lunedì 22 maggio 2017

La gatta cattiva

Io raccolgo animali in giro che detta così -lo capisco- suona un po' strano, quindi forse dovrei spiegarlo un pochino meglio.
Da quando ero ragazzina, ho sempre portato a casa tutti gli animali che ho trovato per strada, che qualcuno non voleva più e via dicendo. Molti ce li siamo tenuti, ad altri abbiamo provveduto a trovare degna sistemazione. 
All'inizio erano solo cani, poi -dato che i miei genitori non volevano assolutamente gatti- ho provveduto anche a portare un micio. Si chiamava Miao il primo gattino che ho portato a casa, era minuscolo e amava il pollo.
La seconda gatta che ho portato a casa era la gatta cattiva.
Aveva un anno ed era di una signora che non la voleva più e che stava per farle fare una brutta fine.
Sono andata a recuperarla una sera di Novembre del 2005.
"Scusi, ma questa gatta ha un nome?"
"Si chiama Lula"
"Come il presidente del Brasile?"
"Si, ma se volete potete cambiarle nome"
E' rimasta Lula, ma considerato che si è palesata subito per quello che era, ovvero una grande stronza, negli anni l'ho ribattezzata prima la iena e poi la gatta cattiva. Mia madre invece la chiama Luletta o amore mio.


 Ha aggredito tutti quelli che sono passati da casa a suon di morsi e graffi, ha rubato cibo a tutti i quattro zampe di famiglia e instaurato una dittatura per la quale si fa solo quello che dice lei.
Se Lula vuole mangiare, inizierà a miagolare spaccando i timpani ai presenti (io ancora mi chiedo come sia possibile che un miagolio risulti così fastidioso) finché non verrà accontentata. E considerato che lei vuole mangiare -e no, non parlo dei croccantini che ha sempre a disposizione- h24 alcune volte viene voglia di lanciarla dal balcone.
Se Lula vuole bere, miagolerà finché non le verrà aperto il rubinetto dell'acqua perché per lei bere dalla ciotola è da gatti poveri.



Se Lula decide che vuole sedersi su di te, tu devi farla sedere su di te, pena atroci vendette che gusterà chiaramente a freddo. Tu non la fai sedere in braccio? Lei ti preparerà un agguato quasi mortale a distanza di ore, forse giorni, quando meno te lo aspetti per vendicare l'onta subita.
Ricordo ancora perfettamente quando ha scaraventato giù da una poltrona il mio cane che da allora ha il terrore a passarle a fianco e si fa fare qualsiasi cosa. Di norma, se lei decide che vuole mangiare il pranzo o la cena di Fuffi, lui scappa con la coda in mezzo alla gambe e si nasconde. A nulla è servito spiegare al povero Cane Gnappo che lui è più grosso e volendo potrebbe non solo mangiare la sua pappa, ma anche la gatta cattiva. Lui ha paura e fine della storia.
Anche io ho po' la temo a dire la verità considerato che mi ha riempito di graffi e di morsi come se non esistesse un domani.
Quando sono a casa dei miei, se mia madre mi dedica troppe attenzioni, lei ristabilisce l'ordine collocandosi sopra di lei e soffiando nella mia direzione qualora io mi avvicini troppo.
Mio padre è sempre stato mio alleato nel sostenere la perfidia di questa gatta, anche se ultimamente -probabilmente sotto minaccia della stessa Lula- si è lasciato andare a commenti tipo: "Ma no dai, è simpatica" suscitando in me sgomento e disperazione.
Quelle volte che mia madre si arrabbiava con noi (inspiegabilmente, ci tengo a sottolinearlo) le abbiamo sempre detto: "Vai d'accordo con la gatta perché siete uguali". Alla fine, ci prendevamo gli insulti di mamma e i graffi della gatta, quindi abbiamo smesso.
L'unica che riusciva a tenere un po' testa a Lula era Milly che, devo riconoscerlo, era stronza quasi quanto lei. Quando Milly era malata ed eravamo tutti a casa dei miei genitori, Lula le passava davanti arricciando la coda tanto la mia amata cagnona nera non avrebbe potuto inseguirla. Sta stronza!
Lula però è una di famiglia e ci siamo abituati tutti al suo carattere da despota. Che poi, ha dalla sua parte la mamma e si sa, la mamma è sempre bene non inimicarsela.
Sono quasi tredici anni che Lula è con noi e abbiamo sempre sostenuto che ci seppellirà tutti, cani e gatti compresi.
Un paio di sere fa, ero appena tornata da Palermo, ho telefonato a mia madre e l'ho sentita preoccupata.
"Lula ha una strana pallina"
"Ma dai mamma, ma non sarà nulla, hai visto come mangia e come salta?"
"Non sono convinta"
"Mamma, Lula ci seppellisce tutti, non ti preoccupare".
Stamattina è arrivato il responso del veterinario che non è un veterinario qualsiasi, ma è mio zio e non solo è molto bravo nel suo lavoro, ma ci ha sempre detto, in qualsiasi caso, come stavano le cose.
Lula ha un tumore in metastasi che non è operabile. E' troppo grande, troppo ovunque, troppo tutto.
Nessuno si era mai accorto di nulla, non ci sono stati segni di nessun tipo.
Lula non ci seppellirà tutti a quanto pare. E a noi è preso lo sconforto perché sarà anche una gatta cattiva, ma le vogliamo bene.


