mercoledì 29 marzo 2017

Torno a saltare

Ieri mattina mi hanno tolto il gesso.
E' stata un'esperienza traumatica, estremamente traumatica.
Siamo arrivati in ospedale alle 7.30 del mattino, consapevoli che avrebbero dovuto fare una lastra e procedere eventualmente con la rimozione, invece sono entrata, la sedicente dottoressa mi ha chiesto se fossi caduta e avessi picchiato con il ginocchio per terra e quando le ho spiegato che no, non è andata così ha detto di togliere il gesso senza se e senza ma.
"Se non hai sbattuto per terra vuol dire che non c'è nulla".
Io avevo portato le mie lastre, quelle in cui era evidenziata una rotula fuori asse di circa 40°, nonchè la frattura -che è in più punti- ma lei non ha sentito la necessità di guardarla.
A dire il vero non ha sentito neppure la necessità di visitarmi, di farmi un'altra lastra, nè tanto meno di leggere referti su referti che evidenziavano il problema.
"Alzati e cammina" mi ha detto poi. Peccato che dopo un mese di gesso, io non ero così agevole nel camminare, nè potevo farlo considerato che la gambina ingessata è magra magra e manca una cosa fondamentale: i muscoli.
"Tutte le donne hanno le ginocchia così". Peccato che io non ne conosco neppure una.
"Le stampelle sono una cosa mentale, non ti servono".
Mia madre a momenti se la mangia. Io piangevo per il nervoso, abbiamo deciso di andare via, con me che non riuscivo a muovere un passo.
La cosa positiva è che io ho il mio ortopedico, la mia fisioterapista e sono seguita in un centro validissimo. 
Ho chiamato piangendo e si sono subito adoperati per cercare di limitare i danni, visto che -per altro- avevano  riscontrato dei problemi anche all'altro ginocchio, quello non rotto.
Devo stare ancora a casa, gamba alzata, cercando di camminare -con le stampelle- un minimo per iniziare a riprendere un attimo il tono muscolare. 
Domani si deciderà se procedere con la fisioterapia o intervenire chirurgicamente per rimettere a nuovo questa rotula capricciosa. E insomma, poi la strada dovrebbe essere tutta in discesa.
Cosa ho scoperto subito dopo aver tolto il gesso? Che poi erano cose che sapevo già da prima, ma volete mettere provarle sulla propria pelle?
-che il ginocchio non si piega -praticamente non funziona da articolazione quale dovrebbe essere- e che prima di tornare a piegarsi passeranno mesi.
-che i dolori ci sono comunque e che resteranno con me praticamente tutta la vita, soprattutto quando cambia il tempo. A Roma il tempo, per ora, la temperatura va dai 7° ai 27° nell'arco di tre ore. Per dire, eh.
-che cammino più zoppa di prima e mia madre e Fidanzato, che dovrebbero amarmi in modo profondo, ridono di me.
-che sotto al gesso la pelle si è squamata ed è cresciuta una foresta di peli che manco una scimmia. I peli verranno rimossi nella giornata di oggi, per la pelle ci stiamo lavorando.
-che la gamba è la metà dell'altra ed effettivamente c'è stato un attimo in cui ho pensato di rompermi l'altro ginocchio a martellate, ma poi sono giunta alla conclusione che non è ciccia quella che mi ha salutato, ma muscolo. 
-che farsi la doccia è una sensazione stupenda, peccato solo che entrare nella vasca da bagno sia stata una fatica degna di Ercole e che la mia privacy più non esiste visto che necessita di essere guardata a vista, tenuta, aiutata, sorretta. Il bagno caldo con le paperelle resta un desiderio che dovrò reprimere ancora a lungo.
Quando una ginnasta si rompe, dopo un po' arriva la fatidica domanda: "Ma è tornata a saltare?" seguita a ruota da: "Ma salta sul duro?".
Io non saltavo prima, fatta eccezione per il mio amato trampolino in alcune occasioni suscitando l'ilarità di tutti, e non torno a saltare manco adesso, almeno per il momento, ma sopravviverò.
Intanto vediamo di ricominciare a camminare senza sembrare una papera.

