giovedì 18 gennaio 2018

Storia di un plagio

Qualche settimana fa ho trovato un blog identico al mio.
O meglio, quasi del tutto identico: stessa grafica, stesse foto, stessi post. Identici, parola per parola, ma solo fino al mese di Novembre. 
Sono entrata nel panico e ho chiesto aiuto, con le lacrime agli occhi.
Il Marito, quel saggio uomo, ha osservato attentamente il blog clone del mio e si è accorto che era davvero tutto identico, fatta eccezione per il nome dell'autore dei post. Non NonPuòEssereVero, ma un nome e un cognome che, ovviamente, non erano i miei.
Nel frattempo, anche delle ragazze a cui avevo chiesto aiuto per capire cosa stesse succedendo, si erano accorti dello stessa cosa (qui trovate qualcosa sulla sera che ho scoperto tutto).
Ho respirato e ho iniziato a fare degli screen di tutto, pagina per pagina. Ci ho messo un bel po', lo ammetto.


Facciamo un passo indietro.
Un paio di mesi fa mi ero resa conto che i dati del mio blog non erano miei.
Cioè, teoricamente si, lo erano e lo sono, ma praticamente non ero l'unica ad avere accesso a quei dati, cosa di cui non ero al corrente.
I dati di questo blog -e non solo di questo- vengono monitorati attraverso due strumenti: Google Analytics e Google Search Console
In soldoni, il primo strumento, ovvero Analytics, serve per vedere quante persone visualizzano i contenuti del blog, come queste persone si muovono all'interno del blog, chi sono, cosa fanno e da dove vengono.
No, giuro, non rubo segreti industriali all'insaputa degli ignari lettori, ci mancherebbe. 
Sono dati generici, attraverso i quali io posso sapere -che ne so- che mi leggono più persone tra i trentacinque e i quarantaquattro anni, dall'Italia, di sesso femminile.
C'è anche una funzione che amo e che ho ribattezzato pallini: ogni volta che qualcuno apre una pagina del blog, si accende un pallino sul mappamondo, in tempo reale. In questo modo, sto imparando la geografia, oltre a gasarmi come un'idiota quando si accendono tanti pallini in contemporanea. Ognuno ha i propri problemi, me ne rendo conto.
Il secondo strumento, la Search Console, serve per capire con che parole chiave la gente arriva sul blog ed è altrettanto divertente, considerato che alcune ricerche sono -oserei dire- curiose (qui per farvi un'idea).
Insomma, un bel giorno, curiosando qua e là, avevo notato che il sito proprietario dei dati di NonPuòEssereVero non era NonPuòEssereVero, ma un sito mai sentito prima.
Studiando, chiedendo, informandomi mi ero accorta che non ero l'unica a poter accedere a quei dati.
Sulla Search Console questo fantomatico proprietario -che non ero io- era stato verificato, a mia insaputa, attraverso il pannello di gestione DNS del dominio del blog. 
Non entro nel merito di cosa sia un DNS, anche perché dubito davvero che sarei in grado di spiegarlo, ma ecco: io dovrei essere l'unica ad usare come proprietaria queste cose, anche perché ho poche cose mie e NonPuòEssereVero è una di queste.
Per riappropriami in toto di ciò che era mio, quindi dei dati del mio blog, ci ho messo un paio di giorni, aiutata e supportata da amici e conoscenti perché, ecco, una cosa che posso dire è che io non sono davvero mai sola e di questo ringrazio chiunque mi abbia dato una mano.
La storia era finita lì, ma non l'avevo presa benissimo.