Disclaimer: accetto, da sempre, qualsiasi tipo di commento ai miei post, ma il primo che scrive "è solo un gatto, non è una persona" o cose simili si vedrà recapitare a casa la gatta cattiva con unghie affilate e denti appuntiti.


Continua a Leggere

venerdì 19 maggio 2017

Quell'amore di un genitore per i figli

I mobili della mia cameretta, quella in cui ho dormito ogni notte fino a vent'anni, sono bianchi e gialli. Il giallo è esattamente quel giallo limone che mi piace da morire.
Chiamarla cameretta è un po' riduttivo se consideriamo che è grande quasi quanto casa mia a Roma, ma fa tanto bambina e adolescente che non me la sento di chiamarla in modo diverso.
E' rimasta praticamente identica negli anni con sopra il letto una foto gigante di una me diecimesenne appena dimessa dall'ospedale dopo una combo micidiale di pertosse e gastroenterite, l'angolo destinato alla mia collezione di mucche provenienti da tutto il mondo, accrediti di festival cinematografici, le scatole contenenti le letterine che ricevevo da ragazzina dalle amiche di penna sparse per l'Italia e non solo. Armadi e cassetti sono vuoti, fatta eccezione per qualcosa che non metterei più neppure dopo morta, ma che mi ostino a voler conservare per motivi che francamente ignoro persino io.
La mia è la prima camera da letto che si incontra percorrendo il lungo corridoio, le altre sono in fondo e questa cosa non mi piace. Se per questo, non mi piace neppure che la mia sia l'unica camera da letto senza un balcone, c'è solo una finestra che prende tutta una parete e dalla quale, se ti affacci, vedi il mare e le montagne.
Mi addormento con la porta socchiusa, quando dormo nella mia cameretta, mi fa sentire più protetta, nonostante per anni, da brava figlia unica, io abbia dormito solo ed unicamente da sola. Non sonop più abituata a farlo e non mi piace non sentire nessuno intorno.
Vado quasi sempre a letto prima dei miei genitori che rimangono a guardare la tv sulle loro poltrone, a volte sento i loro discorsi e intervengo strillando. Loro ridono, non si capacitano di come, nonostante la distanza tra una stanza e l'altra e la tv accesa io riesca a captare ogni singola parola. Non lo so neppure io, a dire il vero. 
Quando mia madre va a letto, passa dalla mia camera, mi sistema le coperte, mi da un bacio e mi dice buonanotte. A volte dormo già, a volte no, ma anche se non la sento sono sicura di questo suo gesto.
La sento che dice a mio padre di abbassare il volume della televisione altrimenti la piccolina non riesce a dormire. Se sono sveglia ripassare a chiedermi se mi da fastidio il volume delle chiacchiere, come chiamo io quei programmi in cui non fanno altro che chiacchierare del nulla e che a mio padre piacciono tanto.
Quando mio padre va a letto, passa anche lui, controlla che la piccolina stia dormendo. Se non dormo mi dice buonanotte, se dormo già lo dice lo stesso e a volte mi sveglio perché parla ad alta voce (d qualcuno avrò pur preso).
So che mia madre, se si sveglia durante la notte per un qualsiasi motivo, viene a controllare che sia tutto ok, che io stia dormendo, che non mi sia scoperta, che la gatta cattiva non mi abbia aggredito nel sonno, cosa di cui sarebbe assolutamente capace.
So anche che quando si alza definitivamente, la mattina dopo, chiude la mia porta per evitare che i rumori mi disturbino e la riapre solo per svegliarmi o se il gatto, quello buono, vuole venire da me.
Il gatto buono si chiama Remo, è romano e soprattutto è il mio gatto. Lui sa che io sono la sua vera mamma umana. A volte dorme sul mio letto, altre volte si sdraia su una sedia o su un pouf della mia cameretta e sta lì con me, forse si preoccupa anche lui che io dorma bene.