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giovedì 23 marzo 2017

Storia di un amore ipocrita

Il mio poderoso lato B trascorre le sue giornate sul divano: da quando si alza la mattina a quando va a dormire la sera, lui sta lì, sul divano. Ringrazio l'arguta mossa di aver scelto un divano comodo e accogliente che potesse contenerlo in tutta la sua abbondanza.
Il lato B, quando non è sul divano, si riposa sul lettone, faticando non poco a spostarsi anche solo di un centimetro.
E se il lato B magari è anche contento di riposarsi, considerato che di solito le mie giornate sono pienissime di cose da fare, io mi annoio.
Fidanzato è tornato a lavoro dopo un periodo di ferie trascorso a farmi da badante, a volte ho la compagnia di amici, parenti, sconosciuti a cui probabilmente faccio pena con i miei leggins dai colori improponibili che fasciano il culone e con i quali io cerco di nascondere gesso senza successo, altre volte sono sola. Col cane.
Il mio cane è un ipocrita.
La verità è che io l'ho voluto, io l'ho svezzato, io ho pulito la sua pipì quando era un cucciolo di mezzo kg, io gli compro pettorine e guinzagli fashion, io gli procuro palline e pupazzetti, io compro ossi da sgranocchiare e croccantini prelibati, io cucino per lui, io gli lucido il pelo e gli pulisco le zampe. Magari non sempre, ma comunque a volte lo faccio.
E lui invece di amarmi in modo incondizionato riconoscendo in me la sua mamma umana stupenda, ha sempre preferito Fidanzato. In modo quasi patetico aggiungerei, visto che lo segue ovunque, lo aspetta davanti la porta del bagno, lo abbraccia, lo cerca quando non c'è, disperandosi se non lo trova.
Io vengo quasi sempre ignorata, la mia funziona è praticamente quella di dispenser di cibo.
Tutto questo finché non mi sono rotta il ginocchio e ho depositato -non per scelta- il lato B sul divano. A quel punto, il cane ha deciso di amarmi follemente e di volersi non staccarsi più da me.
Il problema è che lui non ha mezze misure, anzi non sa neanche cosa siano le mezze misure.
Mi sveglia la mattina a zampate in faccia, come se già non facessi abbastanza fatica di mio a dormire la notte e mi fissa. No davvero, inizia a fissarmi finché non ci viene portata la colazione che certe volte ho paura che sia un modo per ipnotizzarmi e farmi sganciare soldi extra per i croccantini da consumare con gli amici cani alla faccia mia. 
Durante la lunghissima operazione di lavaggio -si, ci metto un sacco di tempo a lavarmi, proprio io che la mattina mi faccio la doccia, mi vesto e mi trucco in sette minuti d'orologio- lui mi aspetta davanti la porta del bagno pigolando manco fosse un passerotto.
Poi io mi trasferisco sul divano e lui mi si appiccica: normalmente si stende lungo la gamba ingessata, a volte poggia il muso sul ginocchio evitando la parte dolorante (ancora mi chiedo come diamine faccia a sapere in quale punto può appoggiarsi), altre volte si stende per tutta la mia lunghezza e dorme. Se io provo a spostarmi lui si sposta di conseguenza.
Se mi addormento mi lecca la faccia, se non mi addormento mi lecca il piede.
Oh lo so, a qualcuno farà schifo questa promiscuità con un quadrupede con la fiatella, ma io sono perdutamente innamorata di lui da quasi cinque anni e tutte queste attenzioni mi mandano in brodo di giuggiole. Nonostante la fiatella.
La sera, quando mi trasferisco dal divano al letto, lui mi segue, prendendo a codate le stampelle e quando io finalmente sono sotto le coperte, lui scava un po' e prende posizione sul mio piede, quello della gamba scema, come la chiama affettuosamente Fidanzato.
Il nano, lo stesso nano che ci ha messo tre mesi per imparare che "seduto!" significa che si deve sedere, ha imparato in una settimana a trasportare le stampelle, il telecomando della tv e il cellulare se sono troppo lontani da me. Che poi il fatto che fossero lontani era magari voluto non importa.
E quindi stiamo qui: appiccicati, senza mai staccarci, sul divano.
Chi glielo spiega che prima o poi tornerò a lavoro? Sarà lì che verrà fuori che il nostro era solo un amore ipocrita dettato dalla mia temporanea immobilità?


Nb. Per la prima volta su questo blog, un primo piano con cane del gesso quando ancora la fascia che lo racchiude era bianca. Adesso è diventato giallo.


