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venerdì 8 dicembre 2017

Siamo stati al Luneur e ci è venuto il magone

Il Luneur è sempre stato un posto magico per me.
Mi piaceva tantissimo quando ero bambina, associo a questo parco un sacco di ricordi di infanzia, gli stessi ricordi che ha anche il Marito che, però, a differenza mia, a Roma ci è nato e cresciuto.

Per tanti anni, appena arrivava l'estate, mio padre si trasferiva a Roma per lavoro (qui per saperne di più) con famiglia al seguito. Papà lavorava a Tor di Valle, prendevamo casa ad Ostia così la bambina -ovvero io- poteva andare al mare (si lo so, portare una bambina palermitana al mare ad Ostia dovrebbe essere considerato crimine contro l'umanità) e frequentavamo per lo più l'Eur e dintorni, quindi il Luneur era una tappa obbligatoria
Io adoravo il Luneur, avevo una certa predilezione per la Casa dei Mostri anche se ogni volta che ci entravo, non dormivo la notte, con somma gioia di mia madre che diceva che era colpa di mio padre che mi accontentava sempre.
Un'altra cosa a cui non rinunciavo mai era lo zucchero filato che prendevo alla fragola, cosa che adesso non potrei più fare (qui per saperne di più).

Poi sono cresciuta, mi sono trasferita a Roma, ma il Luneur era solo un lontano ricordo: il mio amato parco era stato chiuso nel 2008 con somma disperazione da parte di tutti -o quasi- i romani.
In questi lunghi anni a Roma ho sentito decine di persone ricordare i pomeriggi passati lì da bambini e l'8 Marzo passato lì da più grandi, quando non si entrava a scuola e si passava lì la giornata. A fare cosa esattamente non lo so, ma tant'è.
Per anni abbiamo sentito dire che il Luneur sarebbe stato riaperto, una sera io e il Marito abbiamo anche cercato di sbirciare all'interno per capire se davvero ci stavano lavorando o meno, ma non ci avevamo capito molto. 
Io intanto continuavo ad emozionarmi solo passando di là e vedendo la ruota, l'unica superstite di tutta questa storia.
Finché ad un certo punto non l'hanno riaperto per davvero, un po' più di un anno fa.
Io sono impazzita, volevo assolutamente andarci: quando siamo arrivati lì però non ci avevano fatto entrare perché non avevamo prole al seguito (qui per saperne di più) e visto che tra le attività che svolgiamo di solito non c'è quella di rapire bambini per portarli sul Brucomela ci siamo rassegnati.


Oggi però ce l'abbiamo fatta, siamo riusciti ad entrare. 
Io ero gasatissima, il Marito idem. Due ragazzini praticamente.
Solo che quando siamo entrati ci è preso il magone: non è più il nostro Luneur, non è quello in cui siamo cresciuti noi, non c'entra niente col Luneur.
Lo sapevamo, eh. Eravamo al corrente dei cambiamenti, ma vederlo è stata tutta un'altra cosa.
Ci guardavamo intorno e non avevamo più punti di riferimento, sono rimaste solo tre delle vecchie attrazioni, ma sono chiuse, praticamente resta solo la struttura. Ad un certo punto, io stavo per mettermi a piangere.





Poi ho visto lo zucchero filato e mi sono dimenticata, per un attimo, di scoppiare a piangere come una bambina. Non hanno più lo zucchero filato alla fragola, vero che adesso non potrei mangiarlo, ma mi è dispiaciuto.
E non ci sono più neanche le bombe calde. 

Ci sono però un sacco di bar di vario tipo, noi li abbiamo ignorati, ma magari a voi interessano.

Abbiamo fatto un lungo giro, non è brutto il nuovo parco, ma non è il Luneur. 
E soprattutto adesso è un parco per bambini piccoli, molto piccoli: troppi colori, troppe lucine, troppe musichette che dopo dieci minuti ti viene voglia di spaccare le casse con un martello.
Abbiamo fatto anche una tragica scoperta: non c'è più il laghetto in mezzo. Che io capisco togliere Nessie (no, non è vero, non lo capisco), ma perché è sparito anche il laghetto? Che fine ha fatto? Dov'è il mio laghetto? Ridatemi il laghetto?




Alla fine, abbiamo deciso di fare un giro sul Brucomela -praticamente eravamo gli unici due adulti non accompagnati da bambini- che va decisamente più veloce dei Brucomela di quando noi eravamo bambini.