La gatta cattiva invece dorme sotto il mio letto, convinta di non essere vista. Lei sa che nè io nè Remo la vediamo di buon occhio e noi sappiamo che lei in realtà ci detesta entrambi perché deve dividere con noi l'amore dei miei genitori.


Da nessuna parte al mondo, dormo bene come nel mio letto, lì nella mia cameretta palermitana, nonostante siano dieci anni che io quella cameretta l'ho abbandonata.
E si, i miei genitori vegliano sul mio sonno, si preoccupano per me come se non avessi trentuno anni, un marito ed una casa perché una figlia è pur sempre una figlia e la si vede piccola e indifesa anche quando cresce. E finché ci saranno loro ad amarmi così, non avrò paura di niente.



Continua a Leggere

lunedì 15 maggio 2017

Succede che ti sposi e le tue amiche quasi non ci credono

Succede che ti sposi e le tue amiche storiche quasi non ci credono.
Tu, proprio tu, ti sei sposata. E adesso tutto è cambiato.
Ti chiedono quando farai dei figli o forse non te lo chiedono proprio, lo danno per scontato che adesso farai dei figli. Uno o forse due.
Ti chiedono dove andrai a vivere perché sanno che casa tua è troppo piccola per marito, moglie e  pargoli. 
Ti chiedono se prenderai un cane che fa tanto famiglia felice, se gli metterai il cappottino e gli comprerai un collare di Swarosky.
Ti chiedono se hai tirato fuori il corredo, se hai tolto di mezzo gli asciugamani fucsia e giallo limone, in favore di più adatte asciugamani in lino possibilmente bianchi o marroni. Con ricami bianchi, ovviamente.
Ti immaginano con il tailleur e le perle intorno al collo, anelli ingombranti ad occuparti tutte le dita delle mani e vistosi gioielli in oro giallo da abbinare alla fede.
Immaginano anche sabati pomeriggio passati dal parrucchiere a fare il colore perché adesso che sei sposata avrai sicuramente i capelli bianchi.
Intorno a te, tutti iniziano a chiamarti signora, utilizzano il cognome di lui per rivolgersi a te che un cognome ce l'hai ed è pure bellissimo e dal suono angelico.
Quando ti invitano danno per scontato che ci sia sempre tuo marito al tuo fianco perché ormai è tuo marito e siete una cosa unica e sola.
Se esci da sola ti chiederanno "E tuo marito?" con aria di disapprovazione se il marito è a casa o al lavoro o con i suoi amici. 
Ti chiederanno cosa penso tuo marito di questo o di quello, diranno talmente tanto "tuo marito" che tu inizierai a chiederti di chi stanno parlando perché ancora all'idea del marito non ti sei abituata.
Succede che ti sposi e ti ritrovi a scartare un regalo che ti ha fatto un'amica, anzi l'amica, quella che conosci da vent'anni, con cui hai fatto un sacco di cose stupide, ti sei divertita, hai pianto e chissà quante altre cose che neppure ti ricordi più.