In tutto questo, il Marito era lì accanto a me quando cercavo di trovare una soluzione al furto di dati, soprattutto quando mi hanno detto -cosa che non sapevo- che esiste un mercato di questo tipo di dati che, a quanto pare, alcune persone rivendono a caro prezzo.
Non so se sia il caso dei miei dati, ma il tarlo mi è venuto.
Non so neanche cosa se ne possa fare qualcuno di dati del genere, ma tant'è.
Insomma, il Marito era lì con me sul divano quando mi sono accorta, per caso, dell'esistenza di questo blog clone ed è stato lui che di solito è un uomo pacifico e tollerante che mi ha guardata e mi ha detto: "Gilda, denuncia". Lo ha detto serio, serissimo perché ecco, lui sa quanto ci tengo e, in fondo, so che ci tiene anche lui.
E io ho iniziato a cercare di capire cosa fare, come denunciare, a chi rivolgermi. E a fare gli screen perché insomma, serviranno delle prove, no? In televisione servono sempre le prove, giusto? 
Ho poi scritto un post sul mio profilo Facebook personale per dire che il mio blog era stato clonato. Magicamente, la mattina dopo, il clone era stato rimosso che è già qualcosa, ma la mia sete di giustizia non si è mica calmata, anche perché mica mi piace essere presa in giro.
(Si, sete di giustizia l'ho scritto perché mi piace l'espressione, giuro che non intendo prendere a pistolettate nessuno).
Se vi state chiedendo se sappiamo chi è stato la risposta è si, abbiamo un nome e un cognome che altro non sono ciò che abbiamo trovato nel blog clonato come autore dei post.
Si, abbiamo verificato: il clone del blog e l'altra storia sono collegate tra loro.
Se i dati che abbiamo saranno sufficienti per far si che il plagio non resti impunito sinceramente, ad oggi, non lo so. Me lo auguro vivamente, lo spero, voglio crederci, ma non lo so.
Sono un sacco le cose che non so, ma ce n'è anche qualcuna che so.
Quello che so è che ci sono rimasta male, mi sono sentita derubata, Davvero, eh.
La maggior parte dei post di questo blog sono estremamente personali, ci sono dentro i miei sentimenti, le mie sensazioni, le mie emozioni.
Ci sono il mio matrimonio, i miei viaggi, le mie allergie, mio marito, i miei genitori, i miei cani, i miei amici. Tutta roba mia. Forse non sarà la vita più bella ed emozionante al mondo quella che racconto su queste pagine, ma è la mia, solo mia e di nessun altro.
Questo blog è un contenitore di cose, fatti e persone e non solo: è la mia creatura, tutta mia, solo mia. L'ho già detto che qui dentro è tutto mio?
Anzi, qualcosa di non mio c'è e sono i vostri commenti, diamo a Cesare quel che è di Cesare.

Un'altra cosa che dice sempre il Marito è che mi fido troppo di tutti, che non mi rendo conto che non tutti sono buoni. Credo abbia ragione, questa storia -al di là di tutto- mi è servita da lezione.
Abbiamo sempre da imparare, sempre.


Che poi, io avevo anche spiegato, con calma e gesso, perché non si copiano i post (qui), quindi mi è sembrato proprio il colmo trovare copiato il blog per intero.
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mercoledì 17 gennaio 2018

Perché la mamma è sempre la mamma

La mamma è sempre la mamma diceva qualcuno, non so chi.
Anche il papà, eh, ma la mamma ha quel qualcosa in più, non saprei neanche come spiegarlo.

Mia madre è una generalessa. É cattivissima, severissima ed è anche pesante da sopportare, eh.
Io ho frequentato il liceo dove insegnava mia mamma, mai scelta fu più sbagliata perché se solo avessi scelto una qualsiasi altra scuola sarei andata avanti senza subire le cose peggiori.
Praticamente per non fare pensare a nessuno che io venissi trattata meglio degli altri, ero trattata peggio. Il ragionamento non fa una piega, insomma.
La mia fortuna è stata solo una: studiavo e tanto anche, andavo bene in tutte le materie, tranne matematica (dove comunque avevo un sei perché facevo pena alla professoressa) e buonanotte al secchio.
In ogni caso, io mi sono beccata due sospensioni a scuola, una di tre giorni e una di cinque, tanto che ancora adesso mia madre si chiede se io non avessi ammazzato il preside.
La risposta comunque è no, non l'avevo ammazzato, il motivo era un altro (qui per saperne di più) però ecco lui non andava molto d'accordo con la mia amata madre, diciamo così.
Ho accettato, sopportato e odiato profondamente la scuola.
Tutta sta pappardella per dire che mia madre mi controllava a vista, a me non era concesso neanche un ritardo di cinque minuti (si, andavo a scuola per i fatti miei), non mi era concesso di prendere un cinque e non mi erano concesse neanche un sacco di altre cose.
Io, ad esempio, non potevo dormire dalle amiche. A diciassette anni, eh, non a dodici.
Il motorino me lo ha comprato mio padre, quel sant'uomo, di nascosto da mia madre (che ovviamente lo ha scoperto subito e che ha anche pagato il primo pieno di benzina), ma in ogni caso entro una certa ora -prima di cena ovviamente- io dovevo tornare a casa, sia mai che al calar del buio fossi fuori casa su due ruote.

