, sia in olandese che in inglese. Mi fa sempre sorridere che per mangiare cibo non contaminato, la soluzione sia quasi sempre Mc Donald's. Anche in Italia, eh.

Però c'è un però: sono riuscita ad assaggiare le loro famose patatine fritte che sono davvero meravigliose, ne avrei mangiate a chili.


Ho assaggiato il loro formaggio: quasi ovunque ci sono negozi di formaggio Gouda in tantissime varianti, io non potevo assaggiare solo quello al pesto e quello al peperoncino.
Il Gouda, ad Amsterdam, è ovviamente diverso da quello che arriva in Italia: molto più buono e saporito e, come per le patatine, ne avrei mangiati chili.




Ho trovato degli Oreo ricoperti di cioccolato bianco e di cioccolato al latte che potevo mangiare che sono -giuro- una delle cose più buone che io abbia mai mangiato (e che hanno in parte, sopperito alla voglia dei dolci che vedevo nelle vetrine).



Abbiamo assaggiato anche i pancakes salati, penso una delle cose più pesanti assaggiati in vita mia che, in confronto, il pranzo di Natale è dietetico.
Abbiamo assaggiato dei meravigliosi toast da Tostable che, di fatto, è stato il primo posto dove sono riuscita a mangiare senza problemi. Noi siamo stati in quello di Nieuwendijk, abbastanza vicino alla stazione centrale, ma ce n'è anche un altro.


E abbiamo mangiato in un posto che a me è piaciuto tanto, ovvero l'Eatsalon Van Dobben, nei pressi di Rembrandtplein, che io pensavo fosse un ristorante quando ho scoperto della sua esistenza, ma che in realtà è più una tavola calda. Il loro cavallo di battaglia sono delle crocchette ripiene di purè e di carne che servono in mezzo a dei panini morbidi che a me ricordano molto le brioscine palermitane.
Una roba divina, fantastica, eccezionale. Ne avrei mangiati cento.
Ci sono anche altre cose, per esempio il roast-beef è veramente buono, così come le salsicce.


In generale, non ho avuto vita facile ad Amsterdam, anche se di certo non sono morta di stenti e privazioni.
Mi sarebbe piaciuto poter assaggiare tutto e non è colpa di nessuno se non posso, però spesso e volentieri mi sono saziata anche solo guardando (sempre con l'occhietto disperato) le vetrine piene di cibo grondante condimento, quindi va bene così.
Amsterdam è abbastanza costosa, tenete a mente che i prezzi sono più alti che in Italia per il cibo (e non solo), ma di sicuro non si va in rovina.


Ad Amsterdam va infine la menzione per il peggiore caffè bevuto in giro per il mondo.

Si lo so che starete pensando: "Ma guarda questa che vuole trovate l'espresso buono in Olanda".
In realtà, ormai un buon espresso si trova praticamente ovunque, eppure ad Amsterdam non lo abbiamo trovato. Alla fine, ho rinunciato a prenderlo perché 3€ per il brodo di polpo io non ve li do.
Il Marito ha resistito imperterrito nella convinzione che prima o poi avrebbe trovato un buon caffè, ma alla fine non c'è riuscito. Ritenteremo la prossima volta.


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mercoledì 15 novembre 2017

Amsterdam: coffeeshop e quartiere a luci rosse

Se un giorno doveste decidere di andare ad Amsterdam, credo sia obbligatorio entrare in un coffee shop e fare un giro al Red Light District, ovvero il quartiere a luci rosse.
Non consigliato, ma proprio obbligatorio, eh.

In Olanda la prostituzione è legale, mentre l'uso di cannabis non lo è.
Non sto scherzando: l'uso di droghe leggere non è assolutamente legale, ma è tollerato, il che significa che è consentito acquistare cinque grammi di erba al giorno da consumare rigorosamente in casa propria o all'interno di un coffee shop.
Come facciano a controllare che una persona ne acquisti solo cinque grammi al giorno e non dieci (per dire) non ne ho idea.
In ogni caso, appena arrivati ad Amsterdam, percorrendo a piedi il chilometro scarso che separava la stazione centrale dal nostro hotel, siamo passati davanti a diversi coffee shop. L'odore di marijuana esce prepotente, è impossibile non accorgersene.
Ci sono coffee shop ovunque, più o meno eleganti e più o meno famosi, ma di sicuro non dovrete andarveli a cercare in giro. Ve li troverete davanti quasi ad ogni angolo e non sto scherzando.