E ti fermi a pensare alle parole che ti ha scritto il giorno del tuo matrimonio, quelle in cui ti ricordava di quando avevate quattordici anni e vi arrampicavate sul tetto della villa in cui sei cresciuta e pensi che su quel tetto si stava proprio bene a fissare il cielo azzurro, senza pensieri.
Ripensi a quando in piena notte, già in pigiama nella tua stanza da fuori sede a Bologna, vi guardavate in faccia, vi vestivate e uscivate alla ricerca di non si sa neppure bene cosa. e alla fine quel qualcosa lo trovavate anche, con somma soddisfazione di entrambe.
Ripensi a quando hai misurato con il tuo corpo la lunghezza del corridoio di casa sua chiedendoti quante te ci volessero per fare un corridoio e a quando, ad una festa di Capodanno a casa sua, qualcuno si è spaccato un dente sbattendo inspiegabilmente contro la vasca da bagno.
Smetti di pensare, apri il tuo regalo che in realtà non è uno, ma sono tre e ti rendi conto di quanto bene ti conosca dopo vent'anni -che poi in realtà sono diciannove- di amicizia. E guardi la carta con cui ti ha fatto impacchettare quei regali, con le farfalle, tu che te le sei persino tatuate le farfalle e ci hai riempito i muri di casa. 
Ed è a quel punto, mentre ti ricordi dei tatuaggi che ti sei fatta più di dieci anni prima, che ti rendi conto che fanno bene ad essere sorprese le tue amiche perché effettivamente neppure tu pensavi che ti saresti mai sposata perché voi due stavate bene così, dopo anni passati sotto lo stesso tetto come una famiglia.
E pensi anche che non cambierai casa, non adesso almeno e che continuerai a utilizzare i tuoi asciugamani fucsia e gialli, alternandoli con quelli con le vostre iniziali che ti hanno regalato, ma non perché ti sei sposata, ma perché sei megalomane e se fosse per te le tue iniziali le incideresti anche sulla porta di casa con lo scalpello degli scultori.
E pensi che non hai nessuna intenzione di fare un figlio, chissà cosa succederà prima o poi, ma non ti sei sposata per figliare. E non prenderai nessun cane perché ne ha già uno e ti basta e avanza visto che è un demonio e fa per quattro, a cui però il cappottino dovresti prenderlo davvero perché quando arriva il freddo sta sempre male perché è cagionevole come te.
Pensi anche che non smetterai di uscire da sola o con le tue amiche, di viaggiare, di avere una vita normale.
Pensi che il tuo unico tailleur resterà quello che indossavi alla tua laurea triennale dieci anni prima, che il colore ai capelli lo fai già da tre anni e ti disperi ogni volta.
Pensi che continuerai ad non indossare gioielli e ad andare in giro con jeans e Converse.
E pensi che continuerai ad odiare i ragazzini che quando ti fermano per strada ti chiamano signora.
E in fondo, pensi anche che sei la stessa che a quattordici anni si arrampicava sul tetto di casa e a venti misurava i corridoi altrui con il proprio corpo. E sei felice così.

Continua a Leggere

martedì 9 maggio 2017

Un sorriso è felicità, due sorrisi sono complicità

"Tanti complimenti a Gilda, sposa originale e genuina, 
semplice e sicura di sé, 
per niente formale. 
Brava, eccezionale, mi sei piaciuta, 
si vede che quello che conta veramente per te è la sostanza, 
tanti auguri per questo giorno felice e per tutti gli altri che verranno!"


Lo riassumo così, con questo messaggio che hanno scritto a mia madre, il giorno del nostro matrimonio. 
Il nostro matrimonio. Mi fa ancora strano scriverlo, sono ancora presa dalle emozioni, dai mille messaggi che abbiamo ricevuto, dallo stupore delle persone che ci hanno visti, dal vivo e in foto.
Se dovessi immaginare un matrimonio perfetto per noi penserei proprio al nostro matrimonio, esattamente come lo volevamo, come lo sognavamo. No, forse neppure la mia immaginazione sarebbe potuta arrivare a tanto.
Vorrei raccontare la cerimonia, informale come avevamo sperato, ma piangevo troppo.
Io, noto mostro insensibile, non ho mai smesso di piangere.
Ho iniziato quando l'ho visto, bello come il sole, bello come la prima volta che mi sono accorta quanto fosse bello.
"Amò ma non me saluti?"
"Ah si, ciao amò"
Ho rivisto il video, io che piangevo, mia madre che mi porge i fazzoletti, la mia tinta per labbra sul suo viso, io che non riesco a parlare.
"Deve dire di si, la devono sentire tutti"
Non ho detto di si, ho fatto si con la testa, io non ce la facevo a parlare. 
Non pensavo fosse possibile emozionarsi così tanto.
Mi sono girata e ho visto tutti asciugarsi le lacrime, eppure guardando il video li ho sentiti ridere. Non siamo riusciti a passare per persone serie neppure il giorno del nostro matrimonio.
"La sposa vuole dire qualcosa?"
"La sposa è timida, di solito parla poco"
Sono scoppiati tutti a ridere a questa mia frase, io che faccio sanguinare le orecchie a chiunque non avevo parole. 
"Vi dichiaro uniti in matrimonio".
Marito e moglie, siamo marito e moglie.


