venerdì 17 novembre 2017

Casa di Anna Frank ad Amsterdam: come farsi venire la pelle d'oca

Non è facile raccontare della visita alla casa di Anna Frank ad Amsterdam.
Non lo è per niente, è stata una visita complessa e piena di sentimenti contrastanti.
La prima volta che ho letto il Diario di Anna Frank ero una ragazzina, avevo undici anni.
L'ho riletto altre volte, ho sempre avuto bisogno di rileggere i libri a distanza di tempo per capire meglio, per approfondire qualcosa che magari mi era sfuggita o semplicemente perché ne avevo voglia. Ormai sono anni che non riprendo in mano quel libro, ma la storia la conosco, me la ricordo bene.
Quando abbiamo deciso di andare ad Amsterdam, eravamo indecisi se andare o meno a visitare la casa di Anna Frank -o Anna Frank Huis in olandese- perché immaginavano che sarebbe stato emotivamente complesso.
Poi ci siamo detti che visto che eravamo lì, volevamo vederla.

La casa di Anna Frank si trova in Prinsengracht, a Westermarkt, proprio alle spalle della Westerkerk, una chiesa protestante molto bella.


Il palazzo, che oggi appartiene alla Fondazione Anna Frank, un tempo era la sede della ditta del papà di Anna. Sul retro fu costruito questo alloggio segreto dove la famiglia Frank e altre quattro persone si nascosero per due anni.
Il biglietto d'ingresso costa 9€ e, al momento, si può acquistare solo online  poiché la biglietteria è chiusa a causa di alcuni lavori di ristrutturazione.
Noi abbiamo acquistato i nostri biglietti prima di partire, scegliendo l'orario di visita.
Considerate che, facendo i biglietti una settimana prima, abbiamo trovato poca disponibilità.
Solo quando abbiamo controllato dove si trovava la casa di Anna Frank abbiamo scoperto che Prinsengracht era a pochi metri a piedi dal nostro hotel.

Faceva molto freddo quando siamo andati all'Anna Frank Huis, un freddo davvero gelido, credo la serata più fredda durante la nostra permanenza ad Amsterdam.
Siamo arrivati, ci siamo messi in fila seguendo le istruzioni dei ragazzi che lavorano lì e siamo stati subito avvisati che all'interno della casa museo non è possibile scattare fotografie.
Quando siamo entrati, ci è stata consegnata un' audio guida, disponibile in tantissime lingue italiano compreso, e ci è stato detto che c'è un percorso da seguire, ma che si può restare all'interno della casa museo quanto si vuole, nessuno ti caccia via, ci si può prendere il tempo che si vuole per guardare, pensare, riflettere, qualsiasi cosa.
Sono entrata lì conoscendo la storia di Anna Frank e della sua famiglia, come credo un po' tutti, avendo letto le sue parole, avendo studiato l'olocausto in tutte le salse, ma mi è venuta comunque la pelle d'oca. È difficile da spiegare, molto difficile.

Le prime stanze del museo, in quella che un tempo era la sede della ditta di Otto Frank, sono piene di fotografie e documenti, l'audio guida racconta cosa è successo, chi erano, come la famiglia Frank era arrivata in Olanda dalla Germania e come mai Otto Frank aveva deciso, ad un certo punto, di allestire questo rifugio segreto.
Spiegano anche il motivo per cui decisero di nascondersi prima del previsto: la sorella di Anna, Margot, aveva ricevuto una lettera di comparizione per andare in un campo di lavoro, se non si fosse presentata sarebbero stati arrestati tutti i membri della famiglia e, considerato che non avevano nessuna intenzione di consegnare la figlia, iniziò la loro reclusione.
Alle pareti, c'è anche la lettera ricevuta da Margot, vicino agli elenchi degli studenti ebrei della scuola che frequentava con il suo nome.
Sono documenti originali e, sebbene possa sembrare stupido, vederli fa impressione perché la mente li collega automaticamente al periodo in cui sono stati scritti. È difficile non pensare a cosa stava succedendo mentre documenti del genere venivano redatti.
Un banale elenco di studenti, una banale lettera sono in realtà documenti di morte.

Ad un certo punto, dopo aver visitato le prima stanze del museo, è arrivato il momento di accedere all'alloggio segreto, attraverso il passaggio  nascosto dietro la libreria che oggi è ovviamente sempre aperto. Sulla libreria ci sono alcuni dei documenti che c'erano allora o quanto meno quelli che si sono salvati dopo la perquisizione da parte della polizia il giorno dell'arresto.