E infine, siamo saluti sulla ruota panoramica che è un po' diversa da quella che era, ma resta comunque sempre bella. 



Siamo usciti dopo un'ora, un tempo ci sarei potuta rimanere per ore e ore dentro al Luneur e no, non è una questione di età.
Mi sono intristita un sacco a dire il vero e anche il Marito.
Fine di un'era. Fine di un ricordo.
Ho aspettato tanto che riaprisse, ho sempre detto al Marito che se mai avremo dei figli, mi sarebbe piaciuto fare rivivere loro quel parco come lo avevamo vissuto noi, ma non sarà così.
Siamo cresciuti e il Luneur non tornerà più, anche se è difficile farsene una ragione.

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lunedì 12 settembre 2016

Il primo giorno di scuola

Pare che oggi sia il primo giorno di scuola.
P-r-i-m-o-g-i-o-r-n-o d-i-s-c-u-o-l-a. 
Io non ricordo assolutamente nessun primo giorno di scuola, ho rimosso tutto e se ci penso mi viene ancora oggi la pelle d'oca.
Strappare una bambina prima e un'adolescente dopo, al mare, agli amici, alla spiaggia è un crimine contro l'umanità. Un crimine gravissimo aggiungerei.
Io tutta sta poesia nel primo giorno di scuola non ce la trovo, non ce l'ho mai trovata e mai ce la troverò. 
In prima elementare capisco anche che ci sia un pò di emozione. Capisco davvero, eh.
Dovete ammettere però che quelli emozionati e felici sono i genitori, mica i pargoli. 
Pensate quanto si arrabbieranno quando scopriranno che è finita la pacchia, non si gioca più e bisogna stare seduti per ore.
Pensate che fatica imparare a leggere e a scrivere.
Ai miei tempi si tracciavano centinaia di stanghette sul quaderno.
"Per avere una bella grafia in futuro" dicevano. E difatti ho una bellissima grafia, solo che poi sono arrivati i computer e non me ne faccio niente.
Io comunque già me li immagino i pargoli che chiedono alla maestra:"Scusi, ma quando si gioca?" e lei, con ghigno malefico, risponderà che si gioca solo a ricreazione. Forse. Se ci si comporta bene. E solo se si finisce la merenda, a base di purea di frutta biologica e chicchi d'avena.
Bambini, io vi avviso: dovete starci almeno tredici anni su quei banchi. E solo se non vi farete bocciare. Scappate finchè siete in tempo, dite a mamma e papà che andate a comprare le sigarette e poi fuga dai nonni.
I nonni sono buoni, non vi costringeranno ad andare a scuola.



I genitori commossi, intanto, attenderanno davanti al cancello della scuola, pensando che il loro bimbo è ormai grande, presto partirà per il servizio militare, sarà padre ed è un attimo che ha settant'anni. Poco importa se di anni ne ha cinque, è anticipataro e il servizio militare obbligatorio è stato abolito da un pezzo.Stamattina ne avrò già viste un centinaio di foto del primo giorno di scuola, anche se, andando a memoria, io ricordo che mica iniziava ovunque lo stesso giorno sta benedetta scuola. 
E soprattuto: ma il grembiule dov'è finito?
Perchè i pargoli sono tutti novelli modelli di Abercrombie&Fitch?
E perchè le pargole sono più eleganti di me il giorno della laurea?
Che poi oh, il 12 Settembre è piena estate, fa caldo, è cattiveria andare a scuola, bisogna stare in spiaggia a fare il bagno,
Si mamme lo so che non aspettavate altro che questo momento che altro che i saldi del 90% da Micheal Kors. 
Si capisco che non sapevate più che farne dei figli.
(L'ho letto davvero eh, non me lo sto inventando).
Detto questo: buon inizio di scuola a tutti!
Godetevi questo momento perchè (per fortuna) gli orribili giorni passati a scuola non torneranno mai più.
Godetevelo soprattutto se siete dei maturandi che questo è l'ultimo primo di scuola, dall'anno prossimo sarete liberi.



P.s. Ma -scuola elementare a parte- si usa ancora la Smemo? E si usa ancora il primo giorno di scuola portare solo il diario tanto non si fa niente e passare la giornata a disegnare nei diari altrui?

