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mercoledì 11 aprile 2018

Ho sposato un romanista (e non lo odierò mai abbastanza per questo)

Mio marito è romano di Roma. E romanista.
Per quest'ultima cosa non lo odierò mai abbastanza.
Perché, ecco, mio marito mi ha insegnato ad amare la Roma all'urlo di "la Roma non si discute, si ama". 
Mio marito, sempre lui, mi ha trasformata nella prima delle tifose.
Non lo dice, ma so che è felice di avere una moglie con cui discutere di calciomercato e che dice frasi tipo: "non leggo i nomi sulle maglie, ma so come sono messi in campo, per questo li riconosco".
É un po' meno fiero di me quando dichiaro ai quattro venti che Nainggolan è l'unico uomo al mondo per cui lo lascerei e non tanto perché teme di ritrovarsi senza moglie, ma perché sostiene -ovviamente sbagliando- che non è possibile che mi piaccia così tanto proprio quello lì. 
Per correre corre, per essere forte è forte, ma secondo lui non è bello.
Mi sembra evidente che non capisce un tubo.

Comunque il punto non è questo.
Il punto è che non odierò mai abbastanza mio marito perché mi ha fatto amare una squadra che, nella maggior parte del tempo, ti fa venire voglia di prendere a pizze in faccia i giocatori uno per uno.
E che ti fa soffrire. Perché la Roma ti fa soffrire quasi sempre, sarà che è l'eterna seconda, saranno i dieci pareggi di fila di qualche tempo fa in campionato, sarà la finale di Coppa Italia persa con la Lazio che va bene tutto, ma perdere con la Lazio no.
O forse sarà anche che certe volte scendono in campo (i giocatori, eh) con una supponenza che ti fa arrabbiare, chi lo sa, però essere romanisti è difficile. Molto difficile.
Si soffre senza se e senza ma. Si soffre e basta.

Ma ecco, ci sono serate come quelle di ieri sera per cui vale la pena tifare Roma.
Quello che non sapete è che il Marito, quello romano di Roma, ieri sera era allo stadio a vedere il quarto di finale di ritorno di Champions League: Roma- Barcelona.
Lo stesso marito mi aveva rincoglionita dicendo che era ingiusto e immorale che avessero messo in vendita i biglietti prima della gara di andata che tanto sarebbe stata miseramente persa e che per i blaugrana sarebbe stata una partita di allenamento, quindi al massimo dovevano regalarli. 
Gli ho spiegato decine di volte il motivo per cui il suo discorso non aveva senso e, serafica, gli ripetevo "Non succede, ma se succede che fai? Non vai a vedere la semifinale immagino visto che fai questi dicorsi".
Mi ha mandata a quel paese. No davvero, mio marito mi ha mandata a quel paese.
Lui intanto aveva il biglietto e io no visto che gli avevo detto: "Sarò a Milano per lavoro, inutile che lo prendi anche per me".
Poi invece ero a Roma, arrabbiata come una biscia perché il quarto di finale contro il Barcelona meritavo anche io di vederlo, solo che quando ho saputo che ci sarei stata i biglietti erano solo un lontano ricordo.

Ieri sera io sono rientrata a casa, ho fatto una doccia, ho preparato la cena e mi sono piazzata sul divano con cane al seguito. 
Che poi eh, quando io ci sono partite con andata e ritorno non so fare i conti. É la triste storia della mia vita. Quindi mi ritrovo a chiedere sempre e comunque quanti gol servono con elenco dei risultati possibili. Una povera cretina insomma.

