domenica 24 settembre 2017

Le allergie sono riuscite a mettermi ko e hanno vinto (forse)

L'ospedale che mi ha in cura per le mie allergie non è a Roma.
Non è neanche a Palermo dove, per la cronaca, sono stata in cura per quindici anni.
É in provincia di Salerno ed è un ospedale pubblico che funziona molto bene, quanto meno il reparto di allergologia, il cui primario è, appunto il mio allergologo.

Una settimana e due giorni fa, interno giorno.
Sono seduta in sala d'aspetto e sto aspettando che il mio allergologo mi riceva.
Non sono da sola, c'è una mia amica con me, non un'amica qualsiasi, ma una grande amica, sarebbe una sorella per me se non fosse che allo status di figlia unica non rinuncio neppure in questi casi.
Per lei è la prima volta in un reparto di allergologia, non ne ha mai visto uno.
La sala d'aspetto non è piena, è abbastanza tardi e io mi accorgo subito che sono tutti in prima visita, si capisce da quello che dicono e da come si guardano intorno.
Spero per loro che sia la prima e anche l'unica volta lì.

Una signora è arrabbiata perché aspetta da due ore che la chiamino e continua a dire, parlando con un'altra signora, che adesso è il suo turno e, indicando me e la mia amica, dice che noi siamo le ultime visto che siamo appena arrivate ed è mezzogiorno passato.
Io non dico nulla, so che mi faranno entrare prima di lei. A dire il vero so che sarò la prima ad entrare non appena il medico si libererà e non perché sono bella e simpatica, ma perché so che le prime visite entrano dall'altra parte e seguono una fila, i day hospital dei casi considerati gravi, soprattutto se sono lì in seguito ad un'emergenza, entrano subito.
Esce l'infermiera, mi chiama e io vedo la vena della signora che sta per esplodere.
A voler essere precisi, la signora ha anche ragione: pensate che rodimento può essere se aspetti da due ore, poi arriva una tizia all'improvviso ed entra subito?

Alla signora, che era lì per il figlio che doveva fare per la mia volta dei test per capire se era allergico a non so cosa, però auguro di non passare mai prima degli altri in quel reparto.
Le auguro anche di non passare mai avanti a nessuno in pronto soccorso.
Quando inizierà a passare avanti agli altri -se mai accadrà-  sarà troppo tardi.
La mia amica entra con me, il mio allergologo mi chiede di mamma, papà e del marito.
Sono davvero molto legata a lui, gli voglio bene ed è una persona di cui, ad oggi, non riuscirei a fare a meno.
Insomma, credo di aver parlato con lui per circa quaranta minuti, non ero sola, c'era la mia amica con me che ascoltava in silenzio le mie parole e quelle del mio amato medico.
Non voleva neanche entrare a dire la verità, credeva di essere di troppo.

La sostanza di questa visita, che è stata fissata in fretta e furia, è che dalla mia dieta devo eliminare anche la capsaicina, che le reazioni allergiche sono così violente perché troppo vicine tra loro a livello temporale (io ho una crisi ogni due settimane in media, a volte un po' di più, a volte un po' di meno), quindi è giunta l'ora di impasticcarsi non solo al bisogno, ma ogni giorno vita natural durante.
Me l'aspettavo? Forse si, ma inconsciamente pensavo che peggio di così non sarebbe mai potuta andare. Mai.
Il mio allergologo se lo aspettava? Si, me lo ha anche detto che prima o poi sarebbe arrivato il momento di stare peggio. E quel momento è arrivato.



