Certi amori non finiscono, fanno dei giri immensi e poi ritornano cantava Antonello Venditti che, non a caso, è il mio cantante preferito.
Mancavo dal campo gara dal 16 Settembre 2017, giorno della finale del Campionato di Serie A ad Eboli (
qui per le polemiche -che con me non mancano mai- su quella gara).
Nel frattempo, abbiamo conquistato finali mondiali, vinto medaglie agli Europei del 2018, medaglie ai Giochi Olimpici Giovanili dello stesso anno, una medaglia mondiale agli anelli, poi abbiamo vinto un bronzo alle parallele e un argento agli anelli agli Europei del 2019 e, nello stesso anno, la storica medaglia di bronzo mondiale a squadre (
qui per saperne di più) accompagnata da un argento agli anelli. Ci sono stati anche momenti tremendi nel frattempo, il ricordo di una me in lacrime in ginocchio davanti la tv durante la finale mondiale a corpo libero del 2017 è terribilmente vivo nella mia mente.
La nazionale a cui ero tanto affezionata, nel frattempo, non esiste più (tranne Lara, lei c'è sempre, costante e lottatrice come poche al mondo,
qui per saperne di più), segno che di anni -e di Olimpiadi- ne sono passati.
Ottocentosessantanove giorni senza mettere piede in campo gara sono tanti, me ne sono accorta mentre, con l'immancabile rodimento di culo, varcavo la soglia del Nelson Mandela Forum con Marco, l'immancabile Marco che da anni è il mio fedele e immancabile compagno di viaggio, di gare e di vita (no, non nel senso che stiamo insieme, anche se sappiamo che molti -negli anni- lo hanno pensato).
Io e Marco, per la cronaca, non ci siamo parlati per un anno -più o meno- finché non è arrivato quel passo indietro che tutti -ogni tanto- dovremmo fare. Ve l'ho detto: certi amori non finiscono, fanno dei giri immensi e poi ritornano. Abbracciata a Marco in tutti i campi gara d'Italia ci ho passato una quantità di tempo indefinibile, lo dimostrano le mille foto che più o meno chiunque ci ha scattato in questi anni.
Facciamo un passo indietro: quando è uscito il calendario delle gare non l'ho guardato subito, ci ho messo un po' di tempo. Quando ho visto la prima data, ho scritto nel gruppo Whatsapp delle gare, poi mi sono lasciata travolgere dall'entusiasmo.
"Marco andiamo?". Marco non sa dirmi di no, si lascia travolgere dal mio entusiasmo di cui sopra, oltre a volermi un bene pazzesco (ricambiato, ci tengo a precisarlo), però -ecco- stavolta non era poi così tanto convinto, finché non ho affondato la stoccata finale "C'è la Melnikova" (è una ginnasta russa che ha vinto di tutto). A quel punto, è stato un attimo.
Quando ho fatto la richiesta di accredito e ho guardato -per caso- lo storico dei miei accrediti e ho visto come ultima richiesta quella data così lontana mi è venuta una tristezza indicibile. Si, ero triste.
Praticamente i contatti reali e non televisivi con il mondo ginnico, negli ultimi due anni, erano stati i sushi post Mondiale con Ilaria.
E poi è iniziato il conto alla rovescia.
Quando è arrivato il momento di partire, la prima cosa che mi è venuta in mente è che dentro ai palazzetti fa caldo, non importa se è inverno, bisogna vestirsi leggeri.
E quando finalmente siamo arrivati al palazzetto, la prima cosa che ho detto è che volevo evitare di fare polemiche. Giustamente, tempo dieci secondi e mi rodeva il culo (no, niente di grave, abbiamo solo dovuto fare il giro per prendere l'accredito e stava piovendo).
Un attimo dopo quegli ottocentosessantanove giorni non esistevano più.
Sono saltata al collo di persone che non vedevo da tanto, mi sono goduta i "come stai bene" e i "sei sempre più bella", ho abbracciato forte, sono stata abbracciata ancora più forte.
Sembrava fosse passato un giorno dall'ultima volta, mentre cercavo di capire -come sempre- chi fosse su quale attrezzo per ragionare su dove mettermi.
Pensavo di avere dimenticato codice e elementi e invece erano lì nella mia testa, così come -nella mia testa- c'erano ancora tutte quelle abitudini che mi porto dietro da anni.
C'è stato un attimo che ho pensato che non potessi essere più felice di così, appoggiata sulle spalle di Marco con un occhio alle foto (le sue, io non so fare foto manco con il cellulare) e un occhio all'esercizio. Ed ero felice anche quando mi sono resa conto che è stancante da morire, che dopo ore e ore in campo gara la schiena e le gambe fanno male, manco ci salissi io sugli attrezzi.
Ero felice quando qualcuno ci ha detto che aveva visto i nostri nomi sugli accrediti e ha pensato che venissimo su insieme. C'è stato un periodo in cui, quando arrivavamo al palazzetto, c'era sempre qualcuno che ci diceva "sono arrivati i romani" nonostante io di romano abbia solo la residenza.
La ginnastica artistica è da anni il mio grande amore, l'unico amore a cui ho scritto una lettera (
qui per leggerla), è emozione, è stanchezza, è un sacco di cose.
E prometto che non passeranno altri ottocentossessantanove giorni, l'ho promesso a me stessa quando sono rientrata a casa a notte fonde, mi sono spogliata e ho visto che i jeans erano tutti bianchi.
"Ma che è sta roba bianca?"
"Ah, è la magnesia".
Magnesia che, per la cronaca, era ovunque: sui jeans, sulla maglia, sul cellulare, dentro le mutande.
Questo è l'anno olimpico, un anno olimpico diverso dal solito perché arriva dopo una medaglia mondiale a squadre. Un anno olimpico pieno di aspettative, in cui non si dice perché non succede, ma se succede sono disposta a fare il bagno dentro la Fontana di Trevi nuda.
Il Nelson Mandela Forum è stato, tanti anni fa, il palazzetto della mia prima gara dal vivo.
Il Nelson Mandela Forum è stato anche, ieri, il palazzetto del ritorno a quello che amo più di ogni altra cosa al mondo.
E io non potrei essere più felice e innamorata di così.