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sabato 30 giugno 2018

San Pietro e Paolo: Girandola, Infiorata e problemi tecnici

Pietro e Paolo non sono i miei patroni.
Non perché io abbia qualcosa contro di loro in particolare, ma ecco, la mia patrona è Rosalia, santa protettrice di Palermo.
Però c'è un però: vivo a Roma ormai da quasi un decennio e, nonostante non sia mai stata particolarmente credente, ho una passione smisurata per le feste patronali, quindi aspetto San Pietro e Paolo come una bambina. E alla fine mi sono anche affezionata a loro.
La motivazione profondissima dietro cotanto amore è solo una: adoro i fuochi d'artificio.
Se poi i fuochi d'artificio sono a ritmo di musica vado in bordo di giuggiole.
Costringo quindi marito romano e amici romani ad andare a vedere la Girandola dei Santissimi Pietro e Paolo che un tempo era a Castel Sant'Angelo, ma che ora viene fatta dalla terrazza del Pincio.


Dall'anno scorso per accedere al perimetro di Piazza del Popolo, da dove si può assistere alla girandola, bisogna superare dei severissimi controlli per poi immettersi all'interno delle transenne.
I severissimi controlli di quest'anno consistevano in: "le faccio vedere la borsa?"
"Nzu" che sarebbe quel suono gutturale che si emette quando si vuole dire no e che, oggettivamente, rende meglio di un no secco, quindi ecco: siamo entrati con le nostre armi -ovvero bottigliette d'acqua munite di tappo- e abbiamo aspettato.

Prima della tradizionale Girandola, c'è l'altrettanto tradizionale esibizione della Fanfara dei Carabinieri a cavallo che, potete starne certi, farete un'enorme fatica a sentire, ma tanto oh, il bello sono i fuochi d'artificio, ve l'ho detto.
Quest'anno c'era anche un simpatico speaker che ogni due per tre urlava al microfono un sonoro "in alto gli schermi del cellulare" che va bene che siamo nell'era dell'internet e degli smartphone, ma insomma: un po' di rispetto per gli anziani abituati a tirare in alto gli accendini scottandosi un dito e non gli smartphone.

La girandola comunque non delude mai, per me ha un fascino infinito, sarà forse perché la terrazza del Pincio si illumina di colori (che, di base, sono il verde, il bianco e il rosso), sarà la musica, sarà la folla, sarà quello che volete, ma sono meravigliosi.




Quest'anno ci sono stati, ehm, dei problemi tecnici: a naso -sarà che il mio lavoro- hanno avuto un problema con il mixer audio, quindi ad un certo si sono interrotti.
E pensare che giusto un minuto prima avevo detto alla mia amica: "Ma non senti puzza di bruciato?".
Durante l'interruzione un sacco di gente è andata via, meglio per noi che stavamo più larghi, qualcun altro ha fischiato, io ho mantenuto la linea della solidarietà infinita verso il service perché i problemi tecnici durante un qualcosa di importante li ho avuto anche io e, vi assicuro, in quel momento ci sono due alternative: mettersi a piangere o chiamare la mamma. Visto che però, sempre per esperienza, nessuna delle due è un'opzione fattibile, tocca capire il problema e risolverlo. Poi le cazziate arrivano dopo. Oh se arrivano.

Comunque, è valsa la pena aspettare perché la parte finale dei fuochi d'artificio è stata bellissima. Come sempre, oserei dire.

E ora vi racconto un paio di cose su San Pietro e Paolo.
Si festeggia il 29 Giugno e, nonostante una legge di qualche anno fa abbia stabilito che le feste patronali vadano festeggiate la domenica più vicina al giorno in cui cadono, a Roma è festa, indipendentemente dal giorno della settimana in cui cade.
Oltre alla Girandola, c'è anche l'Infiorata: praticamente decine e decine di maestri fiorai (si, si chiamano proprio così) che compongono quadri floreali in Piazza San Pietro (che, tecnicamente, non sarebbe neanche in territorio italiano, ma questa è un'altra storia).
Parte della festa patronale si svolge anche davanti la Basilica di San Paolo (fuori le mura), dove ci sono bancarelle e feste varie.
Visto che a Roma non ci facciamo mancare niente, oltre alla Basilica di San Pietro e alla Basilica di San Paolo, abbiamo anche la Basilica di San Pietro e Paolo che fu aperta proprio il 29 Giugno di qualche decennio fa (1955) e che, cosa che probabilmente non vi interessa, è la chiesa che avrei scelto se avessi optato per un matrimonio concordatario visto che secondo me è bellissima.