Era una notte di Marzo dell'anno scorso quando, in ospedale, mi hanno dato una quantità di cortisone che avrebbe ammazzato un cavallo (qui per saperne di più) e quando ancora non sapevo dell'esistenza dell' LTP che per me è un grande, enorme problema.
Avevo anafilassi continue che non riuscivamo a spiegarci e che ci stavano facendo diventare matti.
Poi abbiamo capito che il problema era l' LTP, ovviamente a seguito di esami su esami, non è piovuta la soluzione dal cielo.
Da lì, piano piano, sono stata sempre peggio, senza che nessuno capisse cosa mi stesse succedendo e, a Novembre dello scorso anno, credo di aver toccato il fondo (qui per saperne di più).
Oggi so che il mio fegato mi ha fatto ciao ciao con la manina e che il mio sangue non si coagula più come dovrebbe. Lo so con certezza da una settimana e due giorni.
Prendo da tanto tempo, dosi massicce di cortisone. E quando dico massicce intendo massicce davvero. Era inevitabile che, prima o poi, tra questo e il sistema immunitario scemo succedesse qualcosa.
Ho pianto e mi sono disperata, così come marito e genitori avevano il cuore a pezzi per me quando gliel'ho detto.
Loro -le allergie- hanno vinto, sono riuscite a fare girare tutta la mia vita intorno a loro, a mettermi ko, a fare soffrire me e chi mi vuole bene.
O forse pensano di avere vinto, ma non sanno che non sarà del sangue un po' più liquido del normale a farmi smettere di ridere e nemmeno un fegato marcio.
Loro -sempre le allergie- non sanno che se mi sono adattata alla mancanza di Nutella (lamentandomi ogni due ore da anni, ma questo è secondario) posso adattarmi a tutto.
Non sanno neanche che ho una vita felice, che certo sarebbe più felice senza di loro, ma c'è chi sta peggio e io ringrazio ogni giorno per quello che ho che, credetemi, è tanta roba.
Ed evidentemente non sanno neanche per mettermi ko ci vuole ben altro.

Il punto non è però questo: il fatto che io stia sempre peggio e che non sia proprio il massimo (nonostante cerchi di affrontare sempre tutto con il sorriso) non è rilevante, tanto non ci si può fare nulla.
Il punto è che la mia amica, nei giorni seguenti, era dispiaciuta, se non addirittura mortificata perché non aveva capito quanto fosse grave la situazione.
In realtà, il lungo messaggio che mi ha mandato qualche giorno dopo mi ha fatto piangere, ma il punto non è neanche questo.
Quando si parla di allergie alimentari si pensa sempre e comunque ad un po' di orticaria o roba del genere. Esistono davvero casi simili, non ve ne so parlare bene perché, come credo sia chiaro, non rientro in quei casi.
Esistono poi dei casi particolarmente gravi, non sono poi così tanti fortunatamente e io rientro tra quelli.
Risulta difficile anche a me, dopo sedici anni, pensare che una cosa così banale come un'allergia possa trasformarsi in un incubo tale, quindi non sentitevi in colpa se non capite come sta davvero una persona allergica.
Quello che potete fare è non farla sentire un peso se rompe le scatole perché quello non lo può mangiare, quello non va bene, quell'altro forse è contaminato.
A me è successo che mi facessero sentire un peso perché, a causa delle allergie e dei problemi al fegato (quando ancora non si era capito a cosa fossero dovuti) non potevo mangiare nulla.
Ecco, quello non fatelo mai, ma davvero mai.
Per il resto, non importa l'aver capito o meno quanto potesse essere seria la situazione o no, l'importante è esserci. Ed ecco, la mia amica è una che c'è sempre.

La buona notizia -in fondo c'è sempre una buona notizia- è che, dopo sedici anni, pare mi spetti l'esenzione per patologia perché, ma non voglio urlare troppo forte, pare che finalmente -almeno per certi alimenti e in determinati casi- si siano accorti che qualche problemino lo abbiamo anche noi allergici.
Stiamo lavorando ai certificati (non io personalmente, ma fatemi sentire importante) e, in attesa di quel momento, io sogno di non dover più vedere volatilizzarsi i nostri soldi in spese mediche che, sapete com'è, i soldi preferirei spenderli in viaggi e in borse.



Sono assolutamente vietati i commenti intrisi di commiserazione e pena che io sono troppo bella e simpatica per fare pena a qualcuno, giusto?
Immagino vi dispiaccia, è naturale ed umano a meno che non siate dei mostri, ma la verità è che questi post non servono per fare pena alla gente per fare sapere al mondo che esistiamo anche noi allergici perché ci sono ancora tanta disinformazione e tanta confusione al riguardo e, a tal proposito ,leggete anche Quando vi trovate davanti una persona allergica (qui) e Gli allergici non sono né intolleranti né celiaci (qua).