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martedì 19 gennaio 2016

Bambini? No, grazie

Quando ero bambina, frequentavo con i miei genitori un ristorante abbastanza chic dove si mangiava benissimo.
Ancora oggi, che quel ristorante ha chiuso perché il proprietario ha fatto i soldi e si è aperto un chiosco in Jamaica, ho l'acquolina in bocca ripensando ai loro primi e ai loro dolci.
Il proprietario mi adorava e, in occasione di un cenone di San Silvestro passato lì, non volle che mio padre pagasse il conto anche per me perché la mia cena era un suo regalo.
E io mangiavo anche a cinque anni, oh se mangiavo.
I miei genitori mi hanno insegnato a stare seduta composta, a non lanciare forchette o piatti, a non urlare e, per usare un francesismo, a non rompere i coglioni. Quanto meno se non sei il parco giochi o in un agriturismo attrezzato per bambini, un po' di sana educazione non guasta, sosteneva (e sostiene tuttora) la mia saggia madre.
Un giorno dei conoscenti dei miei genitori, dissero a mia madre che gli avevano rifiutato l'ingresso in questo ristorante con i loro due pargoli, educatissimi, che, in una precedente occasione si erano tolti le scarpe e avevano iniziato a camminare sul tavolo, per poi lanciare le tagliatelle al ragù in giro per il locale. Parbleù, ma che sarà mai lanciare del cibo in giro?
Se lo avessi fatto io, mia nonna mi avrebbe lasciata digiuna per un mese perché il cibo non si spreca, si mangia. Per dire.
Qualche giorno fa un ristorate di Roma ha scritto un bel cartello "i bambini non sono graditi". Sempre sia lodato. Dov'è questo locale? Voglio andarci subito.
Io amo i bambini -meglio noti come regazzini in quel di Roma, si con la e e non con la- rigorosamente quelli altrui, ma li amo. Sono belli, paffuti, rosa, morbidi e profumati.
Ma no, non amo i cinquenni che corrono avanti e indietro per i ristoranti.
Non amo i bambini che fanno lo sgambetto ai camerieri.
Non amo i bambini che urlano come se fosse l'ultima prova d'onore delle loro corde vocali.
Non amo i bambini che lanciano il cibo.
Non amo i bambini che vengono al tuo tavolo e si appiccicano come manco il Bostik forte.


Quelle sere che riesco ad andare a mangiare fuori, che non sono prigioniera del buio della messa in onda, che non mi devo svegliare alle cinque la mattina dopo, io voglio stare tranquilla.
Vado al ristorante perché mi secca cucinare. Ecco, l'ho detto.
Di solito, guardo Fidanzato, lui guarda me, io lo riguardo con il labbrino tremulo, poi rivolgo uno sguardo triste a affranto alla cucina e lui, da bravo principe azzurro, mi dice:"Che dici? Mangiamo fuori?"
E io, a quel punto, sono già pronta, vestita, pettinata, truccata e con la borsa al braccio.
"Dove andiamo?"
"Dove ti pare"
Il top è quando andiamo in quei ristoranti in cui arriva l'omino dei cappotti, ti aiuta a svestirti, ti sposta la sedia e poi porge due menù, uno con i prezzi per lui e uno senza prezzi per lei. Poi va beh, io prendo quello con i prezzi perché a me piace leggere quanto costa la roba da mangiare, sai mai un giorno apro un ristorante e lo chiamo Chez Gilda. 
Lì di bambini urlati non ce n'è traccia. Sempre sia lodato.
Quindi, dicevo: io vado a cena fuori perché non mi va di cucinare. E perché mi voglio rilassare. E non voglio rotture di scatole. Come il Grinch.
Voglio stare seduta, tranquilla, a chiacchierare con l'amato compagno di vita, mangiare cose buone. Al massimo, voglio alzarmi solo per lavarmi le mani, ma se mi portassero la ciotolina con l'acqua al tavolo, sarebbe pure meglio.
Le urla le vado a sentire allo stadio, la corsa ad ostacoli la vado a fare alla pista di atletica nell'anno 2000 mai.
Si certo lo so che sono bambini, ma mi hanno riferito che esistono anche bambini educati che non molestano il prossimo. E che esistono anche bambini che, per due ore, possono restare a casa con i nonni, con degli amici (dei genitori, non dei bambini che si sa, l'unico che può rimanere da solo a casa è Kevin di Mamma, ho perso l'aereo), con una baby sitter, con un fratello maggiore (e, mi auguro, maggiorenne).
I figli delle mie cognate sono disposta a tenerli io a casa mia legati ad una sedia se loro vogliono concedersi una sera al ristorante. Mia suocera chiamava mio nipote Tempesta, per dire.
E mi hanno anche detto che ai bambini non si perdona tutto. Un bambino maleducato e strafottente sarà un adulto maleducato e strafottente di domani. Che educherà figli altrettanto maleducati e strafottenti.
So anche che ci sono bambini maleducati con genitori che le hanno provate tutte. Vi porgo tutto il mio affetto e il mio cordoglio, ma il figlio è il vostro, non mio.
Ci sono i neonati che piangono. No, con quelli non mi arrabbio. Il pianto di un neonato stanco che vorrebbe essere a casa sua e invece è al ristorante alle 23 mi fa stringere il cuore. I genitori del neonato che non rispettano il pargolo, invece, mi fanno stringere le budella.