E quindi, insomma, adoro queste feste patronali, mi piacciono proprio.
Anche perché, insomma, a Roma significa anche assistere ad una delle più grandi meraviglie del mondo: il centro di Roma.


Le foto sono di Samira El Bouchtaoui e sono state scattate alla Girandola del 29 Giugno 2018.
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giovedì 4 gennaio 2018

Mia nonna mi ha fatto il corredo

Mia nonna mi ha fatto il corredo.
Un tempo si usava fare il corredo, credo però che questa usanza fosse già un po' in disuso quando io ero ragazzina.
Mia nonna era nata nel 1932 e nonostante sia stata una delle donne più avanti che io abbia mai conosciuto in vita mia, aveva voluto fare questo regalo alla sua nipote preferita.
Non sono l'unica nipote di mia nonna materna, ma sono sempre stata la luce dei suoi occhi, il suo grande amore, la sua più grande ragione di vita. Non è un segreto, è sempre stato così.
So però che è morta con il grande rammarico di non avere mai vissuto l'altra nipote, figlia di mio zio che per una serie di motivi non abbiamo mai visto molto.
Credo che nella tomba si sia portata questo grande dolore, ma non ci sarà mai nessuno che potrà venirmi a dire se ho torto o ragione.
Quando mia nonna è morta avevo diciassette anni (qui per saperne di più) e il corredo era già lì, conservato in splendide scatole -alcune davvero enormi- riposte nello sgabuzzino di casa dei miei genitori.

Vivo da sola da più di dieci anni ormai, ho comprato lenzuola, asciugamani e pigiami come se piovesse, ma il corredo non l'ho mai toccato.
No, non perché stavo aspettando di sposarmi per poter utilizzare lenzuola di seta che costano quanto tutti i miei copripiumino Ikea messi insieme, ma perché io sono un disastro.
Odio pulire, lavare, sistemare, non parliamo poi di stirare (qui per saperne di più), quindi avevo paura di disintegrare il preziosissimo regalo di mia nonna al primo lavaggio sbagliato in lavatrice.
Già me le immagino le Barbie della figlia di qualche amica con la camicia da notte osé in seta purissima da me ristretta dopo un lavaggio a 90°. O forse quella che si restringe è la lana e non la seta, chissà.
Insomma, questo era un rischio che non potevo assumermi.

Un paio di anni fa, avevo controllato il contenuto delle scatole e avevo trovato davvero camicie da notte in seta purissima e pizzo che io mi vergognano solo a guardarle, figuriamoci ad indossarle.
Mia nonna non poteva prevedere che sarei cresciuta con la stessa femminilità di un orso bruno affamato. 
Io e il Marito avevamo adocchiato una coperta che ci piaceva, abbinata a delle lenzuola molto molto belle, ma poi era arrivato il cane a ricordarci che il letto è anche suo e avevamo rinunciato all'idea.
E poi ecco, magari il copripiumino Ikea a righe verdi e fucsia si offendeva, chi lo sa.

Durante le ultime vacanze mia madre mi ha minacciata con il cucchiaio di legno in mano: "O ti porti qualcosa o se ti becco a comprare lenzuola da due soldi a te ci penso io".
Voi non avete idea di come può incutere timore lo sguardo di disapprovazione di mia madre che, probabilmente, mentre tirava fuori un paio di scatole contenenti tovaglie da tavola con tovaglioli abbinati pensava che la sua unica figlia, nonché unica erede, era stata capace di comprarsi una tovaglia da tavola persino a Stoccolma e di riportarsela in una valigia già strabordante di cose (qui per saperne di più).
Lo so, mia madre meritava una figlia meno scema, ma non è colpa mia. E comunque la tovaglia di Ikea limited edition merita davvero, eh.
Insomma, abbiamo effettivamente deciso di portarci qualcosa, facendo un'accurata selezione che si sa che io sono una persona decisa: incapace di scegliere ho preso praticamente tutto. Ho poi dovuto fare i conti con la realtà: la macchina era piena di valigie e cibo e o abbandonavamo il cane (e non ci sembrava il caso) o lasciavamo qualcosa.
Alla fine abbiamo portato con noi la coperta che ci piaceva tanto e le lenzuola abbinante. Solo la coperta occupava più spazio delle nostre valigie.