Continua a Leggere

domenica 17 settembre 2017

La ginnastica si è fermata a Eboli a fare compagnia a Cristo

Ma voi lo sapete perché Cristo si è fermato a Eboli e non altrove?
Allora: pare che si sia fermato lì perché, qualche decennio fa, era a Eboli che si fermavano la strada e la ferrovia, quindi era impossibile proseguire verso l'entroterra. 
Forse è in memoria di quei tempi che Eboli è piena di rotonde che dovrebbero facilitare la viabilità. 

Comunque, nonostante io vada a Battipaglia -che è il paese accanto- ogni sei mesi, a Eboli non c'ero mai stata prima.
E indovinate un po' il motivo per cui sono finita lì? Si esatto, una gara di ginnastica artistica. O meglio, non una gara e basta, ma la finale del Campionato di Serie A che, giusto giusto, cadeva a due settimane dalla partenza della squadra per il Mondiale.
La decisione di andare è stata una delle più tardive della storia: l'hotel è stato prenotato il giorno prima, anche perché il mio allergologo, che è appunto a Battipaglia, doveva vedermi con urgenza a causa di un avvelenamento da capsaicina di qualche giorno prima ed ecco, questo era un segno che a questa gara bisognava assolutamente andare.
Immaginate di andare al palazzetto dopo aver ricevuto delle notizie orribili, ma che davvero più orribili non si può, con un caldo pazzesco, ma di essere -come sempre- educati e rispettosi del prossimo perché, ecco, non è che se succede qualcosa di brutto nella propria vita, si può diventare fastidiosi verso il prossimo, giusto?
Io non ero dell'umore adatto, volevo solo piangere, ma so che la ginnastica, nonché l'atmosfera dei palazzetti e il rivedere persone che si vedono meno di quanto si vorrebbe è un'ottima terapia contro i mali del mondo. Almeno per me, eh.

Insomma, arriviamo al palazzetto, ritiriamo l'accredito ed entriamo. 
Ho individuato subito un tizio che aveva una maglia con la scritta staff e mi sono avvicinata: "Buongiorno, potrebbe indicarmi per favore dov'è la sala stampa o comunque la parte riservata agli accreditati?" il tutto mostrando il mio accredito nuovo di zecca.
"Devi andare in tribuna"
"Ah bene, è lì che avete predisposto i tavoli con le prese e via dicendo?"
"Ah no, devi parlare con la dottoressa che si occupa dell'ufficio stampa"
Ammetto che per dieci secondi mi sono chiesta come mai dovessi chiedere ad un medico della sala stampa.
"Questa è la dottoressa, devi chiedere alla dottoressa"
"Grazie, chiedo"
"É dottoressa, eh, ricordati che è dottoressa".
Alle ventisettesima volta che mi è stato detto che dovevo chiamarla dottoressa perché era dottoressa, ammetto che le mie due pergamene di laurea si stavano rivoltando nel cassetto in cui sono custodite da mia madre. Cassetto che, per la cronaca, non so neanche quale sia.
Certo mi sono interrogata sul perché io e le mie due lauree -per altro conseguite a 21 la triennale e 23 anni  la specialistica pur lavorando, con 110 e lode, bacio accademico, pubblicazione della tesi, applausi a furor di popolo e tanto amore - dovessimo sentirci dare del tu, ma dovessimo ricordarci di chiamare dottoressa qualcun altro pena, immagino, la pubblica gogna.
Comunque, per dire: di solito non vado a raccontare in giro di voti di laurea e simili, ma l'ho sottolineato per precisare che, ebbene si, esistono tante persone laureate, anche se non lo sbandierano ai quattro venti.
Ad onore di cronaca, devo precisare che la dottoressa, dopo un attimo iniziale in cui non ci ha nemmeno considerato, è stata molto gentile e si è premurata di chiederci per i due giorni che siamo stati lì se tutto andasse bene.
Forse mi sarei dovuta presentare anche io come dottoressa, sbandierando i miei inutili titoli di studio sin dall'inizio, ma ammetto che non ho l'abitudine di farlo perché lo trovo di pessimo gusto, a meno che non sei un medico e mi stai visitando in ospedale e allora ti chiamo dottore o dottoressa.