Sono uscita ridendo dalla sala e non ho mai più smesso di farlo, per tutto il giorno.
Ci hanno scattato decine e decine di foto in cui ridiamo e basta. 
Ci siamo sposati come se fossimo usciti da un film, io stessa riguardo le foto e mi chiedo come siamo riusciti ad essere così. Eppure non credo fosse possibile aspettarsi qualcosa di diverso: io che non ho voluto l'abito bianco neppure morta, con le labbra fucsia e un'acconciatura da diva, lui con il suo papillon a pois e la camicia con le iniziali sul polsino.
Volevo un matrimonio giallo ed è stato così.
Non credo di aver mai visto tanto giallo tutto insieme in vita mia.
Volevo accanto le persone che ci vogliono bene, ma proprio tanto bene e a cui ne vogliamo altrettanto.
Ho avuto amiche e amici meravigliosi al mio fianco, che mi hanno presa in giro perché in nessuna foto sono riuscita ad essere seria.
Ho avuto delle cognate eccezionali che hanno curato quei dettagli a cui io non avevo neppure pensato.
Ho avuto dei genitori ed una suocera fantastici che hanno messo la nostra felicità prima di ogni cosa.
E ho avuto una torta bellissima che voi non lo sapete, ma la torta era la chiave di tutto. Quanto ho rotto le palle per questa torta. Ed era anche buona, a dire il vero.


Ho avuto una cameriera che mi ha detto: "Sei una sposa così simpatica, di solito sono tutte incazzate".
Ho visto le facce stupite quando abbiamo tirato fuori le bomboniere, avrei voluto dire "Scusate, siamo fatti così", ma credo abbiano capito che questo siamo.
Ci siamo sposati andando contro qualsiasi regola di un matrimonio classico, cucendoci addosso il nostro giorno. 
E si sono felice, non credo di essere mai stata così felice in vita mia.


Nb. Il titolo del post non è farina del mio sacco. E' una frase che ha scritto la mia Samira in una foto del nostro matrimonio che ha pubblicato. Mi ha commosso, lei e la foto.



La foto del mio bouquet e della mia mano è di Giulia Gabriele.
La foto della torta non ricordo di chi sia.
La foto di noi due è di Marco Mastracco che, devo dirlo: non ha fatto delle foto e basta, ha fatto un capolavoro. 