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mercoledì 22 marzo 2017

Parole, sorrisi, pacche sulla spalla e abbracci

Qualche tempo fa mi è arrivato un messaggio di complimenti per il blog. Quattro righe che ho avuto bisogno di rileggere almeno dieci volte.
Quello che mi ha stupita non era tanto il messaggio in se, ma il mittente.
Una persona che non mi ha mai fatto particolare simpatia e alla quale credo di non averne mai fatta neppure io, non sapevo che leggesse il blog e -francamente- mi sono chiesta come lo abbia trovato.
E' una persona di cui non avevo notizie da almeno cinque anni, lavoravamo insieme anni fa e non ricordo di avere mai avuto un rapporto che andasse oltre il buongiorno collettivo detto la mattina a tutti e a nessuno quando si arrivava in quel posto di lavoro a cui, in realtà, devo molto a livello professionale, anche se mi costa fatica ammetterlo pubblicamente.
Ho fatto una cosa che non si fa: ero in Svezia, lontana da casa, ho fatto uno screen del messaggio e l'ho inviato a Fidanzato, senza dire una parola. Era stupito quanto me.
Mi sono chiesta se fosse un messaggio sincero o una presa in giro, ammetto anche questo, e sono giunta alla conclusione che si, era un messaggio sincero. E bellissimo, che mi ha fatto un piacere immenso, mi ha regalato un sorriso nella sua semplicità, forse anche più di uno.
Il messaggio -quattro righe in tutto- mi ha insegnato qualcosa.
La verità è che io non lo avrei mai mandato a parti invertite perché non avrei mai dato una soddisfazione ad una persona che non mi piaceva particolarmente.
Chiaramente, sbagliavo.
Tante, troppo volte non ho scritto qualcosa a qualcuno per non dare soddisfazione. E avrei dovuto farlo, ma non ci ho mai davvero pensato finché non ho ricevuto questo messaggio.
E' incredibile come quattro righe possano farti riflettere per giorni.
Quante volte non ho detto qualcosa a qualcuno?
Ti voglio bene.
Sei dimagrita.
Stai bene vestita così.
Stai facendo un buon lavoro.
Complimenti per questo o quell'altro.
Ho sbagliato.
Mi manchi.
Coraggio.
Sei stata bravissima.
Hai fatto bene a provarci.
Andrà meglio la prossima volta.
Qualsiasi cosa vi venga in mente da dire sia a persone che avete vicino ogni giorno, sia a persone con cui magari avete un rapporto molto meno stretto, ma che comunque sono passate -o sono ancora- dalla vostra vita.
O ancora un sorriso, una pacca sulla spalla, un abbraccio che a volte le parole sono di troppo. Dipende dai casi.


Ci ho provato a dire due parole che non avrei mai detto a qualcuno. E nessuno mi ha preso per pazza, credo abbiano apprezzato, così come ho apprezzato -e tanto anche- quelle quattro righe di messaggio.


La foto del post è di Samira El Bouchtaoui.

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martedì 21 marzo 2017

Fenomenologia della futura sposa

Confesso: mi sono iscritta ad un gruppo Facebook che si chiama "sopravvivere ad un matrimonio" o qualcosa del genere.
La verità è che mi serviva un'informazione su delle gioiellerie e mi sono affidata al mantra se non lo so io, lo saprà qualcun altro. E dove trovare questo qualcun altro se non su un gruppo Facebook da mezzo milione di persone? Ovviamente non ho trovato l'informazione che cercavo, ma non sono riuscita a smettere di leggere le cose che le sedicenti sposine scrivevano.
Ho fatto delle scoperte degne di nota sulle future spose e ogni giorno scopro cose nuove estremamente interessanti:
-la necessità del corredo di primo letto per le foto: praticamente bisogna acquistare -o farsi regalare che sarebbe meglio- una coperta da mettere sul letto per fare le foto belle. Ovviamente la coperta deve avere dei colori precisi, ma non ricordo quali sono.
Dopo averlo scoperto, sono andata dai miei copripiumini Ikea, li ho accarezzati e rassicurati del fatto che non li cambierò mai.
-i confetti da portare a tutti i vicini di casa: se non prepari bomboniere e confetti per tutti gli abitanti del palazzo, sei una persona arida.
Mi è tornata in mente quella volta in cui Fidanzato bussò alla porta della nostra vicina per chiederle una cosa e lei si rifiutò di aprirgli perché non apriva agli uomini sconosciuti. O di quella volta che è esplosa una tubatura e tanto educatamente ho pensato di avvisare i vicini che non mi hanno aperto.
Io l'ho detto che portare confetti a settanta appartamenti forse non era il caso, considerato che in sessantanove non so neppure chi ci abita, ma mi hanno dato dell'arida. Aridissima.
-se l'abito da sposa costa meno di 5000€ sei una poraccia: si commenta da sola questa, alla faccia della crisi. E comunque, mia suocera che è sarta fa dei vestiti da sposa che quelli degli atelier costosissimi possono solo andare a nascondersi, tzè.
-fotografi, animatori e via dicendo non devono assolutamente mangiare quello che mangiano gli invitati: sono lì per lavorare e dovrebbero provvedere da se al proprio pranzo/cena. Con la schiscetta immagino. Al massimo, un piatto di pasta al pomodoro, ma è proprio una grande concessione.
-suocere, madri e sorelle vogliono sempre rubare la scena alla sposa: è per questo che comprano abiti eleganti, si sistemano i capelli e si truccano, mica per altro, che vi pare?
-mai mandare lo sposo da solo a scegliere cosa mettersi: nessun uomo è in grado di scegliere cosa indossare, figuriamoci il giorno del proprio matrimonio.
-gli invitati devono ripagare le spese sostenute dagli sposi facendo un regalo adeguato: ogni invitato deve calcolare il costo del pranzo/cena, il costo del fotografo (giustamente vengono immortalati anche gli invitati), della musica, delle bomboniere e degli inviti e ripagare la spesa per intero. Sia mai fare un regalo di anche solo 10€ in meno. E per chi i regali non li vuole, come si fa?