Chi aveva un accredito stampa, foto o tv poteva stare nella parte del campo gara riservata ai ginnasti e alle ginnaste, non vi dico la confusione che si è creata e probabilmente non è stata una brillante idea, soprattutto quando un gruppo di ragazzine -capitanato da un'arzilla signora che ha praticamente provato a sequestrare Vanessa- ha invaso quella parte di campo gara, senza che nessuno le fermasse.
L'unico modo per accedere a questa parte di campo gara era scavalcare una recinzione fatta con quel nastro bianco e rosso che, almeno a Roma, di solito mettono per delimitare le voragini  che si creano  nelle strade quando piove. Immaginate di dover scavalcare decine e decine di volte in un giorno una recinzione del genere, soprattutto se avete una certa età o se sei mesi fa vi siete rotti un ginocchio. O magari se siete in sedia o rotelle. O se avete le stampelle.
Ci sarebbe stato un accesso più agevole, ma se si provava a passare di là si veniva redarguiti in malo modo, ancora non ho capito il motivo.  E vi assicuro che non sono l'unica ad averlo capito.
C'è chi si è sentito dire che non andava bene fare avanti e indietro, che non potevano mica disturbarsi a spostare le transenne (oltre alla recinzione, a qualche metro c'era anche un transenna). 
Io capisco che è una seccatura, eh, ma purtroppo succede -se si sta svolgendo un determinato tipo di lavoro- di dover fare avanti e indietro dalla sala stampa o  di doversi spostare da una parte all'altra del campo gara (pensate ai fotografi), così come può succedere che uno ad un certo punto, dopo dieci ore in piedi, abbia bisogno di sedersi un attimo e, per farlo, se non hai previsto dei posti in campo gara, deve per forza spostarsi in sala stampa.  Chissà, magari se avessimo girato con un cartellino con scritto "sono laureato" non sarebbe successo (si, non mi è piaciuto molto questo sottolineare la superiorità di chi ha un titolo di studio, sminuendo chi in realtà quei titoli di studio li ha, senza motivo).
La cosa divertente è che, ad un certo punto, i guardiani delle transenne, hanno risposto male anche a Vanessa (voi sapete chi è Vanessa, vero? Se non lo sapete, cosa molto grave, qui ve lo spiego).
Dopo averla trattata male però hanno capito chi era e le hanno chiesto una foto, eh.

In generale, devo precisare che non siamo stati trattati benissimo, era già successo in un'altra occasione (qui per saperne di più) e allora come adesso preciso che, se non siamo graditi basta dirlo, che piuttosto mi compro il biglietto o sto a casa mia.
Lavoro in televisione da quasi dieci anni e conosco bene determinate dinamiche, comprese quelle che comportano -in alcuni casi- la scelta di seguire determinati eventi sportivi e non piuttosto che altri ed essere trattati come se si fosse di troppo potrebbe essere tra quelli.
Oh certo, non bisogna neanche stendere un tappeto rosso, eh, ci mancherebbe.
Sempre per onore di cronaca, bisogna sottolineare che se non fosse stato per il fotografo ufficiale, nonché responsabile dei fotografi in campo gara (no, io non sono un fotografo, ma si è occupato con amore e dedizione anche di me) sarebbe stato peggio, quindi un plauso alla disponibilità e alla professionalità. E anche un plauso alle luci da discoteca e ai fumogeni che Cocoricò levati proprio.

Da sottolineare però che il campo gara -si, proprio la parte degli attrezzi- era uno dei più belli che io abbia mai visto in Serie A e che era una bella gara: tra il ritorno di Vanessa dopo un anno e un mese dall'ultima gara e un'operazione, Lara che per me merita sempre una parola bella (ma anche due o tre), le piccoline classe 2003 che sono sempre bellissime da vedere, una buona prestazione di Elisa (si lo so, molti non sapete chi sono, ma se me lo dite vi spiego tutto) e tante piccole altre cose valeva la pena esserci, come sempre.
Diciamo anche che era la prima volta che si organizzava una gara a Salerno (si lo so era Eboli, ma ci siamo capiti) e che sicuramente ci sarà modo di migliorarsi per permettere a tutti di stare meglio possibile. 
E diciamo anche che, se lo state pensando, non dico sempre cose cattive, mi limito a riportare quello che succede (qui e qua ho detto cose bellissime, eh).


Ciao Serie A, ci rivediamo l'anno prossimo.
Con la ginnastica invece ci rivediamo tra due settimane, a Montreal, in Canada, per il Mondiale individuale.

