giovedì 23 luglio 2015

Di madre in figlia

Mia nonna viveva con noi.
Cioè, non ha sempre vissuto con noi, ma ad un certo punto, per una serie di motivi, venne ad abitare con noi e la mia stanza dei giochi divenne la sua camera da letto.
Quando mia mamma, la mattina non andava a lavoro perchè era domenica o festa (mia nonna aveva già smesso di lavorare ed era in pensione) e anche io ero a casa, mi svegliavo sentendo le loro chiacchiere. E si che la mia stanza era al piano di sopra e c'erano tre porte e una scala di mezzo. Ma io le sentivo lo stesso.
Si raccontavano i pettegolezzi. E commentavano tutto.
Una cosa che mi ha sempre colpita è che, queste chiacchierate venivano fatte in dialetto e nessuno, a casa mia, parlava in dialetto di solito. Io difatti il dialetto non lo parlo e - a voler dirla tutta- non lo capisco nemmeno poi così bene, quindi capivo -ancora mezza addormentata nel letto- 1/3 dei loro discorsi e la cosa, ammetto, era un pò seccante perchè io, in fondo, ho  l'animo pettegolo.
Mia nonna non c'é più da quasi dodici anni, se l' è portata via la leucemia in sei mesi che aveva appena 71 anni. Quando si è ammalata, mia madre non si è arresa, le ha provate tutte, anche se i medici alzavano le braccia.
Era il 2003: l' anno di quell' estate caldissima che tutti i tg nominano in questi giorni, l' anno del super black out che colpì tutta Italia (ho scoperto pochi giorni fa che a Milano la luce venne riattaccata dopo poche ore; noi a Palermo eravamo rimasti senza per giorni).
Io avevo 17 anni.

Sono passati gli anni e, quando sono a casa, passo le mattinate a spettegolare con mia mamma. Visto che viviamo lontane ormai da quasi dieci anni, se non ci vediamo, spettegoliamo al telefono o a volte per messaggi.
Parliamo in italiano perchè io non parlo il dialetto. 
Ma è proprio vero: la vita è un ciclo che si ripete.

Ti voglio bene, Mamma!

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