Quello che non avevo previsto è che sarebbe stata una notte magica, come la Roma, e forse voi che non seguite il calcio  e non siete romanisti penserete che sono una matta, ma questo è.
Adesso capisco il mio amico Dario, siamo amici da una vita, siamo nati a distanza di tredici giorni l'uno dall'altra e lui è romanista da sempre che, ecco, un romanista a Palermo non si era mai visto prima, ma lui è sempre stato fedele, fedelissimo e innamorato della Roma. Ha il cuore mezzo giallo e mezzo rosso lui. Dario, sappi che io il caso del motorino che ti eri fatto dipingere di giallorosso quando avevamo diciassette anni me lo ricordo bene.
Comunque, ecco, è stata una notte magica, ve l'ho detto: sola a casa, col cane a pois bianchi e neri che mi azzannava le caviglie ad ogni urlo e il mio amico Max con cui parlare tramite Whatsapp. Delirando.
Ad un certo punto mi ha detto che se non ci fosse stato quel mangialumache di Gonalons forse ci avrebbe creduto. Poi al rigore mi ha detto che si stava sentendo male. A Max ho mandato un messaggio vocale urlando al fischio finale dell'arbitro. Ed era di Max il primo messaggio che ho letto stamattina, inviato ieri sera quando io dormivo già da un pezzo, in cui mi diceva che stava andando a Trigoria. 

Mentre la Roma batteva il rigore, quello che ha aperto le speranze (perché ecco, non ditemi che a quel punto non ci avete sperato anche voi) io ero in ginocchio con la testa tra le mani spalle al televisore con il cane che mi guardava perplesso. Molto perplesso.
Gli ultimi cinque minuti che poi sono diventati nove avevamo tutti una crisi d'ansia pazzesca perché la Roma è così. La Roma può distruggere tutti i tuoi sogni al 94'. O anche al 98' quando c'è (98' senza supplementari, sia chiaro) e un romanista lo sa. 
Al fischio finale ho iniziato a urlare, mi ha chiamato il marito piangendo. Si piangendo, roba che non ha pianto neanche il giorno del nostro matrimonio mentre io non smettevo di lacrimare copiosamente.
Sono partiti i fuochi d'artificio sotto casa e considerate che io abito a più di venti km dallo stadio.

Io lo so che sembra una cazzata, eh. Me ne rendo conto, ma vorrei farvi notare che io sono la stessa persona che ha pianto disperata quando Vanessa Ferrari ha perso la medaglia di bronzo alle Olimpiadi di Rio de Janeiro (qui per saperne di più). E non c'è stato verso di farmi calmare per ore.

Ho pianto per l'ultima partita di Totti, anche se -lo ammetto- sono una di quelle che ha detto che era diventato un peso per la squadra. Scusa Francè, davvero. 

E comunque non me l'aspettavo. Non avrei mai potuto pensare che la Roma battesse una delle squadre più forti del mondo in rimonta e che andasse in semifinale di Champions League.
No, non me l'aspettavo proprio.
Sarebbe stato un sogno, eh, ma i sogni non sempre di realizzano.

Insomma, a casa nostra siamo romanisti, di quelli che vanno allo stadio, di quello che amano profondamente la propria squadra. Abbiamo il cane a pois bianchi e neri che abbiamo sempre chiamato lo juventino, ma questa è un'altra storia.
A casa nostra ieri sera è stata una serata pazzesca, dal rigore in poi perché prima, ecco, non è che ci avessimo creduto molto, eh.
Ho un padre che prima di ogni partita della Roma mi scrive che dovremmo chiuderci in casa con le tapparelle abbassate e che, durante la partita, mi chiama per chiedermi se il marito è ancora vivo. 
Ho un marito che è un disfattista incredibile.
Ho un marito che ieri sera ho sentito felice come un bambino. E tanto mi basta.
E forse, dico forse, mi ha fatto un grande regalo, quindi non posso odiarlo: mi ha regalato l'amore per la Roma che è una delle cose più belle che potesse fare. Si, anche se si soffre sempre.


Ah no, non mi basta, c'è qualcosa da aggiungere, prima che lo diciate voi ve lo dico io: ci sono sicuramente cose molto più importanti di una partita di calcio, avete ragione, ma io tutta la vita a piangere perché il mondo fa schifo non la posso passare, quindi gioisco per queste cose. E lo farò per sempre.
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domenica 19 novembre 2017

L'Amsterdam Arena che presto diventerà la Johann Crujff Arena

"Amore, sai che nella I Amsterdam Card è compreso il tour dell'Amsterdam Arena?"
"Si, ma tanto ci andavamo lo stesso, no?"
"Certo amore!"