Nb. Tra le cose simpatiche di questa gara c'è un aneddoto che va raccontato: su un forum dedicato alla ginnastica ho letto un post in cui mi si chiedeva se ero nella zona delle parallele. Chiaramente lì per lì ho pensato: "Oddio, chi è? Come sa chi sono?" e ammetto che cinque secondi di panico li ho avuti. E niente, era una ragazza molto carina che si chiama Vittoria, con una gonna bellissima.
So che è una cosa scema, ma ci tenevo a scriverla
.

La foto del post è di Samira El Bouchatoui (qui per l'album completo)
Continua a Leggere

martedì 12 settembre 2017

Cosa è cambiato tra la convivenza e il matrimonio

Ho sempre pensato che io e il Marito fossimo una famiglia, anche quando -almeno per la legge italiana- eravamo di fatto due estranei.
Siamo andati a convivere subito io e lui, non stavamo insieme da neanche un mese e io ho sempre detto che ci è andata bene perché, ecco, in fondo lui poteva essere un serial killer e io una pazza psicopatica (cosa che non è detto che io non sia, ma tant'è).
Abbiamo affrontato tante cose -alcune molto belle, altre molto brutte- che ci hanno uniti, facendo sempre riferimento l'uno all'altro. 
Mi ricordo come fosse ieri quella volta che ho aspettato sette ore fuori da una sala operatoria: lui aveva dovuto firmare un sacco di fogli per far si che venissi informata di tutto, ma proprio tutto tutto.
E mi ricordo benissimo anche quell'altra volta in cui di ore fuori dalla sala operatoria ne avevo aspettate un po' meno, ma avevo avuto un po' più paura della volta precedente (qui per il prima e qua per il dopo).

Sono sempre stata convinta che non cambiasse nulla tra la convivenza e il matrimonio: l'amore c'era, l'impegno c'era, la volontà di costruire giorno dopo giorno qualcosa insieme c'era, il conto in banca in comune c'era, quindi non c'era alcuna differenza tra l'essere sposati o meno.
Poi abbiamo deciso di sposarci (qui per saperne di più), abbiamo organizzato tutto in venti giorni (qui per saperne di più) e, alla fine, in una calda mattinata di inizio Maggio, ci hanno dichiarato marito e moglie (qui per saperne di più).
Il giorno del nostro matrimonio io -si, proprio io- piangevo come una fontana, ma non ero l'unica.
Nessuno avrebbe scommesso un soldo sul fatto che mi emozionassi così tanto, io che di solito sono un mostro insensibile, eppure è successo. 
Ero commossa, ero felice e nessuno avrebbe potuto portarmi via tutta quella felicità, neppure chi -dopo due giorni dal nostro matrimonio- ha scritto pubblicamente che avrei dovuto dire che ero incinta invece di rifugiarmi in un matrimonio riparatore.
Per la cronaca, non ero incinta, è il nostro non è stato un matrimonio riparatore: dopo sei anni, un mese e undici giorni insieme -quasi tutti di convivenza per altro- sarebbe stato un attimo ridicola una cosa del genere.

Io sapevo che non sarebbe cambiato niente sposandoci, sarebbe stato tutto uguale a prima.
Io e il Marito eravamo una famiglia da prima e lo saremmo rimasti per sempre, indipendentemente da una firma (che poi, non è una, credo di averne messe almeno due, se non addirittura tre, senza contare quelle per le pubblicazioni). 
Io ho sempre ragione, quindi era abbastanza ovvio che avessi ragione anche in questo caso. 
E invece sbagliavo.  Oh, se sbagliavo.

Ci ho messo un bel po' all'idea di avere un marito invece di avere un fidanzato, lo ammetto.
Per settimane, quando parlavo di lui continuavo a chiamarlo Fidanzato. Poi è diventato Fidanzato ormai Marito, poi Marito e basta.
Ancora oggi, quando parlo con qualcuno che non mi conosce e nomino questo Marito, c'è qualcuno che mi scruta per benino e poi mi chiede: "Ma sei sposata? Ma davvero?"
Evidentemente non ce l'ho la faccia da moglie, che vi devo dire?