Ieri abbiamo rifatto il letto con le nostre nuova lenzuola del famoso corredo, abbiamo sistemato la nostra nuova coperta e, quando abbiamo finito, a me è venuto da piangere.
Il Marito, che mi conosce fin troppo bene, mi ha abbracciata e mi ha detto: "Hai visto? Ora hai le cose di tua nonna".


Ho amato mia nonna come poche persone al mondo e ho il grande rimpianto di non averla avuta accanto in momenti importanti della mia vita.
Il giorno prima di sposarmi ho detto a mia madre: "Mamma, ma se nonna fosse stata viva, sarebbe stata qui, vero?"
E mia madre mi ha risposto:"Tua nonna avrebbe diretto i preparativi, sarebbe venuta a Roma e non ti avrebbe lasciata un attimo".
Di mia nonna mi restano alcuni gioielli, soprattutto anelli, compresa la sua fede nuziale e questo corredo che forse molti considereranno un'idea retrograda, chi lo sa.
Io so solo che adesso che ho trentuno anni, dopo quattordici anni che mia nonna non posso né abbracciarla né sentirla parlare, avere queste cose è un grande regalo.
Prometto di portare, all'occorrenza, tutto in tintoria per evitare di fare danni.

Grazie nonna, ovunque tu sia.

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martedì 31 ottobre 2017

La Festa dei Morti a Palermo tra cibo, giocattoli e piedi grattugiati

Quando io ero bambina, a Palermo, si festeggiavano i Morti.
Halloween non esisteva vent'anni fa. O forse è meglio dire che esisteva, ma non in Italia.
Io festeggiavo, appunto, i Morti che detta così magari suona un po' macabra come cosa, ma questo è.
Il tutto ovviamente dopo essermi ripresa dal ricevere gli auguri da parte di chiunque il giorno di Ognissanti perché io, con il mio nome atipico, non avevo un onomastico.
Non che adesso i Morti non si festeggino eh, ma Halloween sta un po' sostituendo le nostre tradizioni.
Posso però assicurarvi che la tradizioni dei Morti a Palermo esistono ancora, magari c'è qualche zucca in mezzo piedi, ma ecco, si continua a festeggiare il 2 Novembre.
Ma come si festeggiano i Morti a Palermo? Che domande: mangiando e ricevendo regali ovviamente.


Mia nonna era vedova, suo marito -nonché mio nonno- era molto giovane quando è morto, io non l'ho mai conosciuto.
Sapevo tante cose di lui, avevo visto foto, filmini, mi avevano raccontato tantissime cose e soprattutto, mio nonno per i Morti mi portava sempre qualcosa.
La tradizione voleva che la notte tra l'1 e il 2 Novembre, i defunti lasciavano un regalo ai bimbi che si erano comportati bene.
A quelli che si erano comportatati male, grattugiavano i piedi. Si, con la grattugia del formaggio, proprio quella.
A me nessuno ha mai grattugiato i piedi, ma ricevevo un sacco di regali.
Il più bello mai ricevuto me lo aveva portato mio nonno ed era una cucina Fisher Price gialla.
Credo che il fatto che fosse gialla -che è il mio colore preferito- fosse un caso.


Con quella cucina ci ho giocato per decenni e quando mia madre l'ha fatta sparire -io avevo vent'anni- ho pianto disperata per l'affronto subito, ma pare che la madre crudele non  si sia pentita di questo gesto sconsiderato neanche per un attimo.
La cucina era super accessoriata: pentole, padelle, piatti, cibo di qualsiasi tipo (compreso l'uovo ad occhio di bue che tanto amavo), tovaglie, presine e via dicendo. A guardare le foto oggi mi pare un po' bruttina, me la ricordavo un po' meno vintage a dire il vero, però l'amavo quella cucina. Oh, se l'amavo, è stata il mio primo grande amore.
Oggi ho il sospetto che i regali che portava il nonno in realtà li comprasse mia nonna, ma non ci sono prove concrete e non posso neanche chiederlo alla diretta interessata, quindi resterò con il dubbio.