Il primo coffee shop in cui noi siamo entrati è The Bulldog che è tanto famoso, quanto turistico.
All'interno del quartiere a luci rosse, c'è il primo The Bulldog, fondato il 17 Dicembre 1975.


Nella stessa via ci sono altri due coffeeshop The Bulldog:  The Bulldog Mack e The Bulldog Energy, non chiedetemi la differenza perché non ne ho la più pallida idea, so solo che sono affollatissimi e pieni di turisti.


Ci sono anche un negozio di souvenir The Bulldog, l'hotel The Bulldog e un affitta bici The Bulldog. No no, eh, non hanno mica costruito un impero vendendo marijuana e hashish, eh.

Noi siamo entrati in tutti e tre i coffeeshop The Bulldog della via, quello più antico all'interno è abbastanza bruttino, gli altri due non sono male, ma sono davvero pieni di gente.
All'ingresso c'è sempre almeno un buttafuori che vi potrebbe chiedere il documento d'identità (se siete minorenni non vi fanno entrare), nonché di togliervi il cappello che, con il freddo che fa d'inverno, è abbastanza scontato indossare.
All'interno dei coffeeshop non servono alcolici, ma caffè, thè, dolci, succhi di frutta, panini e via dicendo.
Appena entrata al Bulldog, ho studiato il listino prezzi: quattro canne pre rollate (pre-rolled) hanno un prezzo che va dai 12 ai 15€, la quantità di erba o fumo presente in ogni canna è stabilita per legge, di base -così mi hanno detto- le pre-rolled non sono fortissime. In ogni caso, almeno in questa catena, era necessario prenderne un minimo di quattro.
L'erba sfusa è venduta al grammo, anche in questo caso i prezzi vanno dai 12€ ai 15€ in base alla qualità scelta. Nel listino è indicato se si tratta di erba sativa o indica, nonché quanto è forte.
Si possono acquistare anche cartine, filtrini, accendini e tutto l'occorrente per rollarvi in pace la vostra canna.
Occhio che non potete rollarvi sigarette di tabacco né tanto meno fumare sigarette normali perché, ecco, nei coffeeshop non si possono fumare sigarette. E nemmeno la sigaretta elettronica. 
In alcuni coffeeshop più piccoli e fuori dal centro, pare sia comunque tollerato fumare sigarette, se fatto con discrezione.

Ho trovato i Bulldog troppo turistici, pieni di italiani e, in generale, molto confusionari e siccome volevo continuare ad esplorare il mondo dei coffeeshop siamo entrati in diversi altri in giro per la città.
Ce ne sono alcuni di molto carini, ma davvero pieni di gente  e con musica a palla (tipo Smokey in Rembrandtplein, piazza incantevole), così come ne abbiamo trovati altri molto tranquilli e silenziosi, con poca gente (tipo un coffeeshop senza nome in Raadhuisstraat).





La regola comune, indipendentemente dal tipo di coffeeshop, è quella di non rompere le palle e di non scattare assolutamente fotografie (io la foto del listino l'ho fatta lo stesso, mentre il Marito già si immaginava dietro le sbarre).
Entri, prendi il tuo caffè o quello che sia, ti prendi la tua erba e fumi, chiacchieri, fai quello che vuoi.
Le pre-rolled vendute singolarmente hanno un prezzo che va dai 4 ai 6€ di media anche se ci sono canne pre-rolled che costano molto di più, mentre il prezzo al grammo dell'erba sfusa varia parecchio in base alla tipologia.
Pare che in questo momento vada molto di moda un tipo di erba che si chiama Gorilla Glue che ho visto in vendita a 30€ al grammo e che da la sensazione di un gorilla attaccato alla schiena, non so dirvi se è vero o meno, ma ecco così sulla carta l'idea di avere un gorilla attaccato alla schiena non mi sembra così eccitante, ma tant'è.
Tra le pre-rolled ci sono anche delle canne di erba pura, quindi non mischiate né con tabacco né con un sostituto del tabacco che secondo me somiglia tanto alla camomilla, molto diffuso nei coffee shop di Amsterdam.
Il simpatico proprietario del coffeeshop senza nome, stordito dalle mie domande, mi ha detto che le canne di erba pura vengono acquistate praticamente solo da americani, canadesi e australiani e che lui, se avesse fumato una di quelle, si sarebbe addormentato, nonostante sia abituato a fumare parecchio. Se è vero o no non lo so, prendete la cosa per quello che è: un racconto di un tipo molto particolare, ma anche molto simpatico.
Tra i coffeeshop visitati ce n'è anche uno gestito da un italiano e frequentato solo da italiani, noi non lo sapevamo ovviamente, siamo entrati per caso. Il proprietario sosteneva che gli italiani sono il popolo a cui piace di più farsi le canne ed è per questo che molti si trasferiscono in Olanda.
Anche qui: prendete questa informazione per quello che è e tenete a mente che ambasciatore non porta pena