Fatta questa doverosa premessa, immagino sia chiaro che mia madre non è stata una madre troppo permissiva, che mi ha viziata, che mi ha messo su un piedistallo e via dicendo.
Io da ragazzina dubitavo persino che mi volesse bene, eh. Ero abbastanza convinta che le stessi antipatica, cosa per altro plausibile visto che simpatica non lo sono mai stata.
Mia madre, in realtà, mi ama profondamente. E io amo lei, è una figura importantissima, forse la più importante, io non potrei vivere senza mia madre.
La mamma è sempre la mamma, ve l'ho detto.


Io ho più di trent'anni, sono donna e moglie, lavoro, ho una casa e un sacco di responsabilità, ma sono anche figlia. Una figlia che ama profondamente i suoi genitori, anche se non lo dice poi così spesso.Una figlia che ha bisogna della sua mamma. E anche del suo papà, eh.
Mia madre risponde al telefono H24, anche a notte fonda, che siano telefonate o messaggi.
A mia madre devo la forza e il coraggio che mi trasmette e devo la tranquillità con cui reagisce alle foto che le mando dal pronto soccorso in piena notte.
Lei ci prova a stare calma per me. E per mio padre.
Mia madre è quella che, quando mi hanno ricoverato per l'appendicite a Bologna, ha preso un treno di corsa, ha viaggiato tutta la notte e la mattina dopo era lì con me a tenermi la mano (e le flebo).
Mia madre è la persona che ho chiamato, pregandola e supplicandola di venire (insieme a mio padre, eh) a Roma e passare con me quello che credevo sarebbe stato il mio ultimo Natale (qui per saperne di più).
Mia madre mi compra ancora i vestiti, visto che io non sono in grado, né tanto meno ho voglia, di farlo (qui per saperne di più).
Mia madre mi fa i bonifici con causale contributo mamma a caso. Perché così non spendo i miei soldi oppure perché così mi compro un cappotto decente, basta che non sia corto.
Mia madre mi ordina su Aliexpress i vestiti anni '50.
Mia madre ha sempre la parola giusta, non si stanca mai, non sta mai male (e anche se sta male, fa finta di niente), mette me prima di qualsiasi altra cosa.
Mia madre mi rimprovera, mi chiede dove vado e a che ora torno (quello però è più mio padre, ad onor del vero), mi dice di mangiare.
Mia madre non mangia la Nutella da quasi vent'anni (qui per saperne di più).
Mia madre non ha ancora capito che lavoro faccio esattamente, ma è comunque molto orgogliosa di me.
Mia madre coccola me e anche il Marito. E io le dico sempre che sono io la figlia, deve dedicarsi a me e solo a me, mica al Marito. E lei gli dice che non deve darmi retta.
Mia madre e il Marito si coalizzano contro di me, lo hanno fatto anche due sere fa, io ovviamente li ho mandati a quel paese entrambi, ma so che come mi amano loro non mi ama nessuno.
Mia madre è la madre che un giorno vorrei essere se mai farò un figlio. Perché la mamma è sempre la mamma, ve l'ho detto.