Ma soprattutto, la cosa più importante e degna di nota: se non fate una grande festa, con minimo 400 invitati, l'abito da 5000€, il concerto dei Queen con Freddy Mercury riesumato per l'occasione, che vi sposate a fare?
Ho azzardato la prima risposta che mi è venuta in mente: "Perché ci amiamo" e mi hanno risposto che l'amore non esiste. C'est la vie.

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lunedì 20 marzo 2017

Barriere architettoniche e mentali

Oggi io e il gesso festeggiamo sedici giorni insieme. A me sembrano sedici anni a dire il vero.
Non posso uscire di casa, devo stare con la gamba alta, ho continuamente la febbre, ma pare sia normale. L'auto è vietata, così come il treno, salvo rarissimi casi, ovvero le visite mediche che comportano uno sforzo non indifferente da parte del Fidanzato che mi deve caricare in macchina -rigorosamente nel sedile posteriore- manco fossi un oggetto ingombrante.
Stamattina mi hanno controllato il gesso giusto per dirmi che ancora è presto per toglierlo. Vedremo se riusciremo a sbarazzarcene per la data prevista, per sostituirlo con un meraviglioso tutore e poi decidere come procedere. Non decido io, se no un paio di opzioni le avrei già eliminate dalla lista.
Oggi ho sentito la parola chirurgo e un brividino mi ha percorso la schiena.
Nel frattempo, si è rovinato anche l'altro ginocchio e speriamo di riuscire a salvarlo prima che si rompa anche lui, ma non è questo il punto.
Cammino con le stampelle, zompettando libera e felice come una farfalla come un elefante privo di ogni forma di grazia. Ho imparato a scendere le scale, ma non a salirle.
In realtà, gli unici gradini che non posso evitare lungo il mio cammino sono quelli del mio palazzo -ben due- visto che non posso utilizzare la rampa realizzata per le sedie a rotelle e i passeggini. Il genio che l'ha progettata ci ha messo un bel dissuasore in mezzo per evitare che venga usata a sproposito: peccato che il dissuasore non è mobile, ma in cemento, quindi non ci si passa neppure con la sedia a rotelle di Barbie. Buttare via i soldi dei condomini: lo stai facendo bene, mio caro costruttore di rampe per carrozzine. 
Appena davanti il cancello esterno del mio palazzo c'è una grata e le stampelle ci si incastrano dentro, visto che i buchi sono troppo larghi. 
I marciapiedi davanti casa mia -zona bene di Roma, ci tengo a precisarlo- sono dissestati: le radici degli alberi li hanno distrutti completamente, sono quasi tutti sollevati e pieni di crepe e io faccio una fatica incredibile per fare due metri e rischio comunque di rompermi l'osso del collo.
Lo stesso vale per tutti i marciapiedi che ho incontrato nel mio cammino di stampellante e, a dire il vero, lo sapevo già prima che erano ridotti così, ma non avevo le stampelle e non mi rendevo conto.
Adesso so perché quel simpatico signore che gira in sedie a rotelle qui intorno sta in mezzo la strada e non usufruisce del marciapiede. 
Le macchine sono accavallate l'una sull'altra e quindi fatico anche a trovare un posto per scendere dal marciapiede, visto che ho bisogno di spazio per zompettare allegra con le stampelle (che con mio sommo rammarico non sono rosa) e tenere contemporaneamente una gamba tesa senza poggiarla a terra che altrimenti mi casca. Effettivamente, proprio a cinque metri dal portone del mio palazzo ci sarebbe uno scivolo per disabili, in corrispondenza delle strisce pedonali, ma ci sono sempre le macchine parcheggiate davanti, quindi non posso usarlo.
Non sono neppure riuscita ad utilizzare un paio di bagni dei bar perché non riesco a salire e scendere le scale a chiocciola che già non mi piacciono normalmente, figuriamoci con le stampelle e il gesso.
Io prima o poi le stampelle non le avrò più, prima o poi tornerò a camminare sulle mie gambe, anche se mai come adesso la strada mi sembra tortuosa e in salita, ma c'è qualcuno che sulle proprie gambe non ci camminerà mai.


