sabato 24 agosto 2019

Come cambia la vita con le allergie alimentari

Io me lo ricordo quando mangiavo la Nutella.
Mi ricordo quando, all'uscita della scuola media, prendevo sempre il cono pistacchio, stracciatella e cioccolato imbottito nella gelateria della mia amica Jenny.
Mi ricordo le crostate crema pasticciera e fragole del Pastry Shop.
Mi ricordo la prima -e ultima, a dire il vero- volta che ho assaggiato la Cherry Coke. Ero a Londra con la scuola, un mese dopo sarebbe cambiato tutto, ma io ancora non lo sapevo.
Mi ricordo quando mangiavo. Mangiavo e basta, senza chiedere, senza dire mai di no.
Io mangiavo tutto. E mangiare mi è sempre piaciuto.


E poi, ricordo quel giorno: era un sabato pomeriggio, avevo mangiato tantissimi Ferrero Rocher e poi ero andata al supermercato con mia nonna. Ero tornata piena di bolle, non smettevo di grattarmi, mi era cambiata la voce, il labbro era gonfio. 
La corsa al pronto soccorso, la prima diagnosi sbagliata e poi quella domanda a mia madre: "Signora, ma non sa che sua figlia è allergica?". No, non lo sapeva. Non lo sapeva nessuno a dire il vero.

Avevo quattordici anni. Nove giorni dopo ne avrei compiuti quindici.
Oggi ne ho trentatré e sono serena, mangio fuori, viaggio (qui per saperne di più), ho un lavoro che mi piace, degli amici. Ho una vita tutto sommato normale e, perché no, anche abbastanza felice.
Vorrei dire che è sempre stato così, che non ci sono mai stati periodi bui, ma sarebbe una delle più grandi bugie della mia vita.
Abituarsi a non potere mangiare determinate cose è difficile, cambia la dieta, cambia il modo di alimentarsi. Abbiamo imparato a leggere le etichette, ma c'è stato un periodo in cui non avevamo idea di cosa fossero le tracce, non conoscevamo la dicitura "potrebbe contenere tracce di" che ormai è la prima cosa che vado a cercare quando intravedo un prodotto che potrebbe essere ok. L'abbiamo imparato quando un "potrebbe contenere tracce di" che non avevo letto mi ha mandata per direttissima al pronto soccorso, senza passare dal via.

Con le allergie alimentari, cambia il modo di fare la spesa di tutta la famiglia (qui per saperne di più): fatevi dire da mia madre di quando, ragazzina, ho stanato una ciotola piena di albicocche nascosta nell'armadietto di un bagno dove non entravo mai: avevo sentito l'odore da metri e metri di distanza, manco fossi un segugio. Da quel momento, non sono mai più entrati in casa cibi proibiti.
Cambia il modo in cui ti guardano gli altri che, ad un certo punto, smettono di invitarti a cena perché sei -per usare un francesismo- un dito al culo: e questo no, e quell'altro neanche, e quella padella forse potrebbe essere stata usata per cucinare quello, forse quell'altro, va bene che è stata lavata, ma che ne sai. E allora, ad un certo punto, semplicemente smettono.
C'è l'imbarazzo, almeno quando sei adolescente: quell'imbarazzo di guardare i tuoi amici mangiare una torta al compleanno di qualcuno mentre tu puoi solo guardare. Guardare e non toccare. E poi nemmeno baciare qualcuno che quella torta l'ha mangiata.
Cambia il modo in cui si gestiscono le relazioni: "Senti scusa, volevo dirti che se vuoi stare con me devi essere pronto a portarmi al pronto soccorso in ogni momento, queste sono i miei auto-iniettori di adrenalina, no non si fa nel cuore come in Pulp Fiction e io evidentemente non sono Mila Wallace; a proposito, volevo dirti che se mangi qualcosa di proibito poi non mi puoi baciare e, a dire il vero, dovresti evitare anche di toccarmi. Che dici? Proviamo a stare insieme?".  Tanta roba se non scappano. E succede. Oh, se succede.
Immaginate la scena: avete diciassette anni e siete con un ragazzo, magari vi piace, a lui piacete, siete ad una festa, sta per scattare il bacio, quel bacio che magari aspettate da mesi e poi, mentre siete li li, al posto del bacio scatta la domanda: "Scusami, potresti dirmi cosa hai mangiato? No perché sai, se hai mangiato questo o quello (segue elenco infinito che magari quel poverino manco se lo ricorda se ha mangiato o meno tutta quella roba) non possiamo". A diciassette anni può essere terribile, eh. 
Cambia quindi che molti se ne andranno, molti non capiranno e vi spezzeranno il cuore. E, a dire il vero, non me la sento di biasimarli.
Cambia anche -giuro- che se mai lascerete qualcuno non vi verrà rinfacciato -che so- di quella volta che aveva rinunciato al torneo di calcetto per stare con voi. No, vi rinfaccerà di non avere mangiato la Nutella per tutta la durata della relazione (giuro, mi è successo).
Cambia che spesso vi passerà la voglia di uscire perché non trovate un posto adatto, cambia che fare la spesa diventerà un incubo. Cambia che mangerete quasi sempre le stesse cose, quanto meno se siete poliallergici come me.
Cambia che vi verrà voglia di qualcosa che non potete assolutamente mangiare: io vivo con una perenne voglia di Nutella che solo raramente viene sostituita da voglia di gelato al pistacchio o alla nocciola, fragole o spremuta d'arancia. 