Sono anni che io e il Marito giriamo per stadi e, se in Italia l'unico stadio concepito come gli stadi europei è lo Juventus Stadium (che però è, al momento, l'unico stadio di proprietà della società), nel resto d'Europa gli stadi sono quasi sempre visitabili grazie a veri e proprio tour.


L'Amsterdam Arena, che a breve si chiamerà  Johann Crujff Arena, è lo stadio della Ajax, la squadra di calcio di Amsterdam che credo non abbia bisogno di grosse presentazioni.
Lo stadio è raggiungibile con la metro 54 che si prende alla stazione centrale di Amsterdam, la fermata è Bijlmer-Arena. In ogni caso, se avete dubbi chiedete e vi indicheranno la metro corretta da prendere (noi eravamo un po' confusi perché dalla stessa banchina si prendono varie linee di metro).

Il tour dell'Amsterdam Arena dura un'ora abbondante, ci sono tour ad orari precisi e si viene accompagnati da una guida che parla inglese.
Il costo è di 14,50€, ma -come ho anticipato- nel nostro caso era compreso nella I Amsterdam Card (qui trovate qualche info al riguardo).
Avevo letto in giro che all'interno dello stadio non è possibile fare fotografie, ma in realtà la guida -gentilissima e molto disponibile- ha detto che non c'erano problemi e che potevamo fare tutte le foto e i video che volevamo.

Il tour dello stadio parte dalla mixed zone in cui ci sono i due loghi dell'Ajax: la prima versione rappresenta una figura della mitologia greca -Aiace Telamonio- mentre la seconda rappresenta sempre lui, ma in versione stilizzata. Gli undici tratti che compongono il disegno rappresentano gli undici giocatori in campo (a me questa cosa ha affascinato parecchio, non so a voi).


Sul pavimento ci sono tre stelle giganti visto che l'Ajax ha vinto, ad oggi, 33 campionati e, per ogni dieci vinti, ha preso una stella.

L'Amsterdam Arena è divisa in piani, collegati da un sistema di scale mobili futuristiche (si lo so, forse non è il termine migliore, ma mi piaceva), ovunque sulle pareti fotografie dei giocatori che hanno fatto la storia dell'Ajax. I più fotografati sono indubbiamente Crujff, Van Basten e Ibrahimovic. O forse è il figlio piccolo di Ibrahimovic (si, è una battuta per pochi e forse non fa nemmeno ridere, me ne rendo conto).

Quando siamo entrati nel campo, con in sottofondo l'inno dell'Ajax, è stato bellissimo.


Se siete frequentatori dello stadio, in particolar modo dello Stadio Olimpico di Roma che è quello dove vado io, potrete immaginare l'emozione di vedere uno stadio in cui gli spalti sono attaccati al campo e non è necessario portarsi dietro il binocolo per vedere qualcosa, oltre alla bellezza di uno stadio senza barriere.
Gli spalti sono tutti rossi, fatta eccezione per la tribuna vip che è blu (che magari è un dettaglio inutile, ma mi piace osservare gli accostamenti cromatici, non prendetemi in giro).


Sugli spalti, all'altezza dei corner, ci sono le famose tre croci di Amsterdam che simboleggiano i tre eventi nefasti della città: peste, alluvione e incendio. È stato proprio allo stadio che ho imparato la storia delle tre croci, salvo poi fare caso che queste tre croci sono praticamente ovunque.
La cosa più spettacolare dell'Amsterdam Arena è il tetto. Si, il tetto che si apre e si chiude in base alle varie esigenze. La struttura del tetto secondo me è bellissima e trovo geniale il fatto che si possa chiudere ed aprire a piacimento.
Noi l'abbiamo trovato chiuso, considerato che la temperatura non era delle migliori e il freddo, l'umidità ed eventualmente la pioggia potrebbero rovinare il campo.