Questa tolleranza nei confronti del consumo di droghe leggere, i coffeeshop, Gorilla Glue e tutto il resto, fa si che l'Olanda sia uno dei paesi con il minor numero di consumatori di cannabis (la percentuale è molto, ma molto più bassa rispetto a tantissimi altri paesi europei e non), nonché il paese con il minor numero di decessi causa droghe pesanti. 
Evitando il proibizionismo e facendo accurate campagne su cosa comporta l'assunzione di droghe, sia leggere che pesanti, riescono a tenere sotto controllo il fenomeno, molto più che, per dire, in Italia dove se ti fai una canna sei il figlio di Satana.
Inoltre, tollerando l'uso di droghe leggere, possono dedicarsi alla lotta contro quelle pesanti in modo più capillare.

Stesso discorso per la prostituzione. Io ero molto curiosa di vedere il quartiere a luci rosse e difatti ci siamo caduti dentro la nostra prima sera ad Amsterdam.
"Amò, ma tutte queste vetrine con le lucine rosse non saranno che abbiamo trovato il Red Light District?"
"Eh, mi sa di si, ma dove sono le prostitute?"
Alle 19, effettivamente, le vetrine erano praticamente tutte vuote, fatta eccezione per qualche ragazza che si stava preparando per la serata.


Le stanze alle spalle delle vetrine non sono tutte uguali: in alcuni casi erano micro stanzette con uno sgabello e un termoarredo dal quale si intravedeva una lunga scala che presumibilmente portava ad una camera da letto o qualcosa di simile, in altri casi ci sono delle vere e proprie camere da letto.


Ogni vetrina ha una tenda che viene chiusa quando la ragazza è impegnata con un cliente.
Io ero curiosa di sapere quanto prendono, ma il Marito si è rifiutato di andare a chiedere. 
Per sapere il prezzo,  clienti bussano alla vetrina, la ragazza apre e ci si accorda.
Non credo esista un listino prezzi uguale per tutte.
In molte vetrine, c'è scritto che si accettano solo passaporti europei, quindi di base clienti non europei non sono molto graditi, ma non so perché.
Sono una persona orribile e ho tentato di origliare una trattativa riuscendo a  sentire solo "15€", ma considerato che le ragazze pagano l'affitto della vetrina oltre alle tasse, mi è sembrato davvero poco, ma non so esattamente a che tipo di prestazione si riferisse. Sbirciando qua e là  quello che ho capito è che sono meno costose di quello che pensavo.

Nel quartiere a luci rosse è assolutamente vietato scattare fotografie alle ragazze in vetrina , ci sono telecamere ovunque per controllare quello che succede e ho trovato una stradina con diverse scritte sui muri che dicevano "no fucking photos, respect the ladies".
Le prostitute in vetrina sono una cosa a cui, chiaramente, io non sono abituata, non rientrano nella nostra cultura, quindi è comprensibile che uno possa aver voglia di scattare una fotografia, ma effettivamente non fotografare le ragazze per poi magari sbatterle sul web ha senso, eccome se ne ha.
Le ragazze in vetrina sono in biancheria e, in generale, sono molto più vestite delle prostitute di Viale Marconi a Roma.
In generale, il quartiere a luci rosse -vetrine a parte- è in pieno centro, ha un sacco di stradine carine e secondo me merita una visita indipendentemente dalle prostitute.


Oltre alla ragazze in vetrina, nel quartiere a luci rosse, c'è il Museo della Prostituzione e diversi locali in cui si possono guardare filmati erotici pagando pochi euro.
Vi dico solo che io avevo capito, inizialmente, che si pagava per vedere un rapporto sessuale tra due persone dal vivo e non un filmino, ma si sa che non sono sempre abbastanza sveglia.


