mercoledì 23 marzo 2016

Cadere, rialzarsi: quella volta che ho avuto paura, tanta paura.

Non sono io che ho scelto di amare la ginnastica artistica. E' lei che ha scelto me.
Si è insidiata piano piano nel mio cuore e l'ha conquistato, anno dopo anno, tra un Europeo e un Mondiale, passando per le Olimpiadi.
Ero consapevole del fatto che la ginnastica è uno sport pericoloso. So che basta una piccola distrazione e si cade giù. E che quando si cade giù basta un attimo per farsi male.
Si, ecco, di questo ne sono sempre stata consapevole. 
In tutti questi anni, avevo assistito dal vivo soltanto ad una caduta e no, non era una caduta qualsiasi. A cadere e farsi male era stata la mia preferita, quella che forse non sarà la più forte del mondo, ma che a me piace. Tanto, tantissimo. E non è un segreto questo mio amore smisurato per la sua ginnastica. Era caduta, si era rialzata e aveva deciso di non continuare l'esercizio. Mi si era stretto il cuore a vederla cadere, ma non avevo avuto paura perchè quando si rialzano, si tira sempre un sospiro di sollievo. Sono forti queste ragazze, non è una botta o una frattura a fargli alzare bandiera bianca. Reagiscono, lottano e tornano più forti di prima.


Spero sempre, però, di non assistere ad una butta caduta. Spero sempre che non cadano. Perchè no, non se lo meritano: tutte quelle ore in palestra sin da quando sono bambine non dovrebbero mai essere ricambiate con una caduta. MAI.
E poi è successo: è successo che il mondo si è fermato. Non il mondo fuori dal palazzetto forse, ma quello dentro si.
E' successo che un attimo prima si chiacchierava, si rideva, si scherzava. 
E l'attimo dopo assistevamo a una delle più brutte cadute che io abbia mai visto: un piede che scivola, una caduta sul collo, Carlotta (si, proprio lei, Carlotta Ferlito, l'idolo di migliaia di ragazzine) che non si rialza. Istanti di panico.
Dai Carlotta, tirati su.
Vorrei raccontarvi che non ho pensato al peggio, che non ho avuto paura che una botta di quel tipo proprio sul collo potesse creare danni irreparabili, ma non sarebbe vero. 
Ho avuto paura, mi sono scese le lacrime, ho abbracciato Silvia -lei che a Carlotta è tanto legata e che aveva una faccia che non saprei descrivere- e ho aspettato.


Poi si è sentito un pianto. Era un pianto disperato, di quei pianti che quando li senti ti si stringe il cuore. Ma non stavolta. Stavolta quel pianto significava che Carlotta era cosciente.
L'hanno portata a un metro da noi, proprio dietro al tavolo della stampa. 
Lei era lì, immobile, circondata dal medico, dai suoi genitori e da qualcun altro.
La sua mamma era agitata. Io ho pensato che se fosse stata mia figlia a stare immobile su quel lettino dopo una caduta del genere, io sarei morta.
L'attesa dell' ambulanza a me è sembrata infinita.
Poi l'hanno portata via. Ci siamo guardati e ci siamo detti:"Jesolo è finito qui". 
Dopo qualche ora, è arrivata la notizia che Carlotta stava bene. Un pò ammaccata, ma nulla di grave per fortuna. 
E io ho pensato a quanto paura avessimo preso tutti.
E che Carlotta, la stessa Carlotta che ci ha fatto morire di paura, è quella che fino a qualche minuto prima girava in campo gara sorridente, sempre gentile, sempre disponibile con tutti.
La stessa Carlotta a cui il giorno prima avevo chiesto un autografo per una bimba -proprio io che odio chiedere gli autografi- e che non solo aveva fatto l'autografo, ma si era anche premurata di chiedere il nome della bimba e scrivere una piccola dedica.

Sei una forza della natura Carlotta, lo sai.
E ancora una volta lo hai dimostrato.


Le foto del post sono di Marco Mastracco e Antonella Di Ciancia.


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