La guida ha chiesto se qualcuno avesse domande, nessuno dei nostri compagni di tour (quasi tutti italiani, manco a dirlo) ne aveva, ma ovviamente io ero pronta con la mia domanda da un milione di dollari, domanda nata dopo ampia discussione sulla questione con il Marito che ha una grande fortuna: una moglie che ama il calcio quasi quanto lui.
"Scusami, non capisco se l'erba è sintetica o meno, sembra finta, ma ho dei dubbi che qui abbiano messo l'erba finta"
"È ibrida"
"In che senso?"
"90% vera, 10% sintetica" e a seguire super spiegazione su come funziona la manutenzione del campo con me con gli occhi a cuoricino che pensavo "oh, come siete avanti voi olandesi su queste cose, noi in Italia abbiamo le zolle d'erba che saltano nei campi di calcio e, ogni tanto, si gioca anche nei campi di patate".

Da lì ci siamo spostati poi nella sala regia, io e il Marito ovviamente guadavamo estasiati per ovvi motivi (qui per saperne di più). È stato qui che abbiamo scoperto alcune cose interessanti: in primis che oltre alle telecamere per le dirette delle partite di calcio, hanno un sistema di controllo con telecamere piazzate nei punti nevralgici della città per evitare che eventuali tifosi facciano casino in giro. Questa cosa mi ha fatto sorridere pensando ad un episodio di un po' di tempo fa in cui dei tifosi olandesi hanno praticamente distrutto Roma (qui per saperne di più). Non erano tifosi dell'Ajax però.


Infine, abbiamo scoperto che il settore ospiti è collegato ad una galleria che porta direttamente alla metro e da lì ti accompagnano in aeroporto o in stazione di modo che dopo l'eventuale partita ti levi subito dalle scatole e non te ne vai in giro a fare danni.
La guida ha però precisato che la galleria è stata usata solo tre volte in occasione di partite della Uefa (non ricordo se Europa League o Champions League, non me ne vogliate).

Abbiamo poi visitato la sala stampa, in cui si fanno le conferenze pre e post partita, con tanto di spiegazione su chi si siede dove.


E infine, la parte che a me ha commosso di più: lo spogliatoio. Si, commosso e adesso vi spiego di più.
Al di là dell'ordine che regna sovrano, la guida ha richiamato la nostra attenzione sulla sedia di Abdelhak Nouri, un centrocampista ventenne dell'Ajax che io non conoscevo, è stato considerato a lungo una promessa.


Nouri, qualche mese fa, durante una partita amichevole, ha avuto un'aritmia cardiaca. È stato soccorso, poi portato in ospedale, ma ha riportato danni gravi e permanenti.
Nouri, a vent'anni, non solo non tornerà a giocare a calcio, ma le sue condizioni non miglioreranno mai.
Aveva scelto il numero 34 per la sua maglia perché voleva vincere il trentaquattresimo scudetto dell'Ajax.
Il suo posto è ancora lì, anche se lui non tornerà. E questo è il calcio che mi piace, anche se so che  su quella sedia non ci sarà il suo nome per sempre.

Prima di andare via, abbiamo fatto ancora anche una visita alla sala dei trofei, con coppe, maglie, articoli di giornale. Io però pensavo ancora alla storia di Nouri.


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sabato 9 luglio 2016

"Siamo ancora vivi": di come il 9 Luglio 2006 siamo stati tutti Campioni del Mondo.

Si, lo so. So tutto.
I calciatori sono undici cretini che rincorrono un pallone in mutande.
Che poi, che uomini frequentate che portano mutande altezza ginocchio?
Non sanno cosa sia la vera fatica.
Invece chi lavora in ufficio si.
Ma c'è sempre un ma nella vita.
Era il 9 Luglio 2006, esattamente dieci anni fa.
Io avevo vent'anni, frequentavo l'università. 
Di com'era avere vent'anni dieci fa, ne avevo già parlato qui, ma non è questo il punto.
Il Mondiale di calcio è pur sempre il Mondiale di calcio.
Saranno anche undici cretini in mutande che rincorrono un pallone, ma a me piace guardarli. Se poi corrono in maglia azzurra, mi piace ancora di più. 
Mi piace l'Inno di Mameli, rigorosamente cantato con la mano sul cuore. Sarò fuori moda, ma mi piace.
I miei genitori mi raccontavano del Mondiale del 1982, della tripletta di Paolo Rossi contro il Brasile, di Bergomi che aveva 18 anni e sembrava più vecchio di adesso, di Italia - Germania Ovest 3 -1, di Pertini che gioca a carte con Bearzot, Zoff e Causio sull'aereo di ritorno dalla Spagna.
Ma non ero nata e sentirsi raccontare una cosa non è come viverla.