Insieme ai giocattoli portati dai defunti, il giorno dei Morti, c'era tanto cibo.  Strano, vero? In fondo lo sanno tutti che in Sicilia non succede mai di mangiare come dei maiali all'ingrasso.
Il cibo del giorno dei Morti non è cibo e basta.
Prima di tutto, ci sono i pupi di zucchero, ovvero dei pupi fatti interamente di zucchero (non l'avrei mai detto, eh?).
Si dice in giro che il giorno dei Morti i dentisti palermitani stappino champagne come se non esistesse un domani in vista dei guadagni dei giorni successivi.
La forma originale è quella del pupo siciliano, ma ne esistono davvero di tutti i tipi. 


Quando ero bambina, il mio preferito era il pupo di zucchero a forma di Topo Gigio, ma credo che oggi non lo facciano più. Immagino esistano pupi di zucchero a forma di Peppa Pig e Masha (si, quella di Masha e Orso che vive in un capanno in mezzo al nulla con un orso saggio).
Fino a due anni fa, mia madre mi mandava un pupo di zucchero per i Morti, poi ha deciso che sono troppo grande per averlo.

Oltre ai pupi di zucchero, si mangia la frutta martorana, ovvero pasta di mandorle a forma di frutta che io non posso mangiare (si, sono allergica) e che in ogni caso non mi è mai piaciuta, però è molto bella da vedere.


Sempre perché a Palermo mangiamo poco, ci sono anche dei biscotti che si mangiano solo ed esclusivamente per i Morti: i tetù e gli ossi dei morti.
Nessuno vi vieta di farli anche in altri periodi dell'anno, ma personalmente non li ho mai visti in giro se non in questo periodo.
I tetù sono biscotti morbidi, ci sono bianchi e neri e sono buoni. In alcune ricette c'è la farina di mandorle, in quelli che mangio io ovviamente non c'è.


Gli ossi dei morti sono biscotti duri, ma talmente tanto duri che io non sono mai riuscita a finirne uno. I dentisti palermitani, come sempre, ringraziano.


E visto che non si può mangiare solo dolce, abbiamo anche il salato: per i Morti si mangia la muffoletta consata: la muffoletta è un tipo di pane, abbastanza morbido, con il sesamo (che io chiamo cimino) sopra che va riempita con sarde salate, caciocavallo, olio e sale. Ed è buona, tanto buona, posso sentire il sapore in bocca in questo momento.


Oltre a ricevere giocattoli e a mangiare (come sempre leggero, i siciliani sono famosi per il cibo leggero d'altronde), il giorno dei Morti si va anche al cimitero.
Mia madre mi ha raccontato che un tempo i bambini andavano a suonare le trombette per i viali dei cimiteri, ma io non ho ricordi al riguardo.
Ricordo però che, quando andavo con nonna e mamma al cimitero, per riuscire ad arrivare fino alla tomba di famiglia ci volevano ore perché ci si fermava a salutare un sacco di persone, a ridere, a scherzare. Si, come se fosse una festa.
E noi palermitani, ebbene si, riusciamo a rendere una festa persino il giorno dei Morti.
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martedì 13 dicembre 2016

A Palermo, Santa Lucia porta le arancine

La leggenda narra che qualche secolo fa, in Sicilia, ci fu un grande carestia.
Praticamente  morivano tutti di fame.
Un giorno, la popolazione ebbe un'idea brillante: chiedere a Santa Lucia di fare il miracolo.
"Senti Santa Lucia, tu che sei tanto buona e cara, potresti gentilmente farci avere qualcosa da mangiare?".
Santa Lucia, che appunto è buona e cara, mandò una nave carica carica di frumento. Il grano, per intenderci. Quello con cui si fa la pasta e il pane.
Non è ben chiaro dove sia arrivata questa nave, c'è chi dice a Palermo, c'è chi dice a Siracusa.
Io, siccome sono palermitana e comunque la strada via mare per Siracusa mi sembra un pò più arzigogolata, preferisco pensare che la nave sia arrivata da noi.
Da dove veniva questa nave, chi era il comandante e altri dettagli logistici, non è dato sapere.
Comunque, resta il fatto che la popolazione si moriva di fame e arrivò il grano.
Quando non mangi da tanto tempo, non è che ti metti a impastare, far lievitare, cuocere e perdere tempo, quindi gli affamati decisero di bollire il grano, condirlo con un pò d'olio e mangiarlo così.
Questo grano bollito prese il nome di cuccìa.