La parte della casa museo che porta all'alloggio segreto è impraticabile per chi ha problemi di deambulazione, le scale sono strette e abbastanza ripide.


Nell'alloggio segreto, per volontà di Otto Frank, non ci sono mobili, ma sono rimasti intatti il bagno, con i sanitari dell'epoca, e la cucina.
Sembra assurdo, ma davanti la cucina, sono rimasta a fissare il lavello pensando: "Questo lo usavano delle persone che sono rimaste nascoste per un sacco di tempo con la paura di essere scoperte".  Esattamente davanti a quel lavello, in cui in quel momento ero io, c'erano stati loro più di settant'anni fa.
Fa impressione e non sto scherzando. Fa pensare molto.
Erano lì, cucinavano lì, mangiavano lì. E lo facevano in silenzio perché se li sentivano erano guai.
Alle pareti di quella che era la stanza di Anna ci sono delle cartoline di attrici famose e niente altro.
Otto Frank, una volta tornato dal campo di concentramento alla fine della guerra, ha appunto fatto portare via tutto.
È difficile, quando si è lì, pensare che una ragazzina di tredici anni -e non solo lei- abbia vissuto due anni in quelle stanze senza mai uscire e senza fare nessun rumore. L'alloggio segreto è molto più grande di quello che pensavo, ma e comunque un posto dal quale non si poteva uscire.

Quando abbiamo finito di visitare l'alloggio segreto, c'è una stanza molto grande in cui sono custoditi il diario originale di Anna Frank e altri documenti, tra cui l'elenco dei prigionieri del campo di concentramento di Auschwitz, in cui furono portate Anna Frank, la madre e la sorella. 
Anna Frank e la sorella furono poi portate al campo di concentramento Bergen-Belsen dove morirono.
Un elenco di gente destinata a morire, insomma.

Pare che poco prima che venissero scoperti, Anna Frank avesse sentito alla radio che tutti gli scritti di quel periodo, una volta che la guerra sarebbe finita, sarebbero stati raccolti. È in quest'ottica che Anna ha ricopiato il diario in bella. Io questo, ad esempio, non lo sapevo, l'ho scoperto lì.

Siamo usciti dalla casa di Anna Frank e ci siamo seduti su una panchina, cercando di capire perché qualcuno li abbia traditi, denunciando la presenza di ebrei all'interno del rifugio segreto.
Ci siamo chiesti -cosa su cui mi è capitato di riflettere altre volte- come sia possibile che una mente concepisca una cosa come la deportazione nei campi di concentramento e tutte le atrocità di quel periodo.
Se non sapessi che è successo davvero, e neanche troppo tempo fa, mi verrebbe davvero complicato credere ad una cosa del genere perché è tutto troppo atroce.
Abbiamo pensato a quali sentimenti possa provare una ragazzina in una situazione del genere, come possa essere complicato venire privati della propria libertà, come possa essere vivere nascosti in compagnia della paura di essere scoperti.
La casa di Anna Frank a me ha fatto venire la pelle d'oca. E no, non avevo provato le stesse sensazioni leggendo il libro: essere lì è una cosa completamente diversa dal leggere il diario di Anna Frank.
Non vi consiglio di andare a visitare la Anna Frank Huis, non sono cose che si consigliano queste.
Fatelo se lo ritenete opportuno, considerate che non è un museo e basta, ma che quello che sentirete e vedrete vi farà riflettere molto e che le sensazioni non saranno le stesse che si hanno dopo aver visitato una galleria d'arte. Siatene consapevoli, io non avevo pensato a cosa avrei potuto provare una volta uscita di là.

18 commenti:

  1. l'ho visitata anche io, ed anche io sono rimasta piuttosto dalla sensazione claustrofobica che mi hanno rimandato quelle stanze

    RispondiElimina
    Risposte
    1. Più che le stanze, nel mio caso è stato il pensiero di chi aveva vissuto lì, non so bene come spiegarlo :(

      Elimina
  2. Ho provato le stesse sensazioni in visita al campo di concentramento in Austria
    Hai fatto venire la pelle d'oca anche a me...

    RispondiElimina
    Risposte
    1. Ho sempre pensato che non avrei mai avuto il coraggio di visitare un campo di concentramento, invece adesso credo che lo farei, deve essere un'esperienza molto profonda!