Ci sono luoghi per bambini e luoghi dove i bambini sarebbe il caso non portarli. Soprattutto per loro stessi.
E poi, sarebbe bene educarli questi benedetti bambini.

Nota: qualche tempo fa, Fidanzato era in treno per tornare a Roma da Milano. Un pargolo seienne si è calato i pantaloni e ha fatto la cacca nel bel mezzo del corridoio. I genitori non hanno fatto una piega e alle rimostranze dei controllori hanno risposto che il nano è abituato così. 


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giovedì 14 gennaio 2016

Care Mamme, a volte vi stimo (ma non quando sottovalutate i problemi)

Io leggo molto. Divoro libri come se non esistesse un domani, leggo giornali, ogni mercoledì compro Topolino, leggo articoli in giro per il web e -ebbene si- leggo anche i commenti sui social.
La maggior parte di questi insulti commenti sono scritti da mamme.
Mamme che si scannano per allattamento fino a diciotto anni si, allattamento al massimo due giorni no; mamme che si insultano perché un figlio nato con parto cesareo è un figlio di serie B e incredibile, ma vero, se non partorisci con dolore meriti la pubblica gogna (che poi il pargolo non si ricorderà nemmeno com'è uscito dalla pancia di mammà è secondario); mamme che si insultano perché lavorare con un figlio è disdicevole e non lavorare è essere delle nullità.
Mamme che insultano altre mamme insomma.
Io, care mamme, vi stimo. Vi stimo perché essere mamma non è facile, perché comporta dei sacrifici, perché forse non avrete più delle belle tette e vi ritroverete una pancia molliccia e cadente, perché spesso siete costrette a lasciare il lavoro, perché a volte avete gravidanze non facili, neonati problematici e mariti gelosi del pargolo. Vi stimo e allo stesso tempo vi trovo delle imbecilli quando vi scannate tra di voi perché ogni mamma ha il diritto di crescere il proprio figlio come meglio crede.
Però, c'è un però.
Leggo di mamme che si scannano per tutore si, tutore no, doppio pannolino si, doppio pannolino no.
Mamme che si rifiutano di curare i loro figli perché il tutore sarebbe invalidante. A sei mesi, un'età di cui non si hanno ricordi.
Sto parlando di displasia dell'anca.
Ne sto parlando con le orecchie che mi fumano.
Con la parola invalidante che mi rimbomba nelle testa.