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lunedì 15 gennaio 2018

Tre anni di fatti, persone e cose che non possono essere veri

Domenica saranno tre anni che esiste NonPuòEssereVero.
Sono settimane che penso a questo post, a come avrei celebrato la mia creatura, a quello che avrei scritto e, sarà che sono convinta che i compleanni non si festeggiano mai prima, avrei voluto scrivere  queste parole proprio domenica, ma invece arrivano stasera. Così, per caso.
Un anno fa -in occasione del secondo compleanno del blog- avevo scritto questo, elettrizzata come una bambina per i risultati raggiunti. Risultati che non mi sarei mai aspettata. 
Eppure la vita ci riserva sempre delle sorprese bellissime.


Ho aperto questo blog per me stessa, solo per me stessa, l'ho fatto perché volevo qualcosa di mio, qualcosa che mi aiutasse a superare un momento difficile.
Sarei però ipocrita se non mettessi nero su bianco che la cosa più bella che possa capitare quando scrivi qualcosa è vedere aumentare il contatore delle visite, vedere i numerini accanto ad ogni singolo post che aumentano.
E allora vi racconto una storia. Non una storia qualunque, ma la storia di quando ho scritto, senza volerlo, un post virale.
Quel giorno è il giorno in cui ho scritto questo post che ormai è diventato il post.
L'ho scritto, l'ho pubblicato e sono andata a fare una doccia, poi ho cenato. Ero seduta nel terrazzo di casa, al settimo piano, con Marito e genitori e continuavamo a parlare di quello che avevo raccontato nel post. Poi mio padre aveva detto che gli piace come racconto le cose, lo sottolinea sempre e ci tiene a sottolineare che non lo dice perché è mio padre, ma perché è vero.
Quella sera quando andata a letto qualcuno aveva letto le mie considerazioni sulla spiaggia incriminata, non erano in tanti, in fondo era piena estate. La mattina dopo, però, quando mi ero svegliata quel post era ovunque. 
Condiviso ovunque, da chiunque, copiato da chiunque, centinaia di commenti, messaggi, mail, telefonate. Tanto che non so come non mi è esploso il cellulare.
In Sicilia, dove eravamo in quel momento, il post era andato forte, ne parlavano tutti.
Non solo in Sicilia, ma soprattutto in Sicilia. Giustamente, eh.
Il giorno dopo, io e il Marito eravamo andati a fare lavare la macchina, io mi ero seduta su un gradino e accanto a me sentivo parlare delle mie parole dei perfetti sconosciuti.
Eravamo andati a 400 km da casa e in un bar disperso nel nulla, i nostri vicini di tavolo parlavano di me e del mio post.
Io e il Marito ci guardavamo e ridevamo.
I miei amici, quelli davvero tanto amici, avevano fatto presente che mi conoscevano quando avevano sentito parlare di questa tizia che aveva scritto quel post.
Posso dirlo che è stata una soddisfazione enorme? E che ho camminato dieci metri sopra il cielo per giorni?
Ho anche tentato di rifilare autografi a Marito e genitori che, inspiegabilmente, mi hanno mandato a quel paese.
L'anno di NonPuòEssereVero, il suo terzo anno, io vorrei riassumerlo così, ma non sarebbe abbastanza.
Da quel giorno, questo blog è diventato un po' più di quello che era prima: più letto, più considerato, più apprezzato. E anche più criticato, eh.