Ci sono anche tantissimi sexy shop che però sono abbastanza simili a quelli che si trovano in Italia, fatta eccezione per il fatto che hanno delle vetrine come in qualsiasi negozio e non sono confinati chissà dove perché non sia mai entrare in sexy shop, considerato anche che è risaputo che i bambini li porta la cicogna.



Il fatto che, in Olanda, la prostituzione sia legale e il consumo di cannabis sia tollerato e regolamentato in modo preciso è, secondo me, un segno di civiltà.
Che io sappia, una cosa proibita ha molto più fascino di una cosa consentita e vietare qualcosa non fa si che quella cosa non esista, semmai il contrario.
Amsterdam è spesso considerata la capitale della tolleranza e della trasgressione, io invece ho trovato il tutto estremamente normale, perfettamente inserito nel contesto.
Vuoi fumare? Lo tolleriamo.
Vuoi andare con una prostituta? Puoi farlo.
Si pagano le tasse, si attirano i turisti (che portano soldi) e vivono tutti felici e contenti. Chiamali scemi.


Nb. Questo post non vuole assolutamente incitare al consumo di droghe leggere, né tanto meno convincere qualcuno a prostituirsi. È un racconto di viaggio, come ce ne sono tanti altri in questo blog, prendetelo quindi per quello che è.

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martedì 14 novembre 2017

Amsterdam in pillole

Abbiamo trascorso cinque giorni ad Amsterdam e -adesso posso dirlo- mi è piaciuta molto.
È bella Amsterdam. E anche interessante. Un po' particolare direi.




Da dove iniziamo?
Abbiamo volato da Roma ad Amsterdam in poco meno di tre ore e io ho riportato un trauma da viaggio in aereo non indifferente: considerate che prendo parecchi aerei durante l'anno, ma non ho mai avuto paura come in questo caso in cui un vuoto d'aria pazzesco mi ha fatto pensare che non sarei arrivata viva a destinazione. Si lo so, sono un tantino tragica, ma questo è.
Se siete impazienti di vedere la scritta I Amsterdam, sappiate che ce ne sta una appena fuori dalla piazza dell'aeroporto.


Dall'aeroporto di Schipol, dove siamo arrivati sani e salvi, alla stazione centrale di Amsterdam abbiamo preso il treno: il biglietto costa 5,20€ a testa e si arriva in un quarto d'ora circa.
Quando siamo arrivati c'era freschino, ma tutto sommato si stava bene, poi è arrivato il freddo.

Noi abbiamo scelto un hotel a circa 500 metri da Piazza Dam, il Nadia Hotel, molto carino e pulito.
Una cosa che ho scoperto è che quasi tutte le costruzioni della zona centrale di Amsterdam hanno scale molto strette e lunghe, roba che c'è da avere paura di frantumarsi i crociati ad ogni salita o discesa. E non sto scherzando: dopo cinque giorni di sali e scendi a me facevano davvero male le ginocchia che, per carità, erano già fradice di loro (qui per saperne di più), ma le scale non hanno aiutato.


L'hotel in ogni caso era molto caratteristico e a me è piaciuto un sacco.




Passeggiando per Amsterdam, ci siamo resi conto che le case -almeno in centro, in periferia è un po' diverso- hanno facciate piccole e strette. E sono storte.
Come sempre in questi casi, c'è una spiegazione: per pagare meno di tasse (più larga era la facciata più si pagava) si costruivano queste micro facciate, all'interno c'erano scale ripidissime (a prova di crociato) e per fare i traslochi era un macello, quindi la soluzione era, appunto, inclinare le case.
Geniale se ci pensate. Non so a voi, ma a me non sarebbe mai venuto in mente.


Un altro colpo d'occhio pazzesco sono le biciclette: ce ne sono circa due milioni e sono ovunque.
I ciclisti di Amsterdam sono abbastanza arroganti, considerate che se siete in mezzo alle scatole vi vengono addosso senza farsi troppi scrupoli e che hanno sempre ragione loro. Le piste ciclabili sono dedicate a loro, ma anche a cinquantini (si, parlo di motorini) che sono, inspiegabilmente, equiparati alle bici, tant'è che non hanno l'obbligo di casco.