Facciamo un passo indietro: le anche sono una delle prime cose che viene controllata ad un neonato.
Se si fanno questi controlli è perché la displasia dell'anca è purtroppo molto diffusa.
Nei neonati viene curata in modo semplice e indolore con il doppio pannolino o con un tutore che tiene le gambine cicciose divaricate curando, in modo naturale, il problema.
Ci vuole tempo, qualche mese o, in alcuni casi, addirittura un anno, ma permette di vivere bene per il resto della vita.
Per alcune mamme, il doppio pannolino o il tutore sono invalidanti e no, non si può rovinare la vita -che poi, in realtà, è solo qualche mese-  ad un neonato, quindi è giusto che la malattia -perché questo è- faccia il proprio corso. IL PROPRIO CORSO.
Conosco un bambino di cinque anni a cui è stata diagnostica una displasia congenita bilaterale del grado più grave. A cinque anni, quindi non curabile con un tutore o il fantomatico doppio pannolino.
Una diagnosi tardiva di un problema che, preso in tempo, sarebbe stato curato con buona pace di tutti.
Sul motivo per cui questa diagnosi è stata fatta così tardi non mi dilungo.
Questo bambino, dai cinque ai dieci anni ha subito cinque operazioni. In anestesia totale. Ogni singola operazione è durata ore, molte ore.
La prima operazione era programmata in un ospedale pubblico, ma non è mai stato trovato il posto in sala operatoria per questo bambino, quindi l'unica soluzione era rivolgersi ad una clinica privata.
Dieci, venti milioni di lire ad operazione. E dieci milioni, negli anni '80, erano tanti soldi.
Oh si, lo so che la salute non ha prezzo, lo so bene. Ma non tutti nascono miliardari.
Dopo ogni operazione, questo bimbo ha portato il gesso per almeno sei mesi. SEI MESI. Passati a letto, ad annoiarsi, saltando la scuola, aiutato da un compagnetto di classe a non rimanere troppo indietro rispetto agli altri.
Questo bimbo amava il calcio, ha sempre detto che sarebbe diventato un calciatore. A calcio non ci ha mai potuto giocare perché le sue anche malandate non lo hanno mai permesso.
Questo bimbo ha sempre zoppicato, gli altri bambini lo chiamavano Gambadilegno, anche se una gamba di legno non ce l'ha mai avuta. Ha delle lunghe cicatrici, una a destra e una a sinistra che, a volte, a distanza di anni, sanguinano ancora.
Le cinque operazioni non hanno risolto il problema. Il medico che lo ha operato è sempre stato chiaro con i suoi genitori: non è guarito, gli stiamo solo permettendo di camminare, ma un domani si dovrà intervenire ancora.
Non so quanto questo bimbo abbia sperato che quel domani non arrivasse mai.
So però che quel domani è arrivato, inesorabile, allo scoccare dei trent'anni del bimbo.
Il bimbo, ormai uomo, un giorno non ha più camminato.
E' stato portato in ospedale. Poi da uno specialista. Aveva il femore in necrosi, oltre alle anche completamente fuori asse, consumate, distrutte.
Gli è stato detto che o si operava o, nel giro di poco, non avrebbe camminato. Mai più.
Si è operato, ha messo due protesi. Ha fatto l'intervento ad entrambe le anche contemporaneamente.
Vorrei raccontarvi di quanto schifo facciano i drenaggi, i cateteri, le ferite che un'operazione del genere lascia.
Vorrei raccontarvi che non è stato possibile aprire ancora le cicatrici già presenti perché già troppo compromesse e che è stato necessario aprire da un'altra parte, creando altre due cicatrici, altrettanto lunghe e orribili.
Vorrei raccontarvi dei mesi di riabilitazione, della fatica di questo bimbo cresciuto e di chi gli stava accanto. Vorrei raccontarvi di quei mesi in cui la vita si è fermata, in cui non si poteva andare al lavoro, non si poteva uscire, non si poteva nemmeno fare una doccia, allacciarsi le scarpe, sedersi su una sedia.
Vorrei raccontarvi che è stato facile, ma no, mi spiace, è stato orribile. È stato pesante, doloroso, difficile e costoso. Si, costoso. Perché l'intervento e la riabilitazione sono costati circa 100.000€. E se i 100.000€ non ce li hai o non hai un'assicurazione sanitaria, ti attacchi.
La vita migliora, ma non si guarisce mai. Le protesi vanno revisionate, si fanno controlli, si è invalidi per sempre. No, non sei mesi -il tempo di permettere al tutore di guarire un neonato affetto da displasia. PER SEMPRE.
Si, certo ci sono dei privilegi. Insieme alla displasia vinci la possibilità di diventare invalido civile e litigare con l'Inps per tutta la vita. Voglio dire: chi non vuole passare ore ed ore allo sportello invalidi civili dell'Inps? È il sogno segreto di tutti, no?
Vinci una pensione da 258€ (che adesso credo siano 278€, ma non sono molto informata al riguardo) al mese che, voglio dire, coprono sicuramente il costo delle operazioni. Avanzano anche soldi per comprare il gelato.
La pensione, se lavori, te la tolgono ovviamente perché, abitando in un paese i cui stipendi sono notoriamente molto alti e dovendo sostenere spese elevatissime per non finire in sedia a rotelle, hanno paura che poi con quelli che avanzano ci vai a prostitute (che nel frattempo, essendo il bimbo cresciuto, sono cambiate le priorità).
Vinci un codice che ti accompagnerà per sempre che indica che sei invalido, un tesserino con scritto che sei invalido e un milione di fogli con su scritto la percentuale di invalidità.
E anche una bella dicitura che quell'invalidità è permanente e immodificabile. IMMODIFICABILE. Invalido per sempre.