Con il tempo, è diventato un dolce. Altro che grano bollito e condito con l'olio.
Il grano si fa ancora bollire, ma si "condisce" con crema di ricotta (di pecora e il primo che dice che la ricotta di mucca è magra e buona lo insulto personalmente) o crema di cioccolata.
Io ho passato buona parte della mia adolescenza a mangiare la cuccìa scartando il grano, finchè la mia saggia nonna non propose di evitare questo scempio dandomi da mangiare solo la crema di ricotta. Senza il grano.
Al giorno d'oggi, per tradizione, non si mangiano farinacei il giorno di Santa Lucia, banditi pane e pasta. Si mangia il riso o al massimo legumi e verdure.
Siamo tutti d'accordo che il riso bollito si mangia solo in ospedale o in caso di intossicazione alimentare e vomito frequente, vero?
Quindi i palermitani si sono attrezzati e hanno stabilito che il giorno di Santa Lucia si mangiano le arancine. Solo quelle. Accarne o abburro.
Un tempo i panifici erano tutti chiusi il 13 Dicembre, se si voleva mangiare si andava in friggitoria, al bar, in rosticceria e si compravano giusto quelle otto/dieci arancine a persona.
Adesso i panifici sono aperti e comunque vendono solo arancine.
No davvero, non scherzo. Ovunque si entri, arancine ovunque che sono leggere, tonde, armoniose, belle e profumate.
C'è anche chi le fa a casa le arancine, io sono tra questi ultimi, almeno da quando non abito più a Palermo.
La ricetta non ve la so dire perchè le arancine si fanno a occhio. Riso non bollito, ma risottato (esiste la parola risottato?), bello compatto, che si riempie di besciamella, mozzarella o formaggio, prosciutto (ma qualcuno ci mette anche la pancetta) oppure di ragù che per i palermitani è rigorosamente con i piselli. Dopodichè si fa una bella palla, si passa nella farina (ma non erano banditi i farinacei?), poi nell' uovo sbattuto e infine nella mollica (che i continentali chiamano pangrattato). Poi si frigge.
A me comunque le arancine con il ragù, che poi sarebbero quelle accarne non sono mai piaciute.
L'olio deve essere bollente, in assenza di friggitrice, si può usare anche una bella pentola riempita d'olio. Alla faccia della carestia, si usano tanti di quei litri d'olio che basterebbero per condire quel mezzo miliardo di insalate nel mondo.




Tecnicamente, per controllare che l'olio sia ben caldo bisognerebbe sputarci dentro. Io non lo faccio, ma tanto a quelle temperature che volete che sia?
Molti mettono in tavola anche il gattò di patate -che non è gatto a forno con le patate- oppure panelle e crocchè.
Palermo profuma di fritto il 13 Dicembre. Ovunque vai, senti aleggiare nell'aria quel meraviglioso profumo di frittura croccante.
Vi starete chiedendo perchè non mangiamo arancine anche il resto dell'anno visto che le abbiamo sempre, giusto?
Le mangiamo, le mangiamo. Poi adesso esistono un mezzo milione di gusti: al salmone, con la caponata, salsiccia e funghi e qualsiasi altro ripieno vi venga in mente.
Però, il 13 Dicembre si possono mangiare solo quelle. Otto/dieci a persona, come dicevo prima.
Noi palermitani abbiamo lo stomaco forte -tutti tranne me probabilmente- e possiamo mangiare tutte quelle arancine una in fila all'altra senza morire.
Per tutti gli altri non abituati, io non lo consiglio.
Molti chiamano il giorno di Santa Lucia, Arancina Day. A me questo nome sa di tascio (non provate a tradurlo con coatto perchè non rende a pieno l'idea, un tascio è un tascio).

E quindi, insomma: al nord Santa Lucia porta i regali con l'asinello.
A noi palermitani che vogliamo morire grassi e con il colesterolo alto, porta le arancine. In grandi quantità che poi pare brutto mangiare poco.


Le foto del post sono di Ina Ingrassia.

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domenica 15 novembre 2015

Colori e sapori: il mercato di Ballarò a Palermo

Mi piace andare al mercato di Ballarò con mia madre.
Io mi guardo intorno, scatto fotografie, mentre lei compra il pesce e la frutta.
Io sono sempre assorta nei miei pensieri che puntualmente vengono interrotti da qualcuno che mi chiede:"Ci stanno pensando?" e io rispondo sempre di si, in fondo è vero, stanno pensando a mia madre, quindi è un po' come se stessero pensando a me.