Nel frattempo, mentre io cercavo di abituarmi all'idea di avere un Marito e lui cercava di abituarsi all'idea di avere una Moglie, a casa nostra accadevano continui incidenti diplomatici a causa del Marito che sosteneva che la sua fede era quella con scritto all'interno Alessandro e la mia quella con scritto Gilda. Eh no bello mio: funziona che nella tua c'è scritto il mio nome e nella mia il tuo. 
É così che va il mondo, fattene una ragione: il nome inciso all'interno della fede non indica il proprietario, ma colui o colei che ti ha donato il cuore (ok, questa frase potete fare benissimo finta di non averla letta, fa schifo e ne sono consapevole).

Intanto, io mi sono resa conto che qualcosa è cambiato e no, non uguale convivere e sposarsi.
C'è quel qualcosa in più che prima non c'era.
L'amore è rimasto invariato, così come tutto quello che costruiamo insieme ogni giorno, a volte con estrema fatica, ma è come se ci fosse un luccichio in più negli occhi e nel cuore.
Un piccolo, impercettibile luccichio.
C'è il ricordo indelebile di una giornata perfetta, c'è il pensiero che mai e poi mai avrei detto che potessi essere così felice il giorno del mio matrimonio eppure ero così felice da toccare il cielo con un dito.
C'è il "se prima sapevo che eri il grande amore della mia vita, quando ti ho sentito dire di si il giorno che mi hai sposata l'ho saputo ancora di più".
Non l'avrei mai detto, ma qualcosa è cambiato dentro di me, dentro di noi. Ed è bellissimo.


E c'è anche che mi risposerei, sempre con il Marito, altre mille volte. A patto e condizione di avere sempre la stessa torta.


La foto è di Samira El Bouchtaoui.
Continua a Leggere

lunedì 11 settembre 2017

Dieci motivi per trasferirsi a Roma e restarci per sempre (o quasi)

State pensando di trasferirvi a Roma per studio o per lavoro, ma non siete sicuri al 100%? 
Se avete dei dubbi, avete ragione: certe scelte vanno fatte valutando con attenzione, tanta attenzione, tantissima.
Ho sempre detto che Roma non è per tutti (qui per saperne di più) e che è una città complessa, forse vi ho addirittura spaventati, ma ecco: sappiate che esistono diverse buone ragioni per trasferirsi a Roma e altrettante per restarci.
Roma non è difficile da amare, sebbene sia davvero piena di difetti come, chi più chi meno, tutte le grandi capitali europee.
Ci vuole tempo per innamorarsi di Roma, bisogna imparare a capirla, spesso -dipende da dove si arriva- bisogna imparare a ragionare consapevoli di essere una città molto grande (sembra facile, ma non lo è), ma credetemi che se ci restate per un po' di tempo, prima o poi capirete di essere innamorati persi. E sapete perché?

-É bella, molto bella, bellissima e questa è una delle poche cose non opinabili su Roma.
Di giorno, di sera, all'alba, al tramonto Roma vi farà rimanere incantati, ovunque voi siate.
Ehm, diciamo più o meno ovunque che un paio di posti dove io non metterei piede manco dopo morta e che sono anche un po bruttini esistono eccome, però ecco: non è un caso se Roma è la Città Eterna.
E Roma, oltre ad essere bella, ha anche delle luci che la rendono magica la notte.




-Si respirano arte e cultura ad ogni angolo: al di là del fatto che Roma è davvero un museo a cielo aperto, ci sono tanti musei, mostre, iniziative culturali. A volte ce ne sono persino troppe e scegliere diventa difficile.
Potrete trovare tantissime cose belle da vedere meno conosciute (qui per farvi un'idea) che solo vivendoci riuscirete a scoprire.




-Si mangia bene: potete trovare qualsiasi cosa vi venga in mente di mangiare e soprattutto, cosa da non sottovalutare assolutamente, a qualsiasi ora del giorno e della notte. E questo, per una come me che ha fame anche nei momenti più impensabili, è molto importante.
Ci sono un milione di specialità, alcune più note, altre davvero poco conosciute, ma tutte buonissime, sia dolci che salate.
Vogliamo parlare di Carbonara e Gricia? O dei saltimbocca alla romana e della coda alla vaccinara?
E i maritozzi con la panna? E la pinsa romana?
E le Fraschette? Dove le mettiamo le Fraschette? (No, non sono una cosa da mangiare, ma posti dove si mangia).