Ho continuato a scrivere della mia Sicilia, ho messo giù parole su parole, mi hanno chiesto consigli e pareri, proprio a me che non saprei consigliare neanche un gusto di gelato.
Mi hanno fatto tante proposte, alcune le ho accettate, altre le ho declinate.
Durante questo anno di blog, ho combattuto a colpi di ironia con chi non era d'accordo con quello che scrivevo e mi ha insultata.
Ho scritto  un post (questo) grazie al quale ho ricevuto qualche minaccia che ancora rido se ripenso a quel "io lo so dove abiti" e ne ho scritto uno (questo) per il quale mi hanno detto che mi avrebbero esposta al pubblico ludibrio. Anche in questo caso ho riso. E di gusto anche.
Ho scritto post che hanno fatto ridere e post che hanno fatto piangere, post che hanno emozionato e altri che hanno fatto girare le palle. O almeno questo è quello che mi avete detto.
Ho parlato di allergie, di shock anafilattici, vi ho raccontato cosa vuol dire vivere con la costante paura di morire, ma ho anche -o almeno ci ho provato- provato a convincervi che esistono milioni di motivi per essere felici, per non mollare mai, per sorridere sempre alla vita.
Vi ho raccontato tante di quelle cose che molte non me le ricordo neanche più.
Grazie a questo blog, nell'ultimo anno, ho conosciuto persone eccezionali, molte delle quali ormai sono una presenza costante nella mia vita.
Vorrei scrivere il nome di tutti perché in fondo quello che sto cercando di dirvi è grazie.
Mi viene da pensare a Irene e Roberto, a Maya, a Silvia, a Diletta, a Veronica, ma potrei aggiungere centinaia di nomi perché voi non lo sapete, ma io mi ricordo ogni singola storia che mi raccontate, ogni parola che mi dite perché mi piace raccontare, ma mi piace anche ascoltare.
Penso anche alle ragazze di Progetto Blog che in questi ultimi mesi sono state sempre al mio fianco, mi hanno ascoltata, consigliata, aiutata senza chiedere nulla in cambio, anche quando mi hanno clonato il blog per intero.

Ho imparato che NonPuòEssereVero è la cosa più mia che possa esistere al mondo, è una cosa a cui tengo, a cui voglio bene.
E allora: buon terzo compleanno NonPuòEssereVero, vorrei passare con te altri mille compleanni, forse di più.
Grazie a voi che che state leggendo queste parole, ci siete, che mi fate compagnia, che mi sopportate. Davvero.


I post più letti dell'ultimo anno sono:
Se volete leggere uno qualsiasi di questi post, basta cliccare sul titolo, eh. Lo so, lo so: magari è scontato, ma non si sa mai.
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domenica 14 gennaio 2018

Tutti abbiamo dei problemi (che agli altri non interessano)

Io sono una persona essenzialmente fatta molto male: mi aspetto che non ci sia bisogno di piangere, lagnarsi, lamentarsi per far si che gli altri sappiano che in fondo tutti abbiamo delle difficoltà e dei problemi.
Magari non è facile immaginarsi i problemi altrui se non ci vengono detti, ma ecco: i problemi li abbiamo tutti
Io, voi, chiunque. 
Qualcuno forse sarà più grave, qualcun altro meno, ma chi può dirlo?
A me basta sapere questo, ma sono fatta male io, ve l'ho detto.
Ed è il motivo per cui non passo, per scelta, la mia vita ad andare a raccontare a tutti i miei problemi sottolineando quando io stia peggio, quanto io sia l'unica ad avere problemi, mentre gli altri, beh, loro si che sono fortunati.
Che poi probabilmente agli altri i miei problemi manco interessano visto che hanno già i loro, no? Quindi perché dovrei raccontarglieli per farglieli sapere?

Sono fatta male anche perché non mi arrabbio praticamente mai, cerco sempre di essere disponibile, di capire, di essere comprensiva. Si, anche con chi si piange addosso.
Però se mi arrabbio sono cavoli perché significa che quello era il mio limite massimo e non ci sarà una seconda possibilità.
Ieri ho sbottato di brutto e in fondo mi spiace.
Una tizia non faceva altro che ripetere ad ogni cosa, ormai da tempo, l'elenco di patologie della sua famiglia. Così, a caso, con supponenza, evidenziando come gli altri siano degli scemi che non si curano bene, che non sanno cosa voglia dire stare male, che inventano le cose, mentre lei, oh lei si che sa tutto, lei sola al mondo sa cosa voglia dire stare male, conosce le cure, è seguita bene, si cura bene.
Alle centesima volta che lo faceva, mi sono incavolata e di brutto.
Perché ecco, l'argomento salute è una delle cose che mi fa arrabbiare di più.
Mia madre si è stupita "amore, ma tu rispondi con educazione anche a chi ti dice le cose peggiori".
Poi mi sono quasi pentita. No, non di essermi arrabbiata, ma di non aver tirato fuori la storia strappalacrime di quello che ha passato il Marito da bambino, di quello che abbiamo passato insieme quando si è operato l'ultima volta, di quando lui non abbia avuto un'infanzia normale e di quanto, se potessi, gli darei le mie gambe (anche se non so se farebbe un affare), il mio femore, le mie anche.