"È il 9 di Luglio del 2006, dall'Olympiastadion di Berlino, è Italia-Francia, è la finale" diceva Caressa. Erano le 20,30 credo. 
Mi sembra ieri: la traversa sul rigore tirato da Zidane che sembrava non essere gol e invece era gol, il gol di Materazzi,  il gol in fuorigioco di Toni che dai, quando ha segnato stavamo già festeggiando sentendoci la coppa in tasca, la testata di Zidane a Materazzi che ci hanno fatto anche una statua.
I calci di rigore che io lo so che tutti gli italiani, in quel momento, hanno pensato che non avremmo mai vinto perché si sa, l'Italia ai rigori non è mai troppo fortunata. 
Ai tempi non c'era gente che faceva strani balletti o prendeva in giro con gesti strani portieri di altre nazionali prima di tirare un calcio di rigore.
Barthez non mi ha mai fatto troppa simpatia, i pelati non mi piacciono, è questa la verità. 
Mi ricordo Pirlo e De Rossi quando ancora non avevano la barba lunga che manco Babbo Natale.
Anche Buffon era un giovane di belle speranze.
Sto ancora aspettando che Totti batta il rigore. In realtà, non l'ha mai battuto, d'altronde era uscito. Io intanto continuo ad aspettare ancora oggi che sono passati dieci anni.
Mi ricordo Cannavaro immobile: no, non si è mai mosso durante quegli infiniti calci di rigore. MAI. 
Era Pirlo, Materazzi, De Rossi, Del Piero, Grosso la sequenza dei rigoristi? Ricordo bene, vero?
Mi ricordo Trezeguet disperato. Barthez vicino al palo della porta cercando di trovare il modo più indolore per suicidarsi. I francesi comunque non sono simpatici. L'abbiamo pensato tutti.
Mi ricordo Lippi che si perde gli occhiali, i capelli di Camoranesi che cascano sul campo, tagliati dai compagni.



Io un giorno lo racconterò ai miei figli di com'è bello vincere il Mondiale di calcio, di come è bello scendere in strada e fare casino. 
Racconterò loro di Fabio Grosso che magari non era proprio il più grande giocatore di calcio del mondo, ma ce lo ricordiamo tutti, nessuno escluso.
Racconterò di quei tizi appesi al camion del macellaio, quello a cui di solito sta appesa la carne. Mi chiedo se si siano fatti male. Ricordo la  gente sopra le fontane, sopra le pensiline degli autobus. 
Si lo so, non è proprio un grande esempio di civiltà, ma sono quelle cose che ti rubano comunque un sorriso e che ti ricordi per sempre.
C'era il tricolore ovunque.


Racconterò di come, in momenti come questi, si è tutti amici in un mondo fatto di brutture. 
Racconterò di come mi sono colorata la faccia.
Ai miei figli, mostrerò la gloriosa, ovvero quella gigantesca bandiera tricolore che comprai poco prima della finale, la stessa bandiera per cui ci ho rimesso la schiena.
Racconterò di come è stato bello sentirsi per un attimo campioni del mondo perché si è vero, non l'ho vinta io la Coppa del Mondo, il mio conto in banca non è cambiato, sono sempre undici cretini che rincorrono un pallone, ma è stato bello.
Dirò ai miei figli - se mai ne avrò- che devono crescere felici, che devono studiare scegliendo quello che desiderano, che possono amare chiunque vogliano, che sarò sempre al loro fianco, che vorrei girassero il mondo, praticassero uno sport, leggessero tanti libri, imparassero a nuotare e ad andare in bicicletta. 
Gli dirò anche che vorrei che una volta vedessero l'Italia vincere il Mondiale, come è successo a me il 9 Luglio del 2006. Dieci anni fa, che prima o poi diventeranno vent'anni fa, poi trenta, poi quaranta. Ma quella festa lì non me la dimentico. 