-É una città molto verde: è vero, c'è molto traffico e di conseguenza c'è anche lo smog, ma è davvero una città verdissima, con parchi enormi (vedi Villa Borghese e Villa Pamphili) e un po' ovunque ci sono parchi più o meno grandi, alberi ovunque e, anche dentro la città, a volte sembra quasi di vivere in campagna.
Certo, ci sono anche zone che sono agglomerati di palazzi con qualche sparuto alberello rinsecchito qua e là, eh, quindi se vi piace l'idea di vivere in mezzo al verde dovete scegliere bene.

-C'è il mare a due passi che, per carità, non è che sia esattamente il mare più bello del mondo, ma ci sono alcuni posti carini -io adoro Anzio ad esempio, ma anche Fregene non mi dispiace- che vanno più che bene per una giornata di mare durante la canicola estiva.


-Il clima è meraviglioso: primavera e autunno a Roma sono incantevoli, mentre estate e inverno sono di norma abbastanza miti e non danno il meglio di se come altrove in Italia. Certo, anche qui ci sono periodi particolarmente caldi in estate e periodi particolarmente freddi in inverno, ma niente di insopportabile. Parola di una che ha studiato a Bologna e sa che vuol dire morire di caldo in estate e di freddo in inverno.

-La movida notturna è molto varia e ce n'è davvero per tutti i gusti.
Io non sono molto esperta al riguardo, non amo la confusione, figuriamoci quindi quanto mi possono piacere discoteche e locali vari, però ci sono eccome e si può scegliere tra un'infinità di cose diverse.

-L'offerta universitaria è molto ampia, ampissima, enorme: ci sono università pubbliche e private, italiane e straniere e una quantità di corsi di laurea e facoltà davvero per tutti i gusti, quindi ecco: se avete in mente di venire a studiare qui, di sicuro troverete quello che fa per voi.

-Non è complicatissimo trovare lavoro, anche se non è più come qualche anno fa in cui era indubbiamente più semplice, ma ecco: se venire a Roma per studiare, probabilmente una volta laureati riuscirete ad inserirvi nel mondo del lavoro senza troppe difficoltà.
Se posso darvi un consiglio, qualora decideste di trasferirvi di punto in bianco per lavoro, accertatevi prima di mollare tutto e arrivare qui di avere quanto meno qualche colloquio fissato perché non è detto che la ricerca di un impiego sia breve.

-Gli affitti sono meno cari che in molte altre capitali europee, così come sono meno costosi che in altre città italiane (ad esempio Milano che, in base alla mia esperienza personale, è molto più costosa).
Considerate però che i costi variano in base alla zona e ai servizi che ci sono vicino casa: San Giovanni è indubbiamente più cara, come zona, rispetto a Tor Bella Monaca, giusto per fare un esempio (qui per avere una panoramica completa di case e stanze in affitto per studenti e lavoratori).
Se non siete auto muniti valutate zone servite dalle metro (che non sono poi così tante, ahimè) e scegliete bene -in caso di case condivise- con chi vivere.
A me è successo di tornare a casa, quando avevo una stanza in affitto a Garbatella appena arrivata a Roma-e non trovare più né mobili né coinquilini che, ebbene si, si erano portato via tutto. E non ero l'unica a non essere al corrente di questo trasloco, visto che non lo sapeva manco il proprietario di casa che si è ritrovato dalla mattina alla sera senza inquilini e senza mobili. Manco una forchetta avevano lasciato. E no, non erano cose loro.
Per il prezzo delle case in vendita, ne riparliamo quando sarete qui da un po' di tempo.


Tra gli altri motivi per trasferirsi a Roma e restarci per sempre ci sono i tramonti, la quantità incredibili di bei ragazzi (e, devo ammetterlo, di belle ragazze, ma quelle non credo di averle mai guardate abbastanza bene da questo punto di vista), il fascino del romanesco (ma vi servirà un po' di tempo per capire tutto), le passeggiate (vedi il primo punto), i gatti (di cui Roma è piena, ma attenzione che sono belli grassi e vi si mangiano) e poi, beh, ci sono io che mi sembra una delle motivazioni più forti per considerare di venire qui.
Vi ho convinti, eh?
Continua a Leggere

giovedì 7 settembre 2017

Perugia: quella città che non ho capito se mi piace o no

Perugia è una piccola cittadina del centro Italia e fin qui siamo d'accordo tutti.