Voi lo sapete che ho sposato un invalido? Lo sapete che ho pianto tutte le mie lacrime fuori da una sala operatoria pensando che non lo avrei più rivisto? Lo sapete che ho sposato una delle persone più forti del mondo che non si è mai arresa? No, non lo sapete, a meno che non mi siate stati vicini quando abbiamo affrontato il peggio (qui per saperne di più). 
Io ero (o forse mi sentivo) una ragazzina, avevo ventisette anni, le Converse a quadretti rossi e bianchi e prendevo decisioni difficili da sola dall'alto di un divano di pelle nera della stanza della clinica. 
Tra le cose più brutte che io abbia mai dovuto fare c'è stata quella di decidere di autorizzare una trasfusione di sangue sapendo che il Marito avrebbe scelto diversamente. 
No, non l'ho mai detto, non credevo servisse a nessuno raccontare quanto sia stato complesso -e anche doloroso- decidere per qualcun altro.
Ne parliamo poco di quei mesi, non c'è molto da dire, e fortunatamente -da ormai qualche anno- per capire che c'è un problema dovreste vederlo nudo e ecco, direi che potrei uccidere per questo.
Non ho però mai smesso un solo giorno di litigare in vari uffici per fare rispettare i diritti di un invalido  e non ho smesso di preoccuparmi quando c'è una complicazione o un problema.
Non ho neanche mai smesso di riderci su. Quando il Marito è uscito dalla clinica e l'ho riportato a casa lo chiamavo storpicus, versione affettuosa di storpio. 
Forse non è politicamente corretto, ma noi ci facevamo delle grasse risate e ridere ci è servito per affrontare quelli che ad oggi ritengo siano stati i mesi più duri della mia vita.

Non sapete neanche che mio padre ha smesso di lavorare, andando in pensione anticipatamente, perché gli hanno riscontrato un brutto problema al cuore.
E non sapete neanche di tutte le altre patologie, della sua di invalidità, non dalla nascita come per il Marito, e della mia paura che gli succeda qualcosa, soprattutto perché sono lontana.
Mio padre, dovete sapere, mi prende in giro perché sono paranoica sui miei malanni.
Mia madre invece prende in giro mio padre perché dice che io ho preso da lui.
Alla fine, ci ridiamo su perché non sappiamo fare altro che affrontare le cose con il sorriso.

Non sapete neanche che mia madre ha avuto un tumore i cui strascichi sono presenti ancora oggi.
Io dico sempre che la vita mi ha riservato  un marito e una madre entrambi con problemi agli arti inferiori ed entrambi mancini, ma che il problema maggiore è ovviamente il secondo.
Siamo fatti così, ve l'ho detto? Si cerca, almeno quando si può, di sdrammatizzare.

Della mia condizione di salute pessima lo sapete, ma solo perché ho deciso che tutti devono sapere cosa sono le allergie e di quello a cui possono portare. 
Non sapete però che ho fatto due coma, che sono credo uno dei pochi casi ad avere avuto così tanti shock anafilattici (e ad essere arrabbiata perché non me li ricordo) e che ho paura di morire. Sono terrorizzata.
Ma so anche che i miei genitori prima e anche mio marito poi hanno sempre fatto in modo che io fossi seguita benissimo, anche fosse solo per un mal di testa. 
E non sapete neanche che ho un sacco di problemi legati alle pessime condizioni del mio sistema immunitario, alle troppe medicine che prendo, al fatto che sono anche abbastanza tonta e mi succedono cose assurde che aggiungono benzina sul fuoco (qui per saperne di più).

Non passo il tempo a raccontare a chiunque di quanti problemi di salute ci siano a casa mia, di quanto a volte sia dura e soprattutto non tiro mai in ballo problemi di salute non miei.
Oggi però l'ho fatto, ho cercato di ridurre la questione anche perché i bollettini medici mi annoiano. E non è cambiato nulla nella mia vita. Non mi sento superiore a nessuno solo perché qualcuno a cui voglio bene sta male, è stato male, starà male, anzi mi dispiace proprio questa cosa, preferirei che non ci fossero problemi di questo tipo a casa mia.