Noi abbiamo fatto la I Amsterdam Card che da la possibilità di prendere tutti i mezzi di trasporto della città a marchio GBV. Occhio che ci sono anche autobus che non sono GBV e, per quelli, la card non vale, tocca pagarli a parte e non sono esattamente economici.
Inoltre, la I Amsterdam Card consente di entrare in parecchi musei e attrazioni della città, ma non da la possibilità di saltare la fila. 
La card valida 96 ore ci è costata 87€ a testa. Se conviene o meno, dipende da quello che avete intenzione di visitare. 
Avevo acquistato le card online e le abbiamo ritirate al Visitor Centres dell'aeroporto dove ci hanno spiegato tutto sull'utilizzo, regalato una mappa della città, un giornale e una guida in italiano su come usare la carta. Eventualmente, c'è un visitor centres anche appena fuori dalla stazione centrale di Amsterdam. 
Grazie alla carta, abbiamo visitato il Van Gogh Museum, il Nemo Museum, la casa di Rembrandt, l'Artis e l'Amsterdam Arena, oltre a fare una mini crociera sui canali.
Inoltre, grazie alla carta, siamo entrati gratuitamente all'interno dei mulini di Zansee Schans (che è credo uno dei posti più belli che abbia mai visto in vita mia).
A parte abbiamo acquistato il biglietto dell'Anna Frank Haus.
Ho dovuto rinunciare al Dam LookOut che è una terrazza panoramica a 100 metri di altezza, con tanto di altalena sospesa nel vuoto a causa maltempo e freddo gelido. Ma ci tornerò, ci salirò e presumibilmente infarterò.
Tra le cose più carine che abbiamo visto c'è il mercato dei fiori, il Bloemenmarkt, che è un mercato galleggiante dove io ho comprato tanti di quei bulbi che, appena sbocceranno, probabilmente dovremmo andare noi fuori di casa.



In ogni caso, una cosa da fare assolutamente è camminare in giro per la città godendovi lo spettacolo dei canali.
Ovunque c'è odore di erba e, che vi interessi o meno fumare, credo che una capatina al coffee shop tocchi farla, giusto per vedere come sono. Occhio che è vietato scattare fotografie all'interno dei coffee shop, così come è vietato fotografare le ragazze in vetrina nel quartiere a luci rosse.
Io ho preso una strigliata perché avevo in mano la mia sigaretta elettronica dentro un coffee shop perché, ecco, non si può fumare lì dentro. Giuro che è vero, eh. Mi è stato precisato che "si può fumare solo droga". Scusate, ma non lo sapevo. E comunque io la mia sigaretta elettronica la stavo solo tenendo in mano, non la stavo fumando.

Amsterdam è piena di italiani: credo che ci siano più italiani ad Amsterdam che a Trastevere il sabato sera e non sono solo turisti.
In moltissimi negozi, bar, ristoranti in cui siamo entrati abbiamo beccato italiani che, dopo averci appena guardato, ci chiedevano se eravamo -appunto- italiani.
In ogni caso, chiunque parla inglese, quindi non avrete grossi problemi di comunicazione.

Amsterdam è una città abbastanza costosa, non arriva ai livelli di Stoccolma, ma è cara.
Il cibo, ehm ecco, diciamo che se siete persone normali non avrete grossi problemi, se siete me (qui per saperne di più) farete un sacco fatica a mangiare, ma io faccio fatica praticamente ovunque, quindi non faccio testo.
La birra invece dovete assolutamente provarla, quanto meno l'Heineken (che è olandese, cosa che io non sapevo).

Infine, ci sono tantissimi negozi, io sono entrata solo dentro Primark.
E se vi state chiedendo cosa sono quelle tre X, sappiate che si riferiscono a tre grandi disastri che hanno colpito la città: la peste, un incendio e un' alluvione.


Giudizio complessivo su Amsterdam? Non lo so, dico sul serio.
Mi è piaciuta, sono contenta di esserci andata, ma non so bene che pensarne.
Sarebbe comunque bastato anche un giorno in meno, direi che quattro giorni sono più che sufficienti.






Nb. Questo è solo un post introduttivo, piano piano arrivano anche gli approfondimenti con tanto di foto che non avrei potuto fare, ma che ovviamente ho fatto lo stesso.

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