"Abbracciamoci forte e vogliamoci tanto bene"



Postilla:
Il 10 Luglio 2006 avrei dovuto sostenere l'esame di drammaturgia musicale. 
Decisi che per quella sessione estiva, avrei dato altri tre esami, incastrandoli in modo che se l'Italia fosse arrivata in finale, io la finale l'avrei potuta vedere serena senza l'ansia da notte prima degli esami che nel mio caso significava insonnia, palpitazioni, diarrea e chi più ne ha più ne metta.
Alcune compagne di università decisero di dare quell'esame, tanto figuriamoci se l'Italia arriva in finale e nel caso, la partita alle undici è bella che finita.
L'Italia vinse il Mondiale e loro andarono comunque a sostenere l'esame, con la faccia dipinta col tricolore completamente sbattuta dopo una notte di festeggiamenti. Io non ero con loro, me l'hanno raccontato.
Il professore non si presentò, era fermamente convinto che nessuno studente sarebbe andato a fare l'esame. La verità è che probabilmente era stato anche lui a festeggiare.
Io quell'esame lo diedi il 28 Febbraio 2007, fa parte dei magnifici sette, ovvero gli esami dello sprint finale, quello stesso sprint finale che mi costò un quasi esaurimento nervoso.
"Ventotto, accetta?"
"Si professore, sa questo esame volevo darlo a Luglio scorso, ma ho passato la notte al pronto soccorso perchè ho avuto un brutto incidente di macchina".
"Ha fatto bene a non venire, la salute prima di tutto"
Non ho mentito eh, ho solo omesso l'orario di arrivo in ospedale. 

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domenica 22 febbraio 2015

Quando Van Gogh ha pugnalato Bernini

Io c'ero quando i tifosi del Feyenoord hanno distrutto Roma.
Non vado mai in centro -se ci vado è solo per motivi di lavoro- ma quel giorno c'ero.
Ero seduta sui gradini del Palazzo delle Esposizioni in Via Nazionale e stavo mangiando un panino, in attesa che arrivasse l'ora del mio appuntamento di lavoro.
E sono arrivati loro: i tifosi del Feyenoord.
Saranno stati un centinaio e facevano casino. Erano ubriachi. E non era necessario essere una maestra di sbronze per rendersene conto.
Poi un genio ha detto Forza Roma e si sono picchiati. Sarà durato dieci minuti, non lo so, ma io mi sono data alla velocità della luce come mi ha insegnato Fidanzato: "Se si picchiano, tu vattene. Chiama la polizia, i carabinieri, i vigili del fuoco, le SS, ma vattene. SUBITO".
Me l'ha insegnato quando dopo Roma - Cagliari 2-4  i tifosi hanno contestato Zeman e noi eravamo lì in mezzo perché stavamo uscendo dallo stadio per tornarcene a casa. E anche in quel caso, ci eravamo dati.
Sono andata al mio appuntamento e poi ho percorso a piedi tutta Via Nazionale fino ad arrivare ai Fori Imperiali. Era una bella giornata di sole e a me piace camminare a piedi.
Di fronte ai Mercati di Traiano ho tremato. C'è un pub e lì davanti decine e decine di tifosi olandesi bevevano birra come se non esistesse un domani. Io non sono troppo sveglia, ma che fossero molesti e che stessero facendo casino l'ho capito subito.
Volevo arrivare fino a Piazza del Popolo, passando per Via del Corso, ma ho deciso di prendere l'autobus e tornarmene a casa e, col senno di poi, per una volta il mio istinto ha avuto ragione.
Le immagini di Piazza di Spagna le ho viste al tg, su internet, sui giornali.
E sono rimasta sgomenta.
Roma è la mia seconda casa, la città che mi ha dato l'amore, i miei due cani, delle amiche stupende.
E amo perdermi per le sue vie, per i suoi parchi.
Mi piace sentire i profumi di Trastevere e di Campo dè Fiori.
Ma no, non mi piace l'odore di piscio olandese.