Arriverà anche il momento in cui qualcuno vi dirà che date fastidio, che dovete stare a casa vostra (qui per saperne di più) e farà male. Brucerà tantissimo perché non l'avete scelto voi e probabilmente ne avreste anche fatto volentieri a meno.
Vi abituerete a passare molto tempo in ospedale, per i day hospital (qui per saperne di più) o, peggio, in pronto soccorso. Se vi dice bene, non verrete mai intubati, ma potrebbe succedere. E se succederà, imparerete che la vita è un bene preziosissimo da difendere con le unghie e con i denti.

Io, che ho visto la mia vita cambiare tantissimo, ho però sempre detto che non tornerei indietro
Non cambierei questa vita con quella vecchia, quella in cui potevo mangiare tutto e non solo quattro cose in croce. Non sarei io, non mi riconoscerei perché si, la mia vita è cambiata, ma adesso va bene così e non vorrei niente di più di quello che ho adesso. Nutella a parte, si intende.

Nb. Io sono un soggetto poliallergico grave a LTP. Nel tempo, ho sviluppato allergia a tantissimi cibi. Non ho mai intrapreso un percorso di desensibilizzazione perché i medici hanno ritenuto non ci fossero i requisiti. 

Qui ho raccontato del perché, secondo me gli allergici non hanno vita facile.
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giovedì 22 agosto 2019

Andare in canile a prendere un cane è la cosa migliore che ho fatto ultimamente

Andare in canile a prendere un cane è la cosa migliore che io abbia fatto ultimamente.
Un sabato di qualche settimana fa sono entrata in canile così, senza motivo.
Volevo un cane, ma non pensavo di uscire da lì con un fagottino che non pesa neanche dieci chili tra le braccia.
Non so come mi sia venuto in mente di prendere un altro cane -in fondo Fuffi fa per tre (qui per saperne di più).
"Abbiamo tanti cuccioli, che dici se te li faccio vedere?"
E poi, mentre camminavo circondata da gabbie piene di cani più o meno agitati, mi sono girata e ho visto lei: piccola, magrissima, nera con le zampine bianche e uno sguardo tristissimo. Non saltava, non si muoveva, mi guardava e basta.
Mi sono avvicinata, poi ho provato a toccarle il musetto e lei ha iniziato a leccarmi la mano.
L'ho guardata, mi ha guardata ed è stato amore.
"É una femmina, è molto timida".
Continuavo a guardarla con gli occhi innamorati, ho continuato a fare il giro e poi ho detto "vorrei lei".
Sono corsa a casa a prendere Fuffi perché, condizione del canile, se hai già un cane i due si devono conoscere, fare una prova di compatibilità e, solo nel caso vada tutto bene, è possibile finalizzare l'adozione.
Fuffi non era granché interessato a lei, l'ha annusata, guardata, ma niente di che, però non si è neanche infastidito quando lei è venuta da me e a prendere quelle carezze che probabilmente non riceveva da un po'.
Sono uscita da lì con questo fagottino di nome Mila -nome che avrei potuto cambiare, ma non avevo fantasia per farlo- puzzolente e impaurito.
Quando è entrata in casa, timida timida, si è rannicchiata in un angolo, non c'è stato verso di farle prendere né le scale né l'ascensore per uscire, né tanto meno di farle passare la grata sul marciapiede tra il portone e la strada, non si è lasciata convincere a mettere il guinzaglio fuggendo come se volessi sgozzarla per offrirla in sacrificio al Dio dei cani abbandonati, però è stata subito chiara una cosa: Mila ha fame, ha sempre fame e appena vede cibo -qualsiasi tipo di cibo, esclusa la crosta della pizza- impazzisce.


La sera, Mila aveva una cuccia rosa,  una ciotola rosa, una pettorina e un guinzaglio fucsia e una medaglietta rosa con i brillantini con il suo nome e il numero di telefono che non si sa mai.
Sempre timida e con la coda in mezzo alle gambe, Fuffi non ha perso un secondo nel prendere possesso della cuccia rosa, salvo poi cederle la sua cuccia, la sua ciotola, il suo posto in macchina, nonché il suo posto sulle mie ginocchia.



Fuffi era talmente contento di averle ceduto tutte queste cose che, ad un certo punto, durante una passeggiata, ha alzato la sua zampina santa e le ha fatto la pipì addosso, ma ottimista come sono, mi piace pensare sia stato un incidente.



Dopo due giorni, del cane timido e impaurito non c'era più nessuna traccia.
Credo che mi sia stato chiaro che Mila è un cane indemoniato quando me la sono ritrovata sopra il mio sterno mentre dormivo che mi starnutiva in faccia alle cinque di mattina.
"Mila, dai su, sono le cinque, fammi dormire ancora un pochino"
"Mila, non mi leccare i piedi"
"Mila, non leccarmi manco la faccia"
"Va bene Mila, mi alzo".
Probabilmente Mila nella vita precedente era un gatto.
Mila non si ferma mai, non dorme mai, corre, gioca con Fuffi, ha fame, ha sempre fame, mi sveglia ogni santa mattina, mi lecca, lecca Fuffi, poi ha fame, poi corre, poi vuole giocare.
Fuffi, noto conte del Regno dei Due Cani, la guarda sgomento quando lei vede un biscotto e invece di sedersi attenendo che il biscotto le venga dato, saltella avanti e indietro come se non vedesse cibo da sette anni (ne ha due circa, eh), ma confido nel fatto che prima o poi riuscirò ad insegnarle le regole base dell'educazione canina.


Ed è così che Mila è entrata a fare parte della mia vita un po' incasinata.
E si, andare a prendere Mila in canile è davvero la cosa migliore che ho fatto ultimamente.


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