Care mamme, quando decidete che la displasia del vostro bimbo deve fare il suo corso, questo è quello che potrebbe succedergli. Quello che si prospetta davanti a lui, a voi.
Questo bimbo che conosco adesso ha 32 anni ed è la persona con cui ho scelto di condividere la mia vita.

Per tutti i dettagli dell'ultima operazione qui il link al post.

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martedì 8 dicembre 2015

Lo chiamavano Babbo Natale (ma in realtà erano mamma e papà)

Quando ero bambina, scrivevo la letterina a Babbo Natale.
Lo farei anche adesso se avessi qualcuno che mi prendesse sul serio, ma pare che io adesso sia troppo grande per queste cose.
Un anno avevo scritto la mia bella letterina, avevo scritto l'indirizzo sulla busta -qualcosa tipo Via delle Renne, Polo Nord- e l'avevamo spedita. Al costo di un francobollo da 750£, mi era arrivata a casa la sua risposta. Di Babbo Natale in persona, cosa credete?
Non mi aveva inviato i regali richiesti -quelli ovviamente li aveva messi sotto l'albero- ma mi aveva mandato cartoline natalizie, una letterina affettuosa e qualche altra stupidaggine.
Il mittente non era Babbo Natale -solo perché era in incognito ovviamente- ma Poste e Telecomunicazioni, ovvero le moderne Poste Italiane.
Dubito che facciano una cosa del genere anche al giorno d'oggi, ma questa cosa la ricordo con immenso piacere. Adesso che sono grande, mi chiedo se avessero assunto qualcuno solo per rispondere alle letterine indirizzate a Babbo Natale o se a turno si, a ricoprire questo compito, ci si mettessero i dipendenti, invece di smaltire la fila allo sportello.

Babbo Natale aveva la stessa carta da regalo del mio negozio di giocattoli preferito, Girigogolo, che adesso ha chiuso. Quando mi sono resa conto che al suo posto c'era un negozio di accessori ho avuto un mancamento. Era un negozio bellissimo, piccolino, ma bellissimo. E Babbo Natale si serviva da lui, a riprova del fatto che era proprio un bel negozio e alla faccia degli elfi e della fabbrica di giocattoli al Polo Nord.


Un anno, avevo girato e rigirato il pacco che mi aveva portato Babbo Natale fino a scoprire che dentro c'era Stickermania, un affare che serviva per creare sticker con cui ho giocato davvero tanto e che immagino alla fine sia stato regalato a qualcuno o ingoiato da mostri della cantina di casa.
Di altri regali di Natale non ho memoria.
I regali più belli, in realtà, li portavano i morti, lasciandoli direttamente davanti il cancello di casa, senza passare dal camino.
Quello che mi ha sempre stupita è che il camino fosse in soggiorno, l'albero di Natale in salotto, quindi sto povero Babbo Natale doveva fare il giro della casa per trovare l'albero visto che non gli lasciavamo nemmeno mezza indicazione per raggiungere la meta.
A casa mia, quella che divido con Fidanzato, di alberi ne sono già passati tre: il primo era bianco e ancora oggi Fidanzato mi rinfaccia quell'albero bianco chiedendosi chi è quel genio che ha messo in commercio, cito testuali parole, una schifezza simile. 
Il secondo era l'albero che finirà a casa dei miei genitori, un capolavoro dell'arte natalizia scelto da Fidanzato, ma che secondo me è troppo basso.
Il terzo -quello attuale- è un albero di 180 cm (io lo volevo da 210, ma sono dovuta scendere a compromessi col poco natalizio Fidanzato) viola, argento e bianco. Ci sarebbe anche un po' di azzurro e blu, ma poco. Sotto l'albero non possiamo mettere i regali perché quando ci abbiamo provato, Cane Gnappo li ha scartati e trascinati per tutta casa, quindi, visto che non riusciamo a spiegargli che i regali può anche aprirli lui, ma deve quanto meno aspettare la Vigilia di Natale, abbiamo rinunciato. I regali si nascondono dentro l'armadio, al riparo da cani indiscreti.
Avendo un certo gusto nello scegliere le cose più trash del fiorente mercato delle decorazioni natalizie, abbiamo pure messo un bel tubo di luci in terrazzo. Gli unici del palazzo ad averlo fatto, ma tant'è.
Siamo anche gli unici ad avere messo una bella ghirlanda sulla porta.
E abbiamo appeso anche un filo di luci sul muro, nel caso in cui il resto non bastasse.
Manca solo la letterina a Babbo Natale, ma genitori e Fidanzato mi hanno già spoilerato i regali, quindi mi sa che per quest'anno non ci provo nemmeno a convincerli che anche io ho diritto a scrivere sta benedetta letterina.