In ogni caso, se passassi il mio tempo a raccontare al prossimo quanti problemi di salute ci sono intorno a me non vivrei più. 
Non voglio farlo.
Io voglio riderci su, voglio essere felice, anche se ho paura.
Non voglio vivere sentendomi un gradino sopra agli altri perché io o una persona che amo abbiamo una patologia in più degli altri.
Non voglio vivere cercando di suscitare pena, di fare la vittima. 
Che poi, sono quasi certa che nel mondo c'è qualcuno che sta peggio di me. 
O che se non sta peggio, ha comunque dei problemi e che non ha voglia di sentirsi una che si piange addosso e fa presente quanto sta peggio, cosa che potrebbe essere vera, ma forse no, chi lo sa.
Non voglio neanche però che qualcuno venga a ripetermi ogni due minuti di quanto sia malato lui o qualcuno vicino a lui, di quanto io sia una cretina che non sa cosa voglia dire curarsi, che non so cosa voglia dire fare le pratiche per delle patologie.


Lo stesso ragionamento lo applico a qualsiasi cosa.
Non vado in giro a dire quanto sono più stanca degli altri perché ci sarà qualcuno più stanco di me. O comunque quanto me.
Non vado in giro a dire quanto la vita sia dura con me perché, ebbene si, la vita è dura con tutti, soprattutto dopo i sei anni (per qualcuno anche prima, ma spero sempre che questi ultimi siano pochi, pochissimi).
Non vado a dire in giro di quante difficoltà io abbia avuto nella mia vita perché ci sarà qualcun altro che di difficoltà ben peggiori ne ha avute e nonostante tutto non si è arreso, ha combattuto e ha vinto. O forse ha perso, ma è andato avanti lo stesso.
Che poi, la butto lì, magari chi ho di fronte non ha avuto coriandoli e petali lanciati dalla divina provvidenza ogni volta che faceva un passo per strada.
Non vado nemmeno a dire in giro a qualcuno che è tanto fortunato ad avere questo o quell'altro (con me lo fanno spesso) perché forse, la butto sempre lì, quel qualcuno non è fortunato, magari si fa il culo, magari  si è impegnato per raggiungere quell'obiettivo, chi lo sa.
Non vado a dire a nessuno di quanto io sia più stanca degli altri, di quanto io lavori di più degli altri, di quanto io abbia meno cose degli altri, di quanto a me non vada di fare determinate cose quindi che le facessero gli altri al posto mio.
E non è che non lo dico perché sono migliore degli altri, eh.
Non lo dico perché, ve l'ho detto, sono una brutta persona e non voglio che lo facciate con me. 
Se però volete sfogarvi senza fare la gara, io vi ascolto volentieri, magari vi do anche qualche consiglio, ma non garantisco che sia un buon consiglio. Io, se fossi in voi, i miei consigli non li ascolterei. Per dire, eh.

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giovedì 11 gennaio 2018

Il sushi all you can eat è una cosa seria

Il sushi è una cosa seria
Io odio seguire le mode, odio andare dietro a quello che fanno tutti, ma il sushi rappresenta un'eccezione molto importante a questa regola che in realtà una regola non è.

Avevo diciannove anni o qualcosa del genere quando ho scoperto l'esistenza dei ristoranti giapponesi.
Ero a Roma e il mio compagno di viaggio voleva assolutamente andare a mangiare giapponese, ai tempi a Palermo mica ci stavano questi ristoranti, quindi l'unico modo per provarli era recarsi in continente.
Cioè, sia chiaro: non eravamo andati a Roma per il sushi o per il ramen, ma era una buona scusa per provarlo.
Non per me ovviamente che avevo mangiato un panino e poi non mi ero seduta al tavolo con il compagno di viaggio a guardarlo mangiare.
No davvero, avevo solo guardato, non avevo voluto assaggiare nulla.
La mia seconda volta con la cucina giapponese fu a Firenze e non la dimenticherò mai.
Avevo preparato una buonissima torta salata con prosciutto, mozzarella e spinaci, salvo poi scoprire che quella sera sarei andata a mangiare al ristorante giapponese. 
Di anni a quel punto ne avevo venti e a Palermo c'erano solo i ristoranti cinesi, quindi il giapponese restava un posto da vacanza. Quella sera, per la cronaca, restai digiuna dopo aver speso un milione di euro per due pezzetti di pesce, riso e brodini non meglio identificati, tant'è che rientrata a casa (non la mia, eh) avevo mangiato mezza torta salata.
Da lì si sono chiuse le mie esperienze con i ristoranti giapponesi, con il sushi, con le bacchette e con queste robe esotiche.