      Elimina
  3. Mi vengono i brividi solo a leggere......so che potrei uscire devastata

    RispondiElimina
  4. Grazie per aver condiviso questa tua esperienza. Mi sono emozionata nel vedere quel posto che da ragazzina avevo immaginato tante volte. Una volta sognai anche Anna in fondo quella scala vicino la libreria, ma era tutto luminoso e la scala non era di legno. Vorrei andarci, non so se riuscirò mai ad andare ad Amsterdam ma se dovesse accadere so come muovermi. Comunque io ricordo di aver letto che lei negli ultimi mesi scrivendo pensava anche di sistemare il diario in vista di questa pubblicazione. Ricorderò male, (ho letto sia la versione del padre sia quella integrale con le annotazioni finali dei testimoni) ma ho questo ricordo... però l'ultima volta che ho letto il diario avevo 16 anni... cavolo sono vecchia!
    Un abbraccio.

    RispondiElimina
    Risposte
    1. Esattamente Samanta, per questo lo ha ricopiato "in bella" (è italiano dire "in bella"? Mi sorge il dubbio), che poi chissà se il suo diario avrebbe avuto questo successo mondiale se lei fosse stata vita (non fraintendermi, molto meglio se fosse sopravvissuta, ma è una cosa che mi sono chiesta).

      Un bacio grande.

      Elimina
  5. Ci credo che è stata un'esperienza forte e che fa riflettere anche dopo. Non sapevo di quando ricopiò in bella il diario. Spero di visitarla un giorno

    RispondiElimina
    Risposte
    1. Non lo sapevo neanche io, sai?
      E meno che mai avrei immaginato il motivo!

      Elimina
  6. Questo post mi ha colpito molto, mi ha ricordato la sensazione fortissima che ho provato a Roma al museo storico della Liberazione in via Tasso. Un palazzina come tante, quelle celle , quelle scritte che tradiscono ingenuità, fiducia, disperazione amore per qualcosa che oggi possiamo avere il lusso di dimenticare. E quando esci intorno la città continua a vivere come sempre, ti immagini come poteva essere e tutto sempre così vicino e doloroso. Grazie, prima o poi visiterò la casa di Anna che ho tanto amato quando ero ragazzina, mi sembrava sapesse dire così bene quello che avevo nel cuore, che sapesse descrivere quel groviglio di speranze e paure e ad ogni capitolo mi veniva voglia di gridarle "vattene scappa non rimanere lì"

    RispondiElimina
    Risposte
    1. Sai che non conosco questo museo pur vivendo a Roma da anni?
      Mi hai dato un ottimo suggerimento :)

      Elimina
  7. Ciao Gilda, che argomento interessante hai sollevato. Vorrei aggiungere la mia.
    Visitare musei che trattano di argomenti storici dolorosi e importanti come questo è una cosa che non ho mai fatto volentieri, ma che mi sono sempre sforzata di fare viaggiando perché credo che sia importante. Per non dimenticare.
    Ultimamente tuttavia ho un po' perso la motivazione in tal senso. Perché le stesse cose stanno succedendo oggi. A caso le prime due che mi vengono in mente, la tratta degli schiavi in Libia e la pulizia etnica in Myanmar. Ma anche solo le frontiere chiuse, il rifiuto di aiutare chi è in pericolo. E oggi queste cose si sanno, grazie ai media. Eppure in tantissimi assistono muti, impotenti, complici.
    Scusa, forse sono andata fuori tema, è un argomento che mi sta a cuore. Quello che volevo dire, l'avrai capito, è che ultimamente sto mettendo in dubbio l'importanza della memoria, perché mi sembra che noi (esseri umani) non impariamo mai.

    RispondiElimina
    Risposte
    1. Credo che in generale l'essere umano tenda a dimenticare il passato storico e a fare ciclicamente gli stesso errori, in forma più o meno grave,ma quello è.
      Poi magari mi sbaglio, ma ho sempre avuto questa idea :(

      Elimina
  8. Io qualche anno fa ho visitato dachau. Avevamo programmato di andare a monaco dopo. Mai fatto. La visita e' durata ore e subito dopo mi sono infilata a letto. Avevo un tale freddo dentro...

    RispondiElimina
    Risposte
    1. In tutta sincerità, ammetto che non so se avrò mai il coraggio di visitare un campo di concentramento. Ci vuole molto coraggio che, attualmente, non ho :(

      Elimina
    2. Mio marito mi porto a vederlo dopo tre anni che stavamo insieme. Prima non se l'era sentita. Stava ancora metabolizzando dopo aver visto auschwitz

      Elimina
    3. Ecco, credo che appunto faticherei molto ad andate ad Auschwitz (ma anche a Dacau) :)

      Elimina