É sempre stata famosa per il cioccolato, ma da qualche anno a questa parte è famosa anche per l'omicidio di Meredith Kercher (si, quello che è finito con un condannato per concorso in omicidio, ma non si sa esattamente con chi concorreva visto che i presunti assassini sono stati tutti assolti).
Voi dovete sapere che io avevo deciso da pochi mesi di diventare una studentessa fuori sede e, l'omicidio di Meredith è avvenuto neanche due mesi prima del mio trasferimento.
Non ho studiato a Perugia, ma il senso della città che ho scelto io era lo stesso: piccola città universitaria con più studenti che residenti.
A mia madre, per altro, venne una sincope mentre sentiva la notizia al telegiornale immaginando tutti i peggiori scenari possibili nella vita di uno studente fuori sede.

Perugia è proprio una città da studenti fuori sede, non saprei spiegare come si riconosce una città universitaria, ma fidatevi che anni a Bologna mi hanno fornito un quadro chiaro di com'è una città per studenti.
Non fraintendetemi: il centro storico è davvero carino, lo abbiamo girato a piedi in pochissimo tempo nonostante la stanchezza e il freddo, ma l'impressione è stata davvero positiva.




C'erano tantissimi ragazzi per strada a bere e fare casino, esattamente com'era a Bologna (e come credo sia ancora) quando studiavo io. E si, mi sono sentita vecchia.






Abbiamo cenato in una pizzeria in cui ho mangiato una delle migliori pizze della mia vita. Considerate che questa pizza sale sul podio insieme ad una pizza mangiata a Stoccolma (si Stoccolma, avete letto bene) e ad una mangiata a Napoli, a Posillipo per essere precisi.
La pizzeria chiudeva alle 23, a me è sembrato presto per essere sabato sera, ma sapranno quel che fanno. Il vero problema è che noi siamo arrivati alle 21.45 per cause di forza maggiore (qui per saperne di più), abbiamo chiesto un tavolo per cinque e, per tutta la durata della cena, hanno controllato che ci sbrigassimo a finire perché loro dovevano chiudere. 
Per onore di cronaca, specifico che alle 22.40 eravamo fuori dalle scatole, visto che non è che ci mettiamo esattamente otto giorni a testa a finire una pizza e a bere una birra. 
Ci siamo resi conto che, in realtà, quasi tutte le pasticcerie e bar chiudono per quell'ora e sinceramente non abbiamo capito il motivo, considerato appunto che era sabato sera e che era pieno di gente.
Locali e pub restano invece aperti, ma noi volevamo il dolce non un rum e coca, ma tant'è.



Nel giro di poco, era tutto chiuso (tranne i pub), le strade erano piene di ragazzi che bevevano e nelle piazze -sia quella principale sia quelle più più piccole- c'erano i dj che suonavano.
Abbiamo controllato eh, non erano davanti l'entrata dei locali, ma proprio posizionati in piazza.
La musica era altissima, nessuno ballava, ma c'erano i dj in piazza.




Sono talmente vecchia dentro che tutto questo casino mi ha lasciato perplessa. Lo so, lo so: sono una persona orribile.
Quindi il riassunto di Perugia è che la città è molto carina, pizzerie e pasticcerie chiudono troppo presto e c'è troppa confusione, quindi non so dire se mi è piaciuta o meno.
Per capirlo, voglio tornarci con il Marito: non riusciamo a spiegarci come sia possibile che, nonostante Perugia disti poco meno di 200 km da casa nostra, non ci sia mai venuto in mente di andarci anche solo per un week-end.

La parte indubbiamente più figa è stato il Chocohotel: io sono notoriamente golosa, nonostante non sia sempre semplice per me mangiare (qui per saperne di più) ed essere circondata da cioccolato è stata una delle esperienze più belle della mia vita, lo giuro.








C'era davvero cioccolato ovunque, ma proprio ovunque. Persino la testata del letto e l'armadio erano a forma di tavoletta di cioccolato.


C'è stato un attimo in cui ho anche pensato di rubare il piumone cioccolatoso che stava sul letto, ma la parte onesta ha prevalso. Credo che il fatto di non avere a casa un piumone cioccolatoso sarà per sempre uno dei più grandi rimpianti della mia vita.

Continua a Leggere