La Barcaccia ha danni permanenti. PERMANENTI. Che non potranno essere recuperati.
A me quella fontana non è mai piaciuta particolarmente -a Roma ce ne sono di molto più belle- ma fa parte dei nostri tesori. Quei tesori che, se non ci fossero più, nessuno potrebbe ridarci.
E quattro tulipanari imbecilli hanno provocato dei danni permanenti. Perché si annoiavano. Non sapevano cosa fare aspettando le 19 -l'ora di inizio della partita- e hanno pensato bene di prendere a mazzate la nostra fontana.
Forse, fare la fila ai Musei Vaticani come fanno tutti gli stranieri del mondo che vengono a Roma pareva brutto.
Farsi la foto col centurione davanti al Colosseo una noia mortale, che ve lo dico a fare.
Molto meglio prendere a mazzate la fontana che, casomai qualcuno non lo sapesse, Bernini ha realizzato nel 1629.
Io comprendo che forse a Rotterdam non si studia la storia dell'arte italiana, d'altronde non reggerebbero il confronto e i complessi di inferiorità li ucciderebbero, ma, miei cari tulipanari, se io domani vengo lì e vi squarcio i quadri di Zio Vincent come la mettiamo?
E se poi, dopo avere squarciato i quadri, faccio la pipì nei marciapiedi perché non ho voglia di cercare un bagno e pare brutto tenersela e aspettare, che ne so, di entrare in un bar?
Che poi, i pub dove siete andati a sfondarvi di birra, un bagno non ce l'avevano?


Ma non è finita qui. Perché i danni non li hanno fatto solo a Piazza di Spagna.
Avevano iniziato a Campo dè Fiori la sera prima.
E hanno distrutto cassonetti, macchine, motorini. Hanno imbrattato muri.
Danni per milioni di euro. I nostri milioni di euro perché gli olandesi ci hanno fatto sapere che non è colpa loro. Siamo noi che dovevamo vigilare sui barbari.
Perché, dai, noi vi abbiamo mandato i nostri teppisti quelli che se da noi si azzardano a buttare una carta per terra, li chiudiamo in una cella fredda e buia, buttiamo via la chiave e i tulipani li rivedono, se tutto va bene, quando saranno vecchi e rugosi. Voi arrangiatevi. Che ce frega a noi di Bernini? I quadri di Zio Vincent stanno bene, noi stiamo a posto così.
Ok, la colpa non è di sicuro del primo ministro olandese (ce l'avranno un primo ministro immagino, se non ce l'hanno chi per lui), ma a me hanno insegnato che chi rompe paga.
Roma non era preparata ad accogliere questi delinquenti, ma chi vive a Roma sa che la città sta vivendo uno dei suoi momenti peggiori, in cui quasi tutto è lasciato allo sbando. Non è una giustificazione, assolutamente. La cosa andava gestita meglio.
Io avrei mandato l'esercito ad accoglierli all'aeroporto e li avrei portati direttamente allo stadio e lì li avrei lasciati. Alla fine della partita, li avrei riportati a Fiumicino e tanti cari saluti.
Salutate zio Vincent, la prossima volta portate un mazzo di tulipani. O, se potete, evitate di tornare una prossima volta. Niente di personale eh, è che noi di delinquenti ne abbiamo già tanti, ci mancano solo quelli degli altri che vengono qui a sfogarsi perchè a casa loro non possono nemmeno parlare troppo forte pena la pubblica gogna.
E no, io non penso che sia colpa del calcio. Il calcio è una scusa.
Sono una tifosa anche io. Mi piace andare allo stadio, mi piace l'atmosfera della curva, mi piace cantare l'inno della Roma, mi piacciono i cori. Mi piace il Caffè Borghetti e mi piaceva Carlo Zampa, prima che lo facessero fuori.
Mi piace andare allo stadio a Palermo perché, vi assicuro, è una delle esperienze più divertenti del mondo. Ancora ricordo un Palermo - Milan in cui ho imparato che Ibra prima di giocare a calcio montava lampadine all'Ikea e Allegri pascolava le pecore in Sardegna.
Le partite non le voglio vedere solo in televisione, voglio andare allo stadio. E voglio essere libera di farlo senza prendere le mazzate solo perché mi trovo nel posto sbagliato al momento sbagliato.
Le squadre che hanno una tifoseria violenta, che crea danni in casa e fuori casa, fuori dalle competizioni europee. Che vi faccio vedere come i club stringono il loro culetto profumato.
E Marino, se posso, la prossima volta organizzati un pò meglio. Dite che vi state preparando per difenderci dagli attacchi dell'Isis, ma ci siamo fatti mettere in ginocchio da quattro ubriaconi.