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mercoledì 21 ottobre 2015

Di terrorismo e vaccini

Non so cosa sia giusto e cosa no.
Non ho figli, quindi, lo ammetto, non mi sono mai posta il problema. Non ho mai preso decisioni per qualcuno che non fosse in grado di decidere per se, fatta eccezione per il cane.
Io sono stata vaccinata. Nel cassetto del comodino della camera da letto dei miei genitori -una camera da letto bellissima con i mobili di giada verde- c'era il mio libretto dei vaccini. Immagino ci sia ancora.


Ho avuto la pertosse a dieci mesi, ancora non ero stata vaccinata per quella malattia.
Mia madre racconta sempre che all'ospedale dei bambini mettevano tutti i bambini con le malattie infettive nella stessa stanza, indipendentemente dalla malattia infettiva che avevano. Mi sono presa la gastroenterite e mia madre mi ha portato via dall'ospedale, prima che mi prendessi qualcos'altro e ci rimanessi secca. Sono stata curata, sono guarita.
L'unico inconveniente è che, prima di prendere la pertosse, avevo iniziato a dare segni di voglio camminare e quell'inconveniente mi aveva fatto regredire. Sarà per questo che sono così pigra, chi lo sa.
A sei anni ho preso la varicella.
A ventitre mi sono conficcata un chiodo arrugginito su una gamba e mio padre, ancora prima di chiedermi come stavo, mentre io telefonavo al becchino di fiducia della mia famiglia, ha urlato:"Figlia, sei vaccinata contro il tetano?". Sono vaccinata, faccio persino i richiami.
Per anni, da bambina, sono stata infastidita dal fatto che tutti i grandi avessero il bollino sul braccio, quello del vaccino contro il vaiolo. Ultimamente, ho costretto i miei colleghi a mostrarmi il braccio e sto benedetto bollino ce l'avevano solo in due, con mia somma disperazione. Io voglio il bollino sul braccio, voi siete vecchi, dovete averlo. Niente, non ce l'avevano. 
Pare che ad un certo punto, il bollino abbiano smesso di farlo perchè il vaiolo sia stato debellato. Almeno questo succedeva qualche decennio fa.
Mi hanno raccontato che quando c'era la leva militare obbligatoria, appena ti arruolavi, ti facevano una puntura e non ti ammalavi per dieci anni. "Chissà che roba era" mi hanno detto.