Le difficoltà a spostarmi posso sopportarle. Posso sopportare anche le impetuose scalinate che non riesco ad affrontare. Le difficoltà a capire invece le tollero meno. 
Io non chiedo nulla, esco pochissimo per i motivi di cui sopra, aspetto paziente che qualcuno mi dia una mano a lavarmi e profumarmi, maledico il gesso ogni dieci minuti per fargli capire che non è ben accetto e deve trovare un'altra sistemazione quanto prima, scrivo, leggo e cerco persino di guardare la tv.  Ho sempre qualcuno che viene a trovarmi e a tenermi compagnia, anche se immagino di essere più rompicoglioni del solito. E' che ho amici educati che non me lo fanno notare quanto sono fastidiosa e molesta, probabilmente prima o poi mi presenteranno il conto e farebbero anche bene.
Sanno tutti che non mi posso muovere, i primi giorni l'auto era vietata anche per andare dal medico, piuttosto l'elisoccorso, solo che pare brutto chiamarlo per un ginocchio rotto.
Poi eh, non so se avete presente Roma. Io la amo, è la città più bella del mondo, ma oggettivamente muoversi in auto è un incubo. A parte che ci sono le buche e i sanpietrini che fanno fare bum budum al ginocchietto -e anche alle sospensioni della macchina, a dire il vero- ma il problema grande è il traffico. Provate ad attraversare la città ad ora di punta. No davvero, provateci. Tanti auguri, eh. 
Dopo quattro giorni di gesso mi arriva la richiesta di portare una cosa, ad ora di punta, dall'altra parte di Roma, con il temibile scoglio da attraversare, altro che Colonne d'Ercole. Sto parlando di Caracalla: provate a passare da lì alle otto di sera, provateci se avete il coraggio.
Avevo un'amica dalla quale andavamo spesso a cena, ma per arrivarci dovevamo passare da lì: le mandavo un messaggio quando partivo da casa e poi uno quando attraversavo Caracalla, dopo sei ore abbondanti. L'unica volta che non ho trovato traffico, mi sono commossa e ho rischiato di fare un incidente perché le lacrime mi offuscavano la vista.
Quindi, ricapitoliamo: richiesta a un'ingessata con divieto di salire in auto per evitare una serie di rischi che non sto ad elencare di portare un oggetto non di vitale importanza, ad ora di punta, dall'altra parte di Roma. La destinazione era, per altro, in ztl, quindi era necessario parcheggiare l'auto e farsi non so quanti km a piedi. Col gesso e le stampelle.
Ah, io non posso guidare, lo sottolineo perchè per qualcuno non è così chiaro, quindi ho necessità di un autista. Si, sempre lui: il povero Fidanzato. O al massimo, posso prendere un taxi.
Che poi, avrei potuto trovare qualcuno disposto a fare la traversata al posto mio, ma ditemi: chi, a ora di punta si fa tre ore di macchina nel traffico? O meglio, chi ha cuore di chiedere a qualcuno di farsi tre ore di traffico per una cosa non di vitale importanza?
La cosa divertente è che, al di là della richiesta folle, la persona che doveva occuparsi del ritiro non si è fatta trovare, non ha lasciato detto nulla a nessuno e da una ricerca, non risultava neppure essere lì.
Quando si dice l'empatia, eh.
Che poi io capisco che il ginocchio è il mio, ma fossi stata dall'altra parte, prima di chiedere ad una persona di rischiare di compromettere in modo serio le proprie condizioni di salute ci avrei pensato due volte. Anche tre, anche quattro.
Se per questo, qualcuno si è anche domandato come mai io non sia rimasta a Milano, da sola, senza potermi muovere neppure per andare in bagno, senza poter uscire per comprare le medicine o del cibo e senza assistenza sanitaria, visto che il mio medico di base è a Roma e l'ospedale che mi ha ingessata mi ha detto chiaramente che lì non mi avrebbero seguita in quanto straniera residente in altra regione.
Si, straniera perché non residente in Lombardia, ma nel Lazio.
Credo sia stato lì che io abbia capito che le barriere architettoniche mi fanno paura, ma non quanto quelle mentali perché se le prime si possono aggirare ed eliminare, le prime resteranno sempre. E mi fa paura.


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