Bernini mi dispiace, davvero. Le tasse che mi decurtano dallo stipendio - e ti assicuro che non sono poche- te le regalo volentieri. Spero vadano alla tua fontana.


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venerdì 23 gennaio 2015

Perché le donne, di calcio, non capiscono nulla

A casa mia sono tutti tifosi di calcio. Tutti.
Mia madre è interista e si sa,essere interisti di questi tempi non è una cosa facile.
Mio padre le partite le guarda tutte,non so esattamente per che squadra tifi,ma compatisce la madre interista.
Il Fidanzato è  romano de Roma e romanista..e di questi tempi non è facile nemmeno essere romanisti.
Mio padre,per la cronaca,compatisce anche il Fidanzato. In occasione dell'ultimo derby gli ha mandato un sms con scritto:"spegni tutte le luci,abbassa le serrande,metti le museruole ai cani,accendete le candele sante e state in religioso silenzio..e cominciate a pregare". Ok,è vero,forse non lo compatisce: lo prende semplicemente in giro.
E poi ci sono io che non sono romana de Roma, ma sono romanista. o meglio,romanista lo sono diventata. E non me l'ha chiesto il Fidanzato.
La verità è che il giallo e il rosso sono da sempre i miei colori preferiti e che Totti ci ha regalato i quarti di finale al Mondiale di Germania,quindi non puoi non volergli bene.


Come sia avvenuta la trasformazione da "il giallo e il rosso sono i miei colori preferiti" a "Daje Roma Daje" francamente non ne ho idea.  Sarà che a casa mia seguiamo la serie A,la serie B,la Lega Pro (e abbiamo anche la squadra del cuore in Lega Pro), la Liga, la Ligue 1, la Bundesliga e ,se rimane tempo anche la serie D olandese che,sai mai,magari esce fuori il talento dell'anno e poi Sabatini,con la scusa di andare a prendere le sigarette,lo compra. Perché a casa mia siamo allenatori,osservatori e,a volte,anche giocatori.
"Se nascevo con le gambe sane,io a quest'ora giocavo in Serie A" dice il Santo Fidanzato ogni tanto. E la cosa divertente è che lui è assolutamente convinto di quello che dice.

E a me comunque il calcio piace.
E il Fidanzato dice che è un uomo fortunato, lo ripete sempre e ogni tanto dice anche "pensa a quelli che non possono vedere le partite se no la Fidanzata si arrabbia".
Fidanzato,credimi,quelli che non possono vedere la partita,stanno meglio di te che hai una donna camionista che urla davanti alla tv,che ti costringe ad andare allo stadio e che ha imparato a memoria tutti gli inni della Roma dal 1927 a oggi e li canta persino quando il campionato è fermo.
Non hanno fidanzate che capiscono quando è fuorigioco e sperano che se è fuorigioco nostro l'arbitro non lo veda,in barba a chi diceva che l'importante è partecipare e non vincere (ma sei scemo,de Coubertin?);non hanno fidanzate che dicono ai colleghi (tutti maschi):"gioca Tizio arretrato perché Caio era diffidato ed è stato ammonito alla scorsa partita quindi questa la salta" e vengono guardate come se avessero appena detto che l'Italia è un paese dove tutti trovano lavoro; non hanno fidanzate che dicono frasi tipo:"non leggo il nome sulla maglia,ma io so come sono messi in campo,quindi so chi è quel giocatore" con fare anche abbastanza arrogante. e soprattutto non hanno fidanzate,che quando vedono la partita con il segnale in anticipo rispetto a quello della partita che stai vedendo tu ti chiamano esultando quando tu non hai nemmeno visto partire l'azione.

E comunque,non romperò le scatole per le partite visto che le guardo anche io,ma sicuramente romperò le scatole per qualche altra cosa. Perchè non esiste una donna che non si lamenta per qualcosa.

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