Conoscevo una ragazzina quando vivevo a Palermo. Camminava male.
Mi hanno raccontato che aveva la poliomielite. Ai miei tempi, il vaccino per la polio lo facevamo tutti. Io non ne so molto di questa malattia, non sono un medico, so che sono stata vaccinata e che c'era quella ragazzina che aveva avuto una reazione avversa al vaccino. Almeno così mi dissero. Non so se questa cosa fosse vera, per lei mi dispiaceva molto perché camminava male, era l'unica cosa che agli occhi di una quattordicenne era evidente. Adesso penso che se anche fosse vero che era malata a causa di una reazione avversa al vaccino, lei era IL caso. Una goccia nel mare. 
Ma io so che quando sei la goccia nel mare ne soffri. Così come so che una goccia nel mare non è la verità assoluta.
E se fossi stata io quella goccia nel mare? Chi può dirlo come avrei reagito io o mia madre o mio padre? Chi può sapere come sarebbe stata diversa la mia vita?
In questa casa, cosa significa avere un problema invalidante lo sappiamo bene. Ci abbiamo sbattuto il muso. Ce lo sbattiamo ogni giorno. E so cosa significa, ogni tanto, pensare con i sè e con i ma. 
Io la guerra contro i vaccini non la capisco, ma appunto sarà che non sono madre. Al massimo, mi pongo il problema del richiamo dei vaccini dei cani. Se non vaccini il cane, manca poco che ti arrestino.
No, io la guerra continuo a non capirla.
Comprendo la necessità, il dovere e il diritto di informarsi, sapere a cosa si va incontro. Pretendere visite approfondite per vaccino, capire se il proprio figlio ha un qualche problema che potrebbe acuirsi o manifestarsi in seguito ad un vaccino. Comprendo la necessità di sapere.
Ma sapere sul serio. Informarsi con chi è competente, con chi ha studiato. Io non ho studiato medicina, non ho idea di tante cose. Per questo mi affido ai medici.
Se pensassi che i medici sono in combutta con le case farmaceutiche per avvelenarci tutti, non vivrei più. Ci sono sicuramente medici bravi e medici meno bravi, medici in buona fede e medici in mala fede. Probabilmente è così perchè, ebbene si, i medici sono esseri umani e, come tali, sono fallibili come professionisti e come persone. Ma che vogliano a priori il male dell'umanità, mi spiace, non riesco a crederlo.
Sono anche dell'idea che le case farmaceutiche guadagnino più soldi dalle malattie che non dai vaccini, ma questa è una mia opinione, ovvero un'opinione di chi, ancora, non si è trovato nella posizione di dover vaccinare un figlio.
Sono contraria, quello si, all'informazione tramite internet, in cui io trovo solo del gran terrorismo psicologico e, soprattutto, molta maleducazione.
Hai vaccinato? Stronza.
Non hai vaccinato? Stronza.
Come la fai, la sbagli. 
Sono preoccupata, lo ammetto, da tutti questi bambini che muoiono di malattie di cui fino all'altro ieri non si moriva perchè eravamo tutti vaccinati. 
Sono preoccupata all'idea del domani che troveranno i miei eventuali figli, nel bene o nel male.
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venerdì 23 gennaio 2015

E tu quando lo fai un figlio? Quando i bambini faranno bau.

Superati i vent'anni e con un compagno più o meno stabile arriverà la fatidica domanda, che ormai, visto che la convivenza va tanto di moda, ha surclassato persino la fatidica domanda "quando vi sposate?". Sto parlando della domanda: ma quando lo fate un figlio?" con le varianti "quando mi fate un nipotino?" se fatta dalla mamma  (non dalla mia che piuttosto che badare a un nipotino, fuggirebbe su un'isola deserta) o da eventuali sorelle.
Le risposte che fino adesso mi sono venute in mente sono:
-sono sterile
-ho scoperto di essere la pro nipote di Erode
-vogliamo goderci ancora un pò la vita di coppia
-non sono in grado di badare a me stessa figuriamoci se sono in grado di badare ad un bambino.
Tuttavia, la risposta che uso più spesso è "ho già i cani". I benpensanti di solito mi guardano storto e mi dicono cose tipo:" ma un figlio e un cane non sono mica la stessa cosa". Ah no? E io che pensavo fossero due versioni differenti della stessa cosa... un po' come l'Iphone 6 e l'Iphone 6 plus insomma. Dite che non è così? Non l'avrei proprio mai detto...i bambini non sono, quindi, una versione più evoluta di un cane che, dopo un certo periodo, da quadrupede diventa bipede?
La verità è che io figli non ne voglio e che non posso prevedere se cambierò idea o no. Adesso è così e non mi vergogno ad ammetterlo.

Ho visto diventare mamma gran parte delle mie compagne di scuola, delle amiche e delle conoscenti e sono tutte, giustamente, orgogliosissime dei loro bambini.
C'è chi ha deciso di dedicarsi alla famiglia a tempo pieno e chi, invece, riesce a portare avanti egregiamente sia la carriera che il ruolo di mamma, cosa non troppo scontata di questi tempi, soprattutto in Italia.
E io sono sinceramente contenta per loro. Ma non mi interessa fare la stessa cosa e non me ne vergogno.
Purtroppo pare che sia una vergogna, che non avere eredi conduca a una vecchiaia triste e in totale solitudine. Io adesso alla vecchiaia non ci penso, non ho fatto nemmeno la metà delle cose che volevo fare, sia come persona sia come parte di una coppia.
I miei due cani, che amo, non sono i sostituti di un figlio. Fanno parte della mia vita e della mia famiglia
E di fare un figlio solo perché per qualcuno è ora che io lo faccia non ho proprio voglia.


Le foto di questo post sono di Beata Lenkiewicz Photography
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