Poi sono arrivati gli all you can eat, la moda del sushi, un sacco di amiche e amici impazziti per questa storia e ho iniziato, non sempre volentieri, ad andare anche io
Nel frattempo, da quella volta a Firenze, erano passati ben sette anni o giù di lì.

E io piano piano ho capito una cosa molto profonda: il sushi è una cosa seria, ma la moda degli all you can eat lo è ancora di più.
Per andare a sfondarsi di qualsiasi cosa spiluccare qualcosa all'all you can eat serve un'amica fidata, qualcuno che condivida con te l'esigenza di ordinare, ordinare, ordinare e poi mangiare, mangiare, mangiare.
Diffidate sempre di chi, una volta seduto al tavolo, dice qualcosa tipo: "però ordiniamo qualcosina e poi vediamo se abbiamo ancora fame".
Io lo so già che avrò ancora fame, anche dopo aver divorato l'intera riserva mondiale di tonni e salmoni. E anche di gamberi se è il caso.

E qualora poi la roba ordinata si riveli troppa, l'amica (o amico, eh, è che io al sushi ci vado sempre con le amiche) fidata deve avere la faccia tosta di infilare in borsa gli uramaki avanzati e poi, con piglio deciso, recarsi in bagno e far finire in pasto ai pesci il tutto. 
Che poi forse dare pesce a dei pesci potrebbe essere cannibalismo, chi lo sa.
Quello che so è che, se venite a mangiare sushi con me, non avanza mai un tubo. Manco le bacchette, mangio anche quelle se è il caso. 
L'amica fidata non deve avere senso del pudore, e non deve quindi   vergognarsi ad ordinare come se si fosse in dieci anche se si è solo in due.

Bisogna sapersi adattare al sushi: il tavolo deve essere ricoperto interamente da piatti di cibo di tutti i tipi, non esiste mio e tuo, chiunque può attingere da ogni piatto in barba anche alle più elementari norme igienico sanitarie. Quello che arriva è di tutti, ma ecco: se tu vuoi ordinare una cosa che a me non piace, poi non tentare di rifilarmela nel momento in cui sto per ordinare il novantasettesimo piatto di sashimi di salmone di fila.

Mi è successo davvero, eh.
"Dai, mangia la tempura di verdure che ho ordinato invece di ordinare altro sashimi che se no poi dobbiamo pagare la multa?"
Io non mangio nessuna tempura di verdure avanzata, soprattutto se lo avevo detto prima che non la mangio. Io voglio il sashimi. E la tartare. E gli uramaki salmone e Philadelphia. E no, non me ne frega un tubo se in Giappone gli uramaki salmone e Philapelphia non esistono.
Quindi insomma: patti chiari e amicizia lunga. Tutti è di tutti, ma non contate su di me per mangiare cose che non mi piacciono che voi avete scartato.


Diffidate da chi vi dice che è a dieta e non può venire a mangiare sushi. Lo sanno tutti che il pesce e il riso sono alimenti dietetici.

E soprattutto -e questo lo dico a chi non ama il sushi o si crede più informato degli altri- sappiate che  mangiare l'intera riserva di salmoni della Norvegia e della Svezia all'all you can eat non significa non sapere che esistono ristoranti giapponesi alla carta molto, ma molto più validi. E non significa neanche non frequentarli. 
E che ve l'ho detto: il sushi all you can eat è una cosa seria da condividere con le persone giuste.
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