Continua a Leggere

martedì 2 maggio 2017

E poi arriva il momento di dire grazie

Stamattina ero sdraiata sul lettino del centro medico che segue le mie ginocchia, il fisioterapista mi trattava -come dicono loro- finché non mi ha guardata e mi ha detto:
"Ma il vestito?"
"Tutto pronto, devo solo indossarlo"
"E le scarpe? Non è che ti metti i tacchi, vero?"
"Ma no, ho preso delle scarpe bassissime, me l'avevate già detto e poi non sono pazza"
"Con i tacchi come minimo esce di nuovo la rotula e poi è un casino"
"No, no per carità, voglio arrivare a fine giornata intera"
"Però sarebbe divertente, pensaci: la sposa che ad un certo punto sparisce perché è in ospedale a farsi ingessare"
"Magari anche no, aspetta ti faccio vedere una foto delle scarpe".
A quel punto si è tranquillizzato.
I miei fisioterapisti hanno fatto un miracolo, di quelli che solo la medicina può fare.
Mi hanno rimessa in piedi, in equilibrio precario, ma pur sempre in piedi, hanno fatto il possibile per rinforzare i muscoli che circondano la mia rotula malandata, hanno cercato di sfiammare il più possibile l'altra rotula e il tendine di Achille completamente andati anche loro, mi hanno tolto le stampelle, ma solo per brevi tratti.
"Non sei guarita, ci vorrà ancora tanto tempo, ma ce la puoi fare".
La verità è che sono euforici, sono stati i primi a sapere perché erano loro a dovermi rimettere in piedi o quanto meno a provare a farlo.
Siamo arrivati quasi ad una conclusione del perché queste ossa si spezzano a caso, dopo esami, milioni di esami, come sempre c'è il loro zampino, tutto quello che mi succede è sempre legato alle mie amate allergie, ai problemi metabolici che mi causano, al mio sistema immunitario che fa acqua da tutte le parti. 
Ieri sera c'è stata la tragedia: la corsa in ospedale per reazione allergica a qualcosa che ho sempre mangiato. Sono arrivata con il labbro penzolante, da sola, e con l'autodiagnosi.
L'infermiera mi guardava sconvolta mentre le spiegavo il problema: "Allora, io sono un soggetto allergico grave, mi si è gonfiato il labbro, gli occhi si stanno chiudendo, mani, piedi e orecchie sono andati, il resto del corpo è ok, non c'è nessuna crisi respiratoria in atto, siamo ancora in tempo, ho già preso questo e quell'altro, ma dovete dare l'aggiunta se no tra poco è un casino"
"Ah, ma ne soffri da tanto?"
"Sedici anni e un mese"
"Controlliamo saturazione e pressione, poi ti prendo la vena"
"Guarda come saturazione saremo sui 97/98, la pressione sarà alta, sicuramente avrò la febbre, la vena prendimela di qua che dall'altra parte fai più fatica"
Come volevasi dimostrare: 97 di saturazione, 180/120, 37.8 di febbre, vena presa in un baleno.
"Ma come fai?"
"Le conosco le mie allergie, so quando vogliono ammazzarmi e quando vogliono solo farmi paura"
"Sei da sola?"
"Si"
"Ci lasci il recapito di qualcuno?"
"Ecco, segna questo numero"
"Chi è?"
"E' il mio fidanzato, l'ho già avvisato, sai ci sposiamo tra pochissimi giorni"
"Allora scrivo già marito, ma che bello che ti sposi"
"Si, senti, a proposito, non mi gonfiate di cortisone e antistaminico che io fatico a smaltirli, poi mi si sovraccarica il fegato, le difese immunitarie se ne vanno a fanculo mi rincretinisco per giorni e non farei in tempo ad essere la sposa".
Mi hanno tenuto lì qualche ora, mentre Lui correva da me, sono uscita strafatta di cortisone, ma non come al solito, ho chiamato mia madre e le ho detto: "Va be', qualche inconveniente doveva pure esserci, ma tranquilla che sto bene".
Insomma, male che vada farò la sposa zampogna, bella gonfia e sformata, mi devo sempre fare riconoscere io.
E comunque è stato tra stanotte e stamattina che ci ho pensato: i miei fisioterapisti, i medici e gli infermieri del pronto soccorso hanno cercato di rimettermi in piedi per farmi essere la sposa
E allora certe volte arriva il momento di dire grazie, io non sono brava a ringraziare, sono una persona orrenda, di quelle che non dice (quasi) mai parole gentili, ci provo con i gesti, forse non sempre ci riesco, ma sapete che c'è?
Quando abbiamo deciso di sposarci avevamo il tempo contatissimo, ottocento feste in mezzo, il lavoro, il ginocchio, le allergie, l'invasione della cavallette e sicuramente un sacco di altri cataclismi che ora non mi vengono in mente.
E allora siamo gli sposi più assistiti del secolo: grazie ai miei genitori e a mia suocera, senza il loro aiuto non sarebbe stato possibile organizzare un bel niente, grazie alle mie cognate che mi hanno sopportata, alle mie nipoti che mi hanno resa carina quanto basta per fare la sposa, grazie a Samira che senza di lei davvero ero spacciata e non sto scherzando, grazie ad Arianna che non se l'è fatto ripetere due volte e a Marco (che non sa ancora quello che lo aspetta), grazie a tutti, ma proprio tutti gli altri amici e i colleghi, grazie a chi ci ha mandato biglietti d'auguri e regali non solo da vicino, ma anche da molto lontano (e grazie anche alle Poste per tanta solerzia, non me l'aspettavo), grazie a chi ha capito cosa volevo e ha cercato di accontentarmi, grazie a chi mi scrive continuamente per dirmi che sarà bellissimo, grazie a chi ci ha portati a cena di continuo (adesso sarò una sposa cicciona, ma soddisfatta) per festeggiare un matrimonio inaspettato, grazie a chi si è commosso, a chi era più euforico di noi, grazie a chi ci ha scritto, pensato.
Grazie a chi ha fatto si che tutto, ma proprio tutto fosse giallo, io da sola non ci sarei mai riuscita a rendere così giallo tutto quello che mi circonda. 


Mi sorprendo sempre di tutto quello di cui siete capaci per farmi sentire amata, per rendermi felice e no, dai, stavolta non diciamo che sono io quella a cui basta poco perché non è vero.

Adesso tocca solo attendere il giorno del matrimonio, intanto io ho già ringraziato tutti, così mi porto avanti con il lavoro.

Continua a Leggere