Fidanzato ama il pesce, ma a casa mi dice sempre di non comprarlo.
"Lo mangiamo a Palermo" dice sempre quando mi vien voglia di comprare il pesce.
Sono anche discretamente brava a cucinarlo sto benedetto pesce e tutti dicono che cucinare pesce è difficile, quindi ogni tanto vorrei anche togliermi qualche soddisfazione ai fornelli, ma niente. Noi mangiamo solo il pesce comprato a Palermo e cucinato da mia madre che, ovviamente, non mi farebbe avvicinare ai fornelli manco avesse due gambe e due braccia rotte.


Mi piacciono i colori del mercato di Ballarò, è il mercato che preferisco tra i tre mercati storici di Palermo che sono, appunto, Ballarò, il Capo e la Vucciria.
Mi piace la cura dei banchi, mi piace il modo gentile di strillare dei venditori, io che non pensavo fosse possibile strillare essendo gentili, ma tant'è.


Ad ogni banco, ci sono diverse persone che lavorano. Mi sono avvicinata ad uno di loro e ho chiesto se potevo scattare alcune fotografie e mi ha detto orgoglioso di fare come se fossi a casa mia. E io ho scattato. Ero talmente presa dalle mie fotografie che non sentivo nemmeno l'odore del pesce.
Mia madre, mentre chiedeva gamberoni (che io adoro, ne mangerei a chili e puntualmente mi ritrovo a sbucciare gamberoni per tutta la famiglia perché nessuno vuole sporcarsi le mani, mentre io quasi mi ci tufferei nell'Eau de Crevette), pesce spada, calamari e non so cos'altro, raccontava a quel povero ragazzo che le foto mi servivano per un blog, ma lui non sembrava molto interessato alla questione.


Le foto ai banchi della frutta, invece, le ho scattate di nascosto. Mi guardavano un po' male, non so perché e quindi ho proprio evitato di chiedere.


Io rimango sempre stupita dalla bellezza di questi banchi, sembrano delle opere d'arte e, anche se io non posso mangiare grandi cose che provengono da questi banchi, amo restare a guardarli.


Ma la più bella è questa. Non so perchè, ma è la mia preferita.


Io, a chi me lo chiede (qui per saperne di più), consiglio sempre di andare a fare un giro nei mercati palermitani. Troverete tante cose che altrove non ci sono.
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venerdì 13 novembre 2015

L' insostenibile leggerezza del pane e panelle

A me Palermo piace. Mi piace molto.
E non perché ci sono nata, non è scritto da nessuna parte che ti deve piacere il posto dove nasci.
Mi piace il clima -ma questa è una frase fatta che dicono tutti- e mi piace il modo di vivere. 
Mi piace il fatto che Palermo sia costruita in modo lineare, con un sistema di strade parallele e perpendicolari che non ti puoi perdere. E se ti perdi, sei scemo.
Mi piacciono le luci del porto e le stradine del centro storico.
Ma soprattutto mi piace il cibo. Io davvero non credo esista posto al mondo dove si mangi meglio e no vi prego non tiratemi fuori i tortellini bolognesi, la bagna cauda piemontese, il pasticciotto leccese e la polenta. Io so che ovunque in Italia si mangia bene, ne sono consapevole e la mia pancia che, insieme a me, è sempre in giro, ringrazia. Ma signori, le panelle e le crocchè? Le barchette prosciutto e wurstel? I dolci? No, scusate, vogliamo parlare dei dolci? Ieri ho mangiato un paio di bignè di San Martino, una roba cafonissima con il finocchietto e la ricotta; due cassatine al forno; una mezza dozzina di sigarette con la ricotta; gli sciù che non so come si scrive, ma sono buoni, tanto buoni. Prima, per gradire, avevo mangiato due porzioni di anelletti al forno che -ora ci vuole- dentro ci trovi di tutto, dalle melanzane all' uovo sodo, probabilmente anche un bambino che piange perchè vuole la mamma. E il pane? Avete presente quanto può essere buono il pane di rimacino?


Io sarei anche a dieta, anche perchè ho detto a Fidanzato che faccio la dieta, perdo un tot. di chili (che però non vi dico quanti sono, per scaramanzia e per rispetto della mia ciccia) e appena raggiungo l'obiettivo ci sposiamo, però una cena si può anche fare. UNA. Non di più.


Quando vivevo qui queste cose non le mangiavo mai, anzi facevo anche la splendida con il McFlurry preso rigorosamente al Mc Donald's di Piazza Politeama snobbando Spinnato lì accanto. Adesso se mi presentano una cassata a forno e un McFlurry prendo il machete, spacco bottiglia e ammazzo famiglia che, dai, non si possono mica mettere a paragone le due cose. Ero giovane e ingenua, ero ancora convinta che il mondo fosse un posto bello, pieno di panelle e crocchè dentro al semprefresco ovunque. 
A me piace essere nata in un posto dove esistono giri e tenerumi e dove i broccoli si chiamano sparacelli, anche perchè diciamo la verità: sparacelli è un nome poetico.
Mi piace che i cavolfieri si chiamano broccoli.
E che il melone arancione si chiami cantalupo e l'anguria mellone con due L.
Mi piace mangiare il gelato dentro la brioche.
Sarde a beccafico. Arancine al burro che alla carne non mi piacciono poi così tanto. Cartoccio con la ricotta. Pupo di zucchero. Stigghiola. Frutta martorana. Involtini di carne. Pane con la milza, maritato. Sfincione. Crostino fritto. Ravazzata.
Ho fame. Muoio di fame. Sempre.

Adesso so che sembrerà che al sud non si fa altro che mangiare, ma non è vero. Ci sono un sacco di altre cose belle da fare, quelle piano piano ve le racconto, ma intanto lasciatemi mangiare che, in fondo, tutta sta frittura e sta ricotta non sono pesanti.E, se non altro, fanno bene allo spirito.
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martedì 14 luglio 2015

Festino di Santa Rosalia

Tra le cose che più mi mancano di Palermo c'è lui, la festa dell'anno: il Festino di Santa Rosalia.
Santa Rosalia è la patrona di Palermo, cosa che non possiamo dimenticare facilmente visto l'enorme orribile statua che guarda tutta la città da Monte Pellegrino.
Siccome noi palermitani siamo speciali, la Santa la festeggiamo due volte l'anno, il 15 Luglio e il 4 Settembre. Ebbene si, due giorni rossi sul calendario per festeggiare la Santa e non uno come tutte le città normali.
Siccome a noi piace fare le cose in grande, noi non ci limitiamo a festeggiarla il 15 Luglio (oltre al 4 Settembre). Cominciamo a festeggiare già dal giorno prima.
Ed è per questo che la sera del 14 Luglio c'è quella che per me è la festa dell'anno e che consiste più o meno nel chiudere un sacco di strade e fare sfilare il carro in cui si trova la statua della Santa dalla Cattedrale a Porta Felice, al Foro Italico passando per il Cassaro che è l'asse viario più importante della città.
E per chi si aspetta un carro con quattro scalmanati al seguito, ebbene, sappiate che vi state sbagliando.
L'ultima volta che sono andata al Festino, nel 2010, hanno sfilato cento carri siciliani trainati da cavalli con sopra una modella stra figa. Alla fine, era arrivato il carro con Santa Rosalia -sontuosissimo- e che, quando è uscito a mare, sono partiti dei fuochi d'artificio a ritmo di musica che sono durati circa due ore. DUE ORE.
Chiaramente, io e le mie amiche -altre invasate di Festino come me- eravamo arrivate alla conclusione che tanto valeva cenare a Piazza Marina (anche perché dopo, non si passa più) e aspettasse che la Santa passasse di là e poi accompagnarla fino al mare (che dire 500 metri è dire poco). Ma è il clou della festa.
Io non sono esattamente religiosa, ma questa festa mi affascina in modo particolare e, da quando non riesco più ad andare, ogni volta che arriva il 14 Luglio mi viene la malinconia, quella vera.
Saranno le bancarelle, sarà il fatto che si mangiano le lumache (che a me non piacciono, ma sono un fan sfegatata della tradizioni popolari), sarà che quando arriva la Santa è sempre un'emozione pazzesca, sarà che mi piace il fatto che è il Festino unisce tutte le classi sociali. Di fronte a questa festa, non c'è differenza culturale che regga: siamo tutti là per la stessa ragione. Per il Festino.








Se doveste capitare a Palermo la notte tra il 14 e il 15 Luglio, mi raccomando, andateci.
E no, non sto scherzando: non ve ne pentirete assolutamente